La famiglia, primo ambito

di trasmissione della fede

e di educazione cristiana.

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 La famiglia è il primo ambito di trasmissione della fede e di educazione cristiana. Occorre credere in questo suo ruolo e promuoverlo con tutti i mezzi: innanzitutto formando la famiglia stessa ed educandola alla scelta consapevole del vangelo; sostenendola quindi nelle situazioni di difficoltà e di non speranza; rendendola infine missionaria, per contagiare con la sua testimonianza le altre famiglie.

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La fede trova nella famiglia la sua più originaria e feconda radice.

E se è vero che solo la testimonianza di una fede adulta è in grado di dire la speranza» cristiana (cf. 1Pt 3,15) al mondo di oggi, la sua trasmissione, al pari delle altre istanze educative, esige, da un punto di vista pedagogico, quelle stesse relazioni educative che trovano nella famiglia il loro luogo privilegiato di sviluppo e di espressione; ecco perché, così come la scienza dell’educazione predilige la famiglia e ne conferma l’insostituibile valore nella crescita della persona e della società, anche la Chiesa, sia pure nella generale crisi dei valori e della famiglia che ha investito da alcuni decenni la società occidentale, continua a credere e a promuovere il suo ruolo insostituibile. Ma come tradurre questo credo nella famiglia, primo ambito di educazione alla fede, in una pastorale che la pone al centro e la chiama in causa, rendendola luogo di formazione alla fede e modello di testimonianza cristiana?

 

Tanto più la comunità cristiana sa divenire famiglia, tanto più la famiglia potrà divenire quella chiesa domestica, così necessaria alla promozione e alla trasmissione della fede. Questo principio può essere meglio compreso a partire dalle diverse inclinazioni che la fede assume nel suo complesso significato.

 

 La fede è annuncio

 

«Li ripeterai ai tuoi figli» (Dt 6,7)...

«E come potrei se nessuno mi istruisce?» (At 8,31)

 

I genitori spesso rinunciano al loro ministero di primi catechisti  dei loro figli e quindi di primi educatori alla fede, perchè spesso è a loro chiuso il tesoro della Scrittura. La comunità cristiana a volte accetta con troppa rassegnazione il sistema della delega e, mentre si preoccupa di garantire i cammini di catechesi per i figli, non spezza il pane della Parola con l’intero nucleo familiare. Le occasioni possono presentarsi da sole (la richiesta di battesimo per i figli, o la prima comunione, o l’annuale benedizione delle famiglie, una malattia o un lutto, ecc...) oppure possono inventarsi (centri d’ascolto, messaggi domenicali del parroco, scuola della Parola a domicilio, ecc...). Se i genitori vengono aiutati ad aiutare, nutriti per nutrire i loro figli, sostenuti per svolgere il loro insostituibile ruolo, vi sarebbero tanti catechisti in comunità quanti  genitori cristiani e, perchè no, tanti più laici adulti quanti genitori impegnati nella trasmissione e nella testimonianza della fede.

 

 La fede è testimonianza

 

«Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (At 2,46-47).

 

Certo, non è secondario lo stile con cui la comunità vive la pastorale ordinaria in continuo stato missionario. Ma quando parliamo di «stile» non intendiamo certo una modalità proforma, bensì l’essenza dell’identità ecclesiale più autentica: la comunità. Le nostre famiglie troppo spesso non si incontrano con un modello di famiglia (ideale) quando incontrano la parrocchia, perché, preoccupati come siamo di risolvere continue beghe all’interno o rivalità tra chi è «il più grande» (cf. Lc 9,46), si da una immagine di comunità divisa e «indaffarata».

Nelle nostre parrocchie spesso non si sorride più, non si esce dai propri schemi, non c’è freschezza e manca anche la voglia di rimettersi in discussione, superando magari ciò che già si fa o che si è sempre fatto.

 

La fede è adesione

 

«Giosuè fece come gli aveva detto il Signore» (Gs 11,9).

 

L’adesione è qualcosa di diverso dalla ripetizione dei riti.

A volte occorre avere il coraggio di interrompere certe buone abitudini, quando per esempio sono legate esclusivamente alla pratica esteriore. Questo però non attraverso un «no» sterile e disimpegnante, ma prendendosi carico della preparazione con tempi più lunghi e secondo il metodo del catecumenato. Se non avremo il coraggio di mettere in crisi le scelte cosiddette «cristiane» delle nostre famiglie, senza temere di perdere numeri, rischieremo di rimanere ingabbiati dentro una concezione (peraltro molto diffusa) di parrocchia come di «agenzia di servizi» a cui ci si rivolge al bisogno per poi dileguarsi nel nulla. Un ruolo abbastanza decisivo su questo fronte riveste la visibilità della «lotta» per la difesa dei valori che sul territorio ogni comunità cristiana può e deve dare.

 

 

 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it