Catechisti per vocazione
orientamenti per la formazione

e il servizio ecclesiale dei catechisti

Tommaso Stenico
   

1. La vocazione

2. L'originalità della vocazione cristiana

3. Catechista per vocazione

4. L'identità spirituale del catechista

5. La formazione del catechista

6. I «luoghi» della formazione catechistica

7. Proposta di un progetto di formazione catechistica



4. 
L'identità spirituale del catechista


Come agli inizi del cammino cristiano, così anche oggi Dio chiama la comunità e i singoli credenti bat­tezzati, che hanno ricevuto il dono dello Spirito, a uscire dal cenacolo e a percorrere le strade degli uo­mini, per far risuonare con accenti nuovi e credibili la buona notizia della salvezza (cfr At 1,5.8). L'an­nuncio del Vangelo e la testimonianza cristiana - se­condo lo stile dell'incarnazione - si attuano nella di­namica della missionarietà, all'interno degli ambien­ti umani vitali come risposta alle attese e alle urgen­ze del nostro tempo. Le comunità cristiane e i sin­goli credenti sono mandati, come Gesù stesso, a ma­nifestare e annunciare l'amore salvante di Dio a fa­vore di tutti gli uomini nelle loro concrete condizio­ni di vita.
Missione significa invio e, quindi, rimanda a ciò che sta all'origine di un movimento. Così la parola missione esprime una duplice realtà:

§  l'invio, l'atto del mittente che genera il movimento dell'inviato;

§  il movimento dell'inviato come conseguenza dell'in­vio.

In tutta l'economia della salvezza, come abbiamo già affermato per ciò che riguarda la vocazione, an­che la missione è parte fondamentale e costitutiva di questa.
Ciò è anche elemento costitutivo di tutta la Chie­sa, chiamata alla missione universale da Gesù Cristo risorto, all'annuncio del Vangelo a tutti gli uomini, a promuovere la salvezza, a edificare la comunità per una Chiesa veramente cattolica, a promuovere e ad affermare la carità, la giustizia, l'unità, perché si rea­lizzi il regno di Dio.
Nelle Scritture la parola che indica inviato, man­dato è espressa col termine apostolo, dal greco apostello, che indica appunto, l'azione, l'atto di inviare. È importante sottolineare come le Scritture mettano in risalto sia la missione, sia la stretta relazione tra mandante e mandato: al mancare di uno di questi due aspetti, non viene più usato il termine apostolo.

Nel periodo di Gesù, colui che era inviato come rappresentante o portava un messaggio per conto di un'altra persona era considerato come la persona stes­sa del mandante. Aveva dunque, pieni poteri confe­riti e acquisiti come l'inviato di qualcuno. L'inviato rappresenta, quindi, colui che lo manda, ma non è superiore al mandante. Ciò è confermato anche da Giovanni, che riferendosi agli Apostoli, quali inviati di Gesù, afferma: «Un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha man­dato» (Gv 13,16).
Nelle Scritture, soprattutto neotestamentarie, la figura dell'inviato è considerata un'istituzione giuri­dica ed è espressa col termine saluah. Il concetto ebraico di saluah è probabile che sia la base dell'apo­stolato neotestamentario, anche se quest'ultimo ha molti aspetti che non troviamo nel primo.

In ogni chiamata, in ogni appello che Dio rivolge all'uomo, individuale o collettivo che sia, in relazio­ne a questo e come adempimento di questo, c'è la missione. In ogni vocazione vi è un mandato ben pre­ciso di Dio, spesso sottolineato dalle parole: «Io ti mando... Ora va'! Io ti mando dal faraone» (Es 3,10).

Nelle vocazioni particolari ad ogni uomo viene af­fidata una missione precisa, che rientra nel progetto di salvezza di Dio: alcuni sono chiamati a converti-re, ad annunciare la parola di Dio: i profeti; altri a preparare o a portare a compimento una fase stori­ca ben precisa nella quale si rivela l'azione di Dio. A queste vocazioni/missioni particolari si affianca la missione a cui è chiamato l'intero popolo di Israele, che Dio sceglie, elegge tra tutti i popoli e lo destina ad essere nazione santa, depositaria della salvezza, con la precisa missione di trasmettere questo mes­saggio a tutti popoli.

Dio, prima di inviare suo Figlio, manda dei doni, affinché l'uomo sia pronto ad accogliere il dono più grande della salvezza: «Così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, sen­za aver operato ciò che desidero e senza aver compiu­to ciò per cui l'ho mandata» (Is 55,11).

In questo versetto del Deutero-Isaia, la parola di Dio è personificata, come un messaggero, un invia­to, che fino a quando non ha compiuto la sua mis­sione non ritorna, resta per sempre, preludendo an­che alla parola di Dio come parola di giudizio e, quin­di, alla seconda venuta del Verbo (cfr anche Sap 18, 14-15 e Sai 107,20; 147,15).
Il tema della parola di Dio è presente in tutto l'An­tico Testamento e diviene centrale nel Nuovo Testa­mento con l'incarnazione stessa del Verbo.

 

ASCOLTO-CONOSCENZA DELLA PAROLA DI DIO


II catechista è tale nella Chiesa e per la Chiesa: l'essere catechista è una vocazione, dono di Dio; fa­re catechesi a volte non significa essere catechisti. Il catechista, inoltre, è missionario e la sua missione è il suo stesso ministero. Così, «ogni missione che si esprime nella Chiesa va ricondotta all'iniziativa mis­sionaria del Padre, che ha mandato il figlio suo nel mondo e al gesto missionario di Cristo che, venuto al mondo a salvarci, ha effuso il dono dello Spirito San­to» (CCM 5).

È, dunque, nell'ascolto e nella diretta conoscen­za della parola di Dio che il cristiano si predispone a operare come missionario nella Chiesa, per il mon­do. «Questo regno si manifesta chiaramente agli uo­mini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cri­sto. Accogliere la parola di Gesù significa accogliere il regno stesso di Dio» (CCC 764).
È Dio stesso che inizia il dialogo con l'uomo, co­stituendo un rapporto di amore e di familiarità e l'ac­coglienza della parola di Dio da parte dell'uomo ele­va quest'ultimo a un livello superiore nella tensione verso il trascendente.
La parola divina pone l'uomo in comunione con Dio fin dall'inizio della rivelazione raggiungendone, in modo graduale, la pienezza attraverso Cristo, il Verbo incarnato.
La parola di Dio è la sua stessa azione efficace. Dio attua quello che dice senza servirsi di altro mez­zo che la Parola stessa. E in Dio la Parola è il suo Verbo, il Figlio che si è fatto uomo, ed è Gesù Cri­sto.
La parola di Dio non è ascoltata e conosciuta da tutti nella stessa maniera, ma ognuno la percepisce secondo la propria disponibilità e adesione di fede all'appello che Dio rivolge all'uomo. A tale proposito facciamo riferimento alla parabola del seminato­re: «Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata... parte cadde sulla pietra e inaridì... un'altra cadde in mezzo alle spine e le spine la soffo­carono... un'altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto» (Le 8,4-8).

Il seme è la parola di Dio e il seminatore è Gesù, ma possiamo anche dire che è ogni cristiano che, sul modello di Gesù, annuncia la Parola; è ogni catechi­sta che si sente inviato di Gesù stesso per trasmette­re, attraverso il suo ministero la Parola e non si fer­ma di fronte alle difficoltà, di fronte all'incompren­sione o a un annuncio che non porta frutto: consa­pevole di rappresentare Gesù, unico maestro, conti­nua la sua missione, il suo servizio della Parola.
Per questo, ogni catechista ha alla base del suo ministero un ascolto attento, una conoscenza preci­sa della Parola che, meditata e interiorizzata, può es­sere annunciata, germoglia e porta frutto cento volte. Il catechista deve essere come quel terreno fertile, es­sere nella condizione di aprire il proprio cuore all'ascolto della parola di Dio e adoperarsi perché la sua diventi una conoscenza sempre più approfondi­ta e sistematica.

È per questo che il Magistero stesso ha tanto in­sistito, tra le altre cose, anche e soprattutto, sulla for­mazione dei catechisti. Così, si esprime su tale argo­mento, ad esempio, il Direttorio Catechistico Gene­rale: «Qualsiasi attività pastorale che non sia sostenu­ta da persone veramente formate è condannata al fal­limento» (DCG 108), e ancora: «È necessario che le autorità ecclesiastiche considerino la formazione dei catechisti come compito di massima importanza» (DCG 115).
Al catechista è richiesta una crescita che vada nel verso di una «maturità spirituale ed ecclesiale nella quale si inserisce l'esigenza della formazione biblico-teologica... la quale deve procedere sempre nel con­fronto attento con la Tradizione e il Magistero vivo della Chiesa» (FclC 19).

La comunità dei cristiani uniti nella fede, cioè la Chiesa, nasce dall'ascolto e dall'accoglienza della pa­rola di Dio, Cristo Verità. «Dalla parola di Dio la Chie­sa viene adunata ed i suoi figli rigenerati. La Chiesa dipende dalla parola di Dio» (RdC 11).

  

ADESIONE ALLA PAROLA DI DIO
INCONTRO CON CRISTO, ADESIONE ALLA SUA PERSONA


L'ascolto e l'accoglienza della parola di Dio non sono sufficienti per adempiere alla missione di an­nunciare la Parola al mondo. Il catechista, in prima persona, deve aderire alla parola di Dio, farsi disce­polo di Cristo. Ciò, come abbiamo già accennato, non è un semplice seguire gli insegnamenti del Mae­stro ma, come facevano gli Apostoli, aderire alla per­sona di Gesù, essere partecipi della sua stessa vita, porre Cristo a fondamento e come fine della propria esistenza.
Il catechista, .nello svolgere il suo ministero, non può essere tale se non in forza di una comunione profonda con Cristo, di una sequela che è adesione incondizionata alla sua persona. La catechesi stessa «propone costantemente Gesù come centro vivo del proprio messaggio» (RdC 72). Non può esserci evan­gelizzazione se non come promozione dell'adesione a Cristo, per questo la catechesi «tende al duplice obiettivo di far maturare la fede iniziale e di educare il vero discepolo di Cristo mediante una conoscenza più approfondita e sistematica della persona e del mes­saggio del nostro Signore Gesù Cristo» (CT 19).

Tutta la vita deve essere resa a testimonianza del­la scelta di fede fatta, dell'adesione a Cristo. Il catechista deve essere un segno vivo del messaggio che annuncia, perché questo, cioè il suo messaggio, non sia soltanto un elenco di parole, ma un annuncio vi­vo, che è vissuto e trasmesso in prima persona.
L'accogliere la parola di Dio richiede, innanzitut­to una scelta, Cristo, e questa scelta richiede di por­si in un diverso atteggiamento di vita, affinché que­st'ultima sia conforme a Cristo e coerente con la scel­ta fatta. Infatti, «Cristo è principio e fonte di quello stile di vita che caratterizza l'esistenza del cristiano e costituisce visibile esempio di come la fede può tra­sformare il cuore e l'agire dell'uomo» (CCM 34).

  

LA PREGHIERA


La preghiera è la forma originaria e più profonda di ogni espressione e ricerca religiosa. «La preghiera cristiana è una relazione di alleanza tra Dio e l'uomo in Cristo. E azione di Dio e dell'uomo; sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con la volontà umana del figlio di Dio fat­to uomo» (CCC 2564).
Diceva s. Teresa di Gesù Bambino: «Per me la pre­ghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amo­re nella prova come nella gioia».
L'uomo enuncia nella preghiera tutta la sua esi­stenza. Nella preghiera l'uomo si pone di fronte a Dio in un incessante dialogo d'amore che apre il cuo­re dell'uomo all'accoglienza del Vangelo.
Gesù stesso ha tanto raccomandato la preghie­ra, insegnandoci a pregare e pregando più volte egli stesso il Padre suo. La preghiera rivolta al Padre per mezzo di Cristo non può non essere accolta e ben ac­cetta: «Chiedete e vi sarà dato... Perché chiunque chie­de riceve... Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà un pietra?... Se voi dunque che siete cattivi sa­pete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Pa­dre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano» (Mt 7,7-11).
Prima del ministero stesso della Parola, per il ca­techista c'è la preghiera, intenso dialogo col Signo­re. Infatti, al catechista è richiesta, oltre a una ade­guata preparazione e a una comunione di vita con Cristo, «un'intensa vita sacramentale e spirituale, la familiarità con la preghiera» (DCG 114).
Se il catechista è unito a Cristo, in comunione con lui, sull'esempio dello stesso Signore prega il Padre sia singolarmente che comunitariamente. La sua pre­ghiera è preghiera di lode e di ringraziamento, ma anche di richiesta di perdono e di invocazione.
Dio non può essere soltanto Qualcuno del quale si parla, ma innanzitutto Qualcuno con cui si parla confidenzialmente. La preghiera in questo senso di­venta atto di fede, perché con la preghiera il cate­chista chiede al Padre che illumini, dia forza ed effi­cacia al suo annuncio.

Il catechista, attraverso la preghiera, riconosce il dono che Dio stesso gli ha fatto: è catechista in quan­to chiamato da Dio, in quanto ha ricevuto il dono della sua vocazione. Inoltre, nella preghiera, il cate­chista, non solo chiede aiuto a Dio per svolgere il suo servizio ecclesiale, ma è nella e con la preghiera stes­sa che risponde alla chiamata divina.
La preghiera è anche ascoltare Dio che ci parla, che continuamente ci chiama. La preghiera riveste un ruolo fondamentale, non solo per la vita del ca­techista, ma di tutti coloro che sono chiamati da Dio nella Chiesa. Quindi, la preghiera aiuta l'uomo a man­tenersi nell'atteggiamento permanente della conver­sione e a essere docile al fascino della grazia.

 

I SACRAMENTI


La testimonianza e la coerenza di vita con la scel­ta di fondo per Cristo alimentano la nostra fede, che è la prima risposta a Dio che chiama. La fede deve essere alimentata dal pane della Parola e dai sacra­menti. I sacramenti sono segni efficaci della grazia, isti­tuiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i qua­li ci viene elargita la vita divina. I riti visibili con i quali i sacramenti sono celebrati significano e realiz­zano le grazie proprie di ciascun sacramento. Essi por­tano frutto in coloro che li ricevono con le disposi­zioni richieste» (CCC 1131).

I  sacramenti suppongono la fede, altrimenti re­sterebbero vani gesti simbolici; non opererebbero, cioè, efficacemente nell'uomo senza la sua fede e le disposizioni morali relative, senza nulla togliere al­l'azione divina. Oltre a supporre la fede, i sacramenti sono per essa fonte di nutrimento ed espressione del­la medesima. La Parola diviene nel sacramento even­to salvifico.
Vi è, dunque, relazione stretta tra annuncio, Tra­dizione viva e sacramenti. Il sacramento si pone co­sì, nell'ottica della realizzazione di quanto nell'an­nuncio è trasmesso.
II  catechista nella Chiesa e con la Chiesa «adem­pie la sua missione con la proclamazione della parola di Dio e con sette sacramenti, che sono atti ed eventi privilegiati ai quali Cristo ha attribuito la singolare efficacia di comunicare agli uomini la sua stessa vi­ta» (ES 40).
I sacramenti, istituiti da Cristo, per la nostra san­tificazione, derivano dal mistero della sua morte e ri­surrezione, unico mistero di salvezza. Quindi, i sa­cramenti esprimono la presenza efficace di Cristo nel­la Chiesa, sulla quale egli invia il suo Spirito.

La Chiesa, sacramento di salvezza, continua l'azio­ne di Cristo, attraverso questi segni efficaci della gra­zia, così in essa, «la vita di Cristo si diffonde nei cre­denti, che attraverso i sacramenti si uniscono in un modo arcano e reale al Cristo sofferente e glorioso» (LG 7).
Ogni sacramento ha una dimensione comunitaria, perché è nella Chiesa che avviene l'incontro con Cri­sto, è nella Chiesa che si manifesta, attraverso i sa­cramenti, l'amore tra Cristo e il suo Corpo mistico.
«I sacramenti sono le azioni fondamentali, con le quali Gesù Cristo dona ai fratelli il suo Spinto, fa­cendone un popolo santo che si offre, in lui e con lui, in oblazione gradita al Padre. E molto importante che la catechesi... ricolleghi (i sacramenti) continuamente a Gesù Cristo, dal quale "traggono la loro efficacia" e allo Spirito Santo, che in essi agisce» (RdC 87).
I sacramenti devono essere considerati come un allenamento alla vita, quali «sorgenti di grazia per i singoli e per le comunità, in modo che tutta l'effusio­ne della grazia nella vita cristiana appaia legata all'eco­nomia sacramentale» (DCG 56).
Essere missionari, essere testimoni vuoi dire mo­strare il significato di tutto ciò che si vive della fede. Perciò, «la grazia dei sacramenti è fonte inesauribile che alimenta la vita del catechista, gli da il coraggio di superare difficoltà e limiti, lo stimola ad un impegno generoso e fedele di gratuità e donazione verso i fra­telli» (RdC 10). Da qui, l'importanza di prepararsi, di allenarsi a essere testimoni della fede in Cristo, nel­la comunità, anche attraverso la vita sacramentale.

Tra tutti, l'Eucarestia è il sacramento che sostie­ne, raduna in comunione d'amore i cristiani; così, ogni servizio, ogni carisma, dono di Dio alla Chiesa, trova nell'Eucarestia il suo fondamento: «Io sono il pane della vita», ha detto e ripete Gesù. «Ogni Eucarestia è un rinnovato invito al discepolato, cioè a sta­re alla scuola (del Signore), per vivere con lui e testi­moniare la sua reale presenza tra noi» (ECC 62).

Allo stesso modo, il sacramento della riconcilia­zione è risposta alla chiamata divina, perché il cri­stiano, nel segno di una continua conversione, si ado­pera a mantenere viva la sua adesione a Cristo. At­traverso la conversione l'uomo pone in essere non soltanto la riconciliazione con Dio e con i fratelli, nel sacramento della penitenza, ma anche quell'equili­brio interiore che il peccato, come rottura, divisio­ne, dissociazione ha distrutto. In questo modo il cri­stiano torna ad essere membro della Chiesa, la qua­le non esiste in questo mondo per se stessa; esiste per gli altri, per la gloria di Dio e la salvezza del mondo. Il dono della riconciliazione diventa perciò evento missionario.

 

ANNUNCIO DELLA PAROLA DI DIO


Nella Chiesa è presente il ministero della parola di Dio che è «l'esercizio della missione profetica di Cristo, che continua nella Chiesa» (RdC 10). Nei lai­ci, questo tipo di apostolato (se con questo termine intendiamo un aspetto specifico o un settore parti­colare dell'evangelizzazione, quale primo annuncio della salvezza), non è partecipazione all'apostolato gerarchico, ma partecipazione alla stessa missione salvifica della Chiesa, alla quale i cristiani sono chia­mati da Cristo per mezzo del battesimo e della con­fermazione.
La natura specifica del ministero del catechista è appunto quella di servire la Parola. Il catechista, quindi, in forza del suo ministero è annunciatore della parola di Dio. Infatti, «la catechesi è un momento tipico e privilegiato dell'evangelizzazione, la quale esprime anzitutto il compito globale dell'annun­cio, in quanto ne sviluppa i tratti portanti, le finalità, i contenuti, il linguaggio, la pedagogia» (RdC 7).
Il catechista annuncia la parola di Dio prima di tutto, mediante la sua testimonianza di vita, che de­ve essere una continua crescita nella fede, aspirando ogni momento all'incontro con Cristo, unico Mae­stro. La fedeltà alla parola di Dio dovrà essere sem­pre presente nella persona del catechista e, sensibile a ciò, egli farà del suo annuncio, l'annuncio di Gesù Cristo, morto e per noi risorto. Perché «unica è la pa­rola di Dio, come uno è il Signore Gesù Cristo, al qua­le si rende testimonianza e unico l'ufficio profetico del quale, in diverso modo, si partecipa (RdC 34).
Nello svolgere il suo officio, il catechista, fedele al messaggio di Gesù, ha il dovere di trasmetterlo e di comunicarlo agli altri, affinché anche questi co­noscano Cristo, accolgano il messaggio cristiano, lo vivano nella comunità ecclesiale e aderiscano all'uni­co Maestro.
Nell'annunciare la Parola, il catechista presterà at­tenzione a «insegnare, far percepire e capire, per quan­to è possibile la realtà di Dio che si rivela e si annun­cia» (RdC 187), considerando tuttavia il fatto che «... l'annunzio della parola di Dio non si limita a un insegnamento: essa sollecita la risposta della fede, co­me adesione e impegno, in vista dell'alleanza tra Dio e il suo popolo» (CCC 1102). Potrà far questo sol­tanto se al suo annuncio corrisponderà una coeren­te e reale testimonianza di vita.

Inoltre, il catechista deve essere attento a saper leggere i segni delle cose che sono intorno all'uomo, perché in essi e attraverso essi può annunciare il mi­stero di Cristo. Infatti, «tutto è stato creato in Cristo, per mezzo di Cristo, in vista di Cristo. Perciò ogni aspet­to di verità, di bellezza... che si trova nelle cose e in tutto l'universo... in tutte le realtà terrene e in parti­colare nell'uomo e nella storia: tutto questo è segno e via per annunciare il mistero di Cristo» (RdC 118).
Annunciare la parola di Dio implica una partico­lare conoscenza, una conoscenza che va oltre l'atto dell'apprendere, dell'avere cognizione di qualcosa, del sapere, che è conformarsi alla persona stessa di Gesù, il porsi alla sua sequela. Annunciare la Paro­la, adempiere al ministero della Parola è proprio del­la missione della Chiesa, che continua nel tempo e tra gli uomini la missione profetica di Cristo. Infat­ti, «Dio, il quale ha parlato nel passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa e, per mezzo di questa, nel mon­do, introduce i credenti a tutta intera la verità e in es­si fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ric­chezza» (DV 8).

La Chiesa ha bisogno della tradizione, quale viva trasmissione del messaggio della salvezza, tradizione che in essa cresce ed è resa feconda per opera dello Spirito Santo. «La tradizione fa conoscere alla Chiesa la scrittura autentica (fedeltà), la interpreta con la vo­ce viva di ogni tempo (creatività) e la rende sempre operante, così che il Padre continua a manifestarsi nel suo popolo, Cristo annuncia ancora il suo Vangelo, lo Spinto fa progredire i credenti nella verità» (RdC 110).
Il catechista deve predicare il Vangelo, annun­ciarlo a tutti gli uomini, con la convinzione, propria anche degli Apostoli, che Gesù non lo abbandona, ma continua ad essere con lui e ad inviargli i suoi doni, facendo proprie le parole di Gesù: «Ecco, io so­no con voi tutti giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Gesù promette ai Dodici di rimanere per sempre con loro e li incarica di insegnare, battezzare, ecc.

Tutto ciò evidenzia la permanenza di questi poteri conferiti ai Dodici, in tutta la Chiesa, fino alla fine dei tempi. Come Gesù non si separa mai dai Dodi­ci, così il realizzarsi dei Dodici dipende dal loro ri­manere in lui. Lui con loro ed essi con lui.

 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it