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Evangelizzazione
e
comunicazione della fede
Che cosa comunicare oggi?
Nuclei essenziali della trasmissione della fede
Tommaso Stenico
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Il
contesto culturale nel quale oggi bisogna situare la comunicazione della
fede è quello della crisi ontologica e antropologica, quello del confronto
tra la fede e la cultura, tra il mondo della ragione e quello della fede
cristiana. In molti ambiti culturali della nostra società la fede non ha
rilevanza e con frequenza estromessa dal pensiero umano e considerata come
insignificante. Spesso si afferma: la fede non conta realmente per la vita
dell’uomo.
A fronte di tale
contesto sembra urgente proporre all’uomo contemporaneo i nuclei essenziali
della fede cristiana con lo stesso entusiasmo dei primi discepoli del
Signore, i quali quando conobbero Gesù esclamarono: “noi non possiamo tacere
quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20).
Il senso della vita
La questione legata
al senso della vita presenta oggi una grande sfida e a volte una non minore
difficoltà per l’uomo. L’universo culturale nel quale tutti noi siamo
immersi costituisce in sé l’ambito concreto della relazione di ogni persona,
del suo essere e della sua vita, della sua dignità personale e dello
sviluppo dei suoi diritti.
Tuttavia questo
universo culturale è oggi una realtà complessa e frammentata, costituita da
molteplici convinzioni, certezze, valori e progetti, generalmente differenti
e contrapposti. Un a società dove gli sforzi individuali e collettivi non
sempre incontrano senso, dove sussistono proposte differenti di vita di
difficile integrazione fra esse.
Tali differenti
modi di vedere e interpretare la vita richiedono all’uomo e al mondo la
necessità di potenziare la ricerca di un senso che identifichi o ordini tali
differenze, che offra un progetto unitario capace di sostenere e porre le
basi del vivere umano.
Si sa che l’essere
umano per il suo equilibrio e la crescita personale necessita un piano
articolato e integrato di tutto, una verità essenziale e basilare che sia
punto di identificazione e di riferimento. Per questo, cosciente o no,
l’uomo ha un a domanda orientata alla acquisizione di questa base sulla
quale edificare la propria identità e il conseguente sviluppo personale.
Anche il processo
della comunicazione e educazione della fede deve dare risposta a questa
esigenza. In concreto le linee principali che la comunicazione della fede ha
da proporre al riguardo sono le seguenti:
- Presentare
il senso della vita, la ragione dell’esistenza come un assunto basilare;
come forza configurante l’essere umano, la sua identità e le sue azioni.
Non è possibile dare consistenza all’uomo nel suo pensare e nel suo
agire senza dotarlo di un orientamento essenziale dell’esistenza. Questo
principio – che per noi è tanto evidente – incontrerà nell’uomo di oggi,
specialmente nei giovani e nei fanciulli, non poche resistenze in
ragione delle difficoltà che essi hanno di assumere il significato di
questa domanda. Per questa ragione, l’invito frequente a prendere
coscienza di questa necessità vitale e la forza di una proposta lucida
su questo problema sarà, da parte del comunicatore della fede, prova di
attenzione alla dignità dell’uomo, di aiuto e di accoglienza verso ogni
persona concreta.
- Nell’esercizio
della proposta di fede cristiana si dovrà aiutare a prendere coscienza
del fatto che, nel momento in cui si smarrisce o addirittura si nega il
senso di Dio, “si
tende a smarrire anche il senso dell'uomo, della sua dignità e
della sua vita” (EV 21).
L’uomo non può trovare in se stesso un a riposta piena alla ricerca del
senso della sua vita. Di più: in ogni essere umano vi è un desiderio e
una tendenza originaria all’assoluto che solo Dio può colmare. Per
questo è necessario e coerente porre a disposizione di tutti il senso
della vita che nasce dalla verità della fede cristiana; e farlo con
tutta la precisione e la chiarezza possibile, offrendo in tal modo un
valido servizio per il giusto esercizio della libertà e del
discernimento responsabile, che ogni essere umano si vedrà obbligato a
esercitare con forza. In concreto, si tratta di incorporare la fede
cristiana, nella sua totalità e nella sua verità, al problema del senso
e presentarla come realtà che conduce l’uomo a scoprire la grandezza e
la consistenza del suo stesso essere uomo, la sua dignità personale.
- Come
sintesi e riassunto del progetto cristiano e del senso cristiano della
vita, nell’esercizio della comunicazione della fede, si avrà premura di
aiutare ogni persona a scoprire e riconoscere Gesù Cristo, il quale
nella sua umanità concreta si lega alla storia degli uomini e si dona
quale fonte di verità, di vita e di speranza. In definitiva a scoprire
Cristo come fonte di senso.
-
In
effetti è Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, che apre all’uomo
l’orizzonte del senso vero e definitivo. “Il mistero dell'Incarnazione
resterà sempre il centro a cui riferirsi per poter comprendere l'enigma
dell'esistenza umana, del mondo creato e di Dio stesso” (VS 80). La vita
umana e il mondo hanno un senso profondo e sono orientati fino al loro
compimento , il quale si realizza in Gesù Cristo.
Riassumendo, si
tratta di condurre l’uomo a comprendere il vincolo che esiste tra la persona
di Cristo e il senso dell’umana esistenza; di invitare tutti a riconoscere
Cristo come il redentore dell’uomo, come ragione ultima della vita, e - per
questo – percorrere con Lui il cammino della esistenza (cf RH 13).
una Antropologia fedele
alla Realtà costitutiva dell’Uomo
Il discorso
della modernità sull’uomo è, in generale, teso a strappare l’uomo dalle
radici della sua verità e identità propria, di svilire l’esigenza essenziale
della retta ragione, teso nel limitarlo nel suo essere come soggetto, come
persona, riducendolo alla sfera della soggettività e delle circostanze
sociali; un uomo indipendente da Dio, alieno da Dio. Tuttavia, slegato da
Dio l’uomo finirà con il disconoscere se stesso, poiché “ senza il Creatore,
la creatura svanisce” (GS 36). Senza Dio l’uomo è ….. (vaciado) da se
stesso, quasi come senza base e senza orizzonte di vita. Senza Dio l’uomo
inizia a disumanizzarsi. “In verità, senza Dio non c’è l’uomo – dirà H. De
Lubac - poiché non c’è nulla che trascenda l’uomo. In questo stesso senso
sono chiarificatrici le parole di Ecclesia in Europa sulla realtà
antropologica della nostra epoca: “il
tentativo di far prevalere un'antropologia senza Dio e senza Cristo.. ha
portato a considerare l'uomo come il centro assoluto della realtà,
facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che
non è l'uomo che fa Dio ma Dio che fa l'uomo. L'aver dimenticato Dio ha
portato ad abbandonare l'uomo” (9).
L’attuale panorama
antropologico, nel suo tentativo di enfatizzare l’autonomia dell’essere
umano, sradica l’uomo dalla verità di se stesso ed esclude Dio dal suo
orizzonte, precisamente perché l’uomo senza Creatore finisce per perdersi e
dissolversi.
Sta qui la ragione
per la quale ogni credente sa di essere chiamato e sospinto dallo Spirito
Santo a portare la luce di Dio a coloro che non lo conoscono e lo reclamano.
E i primo luogo è chiamato ad aiutare i suoi fratelli a scoprire la verità
costitutiva della propria identità.
1.
Necessità di una chiarificazione sostanziale sull’uomo
A fronte di questa
situazione occorre stabilire una prima chiave e criterio di articolazione
del contenuto della fede cristiana. Oggi è necessario che la comunicazione
della fede, lungi dal restare indifferente di fronte al progetto
antropologico dell’attuale cultura, assuma con decisione la difesa
dell’uomo. In quale modo? Esponendo con rigore questa situazione culturale e
offrendo esplicitamente una chiarificazione sostanziale circa la visone e la
concezione cristiana dell’uomo.
Queste, per grandi
linee e in estrema sintesi, il contenuto dell’antropologia cristiana.
- L’uomo
si definisce come un essere radicato nella creazione, creato a immagine
e somiglianza di Dio. Come creatura di Dio, l’uomo occupa un posto unico
nella creazione: solo lui è capace di conoscere e di amare il suo
Creatore; lui è l’unica creatura che Dio ha amato per se stesso e che
porta, iscritto nel suo cuore, il desiderio di Dio. Dalla sua nascita
l’uomo è invitato al dialogo con Dio. Questa relazione costitutiva con
il Creatore segna l’origine, l’identità e la metà dell’uomo, di modo che
se questa relazione non si attua, l’uomo non riuscirà a sapere realmente
chi è, quale è l’origine e i senso; “l'oblio
di Dio rende opaca la creatura stessa” (GS 36). Di fronte a questa
affermazione, la razionalità che emerge dalla modernità razionalista è
impegnata a ridurre Dio a solo
contenuto della coscienza umana, negando in tal modo la stessa realtà di
Dio come creatore e redentore dell’uomo, come ragione ultima dell’essere
umano.
Anche le
differenti religioni parlano di questa ricerca umana di senso, de
verità, di assoluto, di Dio. L’uomo, infatti, è capace di Dio, capace di
conoscerlo attraverso la ragione. Il Concilio Vaticano I, Dei Filius
(c.2) - ripreso popi da Dei Verbum (6) e Gaudium et spes
(12) – ricorda che “la Chiesa nostra madre, insegna che Dio può essere
conosciuto con certezza mediante la luce naturale della ragione umana a
partire dalle cose create”. Questa capacità si manifesta nel desiderio
di Dio iscritto nel cuore dell’uomo ed è il segnale della sua vocazione
alla comunione con Dio.
- L’uomo
è fatto per Dio, è chiamato a partecipare, attraverso la conoscenza e
l’amore, alla vita di Dio, poiché il fine ultimo dell’uomo e la sua vera
realizzazione è Dio. Per questo fine è stato creato e questa è la
ragione fondamentale della sia dignità (CCC 356).
-
L’uomo
è chiamato a riprodurre l’immagine del Figlio di Dio fatto uomo: Gesù
Cristo. In Cristo l’uomo raggiungerà la sua pienezza, poiché
“solamente nel
mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo” (GS
22). E’ questo il progetto e il destino di ogni uomo: l’identificazione
con Cristo “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), primogenito della
creazione (cf. Ef 1,3-6).
-
L’uomo
è un essere unico e irrepetibile. Per essere stato creato a immagine di
Dio, l’essere umano ha una dignità di persona, costituisce una realtà
originale, dotata di unità che la distingue da ogni altro essere creato.
“Non
è
soltanto
qualche cosa, ma qualcuno. È
capace
di conoscersi, di possedersi, di
liberamente
donarsi
e di
entrare
in
comunione
con altre
persone;
è
chiamato,
per
grazia,
ad una
alleanza
con il suo
Creatore,
a
dargli
una
risposta
di
fede
e di
amore
che nessun altro può
dare
in sua
sostituzione”
(CCC 357). Ogni persona, a qualunque razza appartenga , qualunque sia la
sua religione o cultura è un soggetto di piena dignità, in quanto Dio
l’ha amato per se stesso e ha posto il suo fini nello stesso Dio.
-
L’uomo
è una unità di corpo e anima (GS 14); è un essere unitario e complesso;
cioè nella usa propria natura unisce il mondo spirituale e il mondo
materiale. Il corpo dell’uomo partecipa della dignità della immagine di
Dio; l’anima significa il principio spirituale dell’uomo, quello in
ragione del quale è particolarmente immagine di Dio. E’ tutta la persona
umana che è destinata a essere nell’intima unità del suo essere persona.
-
L’essere umano è creato uomo e donna. Questa unione costituisce la prima
forma di comunione di persone (cf. GS 12). Creati l’uno per l’altra
realizzano il progetto iscritto nel loro essere, riconoscendosi nella
loro uguale dignità, nella complementarietà dello scambievole aiuto, nel
dono totale del loro amore che è all’origine della vita. L’uomo e la
donna nella loro relazione mostrano in modo vero anche se parziale,
l’immagine di Dio amore che sempre li trascende.
-
Dio ha
costituito l’uomo nell’amicizia con Lui, in stato di santità e di
giustizia originale. L’uomo
tuttavia “fin
dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio e
bramando di conseguire il suo fine al di fuori di lui” (GS 13). Come
conseguenza del peccato originale, la natura umana rimase ferita e
debilitata nella sue forze, sottomessa alla sofferenza e al dominio
della morte, nonché inclinata al male e al peccato (cf CCC 418).
-
La
vittoria sul peccato, ottenuta da Cristo, ci ha dato beni maggiori di
quelli di cui ci ha privati il peccato: “dove abbondò il peccato,
sovrabbondò la grazia”(Rm 5,20). L’uomo ha bisogno dell’aiuto della
grazia per crescere nella verità, evitare il peccato e corrispondere
alla misericordia di Dio.
-
L’uomo,
unica creatura che Dio ha amato per se stesso, non può vivere né
esplicare le sue doti senza relazionarsi con altri (cf GS12); l'uomo,
“il
quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso,
non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”
(GS 24).
-
La
vocazione dell’uomo si realizza nella beatitudine divina. L’uomo è
chiamato e orientato a Dio. Solo in Lui raggiungerà la sua pienezza e la
realizzazione delle sue aspirazioni più profonde.
2.
La dignità dell’uomo
Afferma il Concilio Vaticano II: “L'aspetto più sublime della dignità
dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo
nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio.
Se
l'uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore,
non cessa di dargli l'esistenza; e l'uomo non vive pienamente secondo verità
se non riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo
Creatore. Molti nostri contemporanei, tuttavia, non percepiscono affatto o
esplicitamente rigettano questo intimo e vitale legame con Dio: a tal punto
che l'ateismo va annoverato fra le realtà più gravi del nostro tempo e va
esaminato con diligenza ancor maggiore” (GS 19).
La
dottrina cristiana, infatti, afferma che la dignità dell’essere umano radica
in questi convincimenti:
-
L’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio
-
Per
amore Dio lo conserva nella sua esistenza
-
Dal
suo nascere è invitato al dialogo con Dio
-
Vive nella verità quando riconosce liberamente l’amore di Dio e confida in
Lui solamente
-
L’uomo è stato fatto per Dio; la sua vocazione è la sua unione con Lui. Egli
è orientato e chiamato a Dio
-
In
tutto ciò consiste la ragione ultima della vera dignità. Queste sono le
radici profonde che lo qualificano come un essere di singolare dignità e che
lo salvaguardano di fronte a ogni ordine di sconsideratezze e degradazioni.
Il
discorso sull’uomo e sulla sua dignità, oggi tanto frequentemente confuso,
urge di un a base ferma come questa che gli conferisca coerenza, solidità e
veracità.
3.
L’uomo e Cristo
Consideriamo ora quella ragione che costituisce la realtà culminante della
dignità dell’uomo. Si esprime così la costituzione conciliare Gaudium et
Spes: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera
luce il mistero dell'uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di
quello futuro (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo
Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche
pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione…
Poiché in [Cristo] la natura umana è stata assunta, senza per questo venire
annientata per ciò stesso, essa è stata anche in noi innalzata a una dignità
sublime” (GS 22).
Dio
ha voluto farci figli nel Figlio, il Quale incorpora ogni uomo nel suo
mistero redentore. Per questo occorre dire che è Cristo che definisce l’uomo
e gli conferisce la vera identità. La definizione dell’uomo non è
definitivamente avvenuta in Adamo, ma in Cristo, nel quale Dio ha voluto
realizzare il suo disegno di salvezza dell’uomo, la vocazione e la vita
dell’uomo.
Per
questo il mistero dell’uomo si stabilisce solamente nel mistero di Cristo.
Con
il peccato, “rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio” - continua
il Concilio Vaticano II - “l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto
al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l'armonia, sia in rapporto a se
stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione” (GS 13).
E’
Cristo che riscatta per noi la dignità umana perduta. In tal modo nessuno,
nessuna istanza, né legge umana può garantire nella sua radicalità la
dignità personale e la libertà dell’uomo tanto perfettamente come il Vangelo
del Signore. Questa è una chiave di lettura teologica essenziale per esporre
nell’esercizio della comunicazione della fede il senso dell’uomo e della
dignità umana. L’essere umano, inoltre, deve fare riferimento a Cristo per
comprendere se stesso e per trovare in Lui la verità della sua esistenza.
“L'unico orientamento dello spirito, l'unico indirizzo dell'intelletto,
della volontà e del cuore è per noi questo: verso Cristo, Redentore
dell'uomo; verso Cristo, Redentore del mondo” (RH 7).
I
fanciulli, i giovani, gli uomini del nostro tempo cercano in ogni modo e
sperano di trovare il senso della propria identità e della propria dignità
personale. Per questo confidano in un annuncio e in un aiuto chiarificatore
che permetta loro di giungere a tale scoperta. Confidano anche nella
testimonianza del credente e della comunità cristiana che , in virtù della
propria esistenza, offre spazi concreti dove constatare la vera
umanizzazione; possibilità e spazi che aiutino a crescere in umanità.
il Mistero di Dio
Padre, Figlio e Spirito Santo
E’ questo il nucleo
centrale del messaggio cristiano: il mistero di Dio. Lo accosteremo,
stabilendo alcuni criteri e chiave di lettura per un breve studio e una
presentazione.
1.
L’accesso dell’uomo a Dio:la ragione,
la rivelazione e la fede.
La realtà della
rivelazione divina e della fede, vie di accesso dell’uomo a Dio, possono
essere considerate come chiavi e criterio teologico per garantire la
organicità e la coerenza interna nella presentazione del nucleo centrale del
messaggio cristiano. Per questo tutti coloro che hanno la responsabilità di
trasmettere la fede, fanno bene a corrispondere a questa chiave e criterio
teologico.
§
L’evento
della rivelazione, via di accesso a Dio
Abbiamo definito
l’uomo come essere capace di Dio, di accedere a Lui attraverso una vera
conoscenza razionale. Così insegna la Chiesa: Dio può essere conosciuto con
certezza mediante la luce naturale della ragione umana a partire dalle
realtà del mondo (Concilio Vat. I, Dei Filius, 1). L’uomo è capace di Dio,
tuttavia al fine di porre rimedio alla sua debolezza, che di fatto gli
impedisce di riconoscerlo nella testimonianza della creazione come unico Dio
e Signore e per poter penetrare nel profondità di Dio, lo stesso Dio viene
incontro all’uomo nell’evento della Rivelazione, manifesta all’uomo la sua
verità mediante opere e parole e lo invita a vivere in Lui, rendendolo
partecipe della Sua vita. “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza
rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il
quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al
Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura” (DV 2).
Le facoltà
dell’uomo, in verità, lo rendono capace di conoscere l’esistenza di un Dio
personale. Tuttavia perché l’uomo possa entrare in intimità con Lui, Dio ha
voluto rivelarsi all’uomo e dargli la grazia di poter accogliere questa
rivelazione con fede. (cf CCC 35). Perché l’uomo possa percorrere il
cammino fino all’incontro intimo e personale con Dio, Dio stesso si è
incamminato verso l’uomo: Dio che “abita in una luce inaccessibile “ (1 Tm
6,16), vuole comunicare la sua propria vita divina agli uomini, facendoli
nel suo Figlio Gesù, figli adottivi (cf. Ef. 14-5).
Rivelando se stesso
Dio vuole rendere tutti gli uomini capaci di rispondere a Lui, di conoscerlo
e di amarlo molto più di quanto gli uomini sarebbero capaci di farlo in
ragion e delle sole proprie forze. Nell’evento della rivelazione si realizza
il disegno divino della comunicazione e dell’avvicinamento di Dio all’uomo,
che culmina nella Persona e nella missione del Verbo incarnato, Gesù
Cristo; si realizza il disegno della possibilità data all’uomo di
comprendere Dio e prendere parte alla sua intimità divina.
§
La
risposta dell’uomo
Quando Dio, nella
sua rivelazione, invita l’uomo a entrare in comunione di vita e di amore con
Lui, la risposta dell’uomo è la fede; la risposta non può essere che questa:
Credo! Credo in te, mi affido a te, desidero vivere con te e per te.
La fede nel suo
senso pieno, reca in se due dimensione inseparabili: l’accettazione
conoscitiva delle verità che Dio rivela e il consegnarsi confidenzialmente
da parte dell’uomo a Dio. Le due dimensioni sono indissolubilmente unite. Di
modo che la fede viva, che è “consegna” a Dio, presuppone necessariamente la
conoscenza di ciò che Dio dice di sé stesso e del suo piano di salvezza.
Trascurare questo aspetto equivarrebbe a fare dell’atto di fede una
decisione arbitraria e senza contenuto. La fede include un autentico sapere
di ciò che sono Dio e le sue opere di salvezza; un sapere che sfocia
necessariamente in adesione e consegna; una conoscenza che si conclude
nella lode e nell’azione di grazie.
La trasmissione
della fede dovrà tenere in debito conto tutto ciò per far si che in questa
missione l’uomo giunga a scoprire il senso proprio della fede, della
risposta alla parola di Dio e così raggiungere una fede lucida e robusta,
una intelligenza ogni volta più profonda dei misteri della fede, che gli
consentano di “ dare ragione della sua speranza” (cf 1 Pt 3,15).
Il cammino verso
l’incontro dell’uomo con Dio, la conoscenza di Dio unico e vero si incrocia
con la capacità della ragione umana e soprattutto con l’evento della
Rivelazione di Dio a cui l’uomo è chiamato a rispondervi con la fede. E’
questo l’accesso ordinario dell’uomo a Dio. Attraverso la sua Rivelazione,
Dio parla agli uomini come ad amici
e si intrattiene con essi per
invitarli e ammetterli alla comunione con sé
(DV 2). Attraverso la fede – risposta adeguata a questo invito - l’uomo
esprime il suo assenso a Dio che si rivela e gli offre il pieno ossequio
dell'intelletto e della volontà assentendo volontariamente alla Rivelazione
che egli fa di sé stesso mediante le sue opere e parole. Si tratta di atto
umano, cosciente e libero che corrisponde alla dignità della persona umana.
Ecco il nucleo
primario del contenuto della fede e l’impostazione adeguata della sua
presentazione per chiarificare il significato che ha in sé questo primo
passo della conoscenza della fede
2.
La confessione della fede della Chiesa
Un secondo criterio
teologico che la comunicazione della fede cattolica dovrà assumere, al fine
di organizzare e presentare con fedeltà il contenuto della fede trinitaria,
è il riferimento alla fede della Chiesa. Più concretamente: alla forma
esplicita della professione o confessione della fede della Chiesa, che
costituisce il contesto e la guida per la presentazione della fede
§
La
professione della fede della Chiesa come norma della fede del cristiano
1.
La Chiesa è mediazione insostituibile
nel processo della trasmissione della fede e nella sua espressione e
confessione. Essa invita gli uomini a unirsi alla propria fede. E’ nella
fede della Chiesa che gli uomini hanno accesso ai doni della Rivelazione. I
cristiani ricevono la fede attraverso la Chiesa: professano la fede
sostenuti dalla Chiesa e in comunione con essa (cf
RICA 75). Essere
cristiano consiste nell’entrare in comunione con la fede e con al
testimonianza degli apostoli nella tradizione viva della Chiesa, di modo che
la fede della Chiesa sia la norma della fede del cristiano. E’ questa la
ragione per la quale la confessione della fede cristiana richiede una
espressione comune e vincolante per tutti coloro che la professano. E così,
fin dalla sua origine, nell’epoca apostolica la Chiesa ha insegnato la sua
fede in formule concise e normative di cui è possibile ritrovare numerosi
esempi nei libri neotestamentari. Più tardi la Chiesa raccolse “l'essenziale
della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare
ai candidati al Battesimo” (CCC 186). Questi riassunti ricevono il nome di
professioni o confessioni, poiché raccolgono in sintesi la
fede che confessano o che professano i cristiani. Tali sintesi si conoscono,
altresì, come simboli della fede, in quanto sono segni di
identificazione e di appartenenza alla stessa comunità di fede e come
sommari o compilazioni delle principali verità della fede del
contenuto della fede rivelata.
2.
Orbene, questo simbolo o sommario,
espressione autorizzata e sintetica della fede della Chiesa, è la base della
comunicazione della fede all’uomo di oggi. E’ il nucleo di riferimento
obbligato per tutti coloro che cercano di comunicare la fede, poiché le
verità della fede professate dalla Chiesa uniformano la struttura basilare
di tutto il processo della trasmissione della fede. Per cui non vi è nulla
di migliore che ricorrere tale professione di fede come contesto di
riferimento per la sua presentazione e il suo insegnamento. Inoltre vale la
pensa ricordare che non si tratta di un ricorso meramente concettuale e
metodologico, ma ecclesiale e vitale.
§
L’atto di
fede, guida per l’esposizione della fede
Perché il contenuto
proprio della fede sia oggi esposto e insegnato in tutta la sua ricchezza e
significato, converrà tener conto della struttura stessa dell’atto di fede,
della professione della fede contenuta nel Simbolo, fino al punto di
lasciarsi guidare da essa, cioè dalla dinamica della fede battesimale.
1.
Nell’atto di fede, nella professione
della fede vi è sempre un doppio riferimento: alla persona e alla verità;
alla verità per la fiducia nella persona che testimonia. In effetti credere
suppone una adesione personale dell’uomo a Dio e al tempo stesso e
inseparabilmente si suppone il consenso libero alla verità che Dio ha
rivelato. Per questo si è soliti affermare che l’atto di fede comprende
inseparabilmente il che cosa della fede e il chi della fede;
il contenuto della fede e il soggetto della fede, inseparabilmente uniti; la
realtà oggettiva dell’evento della Rivelazione e la adesione personale
dell’uomo a Dio; la Rivelazione di Dio, la realtà personale di Dio e la
persona dell’uomo.
In effetti la fede
non è solo un processo intellettuale. E’ un atto di tutta la persona, di
tutto l’io nella sua unità, un atto del cuore, come dice San Paolo
nella lettera ai Romani (10,9) aperto a Dio. In certo modo è un destarsi dal
semplice io per risorgere fino al vero io; liberare il semplice io per
essere realmente una cosa sola nella comunione con Dio. Il chi della fede
parla poi dell’incontro personale con un Dio personale e, per questo,
dell’incontro con se stessi.
L’atto di fede,
inoltre, integra nella sua unità il contenuto della fede, che nei suoi
aspetti essenziali comprende: a) Il mistero di Dio, il mistero della
Santissima Trinità che solo Dio può farci conoscere rivelandosi come Padre,
Figlio e Spirito Santo. b) Il mistero della incarnazione di Dio in
Cristo e l’opera della Redenzione. Tutta la storia della salvezza che
“che è la storia del cammino e dei mezzi attraverso i quali Dio vero e
unico, Padre, Figlio e Spirito Santo, si rivela e si riconcilia con gli
uomini disgregati a causa del peccato e si unisce a loro” (cf. DGC 47). c) La
Chiesa, assunta da Cristo come strumento di redenzione universale e
sacramento universale di salvezza per mezzo del quale Cristo manifesta e
realizza allo stesso tempo il mistero dell’amore di Dio all’uomo. Essa è il
progetto visibile dell’amore di Dio per l’umanità, che chiede che tutto il
genere umano formi l’unico popolo di Dio, che si unisca in un unico Corpo di
Cristo, si edifichi in un unico tempio dello Spirito Santo. d) La
creazione. Dal mistero di Dio discende la creazione, poiché solo Dio è
il creatore di tutto. “Nella creazione del mondo e dell'uomo, Dio ha posto
la prima e universale testimonianza del suo amore onnipotente e della sua
sapienza, il primo annunzio del suo "disegno di benevolenza", che ha il suo
fine nella nuova creazione in Cristo” (CCC 315). e) La vita eterna.
Dal mistero di Dio procede la vita eterna; la vita in Dio e la speranza
della vita futura. Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua
pienezza. I giusti regneranno con Cristo per sempre e lo stesso universo
materiale sarà trasformato. Dio sarà dunque “tutto in tutti” (1 Cor
15,28) nella vita eterna.
2.
Riassumendo: La fede che professa la Chiesa e che deve essere punto di
riferimento nella sua presentazione e comunicazione, non è un cumulo di
affermazioni e di proposte, ma un atto intensivo in cui è contenuta
la profondità dell’essere di Dio e dell’essere dell’uomo; del mistero di Dio
e del mistero dell’uomo. Un atto intensivo riferito e vincolato all’unica
verità: Dio stesso. Un atto intensivo, che come origine di successivi cerchi
concentrici, andrà crescendo e dispiegandosi successivamente grazie alla
capacità dei credenti di tutti i tempi di manifestare e comunicare la
propria fede dando testimonianza di essa a tutti gli uomini. In questo modo
la fede cristiana sarà percepita conforme alla sua natura: come un processo
di assimilazione e come processo vitale di conoscenza; come processo di
approfondimento nell’essere di Dio e come un incontro personale con Dio. Le
verità della fede in quanto sviluppo dell’unica verità che è Dio stesso, e
grazie a una presentazione adeguata delle stesse, saranno percepite come
invito ad apprendere e a conoscere Dio, come possibilità di iniziare un
itinerario interiore aperto e orientato fino a Dio. Attenendosi, inoltre,
alla realtà basilare della professione di fede e dell’atto di fede sarà
possibile captare nella sua radicale e intima realtà il contenuto della fede
e darle il significato profondo ed essenziale che essa ha.
§
Teocentrismo
trinitario e cristocentrismo
Una terza chiave di
lettura e criterio teologico di articolazione del messaggio cristiano è la
considerazione del mistero di Dio in Cristo, come centro e asse della
esposizione e della fede. Ciò a dire: il mistero di Dio in se stesso (Dio
Padre, Figlio e Spirito Santo) e il mistero di Cristo. Il teocentrismo
trinitario e il cristocentrismo costituiscono assieme i principi organici
della struttura della fede della Chiesa.
1.
Il mistero della Santissima Trinità è
il mistero centrale della vita cristiana: tutto nella fede e nella vita
cristiana ha origine dalla realtà intima della vita trinitaria e tutto si
orienta e ritorna a essa. E’ la fonte di tutti i misteri della fede, la luce
che li illumina. “La
Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei "misteri nascosti
in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati".
Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell'opera
della creazione e nella sua Rivelazione lungo il corso dell'Antico
Testamento. Ma l'intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un
mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d'Israele,
prima dell'Incarnazione del Figlio di Dio e dell'invio dello Spirito Santo”
(CCC 237)
2.
E’
Gesù Cristo che ci rivela il mistero di Dio; per mezzo di Lui possiamo
conoscere Dio. Gesù rinvia costantemente al Padre e allo Spirito Santo:
“Egli solo può condurre all'amore del Padre nello Spirito e può farci
partecipare alla vita della santa Trinità” (CT 5). Egli è la via e la
mediazione ineludibile per giungere al mistero di Dio. Dalla conoscenza e
dall’incontro con Cristo sgorga il desiderio di annunciarlo, di
evangelizzare e condurre altri alla fede in Gesù Cristo. E’ questo il nucleo
essenziale della fede, in riferimento alle tre persone della santa e beata
Trinità e che costituiscono – secondo le belle parole di S. Ireneo – i tre
capitoli del nostro sigillo battesimale e si potrebbero formulare così: Noi
crediamo in Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Egli ci ha parlato e si
è donato a noi nella Incarnazione del Figlio e rimane sempre in con la
presenza dello Spirito Santo. Per questo, essere cristiano significa:
credere nel Dio della Rivelazione; prendere parte al suo disegno di
salvezza; partecipare per mezzo dell’azione del Santo Spirito alla vita
nuova nella Chiesa e vivere nella lode a Dio, attendendo la beata speranza
del suo regno definitivo. Se questo significa essere cristiano occorrerà
avere l’ardire di annunciarlo, insegnarlo e testimoniarlo.
La Vita in Cristo
Dopo aver
riflettuto sulla fede e i suoi contenuti, è necessario prendere in esame la
morale cristiana, i cuoi contenuti si formulano da parte di chi intende
comunicare la fede.
1.
La
sequela Christi, principio che
configura e guida le opere del cristiano.
Per accedere al
mistero di Dio è necessario che tutto l’essere umano di ponga in movimento:
intelletto, volontà e cuore.
Ciò significa che
non è possibile giungere a conoscere Dio, se non si è disposti a
riconoscerlo come meta e orientamento di tuta la nostra esistenza. Anche il
fondamento, l’asse orientativo – per così dire – dell’agire cristiano si
iscrive nell’atto della fede e si vincola inseparabilmente a esso. In tal
modo, nell’atto di fede non è possibile dissociare il credere in Cristo e
seguire Lui. Consiste precisamente in questo la cosiddetta opzione
fondamentale, che da forma e unità a tutto l’agire cristiano.
L’enciclica Veritatis Splendor definisce così l’opzione fondamentale: “Si
tratta della scelta della fede, dell'obbedienza della fede,
«con la quale l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando il
pieno ossequio dell'intelletto e della volontà.
Questa fede, che «opera mediante la carità, proviene dal centro dell'uomo,
dal suo cuore, e da qui è chiamata a fruttificare nelle opere” (VS 66).
D’altra parte –
come direbbe S. Leone Magno – questa scelta fatta nella fede, sviluppa in
una giusta corrispondenza la grandezza e la dignità che all’uomo è stata
concessa: “ Cristiano, riconosci la tua dignità. Poiché ora partecipi della
natura divina, non degenerare ritornando alla bassezza della vita passata.
Ricorda a quale Capo appartieni e di quale Corpo sei membro. Ricordati che
sei stato strappato al potere delle tenebre per essere trasferito alla luce
del regno di Dio (Sermo 21,3).
La vita del cristiano intesa e vissuta secondo
la Legge nuova è quella di chi sa quale è l’origine della sua vera dignità e
cammina nella fede; di colui che intende l’esistenza umana come sequela
Christi; di chi è chiamato per la fede a procedere ne via “degna del
vangelo di Cristo” (Fil 1,27). Una sequela che è qualcosa di più che una
pura imitazione di un modello esteriore, ma essenzialmente identificazione
con Cristo nella adesione e nell’abbandono al Signore. Cristo costituisce il
centro di unificazione dell’essere e del vivere cristiano. E per ciò la vita
morale nella sua totalità e nelle sue applicazioni concrete dovrà essere
intesa come la vita in Cristo.
La decisione ferma
da parte del cristiano di seguire Cristo dovrà essere il principio
fondamentale e la chiave di articolazione di tutto il contenuto della morale
cristiana. In Cristo la proposta morale trova il suo contenuto proprio e la
sua motivazione ultima, poiché Egli è il compimento e la perfezione di tutta
la legge. In Cristo, che è “via verità e vita” (Gv 1,6), l’uomo troverà la
forza di coesione che da senso e unità a tutta l’esistenza, preservandola
dalla dispersione della soggettività.
Pertanto, il
riferimento a Cristo e l’invito a seguirlo è il principio che configura e
guida l’agire cristiano.
2. La storia della
salvezza contesto e riferimento della morale cristiana.
I criteri
fondamentali della morale cristiana.
Poiché la chiave
della vita morale del cristiano è Cristo e la sua sequela, la morale
cristiana non deve intendersi principalmente come una morale o etica della
legge, e neppure come un a morale o etica delle virtù.
L’agire cristiano
-
si sviluppa
a partire dall’incontro con il Signore;
-
ha origine e
si contestualizza nell’incontro con Dio il quale vuole incontrare l’uomo;
-
si
concretizza nella risposta libera da parte dell’uomo al dono di Dio.
Pertanto, la morale
cristiana è la morale dell’Alleanza; una morale che si definisce nel dialogo
di salvezza di Dio con l’uomo, una morale propria della dinamica della
storia della salvezza. I fondamenti della morale cristiana non cono pertanto
criteri astratti, imperativi categorici o semplici principi operativi: sono
le opere realizzate da Dio nella storia degli uomini e che raggiunge il
punto dominante nell’Alleanza di salvezza realizzata da Gesù Cristo.
Alleanza alla quale l’uomo è invitato a partecipare.
E se i grandi
avvenimenti della storia della salvezza sono alla base della morale
cristiana, i principi fondamentali dell’agire cristiano, i criteri che
guidano e orientano la morale del cristiano posso essere così riassunti:
§
Tutto trae
la propria origine dall’atto dell’amore creatore di Dio che chiama l’uomo
all’esistenza, fatto a sua immagine e somiglianza, per portare a compimento
un progetto di comunione e d’armonia nella relazione con Dio, con se stesso,
e con il mondo. Per questo ecco il primo criterio: la morale cristiana si
fonda sulla chiamata di Dio che suscita e attende la risposta dell’uomo.
§
L’amore
fedele di Dio nei confronti dell’umanità, nonostante il peccato dell’uomo,
lo conduce a stabilire una Alleanza con il popolo che Egli ha eletto perché
sia il custode della sua promessa di salvezza. Questo ci introduce a un
secondo criterio dell’agire cristiano: la morale cristiana è una proposta di
alleanza d’amore che trova la sua espressione e le sue condizioni nel
decalogo, come legge di libertà e di vita per l’uomo.
§
In Gesù
Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, si realizza in pienezza la chiamata di
Dio e la risposta dell’uomo e si stabilisce definitivamente – nella sua
morte e risurrezione – la nuova ed eterna Alleanza. Di qui il terzo
criterio: la morale cristiana è centrata nella partecipazione del cristiano
alla Pasqua di Cristo, alla sua morte e risurrezione, espressione suprema
d’amore e alla quale il cristiano si unisce. “Incorporati a Cristo per mezzo
del Battesimo, i cristiani sono morti al peccato, ma viventi per Dio, in
Cristo Gesù partecipando così alla vita del Risorto. Alla sequela di Cristo
e in unione con lui, i cristiani possono farsi imitatori di Dio, quali figli
carissimi, e camminare nella carità, conformando i loro pensieri, le loro
parole, le loro azioni ai sentimenti che furono in Cristo Gesù e seguendone
gli esempi” (CCC 1694).
§
La
sequela Christi rappresenta l’impegno del cristiano per vivere, sotto
l’azione costante dello Spirito Santo, la Buona Novella e per annunciarla a
tutti gli uomini. Per cui, il quarto grande criterio della morale cristiana
sarà: la morale cristiana è la vita nello Spirito che chiama a conversione.
Rinnova interiormente; illumina e fortifica per vivere come “figli della
luce” (Ef 5,8), “in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5,9); convoca e
riunisce la Chiesa; realizza il regno di Dio.
Alla luce di questi
criteri che segnano i grandi nuclei della morale, si dovranno stabilire
altresì l’ordinamento e i contenuti morali che la Chiesa deve saper proporre
ed esplicitare all’uomo d’oggi nel suo compito di comunicazione della fede.
3. Il Decalogo e
l’Alleanza
Ai destinatari
della comunicazione della fede e della morale, il decalogo lo si deve
presentare nello spirito della storia della salvezza e nel contesto
dell’Alleanza.
Il decalogo come si
presenta nella Sacra Scrittura, partecipa, infatti, fin dalla sua origine,
del carattere dialogico proprio della storia della salvezza: manifesta
l’incontro della chiamata di Dio e la risposta dell’uomo e testimonia questo
avvenimento.
Nella Nuova
Alleanza realizzata in Cristo, Dio si identifica e si definisce come amore e
come dono d’amore. Le regole concrete di questo amore sono la Nuova Legge,
cioè i comandamenti. In essi prende corpo la realtà e il progetto della
Alleanza che, congiuntamente con la via delle beatitudini, rappresenta il
cammino fino alla pienezza e fino alla felicità cui aspira il cuore
dell’uomo.
E’ vero che nella
Chiesa il riferimento attuale ai comandamenti ha perso entità e valore. Per
alcuni rappresentano un elenco statico e ripetitivo di precetti; per altri
una enumerazione di obbligazioni e di doveri immotivati e frammentari;
infine, in catalogo di peccati.
Per non pochi il
fonema comandamenti evoca un certo sospetto di moralismo, di
legalismo e di imposizione. In effetti la realtà della Legge Nuova del
duplice comandamento della carità, del cammino aperto dalle beatitudini può
restare un a semplice formalità moralistica se non si capisce che vivere
come cristiani vuol dire camminare e crescere grazie all’aiuto confidente di
Cristo che offre la sua mano (dare la mano; manus dare; co-man-damento!)
e che fa con noi il cammino della vita fino alla pienezza.
La prima parola del
decalogo è l’annuncio della libertà, l’offerta della libertà di Dio
all’uomo. Una libertà reale che si converte in evento di vita sotto la guida
di Dio, come Lui steso ricorda: Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto
uscire dall’Egitto, dalla condizione di schiavo. Una libertà realizzata
nella verità e nell’amore e per questo rispettosa della identità e dignità
umana.
Il decalogo
rappresenta, in definitiva, l’invito e la proposta di Dio all’uomo per
giungere fino alla amicizia con Lui, fino alla concordia e alla fraternità
con tutti gli uomini e fino alla pienezza dell’uomo.
Al fine
dell’esercizio concreto della presentazione della morale cristiana sarà
questo il criterio rilevante per l’articolazione e la significazione della
Nuova Legge.
Conclusione
1.
Gli uomini di oggi sono alla ricerca di
senso e di orientamento per muoversi con maggior sicurezza in una società
complessa e confusa come la nostra. In definitiva, essi cercano una ragione
per vivere, un progetto di vita. Assai frequentemente non si riconoscono né
nelle tradizioni familiari, né in quelle ecclesiali e neppure nei progetti
che oggi offrono la società o la comunità cristiana nella quale vivono. Si
interrogano e ci interpellano nella misura in cui ci percepiscono vicini e
sensibili alle loro ricerche, nella misura in cui avvertono la nostra
sensibilità e la nostra capacità di ascolto senza giudicarli, attendendo
cordialmente le loro domande.
2.
Da parte nostra siamo impegnati, in un
modo o nell’altro, nel compito di offrire ai nostri fratelli il messaggio
della salvezza. Insieme a tante difficoltà e a tante azioni di generosità e
di dedicazione del nostro lavoro, è inevitabile interrogarsi sul senso del
nostro sforzo; sulla focalizzazione data ai nostri obiettivi nel compito
affidatoci. Ci domandiamo: perché è così difficile comprendere e accettare
il messaggio di fede che proponiamo? Come e cosa fare perché la fede
cristiana sia percepita come un a proposta credibile di vita e di senso?
3.
L’uomo di oggi, ancorché in modo
indistinto e indefinito, desidera stabilire un nuovo progetto e un nuovo
ordine di vita in cui valori fondamentali come l’amore, la giustizia, la
pace , la libertà, la solidarietà, la verità configurino un itinerario di
buon camino. Con maggiore o minore esplicitazione desidera raggiungere una
considerazione positiva della propria identità e dignità personale; e molto
spesso si può affermare che l’uomo d’oggi aspira a scoprire l’esistenza di
un Dio personale vicino, con cui entrare in una relazione vera. Non si può
far tacere questa tendenza originaria di ogni uomo
Da fronte di questa
situazione, benché imprecisa e indefinita l’uomo d’oggi interpella i
cristiani e chiede un a risposta in primo luogo di dialogo e di sincera e
cordiale collaborazione in vista di una ricerca.
Inoltre l’uomo
d’oggi chiede ai cristiani che essi dimostrino e testimonino la ragione
profonda del progetto della loro speranza (1Pt 3,15); cioè la ragione che
sostiene e anima l’identità del credente e la stessa sua vita.
La Chiesa, che vive
nella storia, condividendo “le gioie e le speranze le tristezze e le angosce
dell’uomo d’oggi” (GS 1) è chiamata a disimpegnare la sua missione offrendo
la testimonianza della fede e annunciando che la salvezza integrale
dell’uomo è possibile trovarla solamente in Cristo nostro Signore.
La
Costituzione Gaudium et Spes afferma: “… il Concilio, testimoniando e
proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non
potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e
d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che
instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati,
arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli
uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito
Santo, riceve dal suo Fondatore” (GS 3).
E
inoltre: “La Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre
all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua
altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante
il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore
e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana. Inoltre
la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà
immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre
lo stesso: ieri, oggi e nei secoli (GS 10).
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