L'Unzione degli Infermi
Per
introdurre il tema della sofferenza e dell'intervento della comunità
cristiana nei confronti del malato, ecco un passo di Origene, grande padre
della chiesa: "Nella sua misericordia Dio compatisce, cioè non è senza
cuore ... Egli (il Redentore) viene sulla terra per compassione del genere
umano ... Qual è la sofferenza che ha patito per noi? La sofferenza
dell'amore. E il Padre stesso, il Dio dell'Universo, "longanime e ricco di
misericordia" (Sal 103,8) non soffre anche lui in certo qual modo? Nemmeno
il Padre è impassibile. Se invocato, egli si muove a pietà e sente il nostro
dolore. Egli soffre una sofferenza d'amore".
Per
il cristiano, il tema della malattia e della sofferenza ad essa connessa,
non può che essere accostato sotto il profilo della fede, nella certezza
che Dio stesso nella sua vita sperimenta il dolore.
Ed è
proprio dall'azione di Dio in Gesù Cristo di fronte alla condizione malata
che la comunità cristiana deve farsi istruire nella sua azione all'interno
della società nella quale vive. La Chiesa infatti, stabilendo nella sua
prassi il sacramento dell'unzione degli infermi si pone nell'orizzonte
dell’annuncio fedele della missione evangelica del suo Signore.
La
riflessione può dipanarsi attorno tre temi:
- L'istruzione
del dato nel Nuovo Testamento
- Una
visione rapida della sviluppo della riflessione sacramentaria
nella Chiesa partendo dai testi del Magistero
- Un
momento di sintesi che recuperi i dati e proponga una riflessione sulla
prassi attuale.
La riflessione del Nuovo Testamento
All'interno del Nuovo Testamento due testi trattano in modo esplicito il
tema dell'unzione dei malati: Mc 6,6b-13 e Gc 5,13-16.
A
questi due testi occorre riferirsi per ottenere una prova che consolidi la
prassi ecclesiale, ma per essere nuovamente istruiti sulla qualità di tale
prassi che vediamo, in questi testi, essere attestata fin nella primitiva
comunità cristiana.
Incominceremo con l'analisi di Mc 6,6b-13
6b
"Gesù andava per i villaggi, insegnando.
7
Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede
loro potere sugli spiriti
immondi.
8
E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né
pane, né bisaccia, né denaro nella borsa;
9
ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche.
10
E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate
da quel luogo.
11
Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno,
andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza
per loro».
12
E partiti, predicavano che la gente si convertisse,
13
scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li
guarivano".
Il
contesto in cui si svolge il brano di Marco è quello della missione dei
discepoli. Quali le caratteristiche di questa missione, il suo proprium?.
Tre le caratteristiche:
a)
predicazione della conversione: v. 12
b)
scacciata dei demoni: v. 13a
c)
unzione degli infermi: v. 13b
v. 12: Il primo contenuto della
missione dei Dodici ricalca con estrema fedeltà, anche letterale, l'annuncio
programmatico di Gesù che troviamo in Mc 1,15:
"Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al
vangelo". In queste parole di Gesù
si sottolinea il tema della conversione nel senso della "metànoia" greca,
ossia del cambiare radicalmente l'orientamento.
v. 13a: Il secondo momento riprende
un'altra azione caratteristica della missione di Gesù: la scacciata dei
demoni. Troviamo molti testi sinottici che ne parlano: per citarne alcuni Mc
1,21-28. 5,1-20. 9,14-29 con il confronto con i testi paralleli.
Non
è questo il luogo per un'analisi approfondita di questi gesti di Gesù, basti
solo notare che anche questo secondo momento della missione dei Dodici, ha
il suo fondamento nell'azione evangelica di Gesù.
v. 13b: Il terzo momento è quello
dell'unzione dei malati. Il versetto, con molta probabilità, è di natura
redazionale, ossia trova la sua origine immediata nella comunità cristiana
in cui è nato questo vangelo. Questa considerazione è sostenuta dal
confronto con i testi paralleli che non parlano di unzione, ma semplicemente
di guarigioni.
Ciò
permette di affermare che la prassi dell'unzione dei malati è presente anche
nella comunità delle origini (la cosa troverà ulteriore confermata nel testo
di Giacomo).
Secondo dato importante è che questa unzione viene collegata direttamente
con la guarigione del malato: "...ungevano di olio molti infermi e
li guarivano". Accostando questo brano e quello di Mc 6,56, si
nota un'evidente coincidenza di sviluppo tematico (il soggetto di questo
brano è Gesù): "E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne,
ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la
frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano".
La
collocazione del gesto dei Dodici e quindi la sua rilevanza e
significatività, deve essere cercata nei gesti di guarigione compiuti dallo
stesso Gesù. É infatti questo un momento importante dell'azione del Signore
ed è questa la radice dell'azione sacramentaria della Chiesa. Il riferimento
è al malato, alla persona affaticata dalla sofferenza connessa con il suo
stato di malattia.
Il
secondo brano che facilita la riflessione sul significato dell'unzione degli
infermi è da ricercare nella lettera di Giacomo 5,13-16.
13
"Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia salmeggi.
14
Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui,
dopo averlo unto con olio, nel
nome del Signore.
15
E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà
e se ha commesso peccati, gli
saranno perdonati.
16
Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per
gli altri per essere guariti.
Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza".
In
questo testo vi è una esplicita affermazione sulla prassi ecclesiale della
primitiva comunità cristiana nei confronti del malato. Viene qui attestata
la pratica dell'unzione del malato e si dice che :"la preghiera fatta con
fede salverà il malato", e non si parla primariamente della salvezza
dell'anima perché il riferimento successivo viene fatto esplicitamente a
riguardo della guarigione. Riferendosi direttamente alla prassi
sacramentaria della Chiesa, per quanto riguarda questo sacramento, non c'è
nessun riferimento alla morte.
Dalla rapida esposizione fatta è possibile evincere come la primitiva
comunità cristiana sia rimasta fortemente radicata nella sua fedeltà alla
prassi evangelica del Signore. Come Gesù ha lottato contro il male, così la
sua Chiesa diviene voce contro ogni forma di male che incatena la vita
dell'uomo e nei gesti sacramentali, che dicono la custodia e la benedizione
di Dio, alza con forza il suo "no" al male, mostrando la sua speranza
verso una totale distruzione di tutto ciò che segna con il dolore la vita
dell'uomo.
Breve storia del sacramento
Il
riferimento sarà ai testi del Magistero, con occasionali sguardi allo
sviluppo teologico sottostante.
Il
primo dato da prendere in considerazione è quello del mutamento di
denominazione del sacramento: infatti esso passa da "unzione per gli
infermi" a "estrema unzione", per tornare a essere dopo il Vaticano II
"unzione degli infermi".
Uno
dei primi riferimenti magisteriali risale al 416 ed è costituito da
una lettera di Innocenzo I a Decenzio vescovo di Gubbio. In essa si mostra
come colui al quale è amministrato il sacramento sia il malato. Commentando
Gc 5,14ss viene detto: "Non c'è dubbio che si deve prendere o intendere
per i fedeli malati, che possono essere unti col santo olio del crisma"
(DS 216).
In
questo testo si nota esplicitamente che il sacramento è rivolto a coloro che
sono in stato di malattia. Inoltre è da sottolineare che in tutta la lettera
non viene fatto alcun riferimento al momento della morte.
Anche al Concilio di Pavia dell'850 il sacramento viene definito come
"sacramento degli infermi" (DS 620).
É
nei secoli XII-XIII che il sacramento assume carattere decisamente
penitenziale, legato alla prossimità della morte. A questo proposito la
scuola francescana (uno dei massimi esponenti fu S. Bonaventura), parla
degli effetti del sacramento come remissione dei peccati veniali che
ostacolano l'ingresso nel Regno dei cieli. Lo stesso (pur con lievi
differenze a proposito delle quali non mi addentro) vale per la scuola
domenicana: l'unzione è "estrema" perché il sacramento è rivolto ai
moribondi.
In
questa linea si pone Tommaso d'Aquino, le posizioni del quale sono riprese
dal Concilio di Firenze del 1439 che si esprime in questi termini:
"Quinto sacramento è l'Estrema unzione la cui materia è l'olio di oliva
benedetto dal vescovo. Questo sacramento non si deve dare se non ad un
infermo del quale si teme la morte" (DS 1324).
Il
Concilio di Trento (1551) parla del sacramento come "estrema unzione" e pur
concedendo un primato ai malati prossimi a morire, non esclude i moribondi
come soggetti del sacramento. C'è quindi una consonanza con le posizioni
precedenti, ma anche una maggiore apertura sul significato di questo
sacramento, maggiore apertura che però non fu recepita nella prassi
ecclesiale.
La
posizione del Codice del 1917 è legata a questa tradizione e al Can. 940 § 1
si esprime in questi termini: "L'estrema unzione non si può amministrare
che ad un fedele, il quale, dopo aver raggiunto l'uso di ragione, per
malattia o vecchiaia si trovi in pericolo di morte".
Prima di passare alla riflessione del Concilio Vaticano II, è legittimo
domandarsi: Quali sono stati i motivi che hanno portato alla trasformazione
del sacramento dell'Unzione degli infermi in Estrema Unzione? Tra tutti
quelli possibili pare che si possa sostenere la tesi per cui la
trasformazione sia legata a una tendenza, soprattutto nel periodo medievale,
a sottolineare l'aspetto della penitenza e della purificazione delle anime
per giungere all'incontro definitivo con Dio nel Paradiso, come l'aspetto
essenziale dell'esperienza religiosa.
Non
è un caso infatti che questo sia anche il periodo in cui fiorisce una forte
paura del giudizio di Dio (cf. ad esempio al testo del "Dies irae",
cantato durante il rito funebre, che risale a questo periodo, o alle
raffigurazioni artistiche del giudizio universale in cui il numero dei
dannati diventa superiore a quello dei beati).
Il
sacramento dell'Estrema Unzione diventa quindi il necessario aiuto per
affrontare il momento critico del giudizio.
Ma
altri due riferimenti pratici più vicini all'esperienza dimostrano lo
stesso orientamento: il primo legato a una certa consuetudine per cui
alcuni preti portavano con sé in automobile il necessario per amministrare
l'Estrema Unzione in caso di incidenti che avrebbero potuto incontrare lungo
il tragitto; il secondo legato alla salvezza del defunto nel caso in cui non
avesse ricevuto il sacramento.
Come
per molti altri casi, anche per ciò che concerne il sacramento di cui stiamo
trattando, il Vaticano II segna una importante svolta.
Dopo
più di settecento anni infatti il quinto sacramento torna ad essere
denominato "Unzione degli infermi". Pur non ponendosi il fine di una riforma
del sacramento il Concilio si esprime in questi termini: "L'Estrema
Unzione, che può essere chiamata anche e meglio, Unzione degli infermi, non
è il sacramento soltanto di coloro che sono in fin di vita. Perciò il tempo
opportuno per riceverlo ha certamente già inizio quando il fedele, per
malattia o per vecchiaia, incomincia ad essere in pericolo di morte".
Il
riferimento alla morte certamente rimane, ma il Concilio offre il punto di
partenza per una rinnovata incidenza di questo sacramento nella vita della
Chiesa.
Cosicché nel 1972 Paolo VI nella costituzione apostolica "Sacra Unzione
degli infermi" afferma che i soggetti di questo sacramento sono tutti coloro
che sono affetti da malattia seria, superando così l'esclusivo
riferimento alla morte.
Nel
Catechismo della Chiesa Cattolica è esplicito il collegamento al momento
della malattia e il definitivo superamento dell'amministrazione del
sacramento esclusivamente ai moribondi (1511a): "La Chiesa crede e
professa che esiste, tra i sette sacramenti, un sacramento destinato in modo
speciale a confortare coloro che sono provati dalla malattia: l'Unzione
degli infermi".
La prassi della Chiesa oggi
Il
tendenziale scivolamento della denominazione del sacramento da "Unzione
degli infermi", a "Estrema Unzione", ha condotto la prassi della chiesa a
intendere questo sacramento esclusivamente nel suo riferimento alla morte e
non tanto alla condizione del malato. Appare quindi indispensabile il
recupero delle caratteristiche fondamentali di questo sacramento così come
vengono presentate nella riflessione del Nuovo Testamento e del magistero
della Chiesa almeno nei primi secoli.
Lo
spostamento dell'amministrazione del sacramento nel momento della morte che
ha portato "l'unzione degli infermi" a diventare "estrema unzione", pone un
problema rilevante a riguardo dell'incidenza nel vissuto pratico del
sacramento stesso. Se infatti l'unico momento opportuno per amministrarlo è
quello dell'imminenza della morte, allora questo segno diventa
tendenzialmente irrilevante per quanto riguarda la crisi imposta alla vita
dalla esperienza del male, della sofferenza. D'altro canto il valore
neo-testamentario dato all'unzione, è inscindibilmente collegato al momento
storico. La sottolineatura forte che derivava dalla riflessione sia
evangelica, sia presente nella lettera di Giacomo, era quella che vedeva
nell'unzione del malato un atto di preghiera a Dio orientato alla
guarigione. Era questa forte concentrazione verso il malato, verso la sua
condizione sofferente il centro dell'azione. Da questa collocazione
veniva il richiamo al momento escatologico (quello che può anche essere
definito l'interesse per il futuro eterno di colui che si trovava in
pericolo di morte). Infatti il valore dei gesti miracolosi di Gesù (definiti
segni nella tradizione giovannea), non erano dimostrazioni della divinità di
Gesù, ma segni di una liberazione dal male, collegata all'avvento del Regno,
che nella sua compiuta manifestazione mostreranno la distruzione definitiva
del male stesso.
Potrebbe essere proprio questa collocazione storica a dare valore
escatologico ai gesti miracolosi di Gesù. Che valore avrebbero questi segni,
se fossero completamente scissi dal loro riferimento alla situazione di
sofferenza concretamente vissuta dal singolo nella sua storia? Si può
davvero parlare allora di significatività della lotta contro il male, se
questa lotta non assume su di sé la crisi storica causata dal male, ossia se
non assume su di sé la logica dell'incarnazione?
L'annullamento di questo senso era il rischio dello scivolamento
sacramentale nel suo quasi esclusivo orientamento al momento della morte.
L'interrogativo da porsi è allora questo: qual è la Parola che la Chiesa di
Cristo deve è può dire nei confronti dell'esperienza della sofferenza? É
solo quella riguardante il futuro escatologico? É solo quella rinchiusa nel
momento storico?
La
risposta a queste domande sta nell'annuncio evangelico di Gesù. La lotta
contro il male ha in sé due orientamenti assolutamente indivisibili:
quello storico e quello escatologico. Quest'ultimo infatti è la condizione
essenziale per il primo: se infatti il male non fosse stato sconfitto già
completamente nella morte e resurrezione del Figlio di Dio (anche se
questa sconfitta non si manifesta ancora pienamente nell'oggi
della storia) che senso avrebbe la lotta contro il male?
D'altro canto se l'orientamento storico fosse irrilevante, come parlare
ancora della fede cristiana come fede nell'incarnazione della Parola di Dio?
La
celebrazione del sacramento dell’Unzione è il luogo esplicito e rilevante
della qualità della fedeltà della Chiesa al suo Signore che ha lottato
contro il male. Inoltre la Chiesa è custode della Parola della speranza che
diventa il motivo del radicale rifiuto di ogni compromesso con il male in
tutte le sue forme.
L'unzione degli infermi è il gesto esplicito della Chiesa che dà voce al
grido contro il male pronunciato da Dio. Questo grido assume praticamente la
forma della custodia del malato, cura della sua condizione, rispetto della
sua fatica e riconoscimento della sua immutata dignità umana. L'unzione del
malato è il sacramento della speranza e della fiducia nella vita: oggi e nel
futuro di Dio.
Appare evidente come questo sacramento necessiti di essere collocato sempre
più nel suo spazio originario. A questo proposito è oggi sperabile che le
comunità cristiane, diventando in questo modo segno evidente anche nella
società odierna, guardino in faccia il momento della malattia, si riuniscano
comunitariamente per alzare a Dio la preghiera per e con
il malato. Anche in questo senso è auspicabile che questo sacramento
coinvolga la comunità cristiana intera che deve sentirsi responsabile
del momento di fatica di colui che è malato. Anche la comunità cristiana
deve rassegnarsi alla forma odierna del nascondimento del malato in favore
di un ideale come quello dell'efficientismo?
Anche nei discepoli di Cristo deve apparire la fuga dal momento della
sofferenza che è affrontato troppe volte anche con la fatica della
solitudine? Come ritenersi fedeli discepoli del Signore se viene a mancare
questo momento di forte opposizione sacramentale (quindi nel suo
costante riferimento a Dio) al male e di forte solidarietà con il malato?
Alla
luce di queste considerazioni occorre dire che questo sacramento deve, con
rinnovato vigore, essere presentato come il sacramento dell'esaltazione
della fede nella vita tipica dell'uomo credente, che proprio perché
credente nel Dio di Gesù Cristo, non potrà mai rassegnarsi al
male.
L'unzione degli infermi è quindi la professione ecclesiale del "no"
vivificante di Dio contro il male.
La
Chiesa continuerà, così, ad essere, seguendo l'insegnamento del suo Signore,
il luogo dell'accoglienza e della speranza per tutti coloro che attendono e
cercano una rinnovata fede nella vita.