Introduzione
Chi
sono, cosa devono fare, come devono agire i genitori di
fronte ai figli? I genitori sono i messaggeri di Dio.
Questa qualifica l’hanno ricevuta in dono nel giorno del
matrimonio. Quindi è rivolgendosi a Dio, nella preghiera e
nell’ascolto della sua Parola, che maturerà progressivamente
la loro autentica identità.
Se un padre e una madre diventano consapevoli di essere per
i figli i messaggeri di Dio, tutto il resto viene da sé.
1. I genitori sono i messaggeri di Dio
Il padre e la madre non sono educatori cristiani qualunque.
Essi sono messaggeri di Dio. È Dio stesso che conferisce ai
genitori la dignità di educatori. Agli altri educatori
rimane il dovere di rispettare questa qualifica, di
risvegliarla qualora si assopisse, di promuoverla come un
dono del Signore per tutti.
Dal giorno del matrimonio gli sposi sono dotati di grazie
particolari che non devono rimanere inattive. Quando la
comunità cristiana invita i genitori a educare i figli nella
fede, non affida loro un incarico e non chiede una
supplenza, ma riconosce in loro un dono che devono far
fruttificare e una missione che debbono compiere. Non esiste
quindi alcuna delega, perché i genitori sono araldi della
fede ed educatori dei loro figli (AA 11; LG 11).
Una chiamata personale
Nessuno può arrogarsi il titolo di messaggero di un altro,
se non ne ha ricevuto l’incarico. Anche per i genitori
sarebbe una presunzione chiamarsi messaggeri di Dio se non
esistesse per loro una precisa chiamata in tal senso. Questa
chiamata ufficiale c’è stata nel giorno del loro matrimonio.
Il padre e la madre educano i loro figli alla fede, non per
un invito esterno né per un istinto interiore, ma perché
chiamati direttamente da Dio con il sacramento del
matrimonio. Essi hanno ricevuto dal Signore, in modo solenne
davanti alla comunità, una vocazione ufficiale, una chiamata
personale-a-due, come coppia.
Una grande missione
I genitori non sono chiamati a dare un’informazione
qualunque su Dio: devono essere annunciatori di un
avvenimento, o meglio di una serie di fatti, in cui il
Signore si rende presente. Essi proclamano la presenza di
Dio, ciò che egli ha compiuto nella loro famiglia e ciò che
sta compiendo. Essi sono testimoni di questa presenza
amorosa con la parola e con la vita.
I coniugi sono testimoni della fede reciprocamente e nei
confronti dei figli e di tutti gli altri familiari (AA,
11). Essi, in quanto messaggeri di Dio, devono vedere il
Signore presente nella loro casa e indicarlo ai figli con la
parola e la vita. Diversamente sono infedeli alla loro
dignità e compromettono seriamente la missione ricevuta nel
matrimonio. Il padre e la madre non spiegano Dio, ma
lo mostrano presente, perché essi stessi l’hanno scoperto e
familiarizzano con lui.
2. Con la forza dell’esistenza
Il messaggero è uno che grida il messaggio. La forza
dell’annuncio non è da valutare nel tono della voce, ma è
una convinzione personale forte, una capacità persuasiva
penetrante, un entusiasmo che traspare in ogni forma e in
ogni circostanza.
Per essere messaggeri di Dio i genitori devono avere
convinzioni cristiane profonde che coinvolgano la loro vita.
In questo campo la buona volontà, lo stesso amore, non
bastano. I genitori si devono acquistare, con la grazia di
Dio, un’abilità anzitutto rafforzando le loro convinzioni
morali e religiose, dando l’esempio, riflettendo insieme
sulla loro esperienza, riflettendo con altri genitori, con
educatori esperti, con sacerdoti (Giovanni Paolo II,
Discorso al III Congresso internazionale della famiglia, 30
ottobre 1978).
Non possono quindi pretendere di educare i figli alla fede
se le loro parole non vibrano e non risuonano all’unisono
con la propria vita. Nel chiamarli a diventare suoi
messaggeri, Dio chiede molto ai genitori, ma con il
sacramento del matrimonio assicura la sua presenza nella
loro famiglia, portandovi la sua grazia.
La novità cristiana nel messaggio familiare
Il messaggio è una proposta che trasforma, rinnova, apre
visuali sconosciute, ed è destinato a persone ben precise.
Esso si esprime in termini essenziali, dice solo quello che
è essenziale e importante.
Ai genitori Dio non affida delle semplici notizie che lo
riguardano, ma un messaggio che contiene ciò che gli è più
caro: la propria immagine, il proprio amore come si
manifesta in Gesù Salvatore, la propria vita di comunione
con il Figlio e con lo Spirito Santo, che si vive nella
comunità cristiana. È un messaggio prezioso, preciso,
originale, da conservare con cura, per trasmetterlo in modo
completo ai figli, che sono i destinatari privilegiati,
anche se non esclusivi.
Per affidare questo messaggio e abilitare coloro che lo
annunciano, Dio sposa nel matrimonio un uomo e una
donna e li rende coppia. È un messaggio che si ascolta
soltanto in famiglia, perché è stato consegnato ai genitori
e a nessun altro in modo così incisivo ed efficace. Lo si
può sentire anche fuori casa, ma non con quell’accento, quel
tono, quella vibrazione, che attinge la sua forza nel
sacramento del matrimonio.
Quando i figli frequenteranno il catechismo o andranno a
scuola di teologia riceveranno forse un messaggio più
esteso, organico e completo. Ma non in quei termini
essenziali e fondamentali! Mancherà sempre quel qualcosa che
è tipico del messaggio cristiano dato dai genitori. Il padre
e la madre sono veramente insostituibili.
Qual è il messaggio che tutti i genitori hanno ricevuto in
dono dal sacramento del matrimonio e devono comunicare ai
figli?
Dio è Padre
Dio chiama i genitori per affidare loro il messaggio della
sua paternità e maternità. Uno solo è il vostro Padre:
Dio (Mt 23,8).
Può forse una mamma
dimenticare il suo bambino, non avere compassione del frutto
delle sue viscere? Ma anche se lo dimenticasse, io non potrò
dimenticarti
(Is 49,15).
Dio, attraverso Gesù Cristo, ci ha insegnato a chiamarlo
babbo o papà. Ognuno è invitato ad incontrarsi
con Dio con la semplicità e la spontaneità con cui il
bambino si rivolge al suo papà e alla sua mamma
nell’intimità della famiglia. Questo è un messaggio che i
figli imparano con estrema naturalezza nel dialogo,
nell’amore e nei comportamenti dei genitori e molto
difficilmente imparano da altre persone.
È indispensabile però che il padre e la madre abbandonino
quell’amore egoista, geloso, invadente, iperprotettivo, per
trasmettere un amore gratuito, oblativo, proprio com’è
l’amore di Dio. In tal modo essi realizzano, anche a livello
umano, una paternità e una maternità autentiche, perché le
riscoprono alla sorgente, cioè in Dio, da cui proviene ogni
paternità e maternità. Come è grande la missione dei
genitori: insegnare ai figli l’amore di Dio, far sì che
questo amore diventi per loro una cosa grande (Giovanni
Paolo I, Allocuzione ai vescovi degli Stati Uniti d’America,
21 settembre 1978).
Gesù Cristo è il nostro Salvatore
Gesù Cristo ci parla attraverso l’alleanza che egli stringe
con gli uomini, a nome del Padre. Il disegno di Dio
comprende prima di tutto la sua comunione di vita con noi,
cioè la promozione di tutta la persona umana, mediante la
liberazione dal peccato. La liberazione, in concreto, si
realizza nel riscoprire un nuovo senso della vita e del
mondo e nell’orientare il proprio agire secondo la volontà
di Dio.
Questo progetto di salvezza che Gesù Cristo attualizza oggi
nel mondo lo si incontra nell’impegno educativo dei
genitori, i quali promuovono nei figli la crescita dell’uomo
nuovo, voluto da Dio, secondo la prospettiva del battesimo.
Il disimpegno del padre e della madre, il facile
permissivismo, la tacita rinuncia alla missione educativa,
ostacolano l’opera salvatrice di Gesù Cristo che deve invece
attuarsi mediante la loro collaborazione con il Salvatore.
La nostra comunione è nello Spirito Santo
Lo Spirito del Signore risorto è presente nel mondo per
creare tra gli uomini la comunione fraterna, perché sono
figli dello stesso Padre. Dove poter scoprire questa azione
dello Spirito in una società che preferisce la lotta, la
violenza e la conflittualità permanente alla fratellanza? Lo
Spirito affida questo messaggio alla famiglia, perché i
figli in essa hanno la prima esperienza di una sana
società umana e della Chiesa: sempre, attraverso la
famiglia, infine, vengono pian piano introdotti nel
consorzio civile e nel popolo di Dio (GE 3).
Infatti nella comunità familiare non esiste un settore
della vita che non sia influenzato dal soffio dell’amore. Il
lavoro e il riposo, la donazione fisica e la comprensione,
la gioia e la tristezza, l’intimità del focolare e
l’apertura verso i problemi degli altri: tutto ciò trova la
sua fonte nell’amore e tende al suo approfondimento e al suo
soddisfacimento (Lettera pastorale dei vescovi polacchi,
1977).
La comunione reciproca tra i genitori e i figli è segno e
anticipo del progetto dello Spirito sul mondo. Il messaggio
che Dio affida ai genitori è essenziale, perché contiene il
cuore dell’annuncio cristiano.
Al di fuori della famiglia, altri potranno parlare di Dio
Padre, di Gesù Cristo Salvatore, della comunione nello
Spirito Santo, forse con termini più appropriati e con una
presentazione più completa, ma nessuno può sostituire la
competenza che il padre e la madre derivano dal sacramento
del matrimonio.
3. Il messaggio da interpretare ogni giorno ai figli
Ogni messaggio esige di essere interpretato e capito
continuamente. Soprattutto dev’essere confrontato con le
situazioni di vita, perché esso si rivolge all’esistenza,
agli aspetti più profondi della vita là dove si sollevano
gli interrogativi più seri che non si possono eludere. Sono
i messaggeri, nel nostro caso i genitori, gli incaricati di
decifrarlo, perché a loro è stato concesso il dono
dell’interpretazione.
Dio assegna ai genitori il compito di applicare alla vita
familiare i significati del messaggio e di trasmettere così
ai figli il senso cristiano dell’esistenza.
Questo aspetto originale dell’educazione alla fede in
famiglia comporta i momenti tipici di ogni esperienza
pratica: l’apprendimento di un codice di interpretazione,
l’acquisizione del linguaggio e l’appropriazione dei gesti e
dei comportamenti comunitari.
Il codice dell’interpretazione cristiana
Il messaggio cristiano rivela i suoi significati nel
confronto diretto con le situazioni della vita. È di qui che
riscopre profondamente la sua realtà di messaggio che salva.
Educare i figli alla fede, per i genitori equivale a
trasmettere loro il codice cristiano dell’esistenza,
cioè educarli a uno sguardo di fede sugli avvenimenti, sulle
persone, sulle cose, sul mondo. Il padre e la madre sono
attenti all’ambiente della famiglia dove i fatti, le realtà,
le opinioni, i giudizi, si ripercuotono con particolare
incidenza.
La parola di Dio trova in famiglia un’eco originale per
l’intensità dei rapporti familiari e per la fiducia
reciproca.
Sotto l’incalzare di tante situazioni e notizie
contraddittorie, che giungono in famiglia soprattutto
attraverso i mezzi di comunicazione, è indispensabile un
codice interpretativo, che aiuti a formulare un giudizio
valido e coerente, senza lasciarsi travolgere dalle facili
opinioni correnti.
Tra i diversi modi di giudicare gli avvenimenti c’è quello
cristiano che legge gli avvenimenti e la vita alla luce
della fede e del progetto di Dio.
Il codice di interpretazione cristiana si può,
sostanzialmente, enucleare in questi criteri di base.
La provvidenza di Dio
Il Dio di Gesù Cristo è provvidente perché è Padre. È in
azione nel mondo con l’uomo, nell’uomo e attraverso l’uomo.
È un Dio che non si sostituisce a noi: per questo il suo
progetto incontra molte difficoltà e opposizioni. Al di là
delle vicende quotidiane è indispensabile cogliere con lo
sguardo della fede la presenza del Signore che intesse con
sapienza e pazienza il suo disegno di amore sui singoli,
sulle famiglie e su ogni comunità.
I genitori devono educare i figli a questa visione della
vita che sa intravvedere il volto di Dio che realizza la sua
salvezza nonostante tutto. Per poter interpretare con questa
sensibilità cristiana gli avvenimenti è necessario che i
genitori abbiano una grande familiarità con la parola di Dio
nella quale si può vedere il modo di agire di Dio. La Bibbia
è una lettera d’amore scritta da Dio e indirizzata a noi: va
letta tutta con fede, volentieri, con amore come tutte le
lettere d’amore.
La liberazione dal peccato
Nel mondo esiste il male, che il cristiano chiama peccato,
con tutte le sue cause e le sue conseguenze: egoismo,
ingiustizia, violenza... Le vicende della famiglia a volte
sembrano contraddire il disegno d’amore di Dio.
Lo sguardo di fede fa scoprire, anche al di là di tali
situazioni, la presenza amorosa di Dio Padre. Il peccato
dell’uomo è il luogo in cui si scopre che Dio è l’unico
Salvatore.
L’attesa dei cieli nuovi e della terra nuova
I genitori devono sapere e insegnare che nel mondo è in
azione lo Spirito del Risorto che opera per preparare
cieli nuovi e una terra nuova (Ap 21,1). Tale sguardo di
fede deve aiutare i figli ad essere protagonisti attivi di
questo progetto per rendere la terra più abitabile. È una
speranza che viene a noi dallo Spirito.
Infatti la realizzazione di questo progetto di Dio non
dipende soltanto dall’uomo, ma è dono dello Spirito che
estende al mondo la comunione di vita esistente tra il Padre
e il Figlio anticipando così il realizzarsi di una nuova
creazione.
4. Il linguaggio della preghiera
Dall’attenzione abituale a cogliere i significati cristiani
negli avvenimenti, lo sguardo di fede sfocia nel linguaggio
della preghiera, cioè nel dialogo con il Signore.
L’educazione dei figli alla fede si apre così alla
formazione al senso della preghiera. Bisogna insegnare loro
il modo e lo stile cristiano di parlare con Dio.
La preghiera familiare ha una propria originalità che la
contraddistingue da altre forme e trova nei genitori i
maestri esclusivi.
La preghiera è una necessità
I genitori sono invitati a trasmettere:
-
il bisogno della preghiera: cioè l’esigenza di
rivolgersi al Signore;
-
l’amore alla preghiera: cioè la gioia di poter parlare
con il Signore, perché il pregare è un dono e un
privilegio che egli concede ai suoi figli;
-
la fede nel valore della preghiera; cioè la certezza che
il Signore ascolta sempre le nostre preghiere.
Nessuna preghiera è inutile, ma ha sempre un grande valore
in se stessa.
Dai genitori ai figli, più che le formule, devono imparare
il senso, il bisogno, il valore della preghiera.
La preghiera è il respiro della famiglia
La preghiera scaturisce dagli atteggiamenti interiori con
cui si vivono gli avvenimenti. Esiste il rischio di una
preghiera astratta, impersonale, abitudinaria, forse anche
noiosa, perché ripetitiva e quindi incapace di creare un
autentico dialogo con Dio. In famiglia la preghiera ha
bisogno del respiro della vita quotidiana, che la rende
sempre nuova e diversa. Con l’aiuto dei genitori i figli
imparano a dialogare con Dio prendendo spunto da una
molteciplità di motivi che rendono la loro preghiera ogni
giorno diversa per la tonalità che la ispira.
La famiglia è una chiesa che prega
I genitori adempiono la loro missione di messaggeri di Dio,
se essi stessi per primi lodano il Signore. Non si può
infatti far apprendere un linguaggio che non si parla. Per
questo motivo la preghiera è sempre familiare, cioè
scaturisce da tutta la famiglia, anche se questa, per ovvie
ragioni, non può trovarsi sempre riunita.
È importante che chi prega si senta solidale con gli altri
componenti della famiglia.
La famiglia è una chiesa che prega. È indispensabile trovare
alcuni momenti in cui ci si riunisce insieme per pregare in
famiglia.
Il messaggero è uno che convoca per fare assemblea. Tocca ai
genitori riunire la famiglia in assemblea di preghiera. La
preghiera è un elemento essenziale dell’educazione dei figli
alla fede, anzi ne è un indice di verifica e di autenticità.
Il modo di annunciare il messaggio di Dio in famiglia
Non è possibile distinguere, in famiglia, tempi e momenti
educativi secondo un calendario preciso di interventi e un
programma di contenuti. In casa si educa attraverso le
esperienze di vita, scoprendo in esse la presenza di Dio che
ci parla. Nella famiglia l’educazione alla fede è una realtà
di ambiente che corrisponde pienamente all’immagine
educativa dei genitori che sono i messaggeri di Dio. La
famiglia, come la Chiesa, dev’essere uno spazio in cui il
vangelo è trasmesso e da cui il vangelo si irradia (EN
71).
I genitori sono messaggeri di un annuncio che nella vita di
famiglia scopre molte occasioni per poter essere trasmesso.
Il magistero della parola... in famiglia, è quanto mai
semplice e spontaneo. Nasce infatti nei momenti più
opportuni e vitali, per celebrare, ad esempio, il mistero di
una nuova vita che si accende, per interpretare una
difficoltà e insegnare a superarla, per aprire alla coerenza
spirituale, per ringraziare Dio dei suoi doni, per creare
raccoglimento di fronte al dolore e alla morte, per
sostenere sempre la speranza (RdC 152).
È quindi impossibile schematizzare le occasioni e le
circostanze. Forse è più importante descrivere gli
atteggiamenti interiori che devono animare i genitori
nell’adempiere la loro missione educativa.
La prontezza
I genitori non sono messaggeri qualunque di Dio pe ri figli,
ma i primi (AA 11; LG 11). Questa priorità non è una
semplice precedenza di tempo, per cui il padre e la madre
sono gli educatori che avviano all’incontro con il Signore e
poi affidano i figli ad altri giudicati più competenti e
preparati. La qualifica di primi è da intendere in
rapporto alla capacità significativa per la quale
l’interpretazione dei genitori è fondaamentale perché è alla
base di tutte le altre.
Mons. Angelo Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, scriveva ai
suoi genitori: Quando sono uscito di casa verso i dieci
anni di età, ho letto molti libri e imparato molte cose che
voi non potevate insegnarmi. Ma quelle poche cose che ho
appreso da voi in casa, sono ancora le più preziose e
importanti: esse sorreggono e danno vita e calore alle molte
altre che appresi in seguito, in tanti anni di studio e di
insegnamento (Lettera ai genitori, 26 novembre 1930).
Per competenza significativa delle realtà di fede, i
genitori non sono secondi a nessuno, anche se,
necessariamente, è indispensabile poi inserirsi in altre
comunità educative.
La vigilanza
Consapevoli di questa loro funzione prioritaria i genitori
devono essere vigilanti. La vigilanza dei genitori è
attenzione a cogliere tutte le occasioni favorevoli per
introdurre in famiglia il discorso di fede e anche
riflessione critica e liberatrice dai facili condizionamenti
dell’ambiente e dei mezzi di comunicazione. È sensibilità
nel recepire le possibili domande religiose nascoste
nell’animo dei figli, lente a emergere per un comprensibile
riserbo, soprattutto nei preadolescenti.
La vigilanza dei genitori non è precipitazione, fretta,
imposizione, ma scaturisce dal senso di rispetto della
storia personale di ogni figlio.
È quindi capace di attendere tempi opportuni piuttosto che
anticiparli. Si ispira al senso della sapienza educativa che
è dono dello Spirito.
La gioia
L’interpretazione di fede che i genitori desiderano
trasmettere ai figli è un lieto annuncio. Il messaggero
cristiano porta sempre belle notizie perché annuncia il
vangelo. Non è giusto rimandare, ritardare o tenere soltanto
per sé questa gioia: è necessario condividerla. Il dialogo
di fede tra genitori e figli deve sempre avere la tonalità
della gioia cristiana: una gioia pasquale da cogliere nella
partecipazione al mistero della morte e della risurrezione
del Signore.
Non si tace, quindi, il dolore, la sofferenza, la fatica, la
morte, l’incomprensione, ma si offrono i criteri per
interpretare tutto in chiave cristiana.
La lieta notizia è proprio questo sguardo nuovo, questa
capacità di vedere con gli occhi stessi di Dio ogni
situazione. È un’interpretazione che trova il suo punto di
riferimento essenziale nella pasqua del Signore.
I genitori hanno il compito di leggere ogni realtà in chiave
pasquale, particolarmente oggi in cui il male fa molto
rumore e trova l’eco consenziente e scandalistica dei mezzi
di comunicazione.
È necessario aiutare i figli a scoprire il bene, presente a
volte in forme umili e nascoste.
Allora sarà più facile per loro pensare che veramente il
Signore risorto è presente nel mondo e che con il suo
Spirito è in azione per realizzare il progetto del Padre,
cioè la salvezza di tutti.
L’accoglienza familiare del messaggio di Dio
Per poter far risuonare il messaggio di Dio nella famiglia è
necessario preparare l’ambiente adatto. La dispersione a
causa del lavoro, dello studio e di tutte le occupazioni
extradomestiche favorisce uno scollamento tra le persone e
una divisione di interessi che attentano all’unità della
vita familiare anche nel suo aspetto religioso.
Ai genitori spetta il compito educativo di stabilire
presupposti per l’accoglienza del messaggio di Dio. Ne
indichiamo tre.
L’incontro personale
La famiglia deve apparire ai figli come l’ambiente in cui i
contrasti si ricompongono nel dialogo reciproco, favorendo
la crescita comune.
La casa è, infatti, il luogo dell’incontro personale dove
ognuno si sente accolto per quello che è e non tanto per
quello che compie.
Senza questo clima familiare, il messaggio di Dio, che
contiene una proposta personale, rischia di ridursi a una
verità religiosa o a una informazione catechistica, che non
riesce a modificare la vita, perché la coglie solo
superficialmente.
I genitori sono quindi chiamati a stabilire con i figli un
rapporto umano ispirato alla fiducia, alla comprensione,
all’amore, alla pazienza, perché in questi gesti risuona con
particolare efficacia la parola di Dio.
In questo senso l’autoritarismo o il permissivismo dei
genitori possono compromettere seriamente la relazione dei
figli con Dio. È importante quindi che l’esperienza
dell’amore dei genitori sia consapevole.
A questo proposito, don Bosco diceva: Bisogna che i figli
non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere
amati.
Il senso dell’accoglienza
Il messaggio di Dio, pur risuonando nella famiglia, deve
avere un’eco umana e cristiana universale. Esso deve aprire
necessariamente la famiglia agli altri.
Per questo i genitori educano i figli a condividere le
necessità dei poveri e dei bisognosi non semplicemente per
un motivo umanitario, ma cristiano, che vede negli altri
persone amate dal Signore. La famiglia che accoglie
veramente il messaggio di Dio apre la porta a tutti i grandi
problemi che si agitano nel mondo. I figli vengono così
sensibilizzati alla dimensione missionaria dell’annuncio
cristiano, che deve far scaturire in essi la vocazione
all’apostolato.
La serenità
Non è possibile ascoltare il Signore, comprendere il suo
messaggio nel rumore, nell’agitazione, nella dissipazione.
In una casa dove i genitori non sanno trovare un momento di
tranquillità, è difficile cogliere la voce di Dio che parla
negli avvenimenti di ogni giorno. È indispensabile quindi
stabilire un clima di pace, di serenità e di ordine, dove
ognuno, prima di tutto, possa ritrovare se stesso e
contemporaneamente scoprire il Signore.
Il passaggio dal rumore al silenzio è sempre una
pacificazione ed è indispensabile all’uomo per scoprire lo
spazio interiore dove Dio gli fissa l’appuntamento. È
importante quindi educare i figli al senso della propria
interiorità, che li rende liberi davanti alle pressioni
dell’ambiente e li dispone meglio all’incontro con il
Signore. La televisione, la radio, il mangianastri, il
giradischi..., molte volte, tolgono alla famiglia lo spazio
di silenzio che ogni giorno le è indispensabile. Viene così
a mancare un tempo prezioso per se stessi e per Dio.
Conclusione
Dio invia in ogni famiglia i suoi messaggeri: sono i
genitori. Con la loro vita e la forza della parola di Dio
devono annunciare ai figli il lieto annuncio della
salvezza. Questa salvezza è un dono in cui il padre e la
madre devono credere, per trasmetterlo con amore, nella
speranza che sia accolto con gioia dai loro figli.