Catechisti per vocazione
orientamenti per la formazione

e il servizio ecclesiale dei catechisti

Tommaso Stenico
   

1. La vocazione

2. L'originalità della vocazione cristiana

3. Catechista per vocazione

4. L'identità spirituale del catechista

5. La formazione del catechista

6. I «luoghi» della formazione catechistica

7. Proposta di un progetto di formazione catechistica



3. 
Catechista per vocazione


Il crescendo con cui, volutamente, si è abbonda­to nel presentare il tema della vocazione, approda ora, nell'alveo che maggiormente interessa questo studio: il servizio ecclesiale del catechista e la sua identità. Tuttavia, prima di addentrarci nel tema in­dicato, è utile riflettere, pur se brevemente, sul si­gnificato dei termini: carismi, offici e ministeri nella Chiesa.
 
  

MINISTERI, CARISMI E OFFICI NELLA CHIESA


I Dodici discepoli di Gesù con la forza dello Spi­rito Santo sono costituiti suoi testimoni e nucleo fon­dante della Chiesa, come popolo messianico che ac­coglie uomini di ogni nazione (cfr At 1,8.21-22). La proclamazione coraggiosa del Vangelo e la presiden­za della preghiera e della carità contraddistinguono il ministero essenziale dei Dodici. Ma lo stesso Si­gnore Gesù, con il dono dello Spirito Santo, chiama e abilita altri credenti al ministero della Parola e al servizio delle nuove comunità (cfr At 6,16; 13,1-4).

Nelle giovani comunità fondate da Paolo sono i componenti di alcune famiglie cristiane che si dedi­cano al ministero per la crescita e l'animazione del­la comunità locale (cfr 1 Cor 16,15). Altri accolgo­no i cristiani di passaggio, oppure offrono loro l'ospi­talità della loro casa per la riunione della comunità (cfr Rm 16,1.5). Alcuni si adoperano per la raccolta di fondi, per aiutare i poveri e attuare la comunione tra le Chiese (cfr 2 Cor 8,4; 9,1.12-13).
La varietà delle forme di servizio senza distinzio­ni etniche, sociali o culturali, senza discriminazione tra uomini e donne, è un segno della vitalità della fe­de cristiana, che diventa attiva nella carità. Le prime comunità cristiane sono convinte che questa ric­chezza spirituale risale all'iniziativa di Dio, che ope­ra per mezzo dello Spirito Santo, comunicato dal Si­gnore risorto.
Per esprimere questa coscienza dell'abbondante e gratuita elargizione di forza e impegno spirituali, i primi cristiani ricorrono alla parola greca chàrisma, cioè dono o donazione. Al vertice di tutti questi do­ni spirituali, che rendono viva e vitale la comunità dei credenti, sta la carità. Essa, assieme alla fede nel Signore Gesù, è il criterio per discernere i carismi (cfr 1 Cor 12,4; 13,1-13). In questa prospettiva si ri­conosce che tutti questi doni di Dio, accolti nella fe­de ed attuati nella carità, sono orientati al bene co­mune, alla crescita e maturazione della comunità cri­stiana (cfr 1 Cor 12,7; 14,3). Lo Spirito Santo «di­spensa tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende atti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo svi­luppo della sua costruzione» (LG 12).

Tutti i cristiani sono resi partecipi della stessa mis­sione salvifica della Chiesa, alla quale sono chiamati da Cristo, per mezzo del battesimo e della confer­mazione. «Inserito col battesimo e con gli altri sacramenti e doni nel popolo sacerdotale e missionario, ogni cristiano è chiamato a partecipare attivamente all'uni­ca missione di salvezza della Chiesa e quindi a vivere concretamente il "servizio cristiano", secondo la di­versità dei carismi e la specificità delle vocazioni che lo Spirito Santo da a ciascuno» (VML 20).

I ministeri

Gesù, nel fondare la Chiesa, ha trasmesso dei mi­nisteri che, per opera dello Spirito Santo, sono pre­senti nella Chiesa, a servizio di questa.
I ministeri presenti e operanti nella Chiesa sono tutti una partecipazione al ministero di Gesù Cristo» (ChFL 21).
Si annoverano, pertanto, i ministeri ordinati, i mi­nisteri istituiti, i ministeri di fatto, al fine di edifica­re il Corpo Mistico che è la Chiesa. Infatti «è lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, al­tri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, alfine di edificare il Corpo di Cristo» (Ef 4,11-12).
Nell'Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Paolo VI afferma: «I laici possono sentirsi chiamati a collaborare con i loro pastori nel servizio della comu­nità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della mede­sima, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare... Certamente, accanto ai ministeri or­dinati, grazie ai quali alcuni sono annoverati tra i pa­stori e si consacrano in maniera particolare al servizio della comunità, la Chiesa riconosce il ruolo dei mini­steri non ordinati, ma adatti ad assicurare speciali ser­vizi della Chiesa stessa» (EN 70).

Il ministero ordinato

Nella prima Chiesa si riconosce il ministero uni­co e irripetibile dei Dodici discepoli di Gesù, da lui costituiti come fondamento del popolo di Dio e ga­ranti della continuità storica con Israele (cfr Lc 22,30; 1 Cor 15,5). Ma nello stesso tempo è viva la coscienza che lo Spirito di Dio continua a operare, suscita e stabilisce come pastori nella sua Chiesa quelli che prendono il posto dei primi annunciatori e missio-nari del Vangelo (cfr At 20,28). Paolo riconosce la struttura ordinata della comunità che risale all'ini­ziativa di Dio. Tra la varietà e molteplicità dei mini­steri e carismi egli distingue il ruolo fondante e au­torevole del ministero della Parola (cfr 1 Cor 12, 28s). Come un corpo ben ordinato la comunità dei fedeli può crescere fino alla sua piena maturità grazie ai va­ri ministeri che il Signore costituisce. Egli, infatti, co­munica a ciascuno il dono spirituale corrispondente al suo compito e ruolo ecclesiale (cfr Ef 4,7.11-13). Nella tradizione paolina il ministero per la guida autorevole della Chiesa, come casa e famiglia di Dio, assume già quella triplice forma che sarà poi ricono­sciuta e accolta come ministero ordinato: episcopa­to, presbiterato e diaconato. I diversi e molteplici ruoli anche profani che sono stati assunti o attribui­ti ai responsabili del ministero ordinato lungo la sto­ria della Chiesa, non possono far dimenticare lo sta­tuto originario del servizio voluto e stabilito da Cri­sto Signore, mediante il dono dello Spirito, per la vi­ta e la crescita della Chiesa suo Corpo.

I ministeri istituiti

Questi non necessitano, per essere tali, del sacra­mento dell'ordine, ma sono appunto «istituiti dalla Chiesa sulla base dell'attitudine che i fedeli hanno, in forza del battesimo, a farsi carico di speciali compiti e mansioni nella comunità» (EM 62).
Due sono attualmente i ministeri istituiti per il servizio della parola di Dio, dell'Eucaristia e della carità: il lettorato e l'accolitato. Affine a quest'ulti­mo, anche se più limitato nella sua attuazione, è il ministero straordinario o ausiliario dell'Eucaristia (cfr EM 66).

Il servizio ecclesiale dei laici

Tutti i cristiani battezzati, uomini e donne, fanno parte dell'unico popolo di Dio e sono chiamati a ma­nifestare e ad attuare il compito profetico, regale e sacerdotale di Cristo. Come in un corpo vi sono mol­te membra e non tutte hanno le stesse funzioni, co­sì avviene nella Chiesa. Dio ha dato a ciascuno un dono particolare per un compito o ministero a be­neficio di tutti. Quello che conta è che ognuno rico­nosca ed accolga questo dono e lo ponga al servizio degli altri con semplicità e generosità (cfr Rm 12,3-8; 1 Pt 4,10-11).
In quest'ottica ecclesiale, in cui vi sono molti e di­versi doni spirituali e ministeri, non ha senso con­trapporre in forma concorrenziale il ministero ordi­nato a quello laicale. E utile richiamare a questo pro­posito quanto scrivono i Vescovi: «Bisogna ridimen­sionare la diffusa mentalità che inclina ad attribuire ai laici soltanto compiti nel mondo, berciò bisogna con­siderare il ruolo specifico del laicato più organicamen­te innestato nella realtà di una Chiesa che è tutta al servizio del Signore» (EM 72).

Tuttavia, in tale ambito, non può essere sottova­lutata la distinzione che la Chiesa fa tra unità di mis­sione e diversità di ministero, perché a ognuno - pur perseguendo lo stesso fine — in comunione con tutta la Chiesa, sia attribuito il compito specifico del suo mi­nistero in relazione e in conformità con la propria vo­cazione.
Su questa piattaforma della “ministerialità” di tutta la Chiesa di Dio, si sviluppano le varie forme del servizio laicale.
Tra i servizi ecclesiali esercitati di fatto da uomi­ni e donne, accolti e riconosciuti nella Chiesa, sono: l'officio del catechista, dell'animatore liturgico, del ministrante, del sacrista, dell'animatore della carità, dell'operatore pastorale nell'ambito della comunità locale o dei singoli gruppi o movimenti.
Questi ofici ed altri ancora, più semplici e umili, sono contraddistinti da questi elementi: trag­gono origine dall'azione di Dio, che comunica il suo Spirito a chi risponde alla chiamata o vocazione, ma­turano nell'ambito della comunità e sono orientati al­la sua crescita. La forma del ministero tende ad una certa stabilità e viene di fatto riconosciuto e accolto nella Chiesa locale.

Nel servizio ecclesiale debbo­no essere considerati gli elementi che lo delineano e lo connotano:

§  soprannaturalità di origine: il chiamato è consape­vole che la sua vocazione è un dono gratuito, un at­to libero di Dio, una grazia immeritata ed immeritabile, un dono incessante del Padre celeste;

§  ecclesialità di fine e di contenuto: il ministero va esercitato nella Chiesa e per la Chiesa. È un servizio espresso sia per la natura, sia per le funzioni, che per fine nell'ambito ecclesiale, contribuendo così alla formazione, sviluppo, quindi crescita e missione del­la Chiesa;

§  stabilità di prestazione: si è chiamati ad una certa stabilità nel ministero di fatto, richiedendo, perciò, un impegno duraturo se non di tutta la vita, almeno di un periodo determinato di questa (qualche anno); - pubblicità di riconoscimento: il ministero necessi­ta dell'approvazione della comunità e della presen­tazione alla stessa, evidenziando l'utilità della pre­stazione.

Tra i servizi ecclesiali, si situa il servizio ecclesiale del catechista.

 

IL SERVIZIO ECCLESIALE DEL CATECHISTA


Il catechista è un operatore pastorale che fa da guida a un itinerario di formazione cristiana, organi­co e progressivo, nella comunità a cui appartiene e in nome di questa.
Sono catechisti, innanzitutto, i Vescovi, quali mis-sionari chiamati ad annunciare autorevolmente e au­tenticamente la parola di Dio. Ad essi si affiancano i sacerdoti, quali educatori della fede, che hanno il compito di «riconoscere e alimentare la vocazione di ciascun cristiano, come pure di assegnare compiti spe­cifici nel servizio della Parola» (RdC 197). Accanto a questi vi sono sia i religiosi, sia le famiglie, sia i laici che si impegnano in una catechesi permanente.

§  Il catechista è un portavoce della comunità eccle­siale, in quanto riconosciuto da questa, quale chia­mato al servizio della Parola, e da questa mandato a svolgere il suo ministero.

§  Il catechista è, inoltre, un profeta, poiché il suo ser­vizio specifico è quello dell'annuncio della Parola, presentando il mistero di Cristo, educando i desti-natari del suo annuncio a interpretare i «segni» bi­blici, post-biblici ed esperienziali, attraverso i quali Dio si rivela. In questo senso il catechista è, un inse­gnante.

§  Il catechista è un educatore, cioè ha il compito di aiutare i destinatari a crescere nella fede, insegnan­do a porsi alla sequela di Gesù in un cammino di conversione.

§  Il catechista, infine, è un testimone, cioè è chiama­to ad essere un segno nella comunità, vivendo pie­namente il messaggio che annuncia.

Nella Chiesa primitiva il catechista era, innanzi­tutto, un maestro esperto nelle Scritture, che veniva incaricato di preparare i catecumeni ai sacramen­ti dell'iniziazione cristiana. Nel Nuovo Testamento il termine che indica sia l'azione di riferire, comuni­care qualcosa, sia di istruire, ammaestrare, quindi insegnare a qualcuno è espresso con katechéo. In particolare, Paolo usa il termine katechéo esclusiva­mente col significato di «dare un insegnamento sul contenuto della fede», poiché la fede viene dalla pre­dicazione.

Nella Lettera ai Galati Paolo sottolinea la diffe­renza tra colui che insegna (katecon) e colui che ri­ceve questo insegnamento (katecoumenos), il quale, è opportuno che contribuisca al mantenimento del suo catechista, per il bene di tutta la comunità, qua­le concreta manifestazione dell'amore: «Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possie­de a chi lo istruisce» (Gai 6,6). Paolo, usando que­sti termini, non frequenti (era più comune, infatti, didaskein), sottolinea l'importanza del maestro che ha avuto a sua volta come modello Gesù Cristo, uni­co, vero maestro. I termini tecnici, che indicano l'in­segnamento cristiano, evidenziano forse lo speciale carattere dell'istruzione basata sul Vangelo.
L'insegnamento, nella Chiesa primitiva, costitui­sce una parte fondamentale della vita stessa del­le comunità, oltre che dell'opera missionaria. Nel prologo di Luca si fa riferimento ai testimoni che trasmettono il racconto degli avvenimenti, i quali diventano, perciò, ministri della Parola: «... come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimo­ni fin dal principio e divennero ministri della Paro­la...» (Lc 1,2). Luca si riferisce ad un gruppo di te­stimoni più ampio di quello dei soli Apostoli, i qua­li hanno trasmesso, attraverso istruzioni, racconti, pre­ghiere, le narrazioni dei testimoni oculari.

Nel Nuovo Testamento l'ambito della catechesi non appare ben definito. La catechesi compare in­sieme ad altre espressioni che si riferiscono alle ma­nifestazioni del ministero della Parola, quali l'evan­gelizzazione, la profezia, l'istruzione, la testimonian­za, ecc., come abbiamo visto in Luca 1,4 e in Gala­ti 6,6.
Tutto ciò, però, è evidente anche in alcuni passi degli Atti e in altre lettere di Paolo. Soltanto più tar­di, nell'epoca post-apostolica e dei Padri della Chie­sa, la catechesi sarà circoscritta e definita in un am­bito ben preciso del servizio della Parola, cioè qua­le insegnamento fondamentale della fede cristiana nell'istruzione del catecumeno che si prepara alla vi­ta cristiana, in vista del battesimo.

In seguito, a partire dal V secolo, quando si eclis­sa il catecumenato, non si parlerà più di catechesi, ma di catechismo e di catechizzare. La catechesi è, innanzitutto, ministero della Parola, la cui funzione è legata a un triplice riferimento: la parola di Dio, la fede, la Chiesa. Infatti, la parola di Dio costituisce l'elemento costante ed essenziale della catechesi; la fede deve essere un riferimento preciso nella cate­chesi, la quale è appunto, educazione alla fede; la Chiesa è realtà indispensabile alla catechesi, poiché quest'ultima si inserisce nell'azione pastorale, mis­sionaria, liturgica della Chiesa, quindi è essenzial­mente azione di Chiesa.
Nella comunità ecclesiale, quale comunione di tut­ti i credenti in Cristo, con Dio e con i fratelli, ogni cristiano è catechista, è chiamato ad essere tale in virtù della grazia sacramentale del battesimo e della confermazione. Infatti, «ogni cristiano è responsabile della parola di Dio, secondo la sua vocazione e le sue situazioni di vita, nel clima fraterno della comunione ecclesiale...; il cristiano è, per sua natura, un catechi­sta: deve prendere coscienza della sua responsabilità e deve essere esortato e preparato ad esercitarla» (RdC 183).

È necessario che tale vocazione sia sviluppata con una crescita nella fede, sia alimentata dal pane euca­ristico e rafforzata dalla stabilità della propria voca­zione di vita. Tutto ciò, non può sussistere se non all'interno della comunità, se non nella Chiesa e per la Chiesa. La Chiesa, «tutta la Chiesa riceve la missio­ne di evangelizzare, e l'opera di ciascuno è importan­te per il tutto» (EN 15).
La comunità, quindi i catechisti, sono chiamati all'annuncio della Parola, a essere maestri, educato­ri e testimoni. «Solo se matura una diffusa presa di coscienza di essere tutti responsabili della parola di Dio, possono sorgere vocazioni di impegno più speci­fico in ordine alla catechesi» (RdC 10). Il catechista è un dono che lo Spirito Santo fa alla Chiesa, a tutta la Chiesa e la invita ad accoglierlo, a riconoscerlo co­me tale.
Questo dono della grazia di Dio è dato per l'uti­lità di tutta la Chiesa, è dato per la comunione eccle­siale. «Il catechista è... interprete della Chiesa presso quelli a cui è rivolta la catechesi» (DCG 35); è «uno strumento vivente e docile dello Spinto Santo» (CT 72).

E’ necessario che la comunità riconosca e sosten­ga questo dono, che aiuti il catechista in una cresci­ta spirituale, lo avvii verso una «fede adulta» che lo accompagni nella sua formazione e maturazione, perché viva fino in fondo, nella famiglia, nel lavoro, nel gruppo e nel posto sociale occupato, il suo esse­re catechista, custodendo e annunciando il Vangelo di Cristo, unico maestro, centro vivo della catechesi. Infatti, «il catechista si caratterizza anzitutto per la sua vocazione e il suo impegno di testimone qualifica­to di Cristo e di tutto il mistero della salvezza» (RdC 186).

Essere catechista è un impegno derivante dalla stessa vocazione: è Dio che lo chiama a compiere que­sto ministero, che la Chiesa conferma e sostiene. Non è una scelta «tanto per fare qualcosa», è risposta al­la chiamata di Dio, è adesione alla persona di Cristo, per una comunione ecclesiale. Ciò vuoi dire ispirar­si all'insegnamento della sequela di Cristo, dei suoi Apostoli chiamati ad essere uno con Cristo e, insie­me Corpo di Cristo: la Chiesa.

I catechisti devono perciò riconoscere che occor­re coltivare il dono originale dello Spirito Santo e che il loro servizio è momento essenziale di edificazione della Chiesa. I catechisti pongono Cristo al centro della propria vita come modello nell'agire, nel pen­sare, come fonte a cui attingere continuamente per dissetarsi. Come primo maestro ed educatore perciò si riferiscono «costantemente alla vita di Cristo, nel quale trovano la pienezza di ogni grazia e verità» (RdC 61). Ciò comporta coerenza di vita con l'annuncio della Parola. Non solo! È questa Parola che vive in noi, che alimenta, che da forza, che fa crescere nella spiritualità, che rende «persone mature nella fede» (EN 77), persone che aprono il loro cuore al dialo­go con gli altri, che si pongono in ascolto dell'altro, che vedono nell'altro un fratello al quale dare e dal quale ricevere.

Il catechista è chiamato a essere discepolo del Signore

II catechista è chiamato ad essere discepolo del Signore: a questo tutti siamo chiamati nel battesimo, legati a Cristo come tralci alla stessa vite, come le membra al capo dello stesso corpo. Il catechista vi­ve in prima persona questo suo essere discepolo, que­sta vocazione che è, tra l'altro, propria di ogni bat­tezzato. Il carisma profetico dell'annuncio è già em­brionalmente presente con quello sacerdotale e re­gale fin dal giorno del battesimo.
Il servizio ecclesiale del catechista - come tutti gli altri ministeri - non può fondarsi solo o esclusiva­mente sull'entusiasmo, sulla emotività fugace e pas­seggera del primo momento. Egli è chiamato da Cri­sto a essere testimone della fede con la parola e con l'esempio. Una fede adulta è quindi requisito inelu­dibile per assumere responsabilmente la diaconia-servizio della catechesi.
Per questo è indispensabile ascoltare Dio che in­cessantemente chiama e dona il suo Spirito, per vi­vere fino in fondo questo discepolato, come figli nel Figlio. È la Parola di Dio, Gesù il Verbo di Dio che vive in noi, che .da forza e fa sì che il suo Vangelo porti frutto. Il catechista, chiamato a divenire disce­polo di Cristo, fa un cammino di maturazione nella fede alla sequela del Maestro, tenendo presente che la catechesi è «parola, memoria e testimonianza» (CT 47).
E il Vangelo stesso la fonte a cui attingere la spie­gazione di «discepolo del Signore». Discepolo è il termine con cui Gesù designa coloro che vivono in comunione con lui e sono partecipi della sua stessa vita. L'atteggiamento del discepolo è quello di confor­marsi al maestro, di porsi alla sua sequela instanca­bilmente, senza incertezze o ostacoli, con quella li­bertà richiesta da Gesù stesso.
È Dio che chiama, è lui che apre il dialogo con l'uomo, è sua l'iniziativa: l'uomo, però, è capace on­tologicamente di rispondere all'appello di Dio con la fede, aderendo alla sua Parola. Il discepolo è colui che condivide fino in fondo la sorte del Maestro: gli Apostoli seguirono Gesù fino alla croce, condivi­dendo con Cristo anche il dolore, fino alla morte, per poter, un giorno, risorgere con lui a nuova vita.
Essere discepolo è anche riconoscere che la chia­mata di Gesù è un suo dono, è una sua grazia. La vo­cazione è un dono che Gesù invoca dal Padre suo, al fine di non far mancare alla comunità cristiana gli annunciatori del suo messaggio per la costruzio­ne del regno di Dio.

Il catechista è chiamato
a un cammino di amore con Gesù

Questo cammino di amore con Gesù è fatto di ascolto, meditazione, preghiera e proclamazione del­la Parola.
È seguire Cristo nel servizio al prossimo: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Le 22,27). E Gesù che insegna a porsi a servizio degli altri, per amore: «Mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gv 5,13-14).

Questa comunione di vita in Cristo e con i fratel­li è quel cammino di amore a cui il catechista è chia­mato e nel quale ascolta, medita e proclama la Pa­rola. Infatti, la stessa Parola di Dio, è strumento di annuncio, mezzo di comunicazione del messaggio della salvezza; così parola e annuncio diventano per chi l'accoglie riferimento e approfondimento per la crescita della fede battesimale.
Il catechista, chiamato a porsi al servizio della Pa­rola, deve far sì che questa, sia per lui un pane, qua­le presenza reale e al quale sempre si attinge per la propria sussistenza. Segno del pane della Parola può essere considerato il miracolo della moltiplicazione dei pani (Mc 6,30-44). È Gesù il pane che da la vita. Oggi, vivente nella Chiesa, egli da all'uomo il pane della Parola, dei sacramenti e dell'amore.
Le dodici ceste avanzate, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani sono il segno della perma­nenza nella Chiesa dell'evento della predicazione e dell'Eucaristia, sotto l'azione dello Spirito.

Il Vangelo che il catechista è chiamato ad annun­ciare è il Vangelo che la Chiesa dona. Infatti, il cate­chista deve agire «in unione con la missione della Chie­sa e in nome di essa» (EN 60) e, quindi essere «con­sapevole portavoce della Chiesa» (RdC 184), impa­rando che il suo servizio è «luogo» privilegiato dell'in­contro con Cristo: mentre annuncia la parola di Dio, parla a Dio, prega, cioè si pone in atteggiamento di dialogo con lui.
Gesù, infatti, ha insegnato ai suoi Apostoli ad es­sere, come lui, «familiari» con il Padre. Perciò il ca­techista «deve impartire un insegnamento vivo, che lo renda interprete del colloquio di Dio con gli uomi­ni» (RdC 187).

Il catechista è chiamato a essere testimone del Risorto

Gli Apostoli, testimoni oculari della risurrezione, hanno annunciato l'evento salvifico al mondo. Il ca­techista, pur non essendo testimone oculare del Ri­sorto, è chiamato ad annunciare lo stesso evento sal­vifico, quale gli è stato trasmesso fedelmente nel depositum fidei.
Il catechista è, quindi, chiamato ad annunciare la Pasqua di Gesù: via di salvezza., redenzione per tut­ti gli uomini. È un messaggio di gioia che soltanto colui che vive la Pasqua riesce a trasmettere, riesce a far entrare nel cuore dell'uomo. Il catechista è, in­nanzitutto, chiamato a vivere questa Pasqua, a in­contrarsi col Risorto nella Chiesa, considerando luo­go privilegiato l'assemblea liturgica, riunita nel suo nome, che proclama la sua Parola e rende presente, reale l'azione di salvezza.
È Cristo risorto che chiama san Paolo ad essere suo discepolo; è sempre il Risorto che appare agli Apostoli e, fedele alla promessa, non li abbandona, ma lascia loro il suo Spirito: «Nessuno può dire: Ge­sù è il Signore, se non è veramente guidato dallo Spi­rito» (1 Cor 12,3).
Gesù è presente nella Chiesa e nella storia degli uomini, conducendo l'umanità alla gloria di Dio. «I catechisti sono testimoni e partecipi di un mistero che essi stessi vivono...; testimone di Cristo Salvatore, ogni catechista deve sentirsi e apparire, lui pure, un salva­to» (RdC 185).

Il catechista è chiamato a essere un compagno di viaggio

Il catechista è chiamato a diventare un compagno, un amico, un fratello maggiore che accompagna co­lui che, battezzato, cresce nella fede; è colui che si accosta alla fede ancora non battezzato. Questo es­sere compagno di viaggio, in un cammino, apre il cuore alla pienezza della vita, che è Cristo. Il cate­chista è chiamato ad essere tutto questo nella Chie­sa e per la Chiesa.
Il catechista deve essere nella Chiesa voce della tradizione viva, in comunione col Vescovo e con tut­ta la Chiesa.

«La Tradizione apostolica cresce in lei (nella Chie­sa) per l'assistenza dello Spirito Santo che la rende fe­conda, sviluppando in vari modi la comprensione del­la Rivelazione e di tutto ciò che è stato trasmesso in nome di Cristo...; momento vivo della Tradizione è ogni atto di catechesi» (RdC 109). Dunque, «il cate­chista è chiamato a rendere esplicita tutta la ricchezza del mistero di Cristo, colta in modo globale, fin dall'ini­zio nell'atto di fede» (RdC 187).

 

IL MANDATO DELLA CHIESA


Il rapporto del catechista con la comunità eccle­siale non può mai essere taciuto, né supposto né, tan­to meno, escluso. Proprio perché scaturiscono da un carisma e fanno riferimento al bene ecclesiale, i mi­nisteri, così come il servizio ecclesiale del catechista, esigono il riconoscimento della comunità che asso­cia i catechisti al servizio dei pastori, ai quali spetta il compito di discernere se sia presente il dono del­lo Spirito, l'ecclesialità di fine e il desiderio di stabi­lità, come abbiamo già considerato.
Qui si fonda «il mandato che, riconoscendo i doni del Signore, i pastori affidano in suo nome ai fedeli per confermare la loro missione» (RdC 197), radicata nel battesimo e nella cresima. La Chiesa conferisce il mandato dell'annuncio e della testimonianza a colui che va e serve la Chiesa nel nome della Chiesa stes­sa. La vocazione ai ministeri non può essere un'at­trattiva personale, ma un riconoscimento, fatto dal­la comunità, di particolari doni che rendono idonei i chiamati a ricevere il mandato alla missione dell'an­nuncio della Parola.
Mandato dalla Chiesa il catechista non annuncia una parola sua, ma la Parola di Cristo. Non si espri­me a nome proprio, ma in ogni attimo coinvolge la comunità ecclesiale. «Egli è consapevole portavoce del­la Chiesa, dalla cui esperienza di fede gli viene sicu­rezza» (RdC 185).
Da qui l'esigenza di una permanente formazione ecclesiale, fatta di coinvolgimento, di partecipazione, di condivisione, per una conoscenza cosciente della vita della Chiesa locale, anche ai fini di un annuncio incarnato. Questo mandato ecclesiale o ministero ca­techistico deve perciò essere pubblico e riconosciu­to dalla comunità.
Al riguardo può essere assai efficace celebrare pub­blicamente il conferimento del mandato per il servi­zio della Parola.
Emerge così l'opportunità che, nelle singole Chie­se locali, tale mandato venga espresso in forme an­che visibili, con una celebrazione di ammissione al servizio catechistico presieduta dal Vescovo. Questo segno ben esprime la comunione del catechista con il pastore della diocesi e successore degli Apostoli nella Chiesa locale, in cui egli esercita il ministero; comunione essenziale per la sua autenticità e fecon­dità.

È assai importante, inoltre, e pregno di significa­to che i catechisti, all'inizio del nuovo anno pastora­le, vengano presentati dal parroco alla comunità par­rocchiale, convocata in solenne liturgia, quali man­dati dal Vescovo.
Talune pagine degli Atti degli Apostoli ricordano come ogni missione della Chiesa nascente fosse pre­ceduta dalla invocazione dello Spirito. «I catechisti operano in nome della Chiesa», pertanto... «devono sentirsi sostenuti dalla stima, dalla collaborazione e dalla preghiera dell'intera comunità» (RdC 184).

  

IL MINISTERO SVOLTO
NELLA
COMUNITÀ CRISTIANA


Per il servizio della Parola

II primo e qualificato compito del catechista è il servizio della Parola. Egli esplicita così la sua mis­sione profetica «per guidare l'itinerario degli uomini alla fede della riscoperta del battesimo fino alla pie­nezza della vita cristiana (RdC 30).
Per esercitare questo officio il catechista deve aver premesso - e sempre approfondire - l'affascinante esperienza di Gesù, il Cristo redentore e della sua Parola di verità, di vita e di pace. Parola che non può essere manipolata, confusa, male interpretata, stru­mentalizzata. Il catechista, infatti non si serve della Parola; la serve come «testimone e partecipe di un mi­stero che egli stesso vive e che comunica agli altri con amore» (RdC 185).

Ciò impegna il catechista:

§  a un permanente ascolto della parola di Dio;

§  a una assidua meditazione della Parola ascoltata:

§  a un coinvolgimento radicale nel contenuto del mes­saggio accolto per un rinnovamento di mentalità e di fede sempre più conforme al progetto del Maestro, onde esserne fedele trasmettitore.

«La costante preoccupazione di ogni catechista... de­ve essere quella di far passare attraverso il proprio in­segnamento e il proprio comportamento la dottrina e la vita di Gesù... Quale frequentazione assidua della parola di Dio trasmessa dal Magistero della Chiesa, quale profonda familiarità con Cristo e con il Padre, quale spirito di preghiera, quale distacco da sé deve avere un catechista per poter dire: la mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato!» (CT 6).

Per il servizio all'uomo

«Per alimentare una mentalità di fede che consen­ta di vivere da figli di Dio, la catechesi deve raggiun­gere gli uomini nel tempo e nel luogo in cui essi ope­rano; vale a dire nelle situazioni della vita che è loro propria» (RdC 128).
«Non basta una concezione statica della condizio­ne umana, è necessaria una continua ricerca condot­ta con saggezza e con simpatia perché il volto delle ge­nerazioni contemporanee va assumendo lineamenti nuovi di giorno in giorno, con imprevedibile accelera­zione» (RdC 132).
Questi riferimenti al Documento di Base per il rinnovamento della catechesi della Chiesa che è pel­legrina in Italia, sembrano sufficienti per evidenzia­re quale netta attenzione l'azione pastorale catechis­tica deve dedicare all'uomo «prima e fondamentale via della Chiesa» (RH 14).
A rigore di verità non può essere taciuto che in questi ultimi anni - anche se ora, e per opera in­stancabile e profetica del Papa Giovanni Paolo II, si assiste a un degno recupero - il dettato del RdC in materia antropologica si era andato un po' sfocando. In luogo di una vera antropologia cristiana, si era ce­duto il posto a un troppo populista e facile antropologismo che non ha potuto e non poteva raccogliere le istanze e le provocazioni sottese a un contenuto di fede. Il Documento di Base da per scontato - e lo rammenta con chiara insistenza a tutti gli operatori della catechesi - il discorso sull'uomo. Tuttavia, den­tro la cornice e il contesto catechistico il discorso non può essere mirato che sull'uomo salvato, sull'uomo trasformato dallo Spirito Santo... l'uomo nuovo (RdC 91 e 93).

È naturale che non potranno sfuggire al catechista le difficoltà, le angosce, i disagi, le inquietudini dell'uomo dell'ora-e-qui, di questa storia drammati­ca ed esaltante al contempo; ma è più urgente riap­propriarsi del senso del ministero della Parola cui il catechista serve, perché attraverso molti e diversi mo­di e mezzi non si abbia mai a smarrire l'obiettivo del­la catechesi: «Disporre e guidare i credenti ad acco­gliere l'azione dello Spirito Santo per ravvivare e svi­luppare la fede, per renderla esplicita in una vita coe-rentemente cristiana» (RdC 37; cfr anche 38-41).

In sintesi: chi è il catechista?

§  Una persona che ha incontrato Gesù e con gioia vuole comunicarlo agli altri; un testimone attendibi­le, un seminatore di fiducia.

§  Una persona che ha accolto la voce dello Spirito San­to che lo ha chiamato a lavorare e impegnarsi nella Chiesa di Dio, in dialogo pieno e rispettoso con il proprio parroco e la comunità della propria parroc­chia. In essa, infatti, ha maturato una positiva espe­rienza di servizio, e ora vuole aprirsi alla famiglia dei figli di Dio assumendo una precisa identità e servi­zio ecclesiale.

§  E persona mandata dal Vescovo, tramite il conferi­mento del mandato ecclesiale, e con umiltà e sere­nità si pone a servizio del regno come compagno di viaggio.

§  Vive sull'esempio di Gesù il dialogo con i sacerdo­ti e con le famiglie, ascoltando, valutando e immer­gendosi nelle situazioni: cercando di capire il lin­guaggio della gente per parlare in modo da essere compreso, per consentire agli altri di fare esperien­za e crescere nella fede.

§  La fiducia nello Spirito Santo, una ricca spiritua­lità, un sano equilibrio, lo aiuteranno a essere capace di resistere in situazioni difficili e a non abbando­nare il campo di fronte alle difficoltà. - Coltivando un profondo attaccamento con la pro­pria famiglia, con la comunità parrocchiale ed, even­tualmente, con il proprio gruppo ecclesiale di ap­partenenza, li fa partecipi della sua missione e rice­ve da essi sostegno e collaborazione.

 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it