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La
«Lectio
Divina»
nei Gruppi di Ascolto della Parola
1.
Atteggiamento interiore.
Poiché la Lectio divina è un esercizio che porta al dialogo ed alla
comunione con Dio, occorrerà avere alcuni atteggiamenti preliminari che ne
rendano possibile la fruttuosità.
Prima
di tutto occorre evitare l'efficientismo, come se l'ascolto della Parola
dovesse farci raggiungere risultati immediati, quasi automatici e, se questi
non ci fossero, farci mettere in dubbio la validità del metodo.
Occorre invece una ascolto «gratuito», «indifeso». L'unica preoccupazione
deve essere quella di ascoltare la parola dell'Amico, accoglierne la verità,
qualunque essa sia, per subirne l'attrattiva, per accettarne le esigenze.
Occorre quindi la disponibilità di Samuele: «Parla, Signore, poiché il tuo
servo ascolta».
Inoltre bisogna accostarci alla Scrittura con la nostalgia di incontrare Dio e
con il desiderio di eliminare tutto ciò che si oppone alla sua luce, alla sua
verità, alla sua misericordia: l'egoismo, il peccato, il rifiuto della volontà
di Dio.
2.
I momenti della Lectio nei GdaP.
I
- Osservazione o comprensione del testo.
Nel
gruppo questa è affidata a tutti i componenti, i quali devono dare il loro
apporto. Ciascuno legge, osserva, trova e comunica ciò che ha scoperto.
Due
domande possono guidare l’osservazione e la comprensione del testo.
Chi? Che cosa?
Per comprendere il testo
occorre individuare i personaggi che
compaiono nel brano, i fatti, le parole ed i discorsi. Importanti sono anche gli aggettivi
e i verbi impiegati.
La seconda domanda: dove? come? quando?
Dove
avvengono
i fatti e dove vengono pronunciate le parole. Non si deve dimenticare che
l'annotazione del luogo geografico ammicca facilmente a un significato
simbolico:
·
il monte può significare un rinvio alle teofanie (racconti di
manifestazione di Dio) dell'Antico Testamento;
·
il lago richiama invece le vicende della vita quotidiana con le
sue mille difficoltà.
·
Un episodio collocato in Galilea avrà facilmente un significato
diverso da un altro collocato in Samaria.
Osservazioni
simili si possono fare rispetto al quando.
La notte evoca facilmente il momento tragico in cui gli ebrei si trovarono
di fronte al mare senza riuscire a passarlo, e quindi evoca il momento in cui
gli sforzi umani vanno a vuoto. La notte può avere anche un'allusione
all'oscurità del cuore, mentre l'alba richiama facilmente il momento in cui
Gesù pregava e quello nel quale gli ebrei videro la salvezza operata da Dio.
In
modo simile ci si deve lasciar guidare dalla domanda circa la modalità (= come?), ossia guardare per esempio alla posizione di
Gesù o di chi lo circonda. Gesù seduto mentre parla alla gente può
richiamare la sua qualità di maestro; così l'essere circondato dai soli
discepoli esprime raccolta intimità, cosa che invece manca quando il maestro
si trova tra la folla. Ed ancora, seguire Gesù significa essere suoi
discepoli.
Non
essendo possibile una regola generale d'interpretazione, sarà il contesto storico, teologico e letterario a suggerire la giusta
interpretazione da dare a queste segnalazioni evangeliche.
Il
«dove» riguarda anche lo sviluppo
teologico dell'autore. Poiché, come è noto, ogni autore sacro ha una sua
propria caratteristica nel parlare di Dio, egli sottolinea alcuni aspetti
piuttosto che altri, oppure ordina la sua materia in un modo piuttosto che in
un altro.
·
Luca, a esempio, ordina l'attività pubblica di Gesù attorno al
suo viaggio a Gerusalemme, dove si reca per adempiere la volontà del Padre.
·
Matteo ordina la sua materia in cinque grandi discorsi, come i
cinque libri attribuiti a Mosè, per dimostrarci che Gesù è il vero e
definitivo Mosè del popolo ebraico e di tutta l'umanità. Conoscere queste
intelaiature teologiche potrà rivelarsi di non poca utilità.
Il
«quando» riguarda anche la situazione
psicologica: il salmo 22, per esempio, pronunciato da Gesù che sta
morendo in croce, avrebbe un sapore assai diverso qualora fosse proclamato in
un'assemblea o da un fedele in condizioni normali. Le parole di Gesù,
pronunciate durante l'ultima cena, a poche ore dalla morte, avrebbero un peso
diverso qualora fossero state pronunciate all'inizio della vita pubblica.
Il «quando» riguarda ancora
la datazione cronologica. Non si può
certo leggere uno scritto postesilico come se fosse uno scritto dell'epoca
monarchica; non si può leggere un episodio degli Atti come se fosse invece
del Vangelo, o peggio, un episodio dell'Antico Testamento come se si leggesse
uno del Nuovo.
II - Interpretazione
Occorre distinguere bene il
momento dell'osservazione da quello della «interpretazione»: benché il
primo sia in funzione del secondo, si tratta in realtà di momenti diversi.
«Osservare» significa
conoscere che cosa il testo «dice»; conoscerlo, cioè leggerlo con minuziosa
attenzione.
«Interpretare» significa
capire che cosa il testo «insegna», qual è il suo messaggio (ancora - per
il momento - a livello oggettivo).
Ogni testo
scritturistico, infatti, «dice» una cosa, ma il suo «insegnamento» (il suo
messaggio) va oltre quello che letteralmente dice.
L'esempio più chiaro è quello delle parabole. Quella del seme (Marco 4,3-9),
per esempio, «dice» una vicenda campestre, parla di un uomo che gettò la
semente in vari terreni. Ma ben altro è il messaggio, l'insegnamento: ciò
che Gesù vuole insegnare con la parabola (e lui stesso la spiega subito dopo
ai discepoli: 4,10-20) riguarda la Parola di Dio nei cuori.
La
stessa cosa vale per gli episodi. Ad esempio la pagina del cieco nato
(Giovanni 9 ) «dice» di un non vedente che recupera la vista. Ma il
messaggio è ben al di là: Gesù è la luce del mondo!
In
sintesi si potrebbe dire che il messaggio biblico è rivelazione: di Dio
all'uomo e dell'uomo a se stesso. Per cui leggendo una pagina della Bibbia
dobbiamo sempre chiederci: ciò che il brano dice di Dio, ciò che dice
(rivela) di noi.
Per
fare questo occorre ricordare che gli autori amano in genere caricare alcune
parole di un particolare senso, proprio
per esprimere la propria interpretazione, che non manca mai nelle pagine
sacre.
In
un medesimo brano le parole o i versetti che rivelano la chiave di
interpretazione possono essere anche più di uno, e vanno presi tutti in
considerazione ed eventualmente coordinati. Ma non si deve dimenticare che
anche di fronte a tanti messaggi, occorrerà trovare
il principale, o il
prevalente.
Una domanda utile potrebbe
essere, per esempio, la seguente: quale titolo potremmo dare al brano? Che
cosa ci insegna il brano nel suo complesso? In proposito l'animatore deve
ascoltare il parere di tutti e scegliere poi quello che sembra più valido, e
non è detto che sia quello che raccoglie il maggior numero di consensi.
Spetta anche all'animatore tentare di sintetizzare tutti i contributi in
maniera oggettiva, ossia cercare assieme ciò che il brano vuole dire nella
sua sostanza.
III
- Applicazione
Dio
non parla indistintamente a tutti, ma a
ciascuno in particolare: egli
vuole entrare in comunione personale con ciascuno dei suoi figli. Ecco il
perché di questo terzo momento che noi chiamiamo: applicazione (a me, alla
mia vita). Ogni persona che legge la Bibbia come Parola di Dio, deve chiedersi
ad un certo punto: che cosa vuole dire a
me personalmente il mio Signore con queste parole?
Per fare l'applicazione alla propria vita occorre che ciascuno si metta
di fronte alla Parola con piena lealtà lasciando
che essa giudichi la vita e ci
spinga a cambiare. E' questo il momento più delicato, perché più personale,
della Lectio. Per questo occorre farlo precedere da un momento di silenzio
perché ciascuno possa mettersi raccolto e disposto a lasciarsi muovere dallo
Spirito Santo.
Nessuno
deve essere forzato a parlare. Lo si farà gradualmente anche perché occorre
crescere nella confidenza e nell'apertura verso gli altri. E questo non è
subito facile. Si indicano tuttavia alcuni passaggi che, se tenuti presenti,
possono aiutare il dialogo:
-
bisogna aver il coraggio di
dire a voce alta il messaggio che Dio fa pervenire proprio a me, tratto
dal brano letto;
-
la presenza degli altri, il GdaP, ci deve stimolare a ripensare
la propria vita di fronte a Di anche in riferimento al nostro rapporto con
gli altri, singoli e comunità familiare, parrocchiale, nazionale e mondiale;
-
quando sarà possibile e per quanto ne riconosciamo la necessità,
arrivare a chiedere agli altri l'aiuto
per applicare in modo più vero la Parola alla propria vita…
IV - Lode e supplica
Affinché
il nostro dialogo con Dio sia completo occorre "rispondere" a Dio
che ci parla. Come si risponde? Essenzialmente con la lode e la supplica. La lode nasce dalla
sorpresa, dall'ammirazione, dal ringraziamento sincero per quanto Dio è e fa
per noi, anche se siamo indegni di essere al centro delle sue attenzioni, e si
manifesta in una esplosione di gioia che si vuole esprimere a Dio, ma che si
vuole comunicare anche ai fratelli. La lode, anche quando è fine a se stessa,
diventa testimonianza delle
meraviglie operate da Dio ( ricordiamo il Magnificat). Nella lettura
individuale della Scrittura questo momento può aprirsi anche alla contemplazione,
al "gustare"
interiormente e profondamente le "cose grandi" che Dio fa per noi.
La
supplica nasce dalla constatazione
dei nostri limiti e delle nostre povertà. La difficoltà che proviamo nel
mettere in pratica la Parola, ci fa esser umili e ci fa chiedere l'aiuto di
Dio nel quale totalmente confidiamo.
Il
momento della lode e della supplica è il punto di arrivo di tutto il percorso
della Lectio divina e ne costituisce il "cuore". Per questo non deve
essere forzato, ma neanche tralasciato. Si abbia cura, quindi, che al termine
di un certo numero di incontri nelle case, si abbia una Lectio nella chiesa
ove sviluppare soprattutto questo momento.
Scrive un
autore: «(Nell'ascoltarci tutti nel
momento della preghiera e della supplica) ognuno scopre il fratello in una
dimensione nuova. Il fratello è colui con il quale si condivide un progetto
di salvezza. Ognuno scopre che essere fratelli significa camminare insieme
verso uno stesso traguardo. Ognuno si sente responsabile della crescita
dell'altro e del bene comune. Ognuno gode della gioia del fratello. Non si
emettono giudizi, ma si esprime accoglienza, attenzione, apprezzamento,
gratitudine per l'altro. (Si) condividono le debolezze, ma anche le meraviglie
che compie in noi la Parola di Dio».
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