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Evangelizzazione
e
comunicazione della fede
Tommaso Stenico
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«Se
confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo
cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore
infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la
professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura:
Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c'è distinzione fra
Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti
quelli che l'invocano. Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore
sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in
lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno
sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza
essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di
coloro che recano un lieto annunzio di bene! Ma non tutti hanno obbedito
al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra
predicazione? La fede dipende dunque dalla predicazione e la
predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo. Ora io dico: Non
hanno forse udito? Tutt'altro: per tutta la terra è corsa la loro voce, e
fino ai confini del mondo le loro parole (Rm 10,9-18)».
Questo testo
biblico offre la possibilità di avviare una nuova riflessione in merito
alla comunicazione della fede e l’evangelizzazione.
Evangelizzazione e comunicazione della fede
1. La salvezza
dell’uomo, finalità ultima della evangelizzazione
Questa affermazione
centra tutta la riflessione dal dialogo che Dio ha iniziato con l’uomo,
offrendogli la partecipazione alla vita divina.
Nella lettera ai
Romani, San Paolo afferma che la predicazione della Buona Novella porta alla
confessione della fede e ha come obiettivo ultimo la salvezza dell’uomo:
“Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il
tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9).
Il cuore dell’uomo
è l’organo vitale, in cui si fa risiedere la capacità di amare, la volontà
umana e l’accettazione della fede, cioè l’assenso e la risposta dell’uomo
alla presenza salvifica di Dio nella sua vita. La Buona Novella è proclamata
da testimoni fedeli e accolta amorevolmente dall’ascoltatore, che ne è
trasformato e salvato dall’azione salvifica divina.
L’ascoltatore,
convertito in questo modo in credente, professa con le sue labbra la
salvezza operata nell’interiorità del proprio cuore: “Con il cuore
infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la
professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10).
Perché vi sia
salvezza è necessario il binomio accettazione della fede e successiva
confessione della stessa. E’ necessario considerare bene questo duplice
dinamismo della fede. La fede del cuore e la confessione delle labbra
conducono alla invocazione, cioè alla lode. L’uomo credente confessa Dio
come suo Signore e Salvatore; questa confessione si realizza in molteplici
modi: l’invocazione, la lode, l’azione di grazie, la domanda, la richiesta
di misericordia…
L’educazione alla
fede, pertanto, deve tenere ben presente la dimensione orazionale e
liturgica. L’uomo salvato proclama le meraviglie che Dio ha operato in
favore degli uomini, e lo invoca come suo Signore: “Chiunque invocherà il
nome del Signore sarà salvato” (Rm 10,13).
2.
Evangelizzazione, catechesi e comunicazione della fede
L’evangelizzazione
è una azione ecclesiale assai ampia, che ingloba differenti attività
destinati a condurre l’uomo alla accettazione del messaggio evangelico e a
vivere secondo lo Spirito. L’evangelizzazione inizia con il primo annuncio
del Vangelo o predicazione missionaria per mezzo del kerigma.
L’evangelizzazione
ha come finalità l’annuncio della Buona Novella a tutta l’umanità, perché ne
viva. Questa azione ecclesiale “è una realtà ricca, complessa e
dinamica, fatta di elementi, o - se si preferisce - di momenti essenziali e
differenti tra di loro, che occorre comprendere nel loro insieme, nell'unità
di un unico movimento” (CT 18).
La catechesi,
illustrata nel Direttorio Generale per la Catechesi e conosciuta da tutti i
catecheti, non può mai essere dissociata dal fondamento unitivo pastorale e
missionario della Chiesa. Inoltre, la catechesi è uno dei momenti del
processo globale della evangelizzazione.
La catechesi è
considerata come l’educazione alla fede del soggetto, qualunque sia la sua
età (fanciullo, giovane, adulto); essa comprende l’insegnamento della
dottrina cristiana, proposto in maniera organica, sistematica e permanente
con l’obiettivo di iniziarlo alla pienezza della vita cristiana.
La catechesi “tende
al duplice obiettivo di far maturare la fede iniziale e di educare il vero
discepolo di Cristo mediante una conoscenza più approfondita e più
sistematica della persona e del messaggio del nostro signore Gesù Cristo”
(CT 19).
La catechesi si
articola in un certo numero di elementi della missione pastorale della
Chiesa che
hanno un aspetto
catechetico, preparano la catechesi o ne derivano: il primo annuncio del
vangelo al fine di suscitare la fede, l’esperienza della vita cristiana, la
celebrazione dei sacramenti, l’integrazione nella comunità ecclesiale, la
testimonianza apostolica e missionaria.
Tra la catechesi e
l’evangelizzazione non esiste né separazione, né opposizione, né
identificazione, bensì una relazione profonda di integrazione e complemento
reciproco.
La comunicazione
della fede o la trasmissione della stessa fa parte del processo globale
della evangelizzazione, senza confondersi con esso. Può essere presente in
qualunque momento di tale processo: tuttavia si distingue dalle altre
attività specifiche, come la catechesi, la liturgia, la preghiera.
La comunicazione
della fede considera differenti elementi: il comunicatori o il
trasmettitore, il destinatario, il contenuto del messaggio, i mezzi o gli
strumenti del comunicare, gli ambiti e i luoghi della comunicazione, la
finalità della stessa.
La comunicazione
della fede non avviene necessariamente in maniera sistematica e organica, ma
può – in qualunque momento del processo di evangelizzazione – far conoscere
aspetti dottrinali, invitare alla conversione, approfondire un determinato
contenuto, offrire una testimonianza di fede, invitare a prendere parte a
una celebrazione liturgica, esortare a vivere espliciti atteggiamenti
morali.
In tutto questo la
comunicazione della fede si distingue dalla evangelizzazione e dalla
catechesi.
L’annuncio del Vangelo
ha bisogno
di messaggeri degni di fede
1.
I
testimoni che annunciano la fede, sono inviati.
La lettera ai
Romani fa riferimento alla necessità del mandato perchè il messaggero possa
predicare il Vangelo: “Come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?
Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto
annunzio di bene"! (Rm 10,15).
Nessuno, infatti,
può andare per propria iniziativa o per propria spontanea decisione.
a.
Cristo è
l’Inviato del Padre
L’unico mediatore
tra Dio e gli uomini è Gesù Cristo, inviato del Padre: “Il Padre, che mi ha
mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua
voce, né avete visto il suo volto” (Gv 5,37). Dunque, abbiamo accesso al
Padre solamente attraverso il Figlio: “Chi non onora il Figlio, non onora il
Padre che lo ha mandato” (Gv 5,23).
La testimonianza di
Cristo è vera, perché comunica ciò che ha ricevuto dal Padre: “Perché io non
ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato
che cosa devo dire e annunziare”(Gv 12,49).
Si osservi che non
solo l’inviato, ma altresì i contenuti del messaggio, sono
propri di colui che invia.
b.
Gli
apostoli sono inviati dal Figlio
Allo stesso modo
in cui Cristo è inviato del Padre, Gesù Cristo invia gli apostoli: “Come il
Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20,21).
Il Signore Gesù fin
dal principio “chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne
costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc
3,13-15). Così gli Apostoli furono i germogli del nuovo Israele.
Gli apostoli di
Gesù ricevono il mandato di predicare la Buona Novella del Regno a tutto il
mondo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad
osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i
giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19-20).
c.
Carattere missionario della Chiesa
Il Concilio
Vaticano II nella Lumen Gentium parla del carattere missionario della
Chiesa: “Questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità salvifica,
la Chiesa l'ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne l'adempimento sino
all'ultimo confine della terra (cfr. At 1,8)” (LG 17). La Chiesa facendo sue
le parole dell’Apostolo “Guai a me se non predicassi” (1Cor 9,16), si
preoccupa instancabilmente di inviare evangelizzatori che perpetuino questa
formidabile opera. Spinta dallo Spirito Santo, predica il Vangelo “dispone
coloro che l'ascoltano a credere e a professare la fede, li dispone al
battesimo, li toglie dalla schiavitù dell'errore e li incorpora a Cristo per
crescere in lui mediante la carità finché sia raggiunta la pienezza” (LG
17).
La Chiesa,
obbediente al mandato di Cristo e mossa dalla carità dello Spirito Santo,
realizza la sua missione facendosi presente a tutti gli uomini e popoli “per
condurli con l'esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e
con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà ed alla pace di Cristo,
rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al
mistero di Cristo” (AG 5).
Tutti i discepoli
di Cristo hanno il dovere di propagare la fede, di difenderla e di
diffonderla, secondo la propria condizione di vita.
2.
Fedeltà
al messaggio ricevuto
Nel compito di
comunicare la fede è importante le fedeltà al messaggio ricevuto che deve
essere trasmesso intatto e vivo.
Il Papa Paolo VI
ricorda questo compito nel suggestivo e inestimabile documento Evangelii
Nuntiandi: “Questa fedeltà a un messaggio, del quale noi siamo i servitori,
e alle persone a cui noi dobbiamo trasmetterlo intatto e vivo, è l'asse
centrale dell'evangelizzazione. Essa pone tre brucianti domande, che il
Sinodo del 1974 ha avuto costantemente davanti agli occhi:
o -
Che ne è oggi di questa energia nascosta della Buona Novella, capace di
colpire profondamente la coscienza dell'uomo?
o -
Fino a quale
punto e come questa forza evangelica è in grado di trasformare veramente
l'uomo di questo secolo?
o -
Quali metodi bisogna seguire nel proclamare il Vangelo affinché la sua
potenza possa raggiungere i suoi effetti?
Questi
interrogativi esplicitano, in realtà, la domanda fondamentale che la Chiesa
si pone oggi e che si potrebbe tradurre così: dopo il Concilio e grazie al
Concilio, che è stato per essa un'ora di Dio in questo scorcio della storia,
la Chiesa si sente o no più adatta ad annunziare il Vangelo e ad inserirlo
nel cuore dell'uomo con convinzione, libertà di spirito ed efficacia"? (EN
4)
3.
Corresponsabilità nella comunicazione della fede
Comunicare la fede
non è una missione riservata ai pastori e ai catechisti della comunità
cristiana, ma è un compito/dovere di tutti i cristiani. Colui che ha
scoperto veramente la vede e ciò che essa suppone, facendo di essa il centro
della propria vita non può non condividere con altri ciò che vive come vero
tesoro. Inoltre, tutti siamo corresponsabili nella trasmissione della fede,
anche se non tutti siamo chiamati a realizzare i medesimi compiti.
Molti cristiani non
hanno coscienza di questa responsabilità e altri si sentono incapaci di
assumerla. Per questo tutti i fedeli cristiani debbono aiutarsi a prendere
coscienza di questa missione e sorreggersi vicendevolmente ad assumere la
propria responsabilità. Nessuno può sostituirsi a un altro in questo compito
tanto personale.
E’ tutta la
comunità ecclesiale che ha la responsabilità di far giungere agli uomini e
alle donne del nostro tempo il Vangelo di Gesù Cristo. Abbiamo tutti bisogno
di scoprire l’importanza dell’azione evangelizzatrice delle nostre Chiese.
E’ necessario prendere coscienza del fatto che molte delle nostre azioni
pastorali debbono situarsi in un a nuova prospettiva per rispondere
adeguatamente alle necessità del mondo contemporaneo. I membri di ogni
comunità cristiana devono contribuire a un a autentica azione missionaria
con la testimonianza della propria vita.
Come ha detto il
Papa Giovanni Paolo II: “Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di
Paolo, il quale esclamava: «Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1
Cor 9,16). Questa passione non mancherà di suscitare nella Chiesa una
nuova missionarietà, che non potrà essere demandata ad una porzione di «
specialisti », ma dovrà coinvolgere la responsabilità di tutti i membri del
Popolo di Dio. Chi ha incontrato veramente Cristo, non può tenerselo per sé,
deve annunciarlo. Occorre un nuovo slancio apostolico che sia vissuto quale
impegno quotidiano delle comunità e dei gruppi cristiani” (NM 40).
4. Lo Spirito Santo
presenza viva e operante
Le necessità
urgenti della evangelizzazione potrebbero condurre a una visione pessimista
e produrre un certo scoraggiamento circa il futuro della Chiesa. Tuttavia,
contemplando la Chiesa con gli occhi della fede, non possiamo non scoprire
la presenza viva e operante dello Spirito Santo che anima la Chiesa e la
conduce ineffabilmente fino al disegno salvifico che Dio ha previsto per
gli uomini.
L’agente principale
della evangelizzazione è lo Spirito Santo che opera aprendo i cuori degli
uomini alla parola divina e animando i cristiani al fine di far avanzare il
regno di Dio. Per questo dobbiamo credere che il futuro della Chiesa sarà
quale lo Spirito vorrà. Ed è dovere di tutti chiedere con insistenza al
medesimo Spirito e abbandonarsi con fiducia a Lui, onde permanga nei fedeli
la convinzione della natura missionaria della Chiesa e cresca sempre la
coscienza della responsabilità.
Questo sforzo deve
essere vivificato e animato dalla speranza cristiana che non delude (cf Rm
5,5) perché è fondata sulla parola di Cristo che ha promesso “Io sarò con
vuoi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) e ci ha
incoraggiati ad avere fiducia perché egli ha vinto il mondo (Gv 16,33).
5. La comunicazione
della fede ha bisogno di testimoni che la vivano e la proclamino.
San Paolo nella sua
lettera agli antichi abitanti di Roma evidenzia la necessità della
predicazione affinché il destinatario – cioè ogni uomo – possa ascoltare il
messaggio della salvezza: “Come potranno invocarlo senza aver prima creduto
in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come
potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?” (Rm 10,14). E
l’Apostolo conclude che non vi può essere accoglienza e accettazione della
fede se manca la predicazione: “La fede dipende dunque dalla predicazione e
la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10,17).
Per poter predicare
la fede è necessario averla accolta e vissuta pienamente, stare
continuamente in una attitudine di conversione interiore e mantenere un
rinnovamento costante delle comunità cristiane, dove si vive e si celebra la
fede.
Il credente,
infatti, è chiamato a manifestare le sue ragioni per credere pronto sempre a
rispondere a chiunque domandi ragione della sua speranza (cf 1 Pt 3,15). E’
un modo di annunciare la fede nel Dio di Gesù Cristo dal momento che solo in
Cristo risorto è possibile scoprire i cristiani fedeli al Dio della speranza
e comprenderemo la speranza alla quale siamo stati chiamati (cf. Ef 1,
18-20).
La fede è
proclamata in maniera spontanea e naturale senza pretese né ostentazioni,
allorquando il credente vive gioiosamente l’esperienza cristiana. Allora la
sua testimonianza personale di vita è fonte di evangelizzazione: “Così
risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere
buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16).
Quando il credente
vive radicato e impegnato nella realtà del proprio ambiente, potrà far
trasparire i valori cristiani che lo motivano attraverso le parole e gli
atteggiamenti personali e potrà suscitare interrogativi e provocare risposte
di senso in coloro con i quali si relaziona.
Comunicare la fede
oggi implica conoscere il contesto sociale in cui si vive, dove l’efficacia
materiale, il tornaconto e la soddisfazione dei propri desideri vengono -
molte volte – prima di tutto il resto. Il compito della trasmissione o
comunicazione della fede molte volte consiste nel disporre favorevolmente
gli altri ad accogliere in piena libertà il dono gratuito che Dio offre
loro.
Senza la pretesa di
essere esaustivi, alcune forme concrete potrebbero essere le seguenti:
Paolo VI, parlando
di testimonianza di vita, disse: “per la Chiesa, la testimonianza di una
vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla
deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza
limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione” (EV 41).
La comunicazione
della fede richiede presenza e vicinanza da parte del credente, condividendo
con gli altri le circostanze della vita. I cristiani, attraverso la
testimonianza della loro vita, spesso anche senza parlare, possono aiutare i
propri coetanei a porsi interrogativi sul modo di vivere e sul senso della
vita. “Una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto
forte ed efficace della Buona Novella” (EN 21).
Un modo di disporre
alla fede è quello di aiutare l’individuo a vivere la sua esistenza con
profondità, invitandolo a prendere coscienza delle grandi incognite
dell’essere umano spingendolo a porsi le essenziali domande trascendentali.
Il miglior servizio
alla trasmissione della fede è comunicare la propria esperienza personale,
come hanno fatto i discepoli di Emmaus, che raccontarono ciò che era loro
capitato lungo il cammino (cf. Lc 24,35). Paolo VI si chiedeva: “C'è forse
in fondo, una forma diversa di esporre il Vangelo, che trasmettere ad altri
la propria esperienza di fede? (EN 46). E ricordava che “l'uomo
contemporaneo ascolta più volentieri testimoni che maestri, o se ascolta i
maestri lo fa perché sono dei testimoni” (ibid. 41).
Narrare la propria
esperienza di Dio è manifestare come si vive la sua presenza nelle
differenti circostanze della vita: gioia, pene, necessità, aneliti,
speranze, senza nascondere i limiti: dubbi, incoerenze, vacillamenti….
Gli uomini e le
donne del nostro tempo, analogamente a quelli greci, che chiedevano
all’apostolo Filippo: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21), chiedono ai
credenti di oggi non solo di «parlare» di Cristo, ma in certo senso di farlo
loro «vedere»” (NM, 16). Tuttavia per aiutare un altro ad avere un incontro
personale con il Signore è necessario presentare il suo vero volto. Cristo
stesso ci assicura: Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). E’ necessario
purificaci dalle errate immagini che abbiamo di Dio e che spesso sono un
ostacolo per alcuni, anche se tutto ciò deve essere fatto evitando di essere
pietra di scandalo per i più sensibili. (cf. Mt 18,6).
Il nostro servizio
alla fede ha valore nel rispetto della libertà: la libertà degli altri e la
libertà di Dio. La nostra missione consiste nel rendere possibile l’incontro
tra due persone libere. La grazia è accolta più facilmente da chi è
accompagnato nella sua ricerca da chi si sente chiamato attraverso
mediazioni, da chi è orientato a interpretare i segni della presenza di Dio.
E’ lo stesso Dio che cerca l’uomo e ama essere incontrato e accolto
liberamente da lui. L’importante è essere ben disposti a riconoscerlo e
“aprirgli subito, appena arriva e bussa” (Lc 12,36). La fede è accettazione
libera della presenza di Dio; solo un uomo libero può accogliere la parola
di Dio che si rivela liberamente.
La fede cristiana
offre al credente una comunione di vita con il Dio della risurrezione e
della vita. La fede si converte in cammino di salvezza per il credente. Per
questo, chi desidera comunicare la fede deve presentarla come itinerario di
salvezza e presentarsi come persona che è stata salvata. La fede spera e
accetta la salvezza che viene da Dio “con la speranza di giungere alla
risurrezione dai morti” (Fil 3,11). La fede in Cristo ci fa essere – con Lui
– veri figli di Dio ed eredi delle promesse di vita e di salvezza. La fede
nel Dio di Gesù Cristo apre le porte della salvezza eterna.
Nell’incontro
dell’uomo con Dio, come in ogni relazione umana, è imprescindibile il
dialogo, sia attraverso le parole, sia attraverso i segni e i simboli. Il
dialogo che l’uomo indirizza a Dio si chiama preghiera. La preghiera può
essere di domanda, di richiesta, di esultanza, di contemplazione, di
ringraziamento, di lode. Aiutare dialogare con Dio è accompagnare nel
cammino di iniziazione nell’esperienza di Dio. Nel dialogo l’uomo ascolta
ciò che Dio gli rivela di se stesso e ciò che Dio gli dice attraverso le
persone e gli avvenimenti.
La parola di Dio
scritta, la Sacra Scrittura, contiene la Parola rivelata da Dio che illumina
la vita dell’uomo. E’ una parola che richiede lettura attenta, riflessione e
studio; essa non può essere interpretata privatamente se non dal Magistero
della Chiesa.
La fede che
riceviamo, comunichiamo e viviamo è la fede della Chiesa, trasmessa
ininterrottamente dai tempi apostolici. Questa fede la facciamo propria e
personale ognuno di noi con l’aiuto della Chiesa madre, la quale – in quanto
depositaria della stessa fede – ci assicura la sua autenticità cristiana.
Il Credo della
Chiesa è la formulazione delle verità della fede: il Dio Trino Padre, Figlio
e Spirito Santo; la Chiesa, corpo visibile di Cristo; i sacramenti e la vita
eterna. Trasmettere la fede è proporre il nucleo del messaggio cristiano, il
credo della Chiesa non come una formula, ma come un messaggio carico di
riferimenti e motivi per vivere in altro modo, a partire da una nuova
prospettiva: quella dello stesso Dio.
La società attuale
non favorisce la trasmissione della fede, bensì la ostacola. Oggi è
necessaria una attenzione personalizzata nei confronti di coloro che si
incontrano e che si dicono alla ricerca di Dio. Taluni desiderano ritrovare
una fede che hanno dimenticata o persa; altri cercano ciò non hanno mai
conosciuto. Il cristiano dalla fede adulta può accompagnare in questa
ricerca di Dio accogliendo coloro che sono senza fede o la cui fede e
debole, accompagnandoli, animandoli e favorendo una scoperta e un
superamento delle difficoltà che impediscono di accedere alla fede. Al
riguardo, sarà utile seguire la raccomandazione di san Paolo: “Accogliete
tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni” (Rm 14,1).
I Destinatari del Messaggio Evangelico
1. Differenza
di reazioni da parte di coloro che ascoltano la Buona Novella.
Il testo di San
Paolo che sta orientando la nostra riflessione ricorda che non tutti
accettano il messaggio di salvezza che si propone loro: “Ma non tutti hanno
obbedito al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra
predicazione? (Rm 10,16). Al fine di fugare ogni dubbio San Paolo si
chiede: “Non hanno forse udito?” E risponde: “Tutt'altro: per tutta la
terra è corsa la loro voce e fino ai confini del mondo le loro parole”
(Rm 10,18). La predicazione c’è stata; i messaggeri hanno portato a termine
la loro opera, tuttavia gli uditori non hanno voluto accogliere la Buona
Novella.
Tale attitudine al
rifiuto potrebbe provocare nei testimoni una certa apatia e disaffezione;
tuttavia non dovrebbe mai condurli ad abbandonare la loro vita di fede, né
la loro testimonianza evangelizzatrice.
Esistono differenti
reazioni di fronte alla predicazione della Buona Novella: taluni la
accettano, altri la respingono; alcuni iniziano il cammino della sequela di
Cristo ma poi si stancano, altri lo seguono fino alla fine dei loro giorni;
alcuni si compromettono con tutta la loro vita, altri non rischiano nulla.
Molte volte vi sono “le resistenze, spesso umanamente insuperabili, di
coloro ai quali si indirizza l'evangelizzatore” (EV 51).
Negli ultimi tempi
cresce nella nostra società il numero di coloro che non hanno ricevuto
l’annuncio del Vangelo. E’ un preciso dovere creare nelle comunità
cristiane e dare impulso a forme di accoglienza al fine di sostenere e
accompagnare nel loro itinerario di ricerca coloro che manifestano un
qualche interesse per la fede. Ovviamente il modo di procedere dovrà essere
congruo alle esigenze personali di ciascuno.
Sono, altresì,
molti i battezzati che hanno bisogno di riscoprire il Vangelo come autentica
Buona Novella per la propria vita. Essi – in realtà - credono di conoscerlo,
al contrario ne hanno un a conoscenza imprecisa e superficiale in quanto non
hanno scoperto il vero volto di Dio.
Infine sono ogni
volta di più coloro che sono in atteggiamento di ricerca dopo un trascorso
inizialmente credente e un successivo allentamento della vita cristiana.
La comunicazione
della fede può accompagnare ogni momento di questo processo personale di
adesione a Cristo. Conviene ricordare che la conversione è una dimensione
sempre presente e inclusiva dello stesso dinamismo della fede (cf. DGC
53-57).
2.
La
comunicazione della fede secondo la situazione del destinatario
L’evangelizzatore,
oltre a essere un messaggero fedele delle Buona Novella, deve tenere in
debito conto il destinatario del medesimo messaggio, perché questo possa
essere recepito con tutta chiarezza e libertà.
Esistono diverse
tipologie di destinatari, in ragione dello stato attuale della loro fede. Si
tratta ora di non credenti, ora di credenti con scarsa pratica religiosa e
di vita sacramentale e finalmente di credenti davvero impegnati.
Sono molti e
differenti i modi attraverso i quali l’essere umano può giungere a vivere la
propria relazione con Dio. Il punto di partenza non è significativo; assume
una maggior valenza il processo personale di avvicinamento al totalmente
Altro.
In un tale processo
svolge un ruolo decisivo, come testimone e trasmettitore, il cristiano che
vive con gioia la fede e, soprattutto, la comunità cristiana.
Papa Paolo VI,
trattando dei destinatari della evangelizzazione, ha insistito in primo
luogo sulla necessità di annunciare la Buona Novella ai lontani: “Rivelare
Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin
dal mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha
assunto come ricevuto dal suo Fondatore” (EN 51).
La dimensione
religiosa fa parte dell’essere umano e l’esperienza religiosa è iscritta
nella esperienza globale dell’essere umano.
Occorre, pertanto,
partire dall’esperienza umana che condividono credenti e non-credenti perché
da essa si possa giungere alla relazione con il Mistero.
Per taluni questo
Mistero sarà accolto come essere Personale: per altri no; taluni lo
considereranno come Assoluto, altri come relativo. Per i cristiani Dio è
l’Essere Personale e Assoluto che si è rivelato in Gesù Cristo.
Partendo dagli
interrogativi più profondi dell’uomo e dalle domande di senso, si può
aiutare l’essere umano a situarsi in relazione con Dio. Il Concilio Vaticano
II ha detto al riguardo: “diventano sempre più numerosi quelli che si
pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali:
cos'è l'uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che
continuano a sussistere malgrado ogni progresso? Cosa valgono quelle
conquiste pagate a così caro prezzo? Che apporta l'uomo alla società, e cosa
può attendersi da essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?” (GS 10).
La risposta della
Chiesa a queste domande è: ” Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre
all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua
altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante
il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore
e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (ibid).
Il desiderio di felicità e la necessità che la vita abbia un senso orientano
il nostro spirito nella direzione aperta al mistero di Dio.
La comunicazione
della esperienza della fede ai non-credenti può avvenire personalmente o
com’unitariamente, tenendo tuttavia in debito conto che la forza della
testimonianza della fede ho si radica nella forza della testimonianza
stessa, ma nella forza di Dio.
La testimonianza
individuale ha la sua funzione insostituibile in relazione alla altre
persone, tuttavia il soggetto proprio della testimonianza pubblica della
fede è la comunità cristiana (cf. At 2,42) che professa la fede in Cristo
come suo unico Signore, prega costantemente, celebra l’Eucaristia, predica
il Vangelo, orienta i deboli, assiste coloro che hanno bisogno. Una tale
comunità è una vera provocazione per i non-credenti e offre una
testimonianza affascinante che attrae i lontani. Ovviamente non vi saranno
sempre risultati positivi, in quanto gli atti umani sono suscettibili di
essere interpretati in molti modi e i segni esteriori delle comunità
cristiane possono – talvolta – apparire ambigui alla vista di coloro che li
osservano. Lo stesso Gesù, la cui vita e il cui comportamento furono una
chiara manifestazione dell’amore di Dio, fu spesso frainteso e non accolto
da parte di coloro che lo conobbero personalmente.
Occorre accettare
che il cammino di fede sia un vero processo molto complesso, nel quale
entrano fattori spirituali - come la grazia – e fattori umani che
determinano la conversione, l’accettazione e/o il rifiuto.
Qualsiasi
situazione umana, ordinaria e comune, può essere motivo di irrobustimento
della fede o di debilitazione della stessa, a seconda dell’atteggiamento
del credente. Quando la fede è debole è necessario è necessario che sia
sostenuta dalla testimonianza dei credenti dalla fede più salda e matura.
San Paolo invita con queste parole a sostenere i deboli: “Noi che siamo i
forti abbiamo il dovere di sopportare l'infermità dei deboli, senza
compiacere noi stessi” (Rm 15,1). Questo delicato processo richiede una
attenzione molto personalizzata. Un attento sguardo pastorale può scoprire
certe situazioni o momenti speciali della vita che possono favorire la
ricerca di Dio; l’attesa e la nascita di un figlio, la perdita di un
familiare, una situazione speciale della vita familiare o lavorativa… Queste
medesime situazioni possono propiziare un allontanamento da Dio qualora
l’interessato non sappia integrare la propria esperienza con la vita di
fede.
In tali situazioni
conviene esser vicini a queste persone per incoraggiarle a realizzare una
adeguata lettura credente dei fatti che stanno vivendo. Le si possono
aiutare a vivere l’esperienza religiosa e la presenza del mistero di Dio in
questi momenti.
Alcuni battezzati
conservano certe forme di vita che non sono coerenti con la fede cristiana
(ingiustizie sociali, divorzio, convivenze, offese nei confronti della
vita…) e difendono – a volte – idee che n on sono in sintonia con le verità
della fede rivelata (superstizioni, reincarnazione, negazione della vita
eterna). Questi atteggiamenti rendono difficile e complicato un vero
incontro con Dio, perché accecano gli occhi e offuscano la sensibilità
religiosa. Occorre mantenere una disponibilità e una apertura al
trascendente. Come ricordano le Beatitudini i puri di cuore vedranno Dio
(cf. Mt 5,8). Occorre avere il coraggio di rompere con la mentalità di
peccato che rende schiavo l’uomo e gli impedisce di salire fino alle vette.
Al fine di vivere la fede con frutto, bisogna abbandonare le forme di vita
che sono incoerenti con la fede. Permanere in atteggiamenti di fede debole e
incoerente, può avere compensazioni umane e soddisfazioni passeggere,
tuttavia rende impossibile la salvezza radicale dell’uomo. Un grande
servizio sarà quello di aiutare questi fedeli a vivere con maggior
radicalità e impegno la vita di fede.
Altro campo di
azione, dove il cristiano adulto è chiamato a collaborare, aiutando gli
altri cristiani a crescere nella fede, è quello della pietà popolare; questa
è una espressione molto ricca della esperienza religiosa che necessita di
purificazione.
L’insieme delle
manifestazioni religiose della pietà popolare (processioni, novene, visite
ai santuari, l’appartenenza a confraternite…) servono per coltivare la
religiosità; tuttavia non sempre sono espressione genuina di fede cristiana.
Taluni ritengono di manifestare la loro fede attraverso questi atti della
pietà popolare, mentre non celebrano in maniera abituale i sacramenti della
fede, specialmente l’Eucaristia, centro e apice di tutta la vita cristiana
(LG 11). Queste manifestazioni di fede debbono essere accolte, valorizzate e
purificate mediante un buon discernimento e una programmazione pastorale
adeguata. Alcune persone, la cui vita di fede si è indebolita, possono
trovare una occasione di far rinverdire la propria fede mediante
l’assistenza ai malati nel corso di un pellegrinaggio o altre simili
situazioni pastorali. Realizzando questo provvido servizio possono
riscoprire il volto del Signore Gesù che ha detto: “ogni volta che avete
fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete
fatto a me” (Mt 25,40).
E’ probabile che
tali persone non si sentano in con dizione di impegnarsi con servizi
esplicitamente evangelizzatori o liturgici, tuttavia accettano di onorare
certi sevizi di aiuto disinteressato a persone che ne hanno bisogno.
Occorrerà sostenerle perché scoprano il senso ultimo delle loro azioni
caritative, che nascono dall’amore verso Dio.
Il credente vive la fede come dono e come impegno.
Questa esperienza di fede può essere coltivata e accresciuta “finché
arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio,
allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità
di Cristo” (Ef 4,13),.secondo
l’affermazione di Paolo.
La fede implica un processo di
crescita per essere la risposta dell’uomo a Dio che si rivela e si rapporta
a lui, offrendo al tempo stesso una luce soprannaturale all’uomo che cerca
il senso ultimo della sua vita.
La fede è una grazia. Quando Pietro
confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù dichiara che
quella rivelazione «né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il
Padre mio che sta nei cieli » (Mt 16,17). La fede è un
dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa (cf. CCC 153).
Tuttavia la fede è anche un atto
umano in cui l’intelligenza e la volontà si sottomettono a Dio (cf. CCC
154), nel pieno rispetto della libertà: “Perché la risposta di fede sia
umana, « è elemento fondamentale [...] che gli uomini devono volontariamente
rispondere a Dio credendo; che perciò nessuno può essere costretto ad
abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti l'atto di fede è
volontario per sua stessa natura” (CCC 160). In questo processo personale,
libero e volontario, il credente può essere aiutato da altri credenti a
maturare nella fede.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica
ispirato alla grande tradizione dei Catechismi articola l’educazione alla
fede introno a 4 pilastri: la fede creduta (il simbolo apostolico), la fede
celebrata (i sacramenti), la fede vissuta (i comandamenti), la fede pregata
(il Padre Nostro e la preghiera).
Ogni cristiano può comunicare la
fede, cioè, aiutare altri cristiani a crescere e maturare nella fede in
ognuno di questi quattro pilastri: spiegando l’oggetto della fede,
celebrando le azioni liturgiche e aiutando a celebrare il mistero cristiano,
illuminando i figli di Dio nelle loro attitudini e opere, pregando e
insegnando a pregare. Le possibilità, in ognuno di questi settori, sono
innumerevoli.
Affermando che ogni cristiano può
comunicare la fede si intende dire espressamente che in qualsiasi momento
del processo personale di maturazione della fede, qualsiasi cristiano può
essere d’aiuto a un altro con la sua parola e la testimonianza della vita.
Nel processo dell’approfondimento
della fede la figura della Vergine Maria è centrale, dal momento che è la
migliore che ha creduto, che ha celebrato, che ha vissuto, che ha pregato il
Mistero di Dio. Maria che “avanzò nella peregrinazione della fede” (LG 58)
aprendosi in pienezza crescente al Mistero del suo Figlio, è guida e
modello per la maturazione della nostra fede.
Fenomeni che incidono
nella comunicazione della fede
Ogni uomo vive in una determinata
cultura e ogni persona è segnata dalla cultura che respira attraverso la
propria famiglia e i gruppi umani con i quali entra in contatto. E’
necessario, pertanto, possedere una visione reale dei fenomeni che incidono
sulla comunicazione della fede e delle nuove sfide pastorali. Occorre,
infatti, tener conto non solo della realtà ecclesiale attuale, ma altresì
della situazione della società nella quale viviamo.
Il secolarismo: la morte di Dio
Anche se viviamo in un con testo
culturale modellato e ispirato in gran parte dai principi e dai valori
cristiani, ciò che salta all'occhio è, anzitutto, la grave frattura,
creatasi da qualche decennio, tra la Chiesa e la società. Si tratta di una
divisione tra la proposta della fede e lo stile della vita, che è divenuta
costume, fatto politico e culturale. Una tale divergenza la possiamo
chiamare “secolarismo immanentista”, che, connessa con molteplici fattori di
diversa indole, ha come generato un nuovo volto della società moderna,
segnato soprattutto da disinteresse e disattenzione verso il messaggio
cristiano. La società secolarizzata, accanto ad altre connotazioni, ha
quella di esaltare le realtà terrene fino ad affermare la assoluta autonomia
rispetto ai valori religiosi ed alle istanze della trascendenza. Il
secolarismo riduce qualsiasi programma comunitario o personale a prospettive
di benessere terreno e sviluppa la suggestione di una libertà disimpegnata
da norme etiche. Nascono così modelli di vita, che escludono ogni attenzione
alla proposta di fede. Emerge a volte persino una sorta di censura,
manifestata con pressioni di diversa natura che vieta di considerare
importante per la vita la dimensione religiosa.
La società secolarizzata sta oggi
tentando un sistematico impoverimento dei valori spirituali che induce ad
abbandonare le pratiche della fede o a dare ad essa scarso rilievo, per
privilegiare ogni scelta consumistica. In questo contesto si registra con
amarezza l'avanzare di un nuovo paganesimo, che s'afferma con la progressiva
emarginazione della presenza cristiana.
In realtà, dall'abbandono dei valori
della trascendenza scaturisce anche un vistoso impoverimento dei valori
umani. Fuggendo dalla fede, l'uomo ancora una volta si dimostra incapace di
provvedere a se stesso anche negli interessi terreni. Si nota, così, una
sorta di amaro disprezzo per la vita, nel contesto di un preoccupante
scadimento dei valori della vita sia familiare che sociale. Le statistiche
parlano del progressivo espandersi delle piaghe dell'interruzione della vita
umana nel suo sorgere o nel suo volgere al tramonto, delle
tossicodi-pendenze, dell'emarginazione degli anziani.
Al secolarismo e al relativismo
vanno ricondotti i molteplici fenomeni di disgregazione e di malessere
sociale, l'appiattimento della persona e dei modelli sociali su forme di
vita puramente consumistiche, i diversi attentati alla vita umana e alla
legalità, il concreto disprezzo del valore incomparabile della persona e
della doverosa ricerca della giustizia e della solidarietà.
Nella cultura contemporanea parrebbe
prevalere il convincimento che la condizione dell'adulto si identifichi
con quella di una totale autonomia. Adulto, per molti uomini e donne del
nostro tempo, è colui che è autonomo dagli altri, che non soggiace a nessuno
e che di nessuno necessita nel suo fare e produrre. Adulta sarebbe la
ragione che si è svincolata da ogni legame di tradizione e di rivelazione.
Adulta sarebbe la volontà di chi prescinde da ogni norma e si determina
secondo un arbitrio che non ha riferimenti se non in se stessi.
A queste povertà del mondo
secolarizzato occorre reagire. La comunicazione della fede è una missione di
salvezza verso ogni uomo e verso tutto l'uomo, a cui occorre far conoscere
Cristo e nel Cristo il vero volto di Dio.
La situazione nella quale vive
l'uomo contemporaneo, è caratterizzata da una vasta e complessa situazione
di schiavitù in campo morale. Mutamenti in atto incidono negativamente sullo
stile di vita dei singoli e delle famiglie, mentre l'etica del benessere e
del consumo propone modelli di comportamento ben poco consoni col senso
cristiano dell'esistenza. Una secolarizzazione insidiosa è all'origine di
modifiche vistose nella pratica religiosa, e anche l'unità ecclesiale sembra
talvolta compromessa dal cedimento a proposte e sperimentazioni non
opportune.
La forza contagiosa delle proposte e
degli esempi cattivi può avvalersi dei canali di persuasione offerti dalla
multiforme gamma dei mezzi di comunicazione di massa. Avviene così che
modelli di comportamento aberranti vengano progressivamente imposti alla
pubblica opinione non solo come legittimi, ma anche come indicativi di una
coscienza aperta e matura. Si instaura così una rete sottile di
condizionamenti psicologici, che ben possono assimilarsi a vincoli inibitori
di una vera libertà di scelta. Il Vangelo di Cristo deve essere oggi
annunciato dalla Chiesa come fonte di liberazione e di salvezza anche nei
confronti di queste moderne catene che inceppano la nativa libertà
dell'uomo.
Il materialismo
Tra i grandi mali dell’epoca
contemporanea prende forma una diffusa indifferenza verso le cose di Dio: il
materialismo che mette l'"avere" sopra l'"essere" e una tendenza a
disgregare la vita umana o a manipolarla senza fare riferimento alla dignità
inviolabile e ai diritti di ogni persona umana dal concepimento, fino alla
morte naturale.
In una società altamente sviluppata
come la nostra, dove ognuno ha abbastanza da mangiare, dove l'istruzione e
l'assistenza sanitaria sono a disposizione di tutti, dove è stato raggiunto
un livello elevato di giustizia sociale, è facile perdere di vista il
Creatore, dalle cui mani amorose viene ogni cosa. È facile vivere come se
Dio non esistesse. Infatti un tale atteggiamento presenta una potente
attrattiva, perché potrebbe sembrare che il riconoscere Dio come origine e
fine di ogni cosa possa ridurre l'indipendenza dell'uomo e imporre limiti
inaccettabili all'azione dell'uomo. Ma quando ci dimentichiamo di Dio
perdiamo presto di vista il significato più profondo della nostra esistenza,
non sappiamo più chi siamo (cf. GS 36). Non è forse questo un elemento
importante dell'insoddisfazione così comune nelle società altamente
sviluppate?
Non è forse d'importanza
fondamentale per il nostro benessere psicologico e sociale udire la voce di
Dio nella meravigliosa armonia dell'universo? Non è forse liberante
riconoscere che la stabilità, la verità, la bontà e l'ordine che la mente
umana non finisce di scoprire nel cosmo sono un riflesso dell'unità, della
verità, della bontà e della bellezza del Creatore stesso?
Una sfida radicale che si pone alla
famiglia umana è l'uso saggio e responsabile delle risorse della terra, il
che significa rispetto per i limiti ai quali queste risorse sono
necessariamente soggette. Fare questo significa rispettare la volontà del
Creatore. E nelle cose umane, la sfida è la costruzione di un mondo di
giustizia, di pace e d'amore, nel quale siano difese e appoggiate la vita e
la pari dignità di ogni uomo, senza discriminazioni. Agire in questo modo
significa riconoscere il volto di Dio in ogni volto umano, specialmente
nelle lacrime e sofferenze di coloro che anelano ad essere amati o trattati
con giustizia. Nessuna persona può risolvere da sola tutti i problemi del
mondo. Ma ogni atto di bontà è un importante contributo ai cambiamenti che
tutti auspichiamo.
Il senso di una verità trascendente
e di una vita divina si è molto affievolito o è quasi scomparso in molti
uomini. In un mondo secolarizzato, che basta a se stesso e che si impegna
solo per se stesso, la religione e la Chiesa sembrano non avere più alcuna
utilità. E anche tra i cristiani la fede, nella vita concreta di tutti i
giorni, ha perso la sua forza. Questo fatto non è estraneo alla diminuzione
della frequentazione delle chiese e della preghiera nella vita dei singoli e
delle famiglie. L'allontanamento di molti battezzati dalla vita
comunitaria della Chiesa continua a crescere. Si diffonde un relativismo a
tutti i livelli che nega e mette in pericolo la verità assoluta del
cristianesimo mettendo sullo stesso piano, senza differenze, le diverse
visioni del mondo.
Fenomeni di secolarismo nella Chiesa
La mentalità secolarista,
relativista e materialista ha penetrato anche alcuni ambiti della Chiesa e
si è manifestata e si manifesta in una serie di fenomeni.
La famiglia è stata considerata,
tradizionalmente, come il luogo primordiale in cui si annuncia e si comunica
la fede. Il secolarismo cerca di penetrare nell’ambiente familiare fino a
creare una cultura che rende praticamente impossibile lo sviluppo dela
dimensione religiosa dell’uomo e promuove costantemente elementi che
distorcono e distruggono il sacramento del matrimonio e la comunione
familiare.
La destrutturazione della famiglia
cristiana nella sua identità e vocazione ecclesiale costituisce un fattore
di crisi di primaria grandezza nella Chiesa giacché “la
catechesi familiare, pertanto, precede, accompagna ed arricchisce ogni altra
forma di catechesi. Inoltre, laddove una legislazione antireligiosa pretende
persino di impedire l'educazione alla fede, laddove una diffusa miscredenza
o un invadente secolarismo rendono praticamente impossibile una vera
crescita religiosa, «questa che si potrebbe chiamare chiesa domestica» resta
l'unico ambiente, in cui fanciulli e giovani possono ricevere un'autentica
catechesi” (CT 68).
Molti genitori cristiani introducono
i figli nella vita di fede, non rivelano loro Gesù Cristo come “la Via, la
Verità e la Vita” (Gv 14,6), non insegnano a pregare Dio. Si riscontra con
sempre maggior frequenza il fatto che fanciulli battezzati da piccoli,
giungono alla prima catechesi parrocchiale senza aver ricevuto alcuna
iniziazione alla fede e senza aver formulato una benché minima adesione
personale a Gesù Cristo. Inoltre i genitori iscrivono i propri figli alla
catechesi parrocchiale senza una vera motivazione religiosa.
E’ sempre più facile incontrare un
numero crescente di battezzati non evangelizzati o solo evangelizzarti assai
superficialmente, che di fatto non hanno conosciuto il messaggio di Gesù
Cristo nella sua integrità e verità e, pertanto, non l’hanno potuto
assumere personalmente ed esplicitamente. Si constata, inoltre, un
incremento numerico di battezzati che non corrisponde a un a crescita
interiore della Chiesa, in quanto in un grande numero di cristiani la grazia
e la fede battesimale non si manifesta un una sequela personale di Cristo
fino alla santità.
Vi sono poi taluni cristiani che
sono stati battezzati ed evangelizzati, hanno accettato e hanno vissuto il
Vangelo in un periodo della propria vita e successivamente, per circostanza
e motivazioni differenti, lo hanno abbandonato. “Interi gruppi di battezzati
hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono più
come membri della Chiesa, conducendo un'esistenza lontana da Cristo e dal
suo vangelo” (RM 33).
In un numero crescente di cristiani
si presta “una minore sensibilità all'insieme globale ed oggettivo della
dottrina della fede, per un'adesione soggettiva a ciò che piace, che
corrisponde alla propria esperienza, che non scomoda le proprie abitudini” (PdV
7). Da questo fenomeno relativo alla concezione soggettiva della fede
“deriva anche il fenomeno delle appartenenze alla Chiesa sempre più
parziali e condizionate” (ibid.).
A partire da una concezione
soggettiva della fede cristiana e da una appartenenza parziale o
condizionata alla Chiesa, taluni cristiani secolarizzati cercano di
costruire una cristianesimo e una Chiesa a proprio piacimento. Per questo
esigono costantemente dalla Chiesa/istituzione che il contenuto della
propria “apostasia” sia riconosciuto e accettato come realmente cristiano.
A un “cristianesimo alla carta”
corrisponde sempre la pretesa di un a”chiesa propria”, organizzata e
strutturata secondo le necessità della rispettiva concezione religiosa. Per
questo si diffonde progressivamente nel mondo cristiano secolarizzato l’idea
di una Chiesa che non ha relazione diretta e vitale con Cristo.
Questi cristiani che nella loro
conversione al nichilismo e al secolarismo affermano e promuovono
deformazioni della verità cristiana e della Chiesa, hanno perduto la
obiettività e freschezza della fede. Una fede così intesa non è capace di
sostenere la vita!
Conclusione
Sul filo del testo della Lettera di
Paolo ai Romani (10, 9-18) ho cercato di descrivere la comunicazione della
fede come parte integrante del processo globale della evangelizzazione,
benché senza confonderla con esso e distinguendola da altre attività
specifiche, come la catechesi, la liturgia, la preghiera.
La comunicazione della fede può
essere offerta in qualsiasi momento del processo evangelizzatore, senza
pretesa di essere sistematica, né organica, come – invece – lo è la
catechesi.
Suo compito è quello di aiutare ad
approfondire la fede; far conoscer aspetti dottrinali, orientare alla
conversione, approfondire un contenuto determinato, facilitare una miglior
celebrazione liturgica, esortare a vivere atteggiamenti morali.
La comunicazione della fede, al
fine di raggiungere un felice risultato, deve tener conto del destinatario,
del contenuto del messaggio, dei modi e dei mezzi della comunicazione
stessa, degli ambiti o luoghi della comunicazione.
Tutti i cristiani, nel proprio
ambiente in cui sono chiamati a vivere, sono interpellati a comunicare la
fede a tutti: credenti e non-credenti. Non è facile trasmettere la fede a
chi non vuole “vedere”, o a chi non è disposto a uscire dai propri
presupposti che non gli consentono una apertura al Trascendente. Tuttavia la
testimonianza personale e
comunitaria può costituire un’occasione di grazia per aprire gli occhi alla
fede, o per crescere e maturare in essa.
L’esortazione apostolica
post-sinodale Ecclesia in Europa del Papa Giovanni Paolo II offre una
serie di considerazioni in merito al compito della evangelizzazione e della
catechesi che può essere applicata alla comunicazione della fede. Essa deve
essere cristocentrica, trinitaria, vincolata alla liturgia, alla
celebrazione dei sacramenti, fondata nella parola di Dio e nell’insegnamento
dei Padri della Chiesa e della Tradizione; che tenga conto della pietà
popolare e favorisca il senso del mistero; che recuperi il senso profondo
della domenica, giorno del Signore, signore dei giorni, pasqua settimanale;
che inviti alla preghiera.
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