Catechisti per vocazione
orientamenti per la formazione

e il servizio ecclesiale dei catechisti

Tommaso Stenico
    

1. La vocazione

2. L'originalità della vocazione cristiana

3. Catechista per vocazione

4. L'identità spirituale del catechista

5. La formazione del catechista

6. I «luoghi» della formazione catechistica

7. Proposta di un progetto di formazione catechistica



1. 
La vocazione


La chiamata è segno dell'amore di Dio. L'amore di Dio si rivela nel divenire, nell'evoluzione del creato, di cui l'uomo è la guida, il responsabile. Il dono della chiamata si concretizza in una gra­duale comprensione del progetto d'amore che Dio ha su ogni uomo, alla luce della grazia. Infatti, Dio, in tutta l'Historia Salutis, guida l'uomo a una profonda unione con lui: è Dio che prepara l'umanità all'incontro con Cristo.

Dio, per questo, ha sempre comunicato con l'uo­mo, rivelandosi «con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole proclamano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto» (DV 2), facendosi, quindi, autore, insieme all'uomo, della storia.

La parola di Dio, il Dabar, infatti ha un significato che va oltre la parola quale concetto strettamente intellettuale: è un principio attivo che opera ciò che significa e che per questo è inseparabilmente un fatto e non solo un significato. La parola di Dio non si fa presente all'uomo solo nell'intelletto, ma coinvol­ge interamente tutta la sua persona. Infatti, il Dabar divino è realtà, evento, fatto, nel momento stesso in cui è detta.

È Dio che apre il dialogo con l'uomo, ne prende l'iniziativa, entra in relazione con lui: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura. Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uo­mini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).

In questo passo della Dei Verbum si nota, innanzitutto, la volontà di Dio di manifestare se stesso e, inoltre, Dio si mostra come l'agente primo della rivelazione: è sua l'iniziativa! Dall'altra parte abbiamo l'uomo che è reso partecipe della vita divina; infatti la rivelazione lo avvolge nel suo movimento salutare comunicandogli un dinamismo potente che gli apre l'accesso al Padre e lo introduce nell'intimità della famiglia dei figli di Dio.

Il mediatore è Cristo, che è Dio come il Padre, ma anche uomo. Ciò che Dio rivelandosi instaura con l'uomo è un dialogo d'amore, un colloquio intenso. L'uomo è libero di rispondere e di partecipare a questo dialogo: è con la fede, innanzitutto, che l'uomo risponde all'appello di Dio, attraverso il quale egli si rivela.
In questo dialogo, l'uomo percepisce la sua natura di essere maturale, fatto a immagine e somiglianza di Dio. Essendo l'uomo, nella sua struttura ontologica, capace di ascoltare Dio che chiama e si rivela, può cogliere la sua Parola. È nella volontà di Dio, infatti, che sia connaturale alla natura umana il dialogo: «Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio» (GS 19).

Questa dimensione dialogica propria dell'uomo, non si concretizza soltanto in un dialogo continuo con Dio, ma anche in un incessante dialogo col prossimo: l'uomo è per sua natura un essere relazionale e lo è come tale soltanto in rapporto all'altro, al prossimo.
La parola di Dio che chiama è dialogica, perché è un appello, che per sua natura esige una risposta. È iniziativa di Dio chiamare l'uomo e rivelarsi a esso, ma in ciò, è evidente la pretesa di Dio, che l'uomo, nel conformarsi a lui, risponda con la fede.
La parola di Dio è inoltre dinamica, perché sempre realizza quanto annuncia. La parola di Dio, quindi opera la salvezza: è Parola di creazione: Dio chiama all'esistenza tutte le cose e l'uomo; è Parola di salvezza: l'Incarnazione, il Verbo di Dio si è fatto carne; è Parola di giudizio: vocazione escatologica.
In tutta la storia è presente e manifesta la parola di Dio: gli eventi si spiegano attraverso la Parola, la quale ne svela il mistero. La storia è, quindi, il luogo della rivelazione: è in essa che Dio si rivela all'umanità.
La storia è il compimento delle promesse di Dio; gli eventi rispondono alla sua chiamata (cfr Is 44, 7s). In particolare, è nella storia di un popolo, quello di Israele, che avviene questo succedersi di eventi e parole attraverso i quali Dio si rivela, per portare a compimento il suo piano di salvezza. Ogni intervento di Dio nella storia è parte dell'economia della salvezza.
Sono le parole e gli interventi di Dio che lo rivelano come l'unico Dio, un Dio buono e generoso, ma anche un Dio che esige fedeltà. Dio interviene chiamando alcuni uomini a realizzare e a compiere una determinata fase storica, altri ad annunciare la sua Parola.

I profeti, in particolare, assumono un'importanza determinante: essendo annunciatori della parola di Dio, uomini della Parola, essi svelano al loro popolo i fatti, gli eventi e le parole della storia umana come interventi di Dio, il quale nella storia e attraverso la storia ha voluto rivelarsi.
Accanto al termine vocazione si trova sovente il termine elezione: l'elezione è sempre un atto esclusivo di Dio col quale il Signore chiama, elegge un uomo, un popolo perché in essi si compia il suo progetto di salvezza. La chiamata di Dio implica sia l'amore che il non abbandono: Dio, infatti, una volta chiamato l'uomo, lo ama e non lo abbandona, lo segue nel suo cammino di eletto, permettendo la realizzazione del suo progetto che ha come termine ultimo la perfezione escatologica.
Tutti coloro che, eletti da Dio, rispondono alla chiamata divina con la fede, vengono costituiti po­polo (nazioni), in alleanza con Dio stesso. Questa alleanza è di natura sponsale poiché l'uomo può vivere in comunione e nell'amore di Dio: infatti, è nella volontà di Dio incontrare l'uomo per stabilire questo tipo di alleanza. L'alleanza può definirsi una chiamata rivolta al cuore dell'uomo, un appello.

LA VOCAZIONE 
NEL
CONTESTO SCRITTURISTICO


Nel suo insieme la Bibbia presenta la narrazione della storia delle vocazioni, ossia della chiamata di Dio rivolta a ogni singola persona, quindi al popolo di Israele e, infine, a tutta l'umanità.
Il testo sacro si dilunga a descrivere più le chiamate di Dio che non le risposte dell'uomo, sebbene queste non manchino. Del resto come avviene per la parola umana, che è pronunciata per suscitare l'attenzione di coloro con i quali si vuole comunicare,
così lo scopo proprio della parola di Dio è, anzitutto, quello di chiamare e di farsi ascoltare.
La fede cristiana non si nutre di visioni o di rivelazioni bensì di ascolto della parola di Dio, che invita le persone a dare una risposta alle sue proposte. Il Dio che si rivela e parla, presuppone l'esistenza di un soggetto che egli chiama a interloquire e a intrattenersi con lui, rendendolo capace di ascolto e di consenso.

Il tema della vocazione è un evento che pervade il contenuto della Sacra Scrittura fino ad esserne l'elemento costitutivo.
Il termine vocazione ha una sua storia nel contesto del pensiero biblico e di quello cristiano.

L'Antico Testamento parla di vocazione sia personale sia collettiva, nel senso di una chiamata ad esistere, a incontrarsi con l'unico vero Dio, a fare alleanza e a dialogare con lui, per essere inviati a mantenerne viva la memoria tra le genti e a svolgere un compito specifico, nella trasformazione del mondo in una degna dimora dell'uomo con la certezza di poter contare sulla protezione divina.

Per il Nuovo Testamento vocazione è la chiamata a mettersi alla sequela di Cristo e a entrare a far parte del suo Corpo mistico, che è la Chiesa, per proclamare davanti agli uomini il suo messaggio salvifico con la parola e la testimonianza della vit

La chiamata nell'Antico Testamento

Nell'Antico Testamento si delineano due tipi di vocazioni: una collettiva e altre individuali. La vocazione collettiva si identifica con la chiamata a formare il popolo santo e sacerdotale che vive in alleanza con Dio (cfr Es 19,36); le vocazioni individuali sono ordinate a svolgere un ministero particolare all'interno del popolo di Dio ed è in esso che trovano la loro giustificazione e la loro stessa ragion d'essere. Il legame più stretto esistente nell'Antico Testamento tra vocazione individuale e vocazione collettiva si ha in Abramo, la cui vocazione è individuale e collettiva insieme, in quanto «germe» del popolo di Dio.
Chiamato come individuo, Abramo è infatti destinato a diventare una nazione numerosa come le stelle del ciclo e come la sabbia del mare. Dio lo farà diventare «nazioni» e da lui usciranno dei re (cfr Gn 17,6).
Per preparare la venuta del Messia, Dio si è scelto un popolo: Israele. Componente essenziale di questo popolo è l'ufficio profetico che esso è chiamato a svolgere in una duplice direzione: all'interno della comunità nei riguardi dei figli di Israele e all'esterno della stessa nei riguardi di tutte le nazioni della terra, a servizio delle quali, per volere di Dio è stata posta. La vocazione-missione profetica impegna Israele, in quanto popolo dell'alleanza, a testimoniare din-nanzi a tutte le nazioni della terra che JHWH è il so­lo Dio, il creatore di tutte le cose, e che non c'è al­tro Dio al di fuori di lui:

«Voi siete i miei testimoni — oracolo del Signore —
miei servi che io mi sono scelto
perché mi conosciate e crediate in me
e comprendiate che sono io.
Prima di me non fu formato alcun dio
né dopo ce ne sarà.
lo, io sono il Signore,
fuori di me non v'è salvatore.
lo ho predetto e ho salvato,
mi sono fatto sentire
e non c'era tra voi alcun dio straniero.
Voi siete miei testimoni - oracolo del Signore -
e io sono Dio» (Is 43,10-12).

Questo popolo profetico che possiede la conoscenza del vero Dio, che crede in lui e comprende chi è realmente, è costituito da Dio stesso suo testimone dinanzi a tutti i popoli della terra, perché anch'essi giungano alla conoscenza del vero Dio, a credere in Dio e a comprendere che uno solo è il Signore. Come ogni profeta, così anche Israele, per essere in grado di adempire alla propria missione, è stato riempito dello Spirito del Signore; così sarà in grado di diffondere in mezzo ai popoli, con la testimo­nianza della vita, la luce della vera religione. In questo compito così difficile, Israele dovrà però essere aiutato da alcune persone chiamate da Dio che saranno per lui guida e sostegno nei momenti di smarrimento: i profeti.
Per definire il profeta si potrebbe affermare che è un uomo di ieri, perché conosce bene la storia di Israele e la sua tradizione ed è fortemente appoggiato alla rivelazione e all'alleanza.
Egli è un uomo di oggi, dotato di una visione del presente che va oltre l'apparenza chiassosa e spesso ingannevole, scopre in ciò che succede le vere linee di forza, i veri problemi e le vere poste in gioco. È un uomo che fa la storia di domani, perché è libero da ogni ideologia e, soprattutto, da ogni fanatismo; alla luce del passato e del presente parla per cambiare il corso della storia con la convinzione che tutto può diventare possibile.
Il profeta infine, è un uomo profondamente attaccato alla comunità che Dio si è scelta, un uomo convinto che l'alleanza è irreversibile. Egli è quindi un uomo religioso, consapevole che Dio lo ha chiamato ad un compito particolare, per richiamare il popolo alla fedeltà. Per questo ha il dono di vedere chia­ro e in profondità, e di parlare con coraggio, anche se spesso viene a trovarsi solo contro tutti.

La chiamata nel Nuovo Testamento

II Nuovo Testamento porta a compimento ciò che nell'Antico è promessa. Vi è uno stretto rapporto nel­lo sviluppo proprio dalla imperfezione alla perfezione. Il Nuovo Testamento si presenta come il compimento della duplice attesa escatologica dell'Antico Testamento: quella del Messia eletto appartenente alla casa di Davide, e quella del nuovo Israele, innestato nel «tronco» fedele dell'antico. La vocazione di Israele è la promessa della vocazione cristiana. In Gesù Cristo si compiono le promesse, fatte dai profeti, di un nuovo popolo nella nuova ed eterna alleanza, un popolo sacerdotale, profetico e regale.

La comunità cristiana è per vocazione un popolo sacerdotale: il sangue di Cristo ha redento e riscattato tutti gli uomini. Inoltre, è un popolo profetico, poiché anche l'ufficio profetico è una prerogativa di Cristo, partecipata a tutti gli uomini da lui redenti. La comunità, come popolo, al quale Cristo ha trasmesso i suoi uffici (sacerdotale, profetico e regale), è chiamata, per vocazione propria, al regno; Cristo introduce al regno, poiché l'ha liberata dal male, l'ha riscattata. La comunità cristiana, quindi è anche po­polo regale. Le prerogative profetiche, sacerdotali, regali di Gesù Cristo sono state trasmesse alla Chiesa: Cristo fu profeta, quale rivelatore del Padre; Cristo fu sacerdote, in quanto offrì se stesso al Padre come lode perenne; Cristo fu re, poiché fondò il regno di Dio.
Nella Lettera ai Romani san Paolo indica come fine della vocazione cristiana l'essere immagine del Figlio di Dio, essere, cioè figli nel Figlio, «perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,28-30).

È sempre Dio che chiama e, per mezzo di Gesù Cristo, questa chiamata si realizza, si attua. Dio ci chiama ad essere santi, cioè a partecipare alla sua stessa vita: «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4).
A differenza delle chiamate particolari, che pur rientrano nell'elezione di tutto il popolo di Israele, la vocazione cristiana ha un carattere universale: la redenzione di Cristo è per tutti: «Perché questo è il mio sangue dell'alleanza versato per molti in remis­sione dei peccati» (Mt 26,28).
Quindi, unica vocazione per l'uomo è quella di­vina, cioè la vocazione alla grazia, in quanto figli di Dio, e vocazione alla gloria, in quanto chiamati alla visione beatifica di Dio. Questa è universale, poiché la Chiesa è universale (cfr LG 2), perché «Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uo­mo è effettivamente una sola, quella divina» (GS 22).
Il Nuovo Testamento sottolinea che la vocazione cristiana è unica per tutti, come unico è Cristo e in lui sono tutti trasformati, nel battesimo, in una creatura nuova: «Un solo corpo, un solo spinto, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quel­la della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5). Questo passo, racchiude in sé, probabilmente, il vero senso del termine ekklesìa, con il quale si designa la comunità di co­loro che il Padre ha chiamato dal mondo per formare con essi un solo corpo.
La vocazione di tutti i cristiani assume l'aspetto di una crescita graduale in Cristo: «... vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo... secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16).

Anche nel Nuovo Testamento, come nell'Antico, si trova il concetto di elezione, il quale sottolinea, in particolare, l'atto gratuito di Dio e che l'elezione dei cristiani è compiuta da Gesù Cristo, l'eletto del Padre. San Paolo usa spesso il termine chiamato, per indicare il fedele.
Gesù chiama a seguirlo, raggruppa intorno a sé i Dodici, chiama in continuazione tutti coloro che lo ascoltano, attraverso la sua parola, il suo insegnamento nuovo: «Se qualcuno vuoi venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).
È, infatti, discepolo di Cristo colui che è chiamato a condividere fino in fondo la sorte del Maestro, portando la propria croce e bevendo dallo stesso calice, per ricevere da Cristo il suo regno. La vocazione particolare di Dio è rivolta, innanzitutto agli Apo­stoli, anche se la chiamata collettiva tende a fare di tutti i chiamati da Cristo dei discepoli del regno. La chiamata individuale e personale dei Dodici si esplica nel far diventare questi uomini dei messaggeri del regno, oltre che dei discepoli. Innanzitutto è il loro condividere la vita con Cristo e l'invio che ricevono direttamente da lui che li fa essere Apostoli.

Il mandato di Cristo ai Dodici, come quello del Padre a Cristo e quello di Dio ai profeti è espresso anche nei Sinottici con apostellein (mandare, inviare), verbo col quale i LXX traducono l'ebraico salah (mandare, inviare). Ai Dodici viene dato l'appellativo di Apostoli, proprio perché Cristo li ha eletti, chia­mati e inviati, ha conferito loro un incarico partico­lare: annunciare il regno.
I Dodici costituiscono il fondamento della Chiesa; la Chiesa è, quindi, apostolica, ma il suo apostolato non si limita all'azione dei Dodici. I Dodici trasmettono alla Chiesa l'esercizio della missione apostolica non però il loro privilegio di essere testimoni oculari del Risorto. Una parte, quindi, della funzione apostolica non è trasmissibile: la condizione degli Apostoli, testimoni di Gesù durante la sua vita e dopo la sua risurrezione, è unica nella storia.
Nel Nuovo Testamento si parla di apostolato anzitutto in riferimento al ministero apostolico dei Dodici e di Paolo, ma successivamente si estende all'esercizio della missione cristiana da parte di tutta la comunità.
Il ministero apostolico è essenzialmente un servizio della Parola, servizio atto a proclamare la salvezza.
Dopo la Pentecoste, gli Apostoli, inviati da Cristo, svolgono la funzione di insegnare, annunciando a tutti la Buona Novella del regno. Ciò, però, è esteso, mediante lo Spirito Santo che opera nella Chiesa diffondendo i suoi carismi, ad altri uomini, chiamati a svolgere il ministero dell'evangelizzazione. Tra questi, vi sono i catechisti, che le prime comunità cristiane definiscono col termine didàskaloi, ai quali spetta il compito di diffondere il contenuto del Van­gelo.

Vocazione dei primi Apostoli di Gesù

Nell'ambito della vocazione cristiana, come in quella di Israele, si delineano chiaramente due tipi di vocazione, una collettiva, comune a tutti i credenti in Cristo chiamati a formare il nuovo Israele (Gai 6,15) e delle vocazioni individuali. Queste, come le vocazioni individuali dell'Antico Testamento, sono in funzione della vocazione collettiva e destinate alla edificazione della comunità ecclesiale. Le chiamate di Gesù presso il lago di Galilea sono narrate secondo il genere letterario delle vocazioni mediate, tipico della chiamata di Eliseo nell'Antico Testamento (1 Re 19,19-21).
La natura schematica di questi episodi nei Vangeli dipende anche dalla costante ripetizione delle scene nell'ambito delle comunità cristiane. Riportando i racconti di vocazione, la primitiva tradizione non aveva interesse a sottolineare le condizioni individuali e psicologiche dei chiamati, ma intendeva proporre come esempio da imitare le componenti sopratemporali della sequela di Gesù; esse avevano un'importanza pratica per la teologia e per l'esortazione nel contesto della situazione ecclesiale. Gli autori dei Vangeli hanno elaborato il materiale proveniente dal­la predicazione apostolica secondo le stesse necessità pastorali. Si illustra la sequela di Gesù solamente a proposito di uomini che ebbero un ruolo di guida nella Chiesa primitiva: Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Levi e i Dodici. Questi chiamati della prima ora costituivano un luminoso esempio per tutti i credenti delle epoche seguenti; dalla figura dei discepoli è scartata accuratamente ogni ombra che risulterebbe da una imperfezione umana.

I chiamati vengono incontrati nell'esercizio della loro professione: «Mentre camminava lungo il mare di Galileo vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono» (Mt 4,18-22).
La pericope comprende due narrazioni parallele e simmetriche. Tutto è centrato sull'appello di Cristo e sulla risposta dei discepoli. Nella seconda scena mancano la chiamata vera e propria e la promessa, esse sono sottintese. Gesù si trova sulle rive del lago di Galilea e sta camminando. La chiamata dei discepoli non è preparata, è improvvisa, non suppone la conoscenza delle persone, ma dipende unicamente dalla iniziativa gratuita di Gesù.

Il primo contatto è quello stabilito dallo sguardo amorevole e penetrante del Maestro. I due fratelli pescatori stavano gettando le reti in mare; con un pressante invito Gesù li chiama a seguirlo, ad abbandonare tutto per accompagnarlo nei suoi spostamenti, per essere testimoni del suo insegnamento e delle sue opere, collaborando alla sua missione.
Tra Gesù e i chiamati si stabilisce un rapporto molto stretto. La parola di Gesù crea una nuova situazione vitale. La sua voce esigente ed assoluta è simile a quella con la quale Dio nell'Antico Testamento chiamava i suoi eletti al ministero profetico. Gesù promette: «Vi farò pescatori di uomini». Queste persone dovranno essere dei missionari e dovranno guadagnare uomini per il regno dei cicli. La risposta dei due fratelli è immediata e incondizionata.

La vocazione della seconda coppia di fratelli presenta la stessa struttura della prima. Questi due fratelli insieme con Pietro, saranno i discepoli più intimi di Gesù e i più in vista nel gruppo dei Dodici. Giacomo e Giovanni stavano riassettando le reti dopo un'azione di pesca. Manca una parola diretta di Gesù che li chiama. L'invito è accolto con decisione e prontezza perché i due fratelli abbandonarono le reti, il mestiere e il padre.
Anche la vocazione di Matteo (Levi), è narrata secondo questo schema. Il Signore incontra Levi al banco delle imposte, lo invita a seguirlo, ed egli abbandona la sua attività per seguire Gesù.
«Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare vide Levi figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte e gli disse: Seguimi. Egli alzatosi lo seguì» (Me 2,13-14).

Levi era una persona tenuta in pessima considerazione dal popolo. Non si fa alcun accenno per quale motivo egli accettò l'invito perentorio di Gesù, né si afferma che abbia avuto una previa conoscenza di Gesù. L'enfasi è posta sul potere sovrano della parola di Gesù, che attrae gli uomini alla sua sequela. Per andare dietro a Gesù Levi rinuncia ad una situazione più agiata che non quella dei pescatori. Abbandona la sua lucrosa professione in modo definitivo, anche se il distacco dalla famiglia non è brusco, avendo egli preparato un pranzo per Gesù e per i suoi compagni di lavoro.

Di particolare importanza e interesse è il fatto che il chiamato è un pubblico peccatore e un uomo ricco. L'invito di Gesù raggiunge tutti gli strati della popolazione, anche quelli che sono religiosamente emarginati. La parola di Gesù ha il potere di mutare radicalmente la vita degli uomini.
Anche nel caso di Levi gli elementi costitutivi della vocazione sono la chiamata di Gesù e la pronta obbedienza al suo appello. Certamente quest'uomo non si può paragonare al giovane ricco e alla sua vocazione mancata. Egli, schiavo delle ricchezze, non ha saputo dire di sì a Gesù, al sacrificio e alla rinuncia. Quindi, le chiamate di Levi e dei pescatori sono simili e uguale sarà la risposta di tutti e cinque e, in seguito, di tutti e dodici gli Apostoli, cioè immediata e incondizionata.
La parola di Gesù e il suo sguardo penetrante raggiungono il cuore dei chiamati, cosicché essi subito abbandonano tutto e si pongono al suo seguito con obbedienza assoluta, con abbandono nei confronti della situazione anteriore e con la donazione totale di se stessi a Cristo per condividere con lui una nuova esperienza.
Dai passi sopra esaminati e dagli altri paralleli, si possono ricostruire i tratti costitutivi della chiamata al seguito di Gesù. L'iniziativa della vocazione dipende unicamente da Gesù; egli passa, ama, chiama, dopo aver passato una notte in preghiera. La voca­zione è un dono del Padre. La scelta di Gesù è libera, dipende unicamente dalla sua volontà; non vengono prese in considerazione le capacità del chiamato, né i suoi interessi, intenzioni e nemmeno la sua decisione. Gesù sceglie gente del popolo, proveniente da regioni e villaggi di secondo rango; tra i discepoli ci sono dei peccatori pubblici e anche il futuro traditore.
Gesù conferisce al chiamato la capacità di seguirlo e di collaborare con lui. Più che un comando è un invito; l'appello di Gesù è una grazia, è la realizzazione di un disegno divino. Le parole di Gesù: «Vieni dietro di me, seguimi», esprimono un supremo e sovrano potere sugli uomini; fatto straordinario che non ha uguali nella storia, tenuto conto dell'ambiente rabbinico contemporaneo di Gesù. La sua parola opera ciò che annuncia. Al suo cenno i pescatori lasciano le reti, il mestiere e il padre; Levi abbandona il suo banco di lavoro. La parola di Gesù crea un nuovo genere di vita.
La risposta del chiamato è immediata, generosa e incondizionata; non c'è possibilità di prendere congedo dai familiari (Lc 9,61-62), non è permesso di andare ad assistere il padre morente (Mt 8,22). La disponibilità del discepolo si fonda sulla conversione e su un atto di fede in colui che chiama e annuncia la volontà di Dio. Ciò è chiaramente riconosciuto nel quarto Vangelo (Gv 1,35-51), ma è presupposto anche nei Sinottici, soprattutto in Luca (5,1-11).
La chiamata può avvenire anche per mezzo di terzi, cioè mediante testimonianza di coloro che hanno già creduto, però essa comporta sempre un incontro personale con Gesù.

Seguire Gesù significa aderire alla sua persona, al suo insegnamento, accompagnarlo nelle sue peregrinazioni attraverso la Palestina, entrare in comunione di vita e di mensa con lui, sposare la sua causa e mettersi a sua disposizione. La sequela comporta anche la condizione delle privazioni e delle sofferenze di Gesù; inoltre essa implica una partecipazione alla sua missione apostolica. I Dodici ricevono la missione di pescare uomini, di predicare il regno scacciando i demoni e guarendo ogni malattia. Per svolgere questa missione occorre abbandonare la professione, la famiglia e i parenti, i beni terreni.
I vangeli presentano una profonda teologia della vocazione in tutti i suoi risvolti. Ciò che è avvenuto durante la vita terrena di Gesù rimane un esempio meraviglioso per tutti i seguaci di Cristo attraverso i secoli.

Un nuovo popolo di profeti: la Chiesa

La prerogativa profetica caratterizza e qualifica anche il popolo della nuova alleanza: essa scaturisce direttamente dalla sua stessa dignità di popolo sacerdotale. «Voi siete... il sacerdozio regale...perché proclamiate le opere meravigliose di lui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1 Pt 2,9).
Non si tratta del carisma della profezia, dono strettamente individuale che lo Spirito da ad alcune persone per l'utilità comune, bensì di un profetismo a carattere comunitario e permanente, congiunto col dono messianico dello Spirito, dono che riguarda l'intero popolo di Dio e che, secondo il profeta Gioele, si sarebbe realizzato negli ultimi tempi (Gai 3,1-5).
L'ufficio profetico è una prerogativa specifica di Cristo, da lui partecipata a tutti coloro che per la redenzione costituiscono la comunità dei salvati. Da parte sua la comunità ecclesiale esercita questo stesso ufficio sia lodando Dio che proclamando, davanti a tutte le nazioni, le opere meravigliose da lui compiute nella storia della salvezza. Questo, grazie alla investitura o unzione profetica che essa ha avuto nel giorno di Pentecoste. Quindi la Chiesa è un popolo di profeti che testimoniano la loro fede in Cristo e sono dotati di numerosi carismi (1 Cor 12,1-11), da­ti per comune vantaggio (1 Cor 14,12). La comunità ecclesiale è tenuta per vocazione a proclamare le opere meravigliose di Dio. Si tratta delle opere storico-salvifiche, mediante le quali Dio in Cristo Gesù chiama tutti gli uomini dalle tenebre alla sua ammirabi­le luce, e fa di coloro che erano non-popolo il popolo di Dio, e di coloro che un tempo erano esclusi dalla misericordia, oggetto di misericordia (1 Pt 2,10).

Per adempiere a questa sua missione profetica, la comunità degli eletti e dei rigenerati, mediante il battesimo, riceve in tutti i tempi il dono-forza dello Spirito Santo (At 4,31).
Ripiena di questo dono, la comunità cristiana è in grado di esercitare questo suo ufficio per mezzo di tutte le sue componenti, sia mediante la loro buona condotta (1 Pt 2,12; 3,16), cioè con una viva testimonianza della fede, sia annunziando a tutti la parola di Dio con franchezza (At 4,31), cioè con una proclamazione del Vangelo che sia insieme intelli­gente e rispettosa di chiunque domandi ad essi ra­gione della speranza che è in loro (1 Pt 3,15).

Quindi ogni credente maturo è chiamato da Dio ad essere suo portavoce presso gli uomini, ad annunciare il Vangelo: con le parole, le azioni, con la testimonianza. Egli deve essere un uomo di Dio, anche a costo di diventare, come i profeti di Israele, un uomo scomodo. L'esperienza dei profeti non è con­clusa, secondo la Chiesa. Ogni generazione di cristiani ha conosciuto uomini, chiamati da Dio in modo particolare, per essere profeti del suo popolo.
Anche la Chiesa contemporanea conosce i suoi profeti. Sono personaggi che mettono la propria vita al servizio di Dio, dei fratelli; che accettano di modellare la propria vita sul messaggio della rivelazione.

Ricapitoliamo brevemente ciò che concerne il tema della chiamata:

§
  La chiamata viene da Dio, è segnato dal suo amore.

§
  Ogni chiamata suppone un cambiamento nella vita dell'uomo, perché elemento determinante di ogni chiamata è la parola di Dio.

§
  Ogni chiamata esige una risposta che sia di adesione, di totale abbandono, di fiducia in Dio, che nella chiamata stessa si rivela.

§
  In ogni chiamata, Dio segue l'uomo, rendendolo partecipe del suo amore.

§
  In ogni chiamata è implicito uno scopo, una missione, un fine, che rientrano nel piano di salvezza di Dio.

§
  La chiamata è anche alleanza: Dio chiama per nome, Dio chiama un popolo, Dio chiama l'umanità - eletta in Cristo - ad essere partecipe del suo progetto d'amore e, quindi, nel momento escatologico a partecipare della sua stessa vita.

 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it