Il dono della fede

in famiglia

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Educare al senso religioso

 

Spesso si sente parlare di “educazione religiosa” identificandola con l’educazione alla fede, mentre si tratta di due dimensioni distinte, anche se intrecciate tra di loro nell’esperienza di vita e in qualche modo interdipendenti: l’educazione religiosa prepara il terreno all’accoglienza dell’annuncio cristiano.

Il “senso religioso” è la capacità di leggere la vita senza fermarsi alla superficie, ma sapendola guardare in profondità: percepire l’esistenza dell’”invisibile” e cogliere il senso del mistero. Questa capacità si nutre dello stupore, della meraviglia e della curiosità, di quella “inquietudine” che costringe l’uomo alla ricerca di significato.

L’annuncio di fede, incentrato nella persona di Gesù Cristo, diventa così la risposta vera ai bisogni più profondi dell’uomo e alla sua ricerca di significato alla vita. Ma se dalla vita non nasce alcuna domanda, è logico che non c’è interesse per nessuna risposta. Solo colui che guarda lontano e tende le braccia saprà riconoscere Chi gli va incontro con amore.

 

Si può e si deve educare il bambino già fin dalle prime fasi della vita a credere all’invisibile, a fare esperienza del mistero: aiutandolo ad osservare le piccole cose, a contemplare con stupore le bellezze della natura, ad ascoltare con interesse racconti di vita, a scoprire l’intreccio delle esperienze, a coltivare l’impazienza dell’attesa, ad avvicinarsi al linguaggio della ritualità e del canto, a vivere la gioia della festa, ad accogliere con gratitudine l’attenzione delle persone, a domandarsi il significato delle cose in misura proporzionata alla  sua età…

 

Anche il “Catechismo dei bambini” della Conferenza Episcopale Italiana mette in risalto questa dimensione: “I bambini sono capaci di meraviglia, di stupore e di gioia. Guardano con curiosità la realtà che li circonda, pongono delle domande e attendono risposte. La loro curiosità e il loro bisogno di sicurezza li rendono attenti ai discorsi religiosi“.

La “cultura della sazietà”, che tende a soddisfare i bisogni prima ancora che vengano espressi, non favorisce né la ricerca, né lo stupore, né la gratitudine; coltiva invece il senso del “tutto dovuto” e di quella saturazione che appaga immediatamente i bisogni, ma non crea la gioia e il vero ben-essere delle relazioni interpersonali.

Per favorire l’accoglienza del dono della fede è perciò importante coltivare nei figli il “senso religioso”, che crea l’attesa di una risposta superiore a quella che sazia i bisogni immediati.

 

Vivere in famiglia un contesto di amore

 

La famiglia è “il luogo privilegiato dell’esperienza dell’amore, nonché dell’esperienza e della trasmissione della fede". L’amore che viene vissuto nelle relazioni familiari ha la stessa radice dell’amore che il credente percepisce nell’esperienza della fede. Non per nulla nella Bibbia, quando Dio vuole raccontare se stesso e manifestarsi all’uomo, usa spesso il linguaggio e l’immagine dell’amore tra un uomo e una donna e dell’amore che una madre e un padre hanno per il proprio figlio.

“L’annuncio evangelico e la fede sono legati all’esperienza dell’amore. E l’esperienza dell’amore è legata comunemente ai rapporti coniugali e familiari”. Proprio per questo il “clima” di amore, cioè di relazioni serene e autentiche che regna in una famiglia, diventa il contesto più adatto nel quale si può imparare la relazione con Dio come relazione di amore.

 

E' stato scritto: “La famiglia può comunicare la fede semplicemente “con” e “nella” sua storia d’amore. Infatti l’evento dell’amore familiare è capace di evocare, manifestare e rendere significative le parole della fede che narrano la parabola del mistero cristiano custodito in quello stesso evento. L’esperienza della fede non può essere disgiunta dalle stesse relazioni (coniugali, genitoriali, fraterne, filiali, di accoglienza, di ospitalità, di solidarietà) che costituiscono la famiglia. Così la trasmissione della fede avviene in esse, più o meno consapevolmente, più o meno esplicitamente. E la famiglia può vivere e trasmettere l’esperienza di fede mentre sviluppa e fa crescere le relazioni d’amore che le sono proprie”.

 

Partendo dalla realtà del sacramento che li costituisce “segno e strumento dell’amore di Dio”, gli sposi hanno una risorsa particolare per essere educatori alla fede dei propri figli: amandosi tra di loro, educano i figli all’amore, amandosi nell’orizzonte e nello stile dell’amore di Dio, rendono presente ai loro figli Dio che si rivela come amore.

Da tutto questo risulta chiaro che, prima ancora che attraverso le parole che raccontano l’amore di Dio nella “storia sacra”, i genitori cristiani sono in grado di educare alla fede vivendo essi stessi la propria storia familiare come “storia sacra”, storia abitata da Dio. “Si tratta di scoprire nella propria e altrui famiglia i segni dell’amore, le impronte di Dio. Si tratta di diventare coscienti dell’opera di Dio in noi, oggi. Si tratta di leggere il Vangelo della famiglia e predicarlo con i fatti”.

 

Sperimentare la gratuità dell’ “essere amati”

 

La prima esperienza che un bambino fa quando entra nell’esistenza non è quella di amare ma quella di essere amato: essere tra le braccia di qualcuno, sentire il calore della sua persona, percepire la gratificazione della sua voce… gli danno sicurezza e “gusto” di esistere. Venendo al mondo, il bambino comincia in questo modo ad imparare che la vita è un dono, un regalo, una realtà positiva; ed è invogliato così ad entrare in relazione con le persone che lo hanno generato o che lo hanno accolto.

Quando manca questa esperienza all’origine dell’esistenza umana, la vita comincia già in salita e rischia di svolgersi all’insegna della tristezza e della diffidenza: le relazioni diventano difficoltose perché è venuto a mancare – purtroppo a volte irrimediabilmente – l’alfabeto base della comunicazione, che si apprende solo da un amore ricevuto in modo gratuito e gratificante.

 

Se la fede è entrare in relazione con Dio, deve partire dalla stessa logica: può cominciare in modo efficace solo se nasce dall’esperienza gratuita del sentirsi amati da Dio. In passato si è forse troppo insistito sul “dovere” di amare Dio, ma la risposta di amore viene spontanea lì dove c’è la percezione dell’amore ricevuto. Sentirsi amati da Dio nonostante la nostra povertà è l’esperienza più sconvolgente, in grado di cambiare la vita.

Ognuno, dall’infanzia in su, sperimenta la propria fragilità e incoerenza; per tutti arriva l’esperienza bruciante della sconfitta e dell’umiliazione. La fede da un lato induce a riconoscere la propria povertà e a guardarla in faccia con realismo, dall’altro consente di avvertire la certezza che Dio non si ferma di fronte a questa povertà, anzi rafforza il suo amore gratuito.

 

Citiamo solo uno tra i molti testi biblici che ci infondono questa fiducia: “La speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,5-8).

 

Sono allora da evitare, in una corretta educazione dei bambini alla fede, frasi consuete come questa: “se sei bravo, Gesù ti vuole bene”. Caratteristica fondamentale dell’amore di Dio è proprio la gratuità: Dio ci ama non perché siamo bravi, ma perché siamo figli suoi. Su questa sua fedeltà nell’amore noi possiamo contare perfino quando abbiamo perso ogni fiducia e stima di noi stessi: “L’educazione alla fede è corretta quando annunciamo ai bambini l’iniziativa di Dio verso di loro, prima di chiedere loro dei doveri verso di lui”.

 

Testimoniare la fede come coppia

 

E' evidente che la condizione più favorevole al cammino di fede dei figli è la testimonianza dei genitori: si trasmette prevalentemente non ciò che si insegna ma ciò che si vive. “I genitori educano alla fede con la testimonianza del loro sereno amore, con il riferimento alla parola di Dio nelle varie occasioni, con proposte di riflessione e preghiera comune, con l’esempio di un’assidua vita sacramentale, con la costante disponibilità al dialogo, con gesti di carità e perdono, di sensibilità e solidarietà sociale”.

 

Se i figli sono coinvolti fin da piccoli nell’esperienza della fede  dei genitori, essi respirano anche la gioia e l’attrattiva di momenti che risultano di forte comunicazione e di efficace comunione all’interno e all’esterno della famiglia. I genitori possono dare questa testimonianza anzitutto nel modo di pregare con i figli – che nasce da un’esperienza di preghiera personale e di coppia – ma anche nel modo di vivere le relazioni con le persone, nella sensibilità verso coloro che sono nel bisogno, nell’apertura ai problemi della società e della chiesa, nella spontaneità del perdono e nella benevolenza…

 

Ci potrà essere nella fase adolescenziale dei figli il rifiuto rispetto alla fede e a questo stile di vita, ma spesso si rivela soltanto una presa di distanza apparente che consentirà l’interiorizzazione delle motivazioni e la maturazione di scelte autonome.

 

In situazioni particolari

 

E quando i figli non possono “respirare” in famiglia un clima di relazioni serene e di fede convinta, come avviene, ad esempio, se i genitori hanno difficoltà nei confronti della fede, oppure se la famiglia vive grandi conflitti o situazioni particolari successive alla separazione dei coniugi?

È frequente il caso di genitori non credenti – o non praticanti – che chiedono i sacramenti della iniziazione cristiana per i figli e, di conseguenza, la catechesi in parrocchia. Da una parte potrà essere opportuno che gli operatori pastorali (sacerdoti o laici) che accolgono questa richiesta facciano presente ai genitori l’importanza di una “sintonia educativa” tra ciò a cui si educa nei percorsi di catechesi e ciò che si insegna e si vive in famiglia, almeno sui valori fondamentali della vita. Se i genitori non si sentono in grado di educare cristianamente i figli, si potrà consigliare loro di dare spazio e responsabilità ad altre figure educative che possono supportare la famiglia: nonni, zii o altri parenti, padrini... È importante almeno che lo stile di vita a cui si cerca di iniziare nei percorsi catechistici non sia ostacolato o contraddetto in famiglia.

 

Nelle famiglie in cui la relazione di coppia è problematica, oppure nelle famiglie “ricostituite” o monogenitoriali, il problema dell’educazione alla fede in casa può essere più complesso. La testimonianza di fede può essere data anche, al di là delle situazioni ideali, in mezzo alle difficoltà o alla sofferenza. Queste persone vanno incoraggiate a sentire che la presenza e l’amicizia del Signore sono garantite ad ogni persona che sappia fargli spazio con umiltà e fiducia: Egli chiede ad ogni mamma e ad ogni papà di collaborare con Lui per dare ai propri figli il meglio della vita, ed assicura ad ognuno l’aiuto necessario per adempiere a questa missione, che non viene meno neppure dopo il fallimento del matrimonio.

 

Forse proprio in questi casi la comunità cristiana avrà una opportunità in più – per l’affetto che ogni genitore ha per i propri figli – per manifestare a queste persone una vicinanza speciale e per riproporre un cammino di fede che le faccia essere testimoni di amore e annunciatori del Vangelo anche nelle situazioni particolari nelle quali gli eventi della vita le hanno condotte.

 

 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it