 |
Formazione
del Catechista
Il movimento catechistico italiano ha vissuto una stagione importante dopo il
Concilio, operando una profonda trasformazione del concetto e della prassi di
catechesi. L'orientamento normativo è stato dato dal Documento Base, il
"Rinnovamento della catechesi" del 1970. Questo documento ha
autorizzato e guidato la stesura dei nuovi catechismi per le differenti fasce
di età, ha dato il via alla formazione di base dei catechisti, ha ispirato un
cambio di metodologia nella prassi catechistica.
Questa grande rielaborazione è sinteticamente espressa nella denominazione
stessa data ai catechismi: da "catechismi per la dottrina cristiana” a
“catechismi per la vita cristiana".
Il ripensamento ha interessato la finalità della catechesi (creare una
mentalità di fede), il suo contenuto centrale (una persona, il Signore Gesù),
le sue fonti (bibbia, liturgia, tradizione e creato), il suo destinatario
(vero soggetto della catechesi), il principio ispiratore della sua metodologia
(fedeltà a Dio e all'uomo), la figura e l'identità del catechista.
Se osserviamo i tre elementi che entrano in gioco nell'annuncio catechistico
(il contenuto, chi annuncia e l'ascoltatore) possiamo sinteticamente delineare
il cambiamento operato.
Dentro una catechesi di tipo cognitivo, scolastico e dottrinale, il contento
è costituito da un complesso di verità (conoscenze, norme e riti) da
annunciare e memorizzare; l’annunciatore è sostanzialmente un insegnante,
il quale al limite può "stare fuori" da ciò che annuncia, non
implicarsi, in quanto le verità annunciate hanno in se stesse il riferimento;
l'uditore è un alunno che ascolta, impara, applica nella vita.
Dentro l'orizzonte di una catechesi per la vita cristiana il contenuto
è una persona, il Signore Gesù, la sua vita e la sua storia, da
raccontare sempre, e a noi accessibile tramite la Scrittura e la Tradizione.
Ciò significa che la "verità" cristiana non è propriamente una
sistema religioso, etico e cultuale, ma un evento, la storia di Dio che si è
autocomunicato a noi nel Figlio fatto umano.
L 'annunciatore è insieme maestro,
testimone ed educatore, perché annuncia quello che egli stesso vive, pur non
riducendo il Vangelo alla propria esperienza. L 'ascoltatore non è un alunno, un imbuto da riempire, ma una
persona umana con una sua storia, chiamata ad ascoltare il racconto della
fede, a interpretarlo nella propria esperienza e a far risuonare il Vangelo
con la sua sensibilità· Questa nuova modalità di interpretare l'annuncio ha modificato il rapporto
della catechesi con la "verità", con il "contenuto",
riaprendone il concetto. Dire che la verità è una persona e un evento,
significa collocarla nella storia, e dire che questo evento è eccedente a
ogni formulazione dottrinale, rituale ed etica, significa tenere costantemente
aperta la ricerca.
Un ricupero forte della Scrittura e la valorizzazione del linguaggio simbolico
della liturgia, l'attenzione ai soggetti e alla loro situazione psicologica e
sociale, il rinnovamento della metodologia catechistica con l'abbandono della
pedagogia unidirezionale propria del genere catechismo, l'introduzione
dell'esperienza non come pretesto o punto di applicazione, ma come vero luogo
teologico: ecco i grandi cantieri aperti sia nella riflessione catechetica,
sia nella produzione di sussidiazione catechistica, sia nella sperimentazione
alla base.
Il
fondamento teologico: la fede cristiana come evento
La fede cristiana è un evento che ha fatto irruzione nella storia. Questo
evento è l'autocomunicazione di Dio Padre nel suo figlio Gesù e massimamente
nella sua pasqua di morte e risurrezione. Sarebbe più corretto dire che la
fede ebraico cristiana è evento: esodo e incarnazione sono i due fatti
storici che si impongono e che fanno scaturire la fede. Questo fatto fa sì
che la fede ebraico/cristiana non sia un sistema religioso, né una proposta
morale, magari più impegnativa di quella di altri sistemi religiosi.
Cosa ha provocato questo evento centrale? L'annuncio della Pasqua del Signore
è stato fatto la prima volta attraverso un grido di stupore, attraverso
un'esclamazione: "Veramente il Signore è risorto!" (Lc 24,34),
"Ho visto il Signore!" (Gv 20,18). Quando un fatto sorprende
positivamente la vita, non è possibile che reagire esclamando. Si è poi
trasformato in un inno, in un canto: la gioia, infatti, porta a cantare. E'
stato poi brevemente condensato nelle formule kerigmatiche, che dicono che ciò
che ha stupito non è un'immaginazione. Si è infine codificato in racconti,
in modo che ad altri, a tutti, fosse possibile rifare la medesima esperienza.
E' passato un po' di tempo prima che nelle comunità cristiane si cominciasse
a "spiegare". Certo, capire è un'esigenza della fede e un atto
degno dell'uomo, ma la "spiegazione" dell'evento centrale della fede
cristiana è sempre stato solo un modo per accedervi, e forse il meno
rilevante.
La
catechesi come correlazione di esperienze
E' a partire da questa ineludibile constatazione che possiamo cominciare a
rispondere alla domanda:
"Cosa si intende per contenuto in
catechesi?".
Partiamo da un'affermazione e poi cerchiamo di spiegarla -> la
catechesi non è trasmissione di conoscenze ma correlazione di esperienze: le
esperienze di un soggetto preciso con le esperienze fondanti cristiane (scaturite
dall'evento della Pasqua del Signore).
In questa linea diventa quindi centrale il concetto di esperienza.
a) Va prima di tutto chiarito il rapporto tra vissuto umano, esperienza umana,
esperienza religiosa ed esperienza cristiana.
Il vissuto è costituito dai molteplici avvenimenti quotidiani, iscritti nella
banalità o nell'eccezionalità. Il vissuto diventa esperienza umana quando
sorge alla coscienza come significato, e viene comunicato. L'esperienza
religiosa è questa presa di coscienza a quel livello in cui la persona si
sente interpellata dalle questioni del senso ultimo della vita, dell'amore,
del male della sofferenza, della felicità..., questioni che lo aprono alla
trascendenza.
L'esperienza non coincide quindi con il vissuto, e l'esperienza religiosa e
cristiana non sono un settore particolare della realtà (quasi ci fossero
nella nostra vita spazi suscettibili di esperienza cristiana e altri no; spazi
sacri e spazi profani), ma un modo più particolare e profondo di vivere la
realtà. Il compito della catechesi comincia così a chiarirsi: è
l'itinerario di approfondimento del vissuto fino al suo livello di apertura
alla trascendenza e da questa "breccia aperta" fino all'incontro con
la Parola, tramite l'annuncio.
b) Il termine di correlazione in catechesi indica in maniera chiara
l'itinerario della pedagogia della fede, che può essere così riassunto:
stabilire un rapporto da esperienza a esperienza, tra le esperienze umane e le
esperienze fondanti cristiane.
Appare in questo modo in maniera plastica il cambiamento subito dalla
catechesi: da trasmissione di conoscenze essa diventa una correlazione di
esperienze.
Una correlazione corretta tra esperienze umane ed esperienze fondanti
cristiane è quella che stabilisce tra i due termini un rapporto di reciprocità
critica/costruttiva e dialettica:
- la reciprocità dice che c'è continuità tra le aspirazioni umane e il
messaggio cristiano che le porta al loro compimento. Tale reciprocità non
confonde però i due termini e li lascia nella loro autonomia.
il rapporto di reciprocità critica/costruttiva indica che entrambi i termini
(esperienza umana e rivelazione) si illuminano e si criticano a vicenda: le
esperienze del presente vengono illuminate criticamente alla luce della
tradizione della fede e questa appare in una nuova luce (cioè esplicita nella
novità la sua ricchezza) di fronte alle esperienze del presente.
- il rapporto dialettico dice che se c'è continuità, la correlazione provoca
anche una inevitabile rottura. C'è discontinuità nel tracciato tra
esperienza umana e esperienze fondanti cristiane: esso è dato dal fatto che
la Parola non solo risponde alla domanda dell'uomo, ma anche la educa e la
converte. La correlazione è anche sempre correttiva: è una provocazione che
richiede conversione e cambiamento di mentalità e di abitudini. Le esperienze
fondanti cristiane esaudiscono le attese umane, ma non senza convertirle.
- è infine un rapporto costruttivo, cioè produttivo di nuove esperienze:
l'esperienza umana, incontrando le esperienze fondanti cristiane, produce un
vissuto cristiano (una mentalità di fede) e diventa esperienza cristiana.
c) Ecco dunque la dinamica dell'itinerario dall'esperienza alla Parola: permettere
al vissuto di approfondirsi in esperienza umana e di convertirsi
all'esperienza di fede pasquale, nel confronto strutturato con il dato della
Scrittura e della Tradizione.
Il cammino dei discepoli di Emmaus, nel vangelo di Luca (24,13-35), mette in
scena in maniera visiva quella che abbiamo chiamato un itinerario correlativo.
I due discepoli sperimentano una rilettura critica del loro vissuto alla luce
della fede pasquale che permette loro di discernere e approfondire la loro
esperienza umana trasformandola in esistenza credente.
Riassumiamo quindi che il contenuto della catechesi non è altro che
l'approfondimento/identificazione della propria esperienza con le esperienze
fondanti di Cristo e della Chiesa. Nel cuore del compito catechistico sta
dunque l'arte di "suscitare e allargare esperienze, approfondire
esperienze, comunicare esperienze, esprimere esperienze".
Dal “contenuto” al “processo di
apprendimento”
Posto in questo modo il problema del contenuto, noi ci rendiamo conto
dell'importanza del metodo. Metodo e contenuto sono intrecciati e non
distinguibili: se il contenuto della fede è un intreccio di esperienze,
l'annuncio deve essere fatto in modo da permettere questo intreccio: ecco il
problema del metodo.
Facciamo anche qui una affermazione iniziale e poi cerchiamo di spiegarla: compito
del catechista è quello di trasformare i contenuti (credenze, norme e riti)
in processi di apprendimento.
Possiamo ridirlo in altro modo: far entrare progressivamente e attivamente i
soggetti con la loro esperienza nell'esperienza cristiana.
* La catechesi nella storia si è sempre impegnata a fa diventare i contenuti
dei processi, obbedendo al dinamismo della fede, espresso nei termini della traditio,
receptio, redditio.
- La fede richiede una traditio, come
iniziativa di Dio che precede l'uomo sulle strade del suo desiderio. La fede
nessuno se la può dare: è un dono e suppone una comunità che se ne faccia
portatrice e mediatrice.
- La fede suppone una receptio,
l'accoglienza e l'interiorizzazione libera di quanto viene offerto. Il
termine "receptio" è la faccia attiva della passività della fede.
Richiama un ricevimento, e quindi una festa. L'accoglienza della Buona Novella
suppone un atteggiamento attivo. Ognuno accoglie a modo suo con tutto ciò che
è, con la sua storia, mentalità, lingua, cultura.
- La redditio è la fecondità della fede. Evoca la
"restituzione", la necessità di rispondere all'appello di Dio
attraverso una fede che opera nella carità. E' la fede che prende volto nel
celebrare, nel testimoniare, nel servire.
* Possiamo ora indicare i tre passaggi ideali da rispettare per la
trasformazione dei contenuti in processi di apprendimento:
a) Accogliere. Esercitarsi
all'accoglienza è esercitarsi all'ascolto. Qualcuno pensa che annunciare sia
parlare. E' invece molto più l'arte di ascoltare. Il fanciullo, il giovane,
l'adulto che mi stanno davanti sono un mondo da accogliere e da rispettare: è
un parola di Dio rivolta a me.
- Accogliere è far esprimere, cioè dare parola a chi spesso non l'ha,
trovare il modo di mettere ciascuno a suo agio perché liberi le sue parole,
quelle di superficie e quelle più profonde, nelle quali ognuno rivela il suo
mondo, le sue attese, le sue paure.
- Accogliere è rispettare, cioè non manipolare le parole che ci sono
regalate, né tanto meno censurarle. Spesso sono balbettii, forse
oggettivamente lontani dalla fede, o da quello che noi pensiamo essa sia. Ma
la parola, anche la più goffa, di un uomo e di una donna è il mistero di una
libertà che si apre, un dono che ci è fatto, un mondo che invita al
rispetto.
- Accogliere è far affiorare la domanda, aiutare a esprimere i malesseri, a
dare nome alle paure, a prendere coscienza dei nostri talloni di Achille, là
dove sentiamo che il nostro bisogno di vita è minacciato. Accogliere è
dunque aiutare ad ammettere le crepe, quelle brecce che diventano invocazione
e luogo dove la bella notizia della vita può risuonare.
2) Far entrare. Far entrare qualcuno
in casa è aprirgli il tesoro della nostra vita. Fuori dall'immagine, il
secondo atteggiamento relazionale è di far incontrare il Vangelo, mettendo a
disposizione dei giovani tutto il patrimonio che ci fa vivere. E' una specie
di visita guidata ai documenti fondamentali della fede, quelli biblici,
liturgici, della tradizione, e quelli viventi. In questa visita guidata il
catechista non è colui che sa, ma colui che continuamente mostra e riapprende
quello che lo supera. Egli è uno che ha la mappa, e che prende gusto e gioia
di riscoprire ogni volta per sé, facendo riscoprire agli altri, quella
Presenza traboccante e straripante che sola può riempire le nostre crepe. Far
incontrare è dunque non condurre a sé, alle proprie parole, ma condurre a
Lui e alla sua Parola.
3) Lasciar ripartire. Lasciar
ripartire è permettere che ognuno ridica e rielabori alla propria maniera
quello che ha scoperto. Lasciar ripartire è l'atteggiamento costante di chi
ha rinunciato una volta per tutte a mettere le mani sul risultato, di chi si
è liberato dell'angoscia della risposta. Ognuno risponde secondo la sua
misura e secondo la sua libertà.
Lasciar ripartire è coltivare la gioia di vedere che, secondo i tempi e le
misure di Dio, ognuno cammina: grati per i piccoli passi raggiunti, pazienti
nella speranza per quelli ancora da fare.
Accogliere, far entrare, lasciar partire. Sono dimensioni profonde del
comunicare che pagano: creano le condizioni per crescere facendo crescere.
I linguaggi adeguati a dire il “contenuto” della fede: raccontare,
spiegare, evocare L'ultimo aspetto che dobbiamo affrontare, per completare il discorso sui
contenuti, è quello del linguaggio. Se il contenuto è correlazione di
esperienze (e non solo trasmissione di conoscenze), quale è il linguaggio
adatto?
La tradizione della Chiesa ne ha sempre tenuto insieme tre: quello
informativo, quello razionale, quello narrativo/evocativo.
a) Il livello Informativo
Il primo livello del linguaggio della fede, del linguaggio con cui la fede ci
raggiunge e si fa professione di fede, è quello di tipo informativo/fattuale.
Si tratta del complesso di informazioni sul cristianesimo, che ci giungono da
differenti canali: Gesù Cristo è un ebreo vissuto 2.000 fa in Palestina; i
vangeli sono l'insieme dei libri che contengono le testimonianze su Gesù di
Nazaret, i sacramenti sono dei riti fatti da cristiani...
Il livello informativo/fattuale esprime l'esteriorità dell'oggetto in
questione, lo enumera e lo descrive. E' in qualche modo esterno al soggetto,
sia a quello che lo comunica, sia a chi lo riceve.
E' linguaggio necessario alla fede, in quanto fornisce tutte le informazioni
relative al credere, ma non è adeguato alla "professione della
fede", in quanto non implica il soggetto: c'è l'oggetto, ma manca il
soggetto.
b) livello razionale
Il linguaggio razionale lega il soggetto all'oggetto, tramite l'idea. C'è
quindi un ponte, ed tale ponte privilegia l'intelligenza. La fede ha bisogno
di riflessione, non solo di dati. Parliamo della ragionevolezza dell'atto del
credere.
Il linguaggio razionale è necessario alla fede; ma non è quello decisivo in
vista della professione di fede. E' quello indicato per dire "io capisco
ciò in cui credo", non è adeguato per dire "io credo in ciò che
capisco". L'espressione di Paolo: “Scio cui credidit”, so in chi ho
posto la mia fiducia, comprende un livello di informazione (chi), uno di
riflessione (so), uno ulteriore (ho posto la mia fiducia)
c) livello narrativo/evocativo
Il livello narrativo/evocativo è quel livello di linguaggio più adeguato ad
esprimere la relazione tra il soggetto e l'oggetto. Il ponte stabilito non è
qui limitato all'intelligenza, ma coinvolge la totalità della persona:
intelligenza, affettività, decisione.
E' il linguaggio più adeguato a coinvolgere la storia di una persona e la
storia dell'oggetto come realtà vive e in comunicazione reciproca, in
rapporto di reciproca esplicitazione.
Se guardiamo storicamente, teologia e magistero hanno privilegiato il
linguaggio razionale. Anche la catechesi, lungo la sua storia, ha rischiato di
rinsecchirsi nelle definizioni. Ma il vissuto cristiano ha sempre preferito
quello narrativo/esistenziale.
La liturgia stessa, nel suo attuarsi, limita al massimo informazioni e
spiegazioni, ed esalta il linguaggio celebrativo, simbolico, narrativo ed
evocativo insieme.
La fede nasce spesso da racconti, è un racconto di racconti.
Per quanto riguarda la catechesi, dopo secoli di spiegazioni "chiare e
distinte e sempre meglio contrapposte" (in chiave neoscolastica e
antiprotestante), dopo un trentennio di spiegazioni teologiche ottime, è
tempo che torni a essere narrativa. Raccontare Gesù e non spiegare Gesù. Il
racconto è un intreccio di esperienze, non una serie di idee e nozioni. Nel
racconto si intrecciano sempre tre storie: la storia di Gesù e della comunità
primitiva, la storia del narratore, la storia degli ascoltatori. Si racconta
la storia fondante di una persona che è giunta alla sua realizzazione l'ha
aperta agli altri (risurrezione); si racconta la storia del Signore così come
essa è andata a segno nella propria esistenza, come ha salvato la propria
(chi racconta è competente a narrare se è già stato salvato dalla storia
che narra); si racconta la storia del Signore (riflesse nella propria) come
storia che interpella, che offre significati e traccia itinerari. Raccontando
così, le nostre storie hanno già capacità di produrre ciò che annunciano.
Capiamo tutti che non si tratta qui di raccontare in senso didattico, ma di
dare all'annuncio un tono narrativo e non dottrinale o prevalentemente
teologico.
«A un rabbi, il cui nonno era stato discepolo del Baalshem, fu chiesto di
raccontare una storia. "Una storia, egli disse, va raccontata in modo che
sia essa stessa un aiuto". E raccontò: "Mio nonno era storpio. Una
volta gli chiesero di raccontare la storia del suo maestro. Allora raccontò
come il santo Baalshem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno
si alzò e raccontò e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di
mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento
guari. Così vanno raccontate le storie»
|