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Che cos'è l'Unzione degli Infermi
Uno sguardo sui
sacramenti
Fin
quando nella Chiesa primitiva è rimasto chiaro il concetto biblico di
alleanza, i sacramenti sono stati concepiti come
impegni a viverla. Lo stesso nome deriva loro dal giuramento dei
legionari all'imperatore (il sacramentum), quindi si tratta proprio
di un impegno.
È bene distinguere
fra i termini segno (dal latino signum) e sacramento
(dal latino sacramentum). Forse, più di una definizione, un esempio ci aiuta
a chiarire ciò. La Chiesa è la manifestazione visibile del fatto che c'è un
Dio coinvolto nella storia e che ci sono uomini che attendono il Regno, in
un'attesa operosa e obbediente agli insegnamenti del Maestro, quindi la
Chiesa è segno di queste cose; ma è vista anche come
sacramento, come impegno, cioè, a metterle in pratica. In altre
parole, il segno apriva la strada al sacramento il quale rendeva reale il
segno.
Poi, a mano a mano
che ci si allontanerà dalla visione originaria, i sacramenti diventeranno
“gesti sacri”.
Come il
battesimo e, più tardi, la confermazione sono i sacramenti della
scelta e dell'impegno iniziale, l'eucaristia quello della comunione e
della memoria, la riconciliazione quello del sostegno nella debolezza
morale. Quanto detto per la riconciliazione si può affermare anche per l'unzione
degli infermi, intendendo per debolezza quella fisica.
L’ordine e
matrimonio, concepiti insieme, sono sacramenti rispettivamente del
servizio nella comunità e del servizio in quanto coppia.
L'Unzione degli
infermi
L'unzione degli
infermi è uno dei sacramenti più antichi; lo troviamo nella Chiesa della
primissima ora insieme col battesimo e l'eucaristia, la triade iniziale, per
così dire. Secondo alcune tesi storico-teologiche, forse è stato il primo in
assoluto. Ciò gli dà grande spessore ed importanza.
A causa dello
stravolgimento di significato che questo sacramento ha subito nel corso dei
secoli, è necessario dire innanzi tutto che cosa esso non è.
Non è il sacramento dell'approssimarsi della morte, che, nella
Chiesa primitiva, era considerata un passaggio. Al moribondo difatti si dava
il viatico (il pane eucaristico) che è appunto qualcosa da utilizzare
per via. La cosa più preziosa che ha la comunità è il corpo del Signore,
quindi questa dà al fratello nel momento del passaggio, che è la pasqua
personale (in ebraico pesah vuol dire anche salto). Anzi,
in una prassi già consolidata alla fine del I secolo, si faceva in modo che
il pane eucaristico si posasse sulla bocca del moribondo nel momento esatto
della morte. In quel momento non si chiedevano impegni, ovviamente, ma,
insieme, si celebrava la morte come un entrare definitivamente nel Regno e
partecipare della forza resuscitante di Gesù di Nazareth; e questo avveniva
con la calda partecipazione della comunità, compresi i presbiteri e perfino
il vescovo. Tutti accompagnavano questo fratello con il loro affetto e con
la preghiera, perché la paura del momento (peraltro legittima) non
soverchiasse la gioia di entrare nel Regno. La morte era dunque un fatto
comunitario.
L'unzione degli
infermi nasce, invece, come il sacramento della debolezza fisica, della
malattia.
Segno dell'unzione
degli infermi è l'olio (come l'acqua per il battesimo e il pane e il vino
per l'eucaristia). Vi sono diversi oli nei segni ecclesiali, con altrettanti
significati:
1. Il Sacro Crisma
che viene usato nel battesimo nella cresima e nell'ordine, con significato
regale (ovviamente nel senso di servizio)
2. L'Olio dei
Catecumeni, usato battesimo.
3. L'olio degli
infermi.
Quindi il
significato di questo sacramento è medicinale, non penitenziale.
Secondo i riti di certe chiese, addirittura, l'olio si doveva bere. Il
cristiano ha solo il suo corpo per impegnarsi per il Regno: se è malato ed
ha ancora speranza di vivere, per continuare ad impegnarsi per preparare la
venuta del Regno, dovrà lottare contro la malattia, affinché questa non lo
schiacci; e tutta la comunità, come sempre, lo sosterrà nella lotta. Anche
in questo caso il sacramento è impegno, anzi ci mostra che è talmente
importante l'attesa operosa del Regno, che neanche la malattia la può
fermare.
Evoluzione
L'origine di questo
sacramento si trova in un passo della lettera di Giacomo:
“Chi è malato,
chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto
con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il
malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno
perdonati. Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate
gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto
fatta con insistenza.”
(Giacomo 5,13-16)
Scritto
probabilmente prima del 70, è questo l'unico testo nel Nuovo Testamento che
si rifà a quella visione del cristianesimo originario di marca giudaica che,
come abbiamo visto, si stava già perdendo. È da notare una visione
medicinale, presente anche nei salmi. Si chiede di non essere schiacciati
dalla malattia. Il testo greco, laddove traduciamo con “lo rialzerà”,
ha il termine “eghèrei”, ritrovare energia, capacità di lottare. Dire
che “la preghiera fatta con fede salverà il malato” non significa che
gli toglierà la malattia o che gli salverà l'anima, ma che egli è salvo
quando la malattia non lo schiaccia, cioè quando non gli impedisce di
continuare a lottare per il Regno.
Si tratta, come
appare chiaramente dal testo di Giacomo, di un sacramento per i malati con
speranza di guarigione, non dei moribondi, come s'è già detto.
Non ci sono giunti
riti di unzione, se non indirettamente (a parte il breve cenno di Giacomo),
per cui deduciamo che il rito dovrebbe essere stato molto informale, da
vivere nella situazione. Invece nella benedizione degli oli si voleva fare
molta attenzione. Il primo formulario in assoluto, che è giunto a noi, di
benedizione sull'olio destinato all'unzione degli infermi risale al vescovo
Ippolito (III secolo):
“ Se qualcuno offre
dell'olio, il vescovo renda grazie, come fa per l'oblazione del pane e del
vino; si esprima non con le stesse parole, bensì nello stesso senso,
dicendo: O Dio, mentre santifichi quest'olio, tu doni la salute a coloro che
ne sono unti e che lo ricevono, con quest'olio con cui hai unto i re, i
sacerdoti e i profeti; esso dia conforto a coloro che ne gustano e salute a
coloro che ne fanno uso.”
In altre parole,
niente nella tua vita, né il male morale, né il male fisico ti possa
spegnere. L'olio ti rende più forte della malattia, perché devi lottare per
il Regno.
Abbiamo poi un
formulario del IV secolo:
“ O Signore, manda
dall'alto dei cieli lo Spirito Santo, il Paraclito, in questo grasso
dell'ulivo che ti sei degnato di trarre da quest'albero vigoroso, in vista
di sollevare i nostri corpi, affinché, con la tua santa benedizione,
diventi, per chiunque si unge, forza. Poi, se l'applica, un rimedio del
corpo che gli scacci ogni sorta di dolori di debolezze, di malattia. L'olio
col quale ungi i sacerdoti, i re, i profeti, i martiri, il tuo buon olio che
tu hai benedetto, Signore, perché rimani in noi in nome del nostro Signore
Gesù Cristo.”
Si noti il termine
grasso dell'ulivo, invece di olio, perché il grasso era usato nel
mondo antico per applicazioni medicinali. Si sottolinea così il carattere
medicinale del sacramento, del resto evidente in tutto il testo. E siamo già
nel IV secolo.
In una lettera di
papa Innocenzo I del 416 ad alcuni vescovi, abbiamo, con riferimento al
testo di Giacomo riportato all'inizio del paragrafo:
“ Questo testo, non
se ne può dubitare, deve estendersi ai fedeli infermi, a coloro che possono
essere unti del sacro olio degli infermi; quest'olio, confezionato dal
vescovo, che non solo coloro che sono rivestiti dal sacerdozio, ma anche
tutti i cristiani hanno il dovere di usare per fare l'unzione…”
Siamo già nel V
secolo, è passata da molto la svolta costantiniana, eppure ancora è presente
il carattere medicinale dell'unzione degli infermi e anche il senso di
responsabilità per tutti, non solo vescovi e presbiteri.
Nella seconda metà
del VII secolo inizia un'organizzazione del rito dell'unzione degli infermi;
già però si comincia a perdere il significato medicinale. Ricordiamo il
Sacramentario carolingio che parla della riconciliazione dei penitenti,
del rito dell'unzione degli infermi, della riconciliazione dei penitenti
“ad mortem” e della stessa morte. Così anche i Sacramentari gelasiani
dell'VIII secolo, che parlano anche di raccomandare l'anima. Il
termine usato è ancora Unctio infirmorum.
Nel dodicesimo
secolo, per la prima volta, compare il termine “Extrema unctio”, o
anche Unctio exeunctium, l'unzione di quelli che stanno per morire, usato da
teologi, canonisti, vescovi. Nel quindicesimo secolo appare così anche nei
testi ufficiali e bisognerà arrivare ai nostri giorni per ritrovare, grazie
al Concilio Vaticano II, l'antico termine “unzione degli infermi”.
Però nella prassi questo sacramento è ancora, purtroppo, largamente usato
sia da presbiteri, sia da laici, come quello che dà la salvezza in punto di
morte. Non solo, ma si è perso completamente il coinvolgimento della
comunità.
Le radici più
profonde
Abbiamo visto come
le origini dell'unzione degli infermi siano da tutti considerate in un passo
della lettera di Giacomo (Gc 5,13-16). Le radici più profonde, però, del
concetto di unzione degli infermi come medicinale, sono da trovare
direttamente in Gesù di Nazareth, il quale nei vangeli appare in continuo
rapporto con le malattie. Egli ha un piglio liberatore, guarisce per
liberare la persona; togliendole il male, le restituisce un'umanità
integrale, vitale, armonica È un Gesù liberatore. Questo rapporto messianico
con la malattia traspare da tutti i vangeli, soprattutto da Matteo. È
storicamente fondata l'affermazione che Gesù è stato un guaritore di malati,
un terapeuta; non un miracolatore, ma uno che usava tecniche di guarigione.
Nella sua predicazione la malattia fisica ha un ruolo fondamentale; Gesù è
un autentico Messia (così lo percepisce la Chiesa primitiva) in quanto
guarisce l'uomo dalla malattia. Ma la malattia diventa a sua volta simbolo
di tutte le forme in cui l'uomo perde la sua dignità, si schiavizza, si
indebolisce. Un uomo debilitato (in tutti i sensi) non può preparare il
Regno, non è dignitoso per lui; quindi o deve guarire, oppure, anche nella
debilitazione, ritrovare forza per lottare. Ecco perché la ricerca storica
ritiene che il primo sacramento potrebbe essere l'unzione degli infermi.
Gesù è citato come
terapeuta 16 volte in Matteo, 5 in Marco e 14 in Luca. In particolare,
osserviamo il breve riassunto che Matteo antepone alla grande sezione del
discorso della montagna: “Percorrendo tutta la Galilea, Gesù insegnava
nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo
fra il popolo ogni malattia e infermità” (Mt 4,23)
Osserviamo i tre
verbi fondamentali:
1) Insegnare:
didascon
2) Annunciare:
kerisson
3) Guarire:
terapeuon
I tre verbi
corrispondono ad altrettante fasi. Osserviamole attentamente:
1) Prima fase.
Gesù è impegnato ad insegnare (didascon) come capire bene la
parola di Dio; ad interpretare di nuovo la Torah e i Profeti, in modo
diverso da quello dei rabbini dell'epoca, perché, se uno non capisce, non
può ricevere il kerigma, cioè l'annuncio che egli sta per fare.
2) Seconda fase.
Dopo l'insegnamento viene l'annuncio (kerigma) che ha
come contenuto la buona notizia che Dio è intervenuto per liberare
gli oppressi: i poveri hanno Dio dalla loro parte. Il Regno sta per venire.
3) Terza fase.
Se questo è l'annuncio, bisogna cominciare a liberare gli oppressi, bisogna
dare i segni che il Regno sta per venire. Innanzitutto col ridare forza agli
oppressi che sono gli sciancati, i ciechi, ecc., anche in senso morale o
spirituale; in altre parole guarirli, anche con attività di sostegno
materiale. Allora l'azione di Gesù diventa il guarire (terapeuon),
compiere gesti autentici di liberazione
Questa è la logica
messianica di Gesù di Nazareth e della Chiesa primitiva, infatti la comunità
capisce presto che da Gesù questa proprietà è passata ai discepoli:
“E strada facendo,
predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate
i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date.”
(Mt 10,7-8)
L'annuncio che Dio
libera gli oppressi è connesso con gesti di liberazione: uno dei primi è
ridare forza al malato. Il malato fisico è l'icona più evidente dell'uomo
oppresso, schiacciato, che aspetta giustizia da Dio. Se voglio essere un
annunciatore del Regno, devo fare gesti terapeutici.
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