Evangelizzazione 

e comunicazione della fede

Tommaso Stenico

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«Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.  Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l'invocano. Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene! Ma non tutti hanno obbedito al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo. Ora io dico: Non hanno forse udito? Tutt'altro: per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino ai confini del mondo le loro parole (Rm 10,9-18)».

 

Questo testo biblico offre la possibilità di  avviare una nuova riflessione in merito alla comunicazione della fede e l’evangelizzazione.

 

Evangelizzazione e comunicazione della fede

 

1. La salvezza dell’uomo, finalità ultima della evangelizzazione

Questa affermazione centra tutta la riflessione dal dialogo che Dio ha iniziato con l’uomo, offrendogli la partecipazione alla vita divina.

Nella lettera ai Romani, San Paolo afferma che la predicazione della Buona Novella porta alla confessione della fede e ha come obiettivo ultimo la salvezza dell’uomo: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”  (Rm 10,9).

Il cuore dell’uomo è l’organo vitale, in cui si fa risiedere la capacità di amare, la volontà umana e l’accettazione della fede, cioè l’assenso e la risposta dell’uomo alla presenza salvifica di Dio nella sua vita. La Buona Novella è proclamata da testimoni fedeli e accolta amorevolmente dall’ascoltatore, che ne è trasformato e salvato dall’azione salvifica divina.

L’ascoltatore, convertito in questo modo in credente, professa con le sue labbra la salvezza operata nell’interiorità del proprio cuore: “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10).

Perché vi sia salvezza è necessario il binomio accettazione della fede e successiva confessione della stessa. E’ necessario considerare bene questo duplice dinamismo della fede. La fede del cuore e la confessione delle labbra conducono alla invocazione, cioè alla lode. L’uomo credente confessa Dio come suo Signore e Salvatore; questa confessione si realizza in molteplici modi: l’invocazione, la lode, l’azione di grazie, la domanda, la richiesta di misericordia…

L’educazione alla fede, pertanto, deve tenere ben presente la dimensione orazionale e liturgica. L’uomo salvato proclama le meraviglie che Dio ha operato in favore degli uomini, e lo invoca come suo Signore: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Rm 10,13).  

 

2. Evangelizzazione, catechesi e comunicazione della fede

 

L’evangelizzazione è una azione ecclesiale assai ampia, che ingloba differenti attività destinati a condurre l’uomo alla accettazione del messaggio evangelico e a vivere secondo lo Spirito. L’evangelizzazione inizia con il primo annuncio del Vangelo o predicazione missionaria per mezzo del kerigma.

L’evangelizzazione ha come finalità l’annuncio della Buona Novella a tutta l’umanità, perché ne viva. Questa azione ecclesiale  “è una realtà ricca, complessa e dinamica, fatta di elementi, o - se si preferisce - di momenti essenziali e differenti tra di loro, che occorre comprendere nel loro insieme, nell'unità di un unico movimento” (CT 18).

La catechesi, illustrata nel Direttorio Generale per la Catechesi e conosciuta da tutti i catecheti, non può mai essere dissociata dal fondamento unitivo pastorale e missionario della Chiesa. Inoltre, la catechesi è uno dei momenti del processo globale della evangelizzazione.

La catechesi è considerata come l’educazione alla fede del soggetto, qualunque sia la sua età (fanciullo, giovane, adulto); essa comprende l’insegnamento della dottrina cristiana, proposto in maniera organica, sistematica  e permanente con l’obiettivo di iniziarlo alla pienezza della vita cristiana.

La catechesi “tende al duplice obiettivo di far maturare la fede iniziale e di educare il vero discepolo di Cristo mediante una conoscenza più approfondita e più sistematica della persona e del messaggio del nostro signore Gesù Cristo” (CT 19).

La catechesi si articola in un certo numero di elementi della missione pastorale della Chiesa che hanno un aspetto catechetico, preparano la catechesi o ne derivano: il primo annuncio del vangelo al fine di suscitare la fede, l’esperienza della vita cristiana, la celebrazione dei sacramenti, l’integrazione nella comunità ecclesiale, la testimonianza apostolica e missionaria.

Tra la catechesi e l’evangelizzazione non esiste né separazione, né opposizione, né identificazione, bensì una relazione profonda di integrazione e complemento reciproco.

La comunicazione della fede o la trasmissione della stessa fa parte del processo globale della evangelizzazione, senza confondersi con esso. Può essere presente in qualunque momento di tale processo: tuttavia si distingue dalle altre attività specifiche,  come la catechesi, la liturgia, la preghiera. 

La comunicazione della fede considera differenti elementi: il comunicatori o il trasmettitore, il destinatario, il contenuto del messaggio, i mezzi o gli strumenti del comunicare, gli ambiti e i luoghi della comunicazione, la finalità della stessa.

La comunicazione della fede non avviene necessariamente in maniera sistematica e organica, ma può – in qualunque momento del processo di evangelizzazione – far conoscere aspetti dottrinali, invitare alla conversione, approfondire un determinato contenuto, offrire una testimonianza di fede, invitare a prendere parte a una celebrazione liturgica, esortare a vivere espliciti atteggiamenti morali.

In tutto questo la comunicazione della fede si distingue dalla evangelizzazione e dalla catechesi.

 

L’annuncio del Vangelo

ha bisogno

di messaggeri degni di fede

 

1.     I testimoni che annunciano la fede, sono inviati.

 La lettera ai Romani fa riferimento alla necessità del mandato perchè il messaggero possa predicare il Vangelo: “Come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene"! (Rm 10,15).

Nessuno, infatti, può andare per propria iniziativa o per propria spontanea decisione. 

a.     Cristo è l’Inviato del Padre

 L’unico mediatore tra Dio e gli uomini è Gesù Cristo, inviato del Padre: “Il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto” (Gv 5,37). Dunque, abbiamo accesso al Padre solamente attraverso il Figlio: “Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato” (Gv 5,23).

La testimonianza di Cristo è vera, perché comunica ciò che ha ricevuto dal Padre: “Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare”(Gv 12,49). 

Si osservi che non solo l’inviato, ma altresì i contenuti del messaggio, sono propri di colui che invia. 

b.    Gli apostoli sono inviati dal Figlio

 Allo stesso modo in cui Cristo è inviato del Padre, Gesù Cristo invia gli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20,21).

Il Signore Gesù fin dal principio “chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc 3,13-15). Così gli Apostoli furono i germogli del nuovo Israele.

Gli apostoli di Gesù ricevono il mandato di predicare la Buona Novella del Regno a tutto il mondo: “Andate dunque e  ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19-20).  

c.     Carattere missionario della Chiesa

Il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium parla del carattere missionario della Chiesa: “Questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità salvifica, la Chiesa l'ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne l'adempimento sino all'ultimo confine della terra (cfr. At 1,8)” (LG 17). La Chiesa facendo sue le parole dell’Apostolo “Guai a me se non predicassi” (1Cor 9,16), si preoccupa instancabilmente di inviare evangelizzatori che perpetuino questa formidabile opera. Spinta dallo Spirito Santo, predica il Vangelo “dispone coloro che l'ascoltano a credere e a professare la fede, li dispone al battesimo, li toglie dalla schiavitù dell'errore e li incorpora a Cristo per crescere in lui mediante la carità finché sia raggiunta la pienezza” (LG 17).

La Chiesa, obbediente al mandato di Cristo e mossa dalla carità dello Spirito Santo, realizza la sua missione facendosi presente a tutti gli uomini e popoli “per condurli con l'esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà ed alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo” (AG 5).

Tutti i discepoli di Cristo hanno il dovere di propagare la fede, di difenderla e di diffonderla, secondo la propria condizione di vita.

2.     Fedeltà al messaggio ricevuto

 Nel compito di comunicare la fede è importante le fedeltà al messaggio ricevuto che deve essere trasmesso intatto e vivo.

Il Papa Paolo VI ricorda questo compito nel suggestivo e inestimabile documento Evangelii Nuntiandi: “Questa fedeltà a un messaggio, del quale noi siamo i servitori, e alle persone a cui noi dobbiamo trasmetterlo intatto e vivo, è l'asse centrale dell'evangelizzazione. Essa pone tre brucianti domande, che il Sinodo del 1974 ha avuto costantemente davanti agli occhi:

o  - Che ne è oggi di questa energia nascosta della Buona Novella, capace di colpire profondamente la coscienza dell'uomo?

o   - Fino a quale punto e come questa forza evangelica è in grado di trasformare veramente l'uomo di questo secolo?

o   - Quali metodi bisogna seguire nel proclamare il Vangelo affinché la sua potenza possa raggiungere i suoi effetti?

 

Questi interrogativi esplicitano, in realtà, la domanda fondamentale che la Chiesa si pone oggi e che si potrebbe tradurre così: dopo il Concilio e grazie al Concilio, che è stato per essa un'ora di Dio in questo scorcio della storia, la Chiesa si sente o no più adatta ad annunziare il Vangelo e ad inserirlo nel cuore dell'uomo con convinzione, libertà di spirito ed efficacia"? (EN 4)

 

3. Corresponsabilità nella comunicazione della fede

 

Comunicare la fede non è una missione riservata ai pastori e ai catechisti della comunità cristiana, ma è un compito/dovere di tutti i cristiani. Colui che ha scoperto veramente la vede e ciò che essa suppone, facendo di essa il centro della propria vita non può non condividere con altri ciò che vive come vero tesoro. Inoltre, tutti siamo corresponsabili nella trasmissione della fede, anche se non tutti siamo chiamati a realizzare i medesimi compiti.

Molti cristiani non hanno coscienza  di questa responsabilità e altri si sentono incapaci di assumerla. Per questo tutti i fedeli cristiani debbono aiutarsi a prendere coscienza di questa missione e sorreggersi vicendevolmente ad assumere la propria responsabilità. Nessuno può sostituirsi a un altro in questo compito tanto personale.

 

E’ tutta la comunità ecclesiale che ha la responsabilità di far giungere agli uomini e alle donne del nostro tempo il Vangelo di Gesù Cristo. Abbiamo tutti bisogno di scoprire l’importanza dell’azione evangelizzatrice delle nostre Chiese. E’ necessario prendere coscienza del fatto che molte delle nostre azioni pastorali debbono situarsi in un a nuova prospettiva per rispondere adeguatamente alle necessità del mondo contemporaneo. I membri di ogni comunità cristiana devono contribuire a un a autentica azione missionaria con la testimonianza della propria vita.

Come ha detto il Papa Giovanni Paolo II: “Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: «Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9,16). Questa passione non mancherà di suscitare nella Chiesa una nuova missionarietà, che non potrà essere demandata ad una porzione di « specialisti », ma dovrà coinvolgere la responsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio. Chi ha incontrato veramente Cristo, non può tenerselo per sé, deve annunciarlo. Occorre un nuovo slancio apostolico che sia vissuto quale impegno quotidiano delle comunità e dei gruppi cristiani” (NM 40).

 

4. Lo Spirito Santo presenza viva e operante

 

Le necessità urgenti della evangelizzazione potrebbero condurre a una visione pessimista e produrre un certo scoraggiamento circa il futuro della Chiesa. Tuttavia, contemplando la Chiesa con gli occhi della fede, non possiamo non scoprire la presenza viva e operante dello Spirito Santo che anima la Chiesa e la conduce ineffabilmente  fino al disegno salvifico che Dio ha previsto per gli uomini.

L’agente principale della evangelizzazione è lo Spirito Santo che opera aprendo i cuori degli uomini alla parola divina e animando i cristiani al fine di far avanzare il regno di Dio. Per questo dobbiamo credere che il futuro della Chiesa sarà quale lo Spirito vorrà. Ed è dovere di tutti chiedere con insistenza al medesimo Spirito e abbandonarsi con fiducia a Lui, onde permanga nei fedeli la convinzione della natura missionaria della Chiesa e cresca sempre la coscienza della responsabilità.

Questo sforzo deve essere vivificato e animato dalla speranza cristiana che non delude (cf Rm 5,5)  perché è fondata sulla parola di Cristo che ha promesso “Io sarò con vuoi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) e ci ha incoraggiati ad avere fiducia perché egli ha vinto il mondo (Gv 16,33).

 

5. La comunicazione della fede ha bisogno di testimoni che la vivano e la proclamino.

 

San Paolo nella sua lettera agli antichi abitanti di Roma evidenzia la necessità della predicazione affinché il destinatario – cioè ogni uomo – possa ascoltare il messaggio della salvezza: “Come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?” (Rm 10,14). E l’Apostolo conclude che non vi può essere accoglienza e accettazione della fede se manca la predicazione: “La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10,17).

 

Per poter predicare la fede è necessario averla accolta e vissuta pienamente, stare continuamente in una attitudine di conversione interiore e mantenere un rinnovamento costante delle comunità cristiane, dove si vive e si celebra la fede.

Il credente, infatti, è chiamato a manifestare le sue ragioni per credere pronto sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della sua speranza (cf 1 Pt 3,15). E’ un modo di annunciare la fede nel Dio di Gesù Cristo dal momento che solo in Cristo risorto è possibile scoprire i cristiani fedeli al Dio della speranza e comprenderemo la speranza alla quale siamo stati chiamati (cf. Ef 1, 18-20).

La fede è proclamata in maniera spontanea e naturale senza pretese né ostentazioni, allorquando il credente vive gioiosamente l’esperienza cristiana. Allora la sua testimonianza personale di vita è fonte di evangelizzazione: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16).

Quando il credente vive radicato e impegnato nella realtà del proprio ambiente, potrà far trasparire i valori cristiani che lo motivano attraverso le parole e gli atteggiamenti personali e potrà suscitare interrogativi e provocare risposte di senso in coloro con i quali si relaziona.

 

Comunicare la fede oggi implica conoscere il contesto sociale in cui si vive, dove l’efficacia materiale, il tornaconto e la soddisfazione dei propri desideri vengono - molte volte – prima di tutto il resto. Il compito della trasmissione o comunicazione della fede molte volte consiste nel disporre favorevolmente gli altri ad accogliere in piena libertà il dono gratuito che Dio offre loro.

Senza la pretesa di essere esaustivi, alcune forme concrete potrebbero essere le seguenti:  

  • Offrire una testimonianza di vita credente

Paolo VI, parlando di testimonianza di vita, disse: “per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione” (EV 41).

La comunicazione della fede richiede presenza e vicinanza da parte del credente, condividendo con gli altri le circostanze della vita. I cristiani, attraverso la testimonianza della loro vita, spesso anche senza parlare, possono aiutare i propri coetanei a porsi interrogativi sul modo di vivere e sul senso della vita. “Una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Novella” (EN 21).  

  • Provocare domande

Un modo di disporre alla fede è quello di aiutare l’individuo a vivere la sua esistenza con profondità, invitandolo a prendere coscienza delle grandi incognite dell’essere umano  spingendolo a porsi le essenziali domande trascendentali.  

  • Narrare la propria esperienza personale

Il miglior servizio alla trasmissione della fede è comunicare la propria esperienza personale, come hanno fatto i discepoli di Emmaus, che raccontarono ciò che era loro capitato lungo il cammino (cf. Lc 24,35). Paolo VI si chiedeva: “C'è forse in fondo, una forma diversa di esporre il Vangelo, che trasmettere ad altri la propria esperienza di fede? (EN 46). E ricordava che “l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri testimoni che  maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (ibid. 41).

Narrare la propria esperienza di Dio è manifestare come si vive la sua presenza nelle differenti circostanze della vita: gioia, pene, necessità, aneliti, speranze, senza nascondere i limiti: dubbi, incoerenze, vacillamenti…. 

  • Conoscere il vero volto di Dio

Gli uomini e le donne del nostro tempo, analogamente a quelli greci, che chiedevano all’apostolo Filippo: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21), chiedono ai credenti di oggi non solo di «parlare» di Cristo, ma in certo senso di farlo loro «vedere»” (NM, 16). Tuttavia per aiutare un altro ad avere un incontro  personale con il Signore è necessario presentare il suo vero volto. Cristo stesso ci assicura: Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). E’ necessario purificaci dalle errate immagini che abbiamo di Dio e che spesso sono un ostacolo per alcuni, anche se tutto ciò deve essere fatto evitando di essere pietra di scandalo per i più sensibili. (cf. Mt 18,6). 

  • Rispettare la libertà

Il nostro servizio alla fede ha valore nel rispetto della libertà: la libertà degli altri e la libertà di Dio. La nostra missione consiste nel rendere possibile l’incontro tra due persone libere. La grazia è accolta più facilmente da chi è accompagnato nella sua ricerca da chi si sente chiamato attraverso mediazioni, da chi è orientato a interpretare i segni della presenza di Dio. E’ lo stesso Dio che cerca l’uomo e ama essere incontrato e accolto liberamente da lui. L’importante è essere ben disposti a riconoscerlo e “aprirgli subito, appena arriva e bussa” (Lc 12,36). La fede è accettazione libera della presenza di Dio; solo un uomo libero può accogliere la parola di Dio che si rivela liberamente. 

  • Presentare la fede come cammino di salvezza

La fede cristiana offre al credente una comunione di vita con il Dio della risurrezione  e della vita. La fede si converte in cammino di salvezza per il credente. Per questo, chi desidera comunicare la fede deve presentarla come itinerario di salvezza e presentarsi come persona che è stata salvata. La fede spera e accetta la salvezza che viene da Dio “con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,11). La fede in Cristo ci fa essere – con Lui – veri figli di Dio ed eredi delle promesse di vita e di salvezza. La fede nel Dio di Gesù Cristo apre le porte della salvezza eterna.  

  • Facilitare il dialogo con Dio

Nell’incontro dell’uomo con Dio, come in ogni relazione umana, è imprescindibile il dialogo, sia attraverso le parole, sia attraverso i segni e i simboli. Il dialogo che l’uomo indirizza a Dio si chiama preghiera. La preghiera può essere di domanda, di richiesta, di esultanza, di contemplazione, di ringraziamento, di lode. Aiutare  dialogare con Dio è accompagnare nel cammino di iniziazione nell’esperienza di Dio. Nel dialogo l’uomo ascolta ciò che Dio gli rivela di se stesso e ciò che Dio gli dice attraverso le persone e gli avvenimenti.

La parola di Dio scritta, la Sacra Scrittura, contiene la Parola rivelata da Dio che illumina la vita dell’uomo. E’ una parola che richiede lettura attenta, riflessione e studio; essa non può essere interpretata privatamente se non dal Magistero della Chiesa. 

  • Proporre la fede della Chiesa

La fede che riceviamo, comunichiamo e viviamo è la fede della Chiesa, trasmessa ininterrottamente dai tempi apostolici. Questa fede la facciamo propria e personale ognuno di noi con l’aiuto della Chiesa madre, la quale – in quanto depositaria della stessa fede – ci assicura la sua autenticità cristiana.

Il Credo della Chiesa è la formulazione delle verità della fede: il Dio Trino Padre, Figlio e Spirito Santo; la Chiesa, corpo visibile di Cristo; i sacramenti e la vita eterna. Trasmettere la fede è proporre il nucleo del messaggio cristiano, il credo della Chiesa non come una formula, ma come un messaggio carico di riferimenti e motivi per vivere in altro modo, a partire da una nuova prospettiva: quella dello stesso Dio. 

  • Accompagnare alla ricerca di Dio

La società attuale non favorisce la trasmissione della fede, bensì la ostacola. Oggi è necessaria una attenzione personalizzata nei confronti di coloro che si incontrano e che si dicono alla ricerca di Dio. Taluni desiderano ritrovare una fede che hanno dimenticata o persa; altri cercano ciò non hanno mai conosciuto. Il cristiano dalla fede adulta può accompagnare in questa ricerca di Dio accogliendo  coloro che sono senza fede o la cui fede e debole, accompagnandoli, animandoli e favorendo una scoperta e un superamento delle difficoltà che impediscono di accedere alla fede. Al riguardo, sarà utile seguire la raccomandazione di san Paolo: “Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni” (Rm 14,1).

 

I Destinatari del Messaggio Evangelico

 

1. Differenza di reazioni da parte di coloro che ascoltano la Buona Novella.

 

Il testo di San Paolo che sta orientando la nostra riflessione ricorda che non tutti accettano il messaggio di salvezza che si propone loro: “Ma non tutti hanno obbedito al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? (Rm 10,16). Al fine di fugare ogni dubbio San Paolo si chiede: “Non hanno forse udito?” E risponde: “Tutt'altro: per tutta la terra è corsa la loro voce e fino ai confini del mondo le loro parole” (Rm 10,18). La predicazione c’è stata; i messaggeri hanno portato a termine la loro opera, tuttavia gli uditori non hanno voluto accogliere la Buona Novella.

Tale attitudine al rifiuto potrebbe provocare nei testimoni una certa apatia e disaffezione; tuttavia non dovrebbe mai condurli ad abbandonare la loro vita di fede, né la loro testimonianza evangelizzatrice.

Esistono differenti reazioni di fronte alla predicazione della Buona Novella: taluni la accettano, altri la respingono; alcuni iniziano il cammino della sequela di Cristo ma poi si stancano, altri lo seguono fino alla fine dei loro giorni; alcuni si compromettono con tutta la loro vita, altri non rischiano nulla. Molte volte vi sono “le resistenze, spesso umanamente insuperabili, di coloro ai quali si indirizza l'evangelizzatore” (EV 51).

 

Negli ultimi tempi cresce nella nostra società il numero di coloro che non hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo. E’ un  preciso dovere creare nelle comunità cristiane e dare impulso a forme di accoglienza al fine di sostenere e accompagnare nel loro itinerario di ricerca coloro che manifestano un qualche interesse per la fede. Ovviamente il modo di procedere dovrà essere congruo alle esigenze personali di ciascuno.

 

Sono, altresì, molti i battezzati che hanno bisogno di riscoprire il Vangelo come autentica Buona Novella per la propria vita. Essi – in realtà - credono di conoscerlo, al contrario ne hanno un a conoscenza imprecisa e superficiale in quanto non hanno scoperto il vero volto di Dio.

Infine sono ogni volta di più coloro che sono in atteggiamento di ricerca dopo un trascorso inizialmente credente e un successivo allentamento della vita cristiana.

La comunicazione della fede può accompagnare ogni momento di questo processo personale di adesione a Cristo. Conviene ricordare che la conversione è una dimensione sempre presente e inclusiva dello stesso dinamismo della fede (cf. DGC 53-57). 

2.     La comunicazione della fede secondo la situazione del destinatario

L’evangelizzatore, oltre a essere un messaggero fedele delle Buona Novella, deve tenere in debito conto il destinatario del medesimo messaggio, perché questo possa essere recepito con tutta chiarezza e libertà.

Esistono diverse tipologie di destinatari, in ragione dello stato attuale della loro fede. Si tratta ora di non credenti, ora di credenti con scarsa pratica religiosa e di vita sacramentale e finalmente di credenti davvero impegnati. 

Sono molti e differenti i modi attraverso i quali l’essere umano può giungere a vivere la propria relazione con Dio. Il punto di partenza non è significativo; assume una maggior valenza il processo personale di avvicinamento al totalmente Altro.

In un tale processo svolge un ruolo decisivo, come testimone e trasmettitore, il cristiano che vive con gioia la fede e, soprattutto, la comunità cristiana. 

  •  Comunicare l’esperienza della fede ai non-credenti

 Papa Paolo VI, trattando dei destinatari della evangelizzazione, ha insistito in primo luogo sulla necessità di annunciare la Buona Novella ai lontani: “Rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin dal mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha assunto come ricevuto dal suo Fondatore” (EN 51).

La dimensione religiosa fa parte dell’essere umano e l’esperienza religiosa è iscritta nella esperienza globale dell’essere umano.

Occorre, pertanto, partire dall’esperienza umana che condividono credenti e non-credenti perché da essa si possa  giungere alla relazione con il Mistero.

Per taluni questo Mistero sarà accolto come essere Personale:  per altri no; taluni lo considereranno come Assoluto, altri come relativo. Per i cristiani Dio è l’Essere Personale e Assoluto che si è rivelato in Gesù Cristo.

 

Partendo dagli interrogativi più profondi dell’uomo e dalle domande di senso, si può aiutare l’essere umano a situarsi in relazione con Dio. Il Concilio Vaticano II ha detto al riguardo: “diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: cos'è l'uomo?  Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso?  Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo? Che apporta l'uomo alla società, e cosa può attendersi da essa?  Cosa ci sarà dopo questa vita?” (GS 10).

La risposta della Chiesa a queste domande è: ” Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (ibid). Il desiderio di felicità e la necessità che la vita abbia un senso orientano il nostro spirito nella direzione aperta al mistero di Dio.

La comunicazione della esperienza della fede ai non-credenti può avvenire personalmente o com’unitariamente, tenendo tuttavia in debito conto che la forza della testimonianza della fede ho si radica nella forza della testimonianza stessa, ma nella forza di Dio.

La testimonianza individuale ha la sua funzione insostituibile in relazione alla altre persone, tuttavia il soggetto proprio della testimonianza pubblica della fede è la comunità cristiana (cf. At 2,42) che professa la fede in Cristo come suo unico Signore, prega costantemente, celebra l’Eucaristia, predica il Vangelo, orienta i deboli, assiste coloro che hanno bisogno. Una tale comunità è una vera provocazione per i non-credenti e offre una testimonianza affascinante che attrae i lontani. Ovviamente non vi saranno sempre risultati positivi, in quanto gli atti umani sono suscettibili di essere interpretati in molti modi e i segni esteriori delle comunità cristiane possono – talvolta – apparire ambigui alla vista di coloro che li osservano. Lo stesso Gesù, la cui vita  e il cui comportamento furono una chiara manifestazione dell’amore di Dio, fu spesso frainteso e non accolto da parte di coloro che lo conobbero personalmente.

Occorre accettare che il cammino di fede sia un vero processo molto complesso, nel quale entrano fattori spirituali - come la grazia – e fattori umani che determinano la conversione, l’accettazione e/o il rifiuto.

  • Sostenere i cristiani dalla fede debole

Qualsiasi situazione umana, ordinaria e comune, può essere motivo di irrobustimento della fede o di  debilitazione della stessa, a seconda dell’atteggiamento del credente. Quando la fede è debole è necessario è necessario che sia sostenuta dalla testimonianza dei credenti dalla fede più salda e matura. San Paolo invita con queste parole a sostenere  i deboli: “Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l'infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi” (Rm 15,1). Questo delicato processo richiede una attenzione molto personalizzata. Un attento sguardo pastorale può scoprire certe situazioni o momenti speciali della vita che possono favorire la ricerca di Dio; l’attesa e la nascita di un figlio, la perdita di un familiare, una situazione speciale della vita familiare o lavorativa… Queste medesime situazioni possono propiziare un allontanamento  da Dio qualora l’interessato non sappia integrare la propria esperienza con la vita di fede.

In tali situazioni conviene esser vicini a queste persone per incoraggiarle a realizzare una adeguata lettura credente dei fatti che stanno vivendo. Le si possono aiutare a vivere l’esperienza religiosa e la presenza del mistero di Dio in questi momenti.

Alcuni battezzati conservano certe forme di vita che non sono coerenti con la fede cristiana (ingiustizie sociali, divorzio, convivenze, offese nei confronti della vita…) e difendono – a volte – idee che n on sono in sintonia con le verità della fede rivelata (superstizioni, reincarnazione, negazione della vita eterna). Questi atteggiamenti rendono difficile e complicato un vero incontro con Dio, perché accecano gli occhi e offuscano la sensibilità religiosa. Occorre mantenere una disponibilità e una apertura al trascendente. Come ricordano le Beatitudini i puri di cuore vedranno Dio (cf. Mt 5,8). Occorre avere il coraggio di rompere con la mentalità di peccato che rende schiavo l’uomo e gli impedisce di salire fino alle vette. Al fine di vivere la fede con frutto, bisogna abbandonare le forme di vita che sono incoerenti con la fede. Permanere in atteggiamenti di fede debole e incoerente, può avere compensazioni umane e soddisfazioni passeggere, tuttavia rende impossibile la salvezza radicale dell’uomo. Un grande servizio sarà quello di aiutare questi fedeli a vivere con maggior radicalità e impegno la vita di fede.

Altro campo di azione, dove il cristiano adulto è chiamato a collaborare, aiutando gli altri cristiani a crescere nella fede, è quello della pietà popolare; questa è una espressione molto ricca della esperienza religiosa che necessita di purificazione.

L’insieme delle manifestazioni religiose della pietà popolare (processioni, novene, visite ai santuari, l’appartenenza a confraternite…) servono per coltivare la religiosità; tuttavia non sempre sono espressione genuina di fede cristiana. Taluni ritengono di manifestare la  loro fede attraverso questi atti della pietà popolare, mentre non celebrano in maniera abituale i sacramenti della fede, specialmente l’Eucaristia, centro e apice di tutta la vita cristiana (LG 11). Queste manifestazioni di fede debbono essere accolte, valorizzate e purificate mediante un buon discernimento e una programmazione pastorale adeguata. Alcune persone, la cui vita di fede si è indebolita, possono trovare una occasione di far rinverdire la propria fede mediante l’assistenza ai malati nel corso di un pellegrinaggio o altre simili situazioni pastorali. Realizzando questo provvido servizio possono riscoprire il volto del Signore Gesù che ha detto: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40).

 

E’ probabile che tali persone non si sentano in con dizione di impegnarsi con servizi esplicitamente evangelizzatori o liturgici, tuttavia accettano di onorare certi sevizi di aiuto disinteressato a persone che ne hanno bisogno. Occorrerà sostenerle perché scoprano il senso ultimo delle loro azioni caritative, che nascono dall’amore verso Dio. 

  • Coltivare l’esperienza cristiana nei credenti.

Il credente vive la fede come dono e come impegno. Questa esperienza di fede può essere coltivata e accresciuta “finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13),.secondo l’affermazione di Paolo.

La fede implica un processo di crescita per essere la risposta dell’uomo a Dio che si rivela e si rapporta a lui, offrendo al tempo stesso una luce soprannaturale all’uomo che cerca il senso ultimo della sua vita.

La fede è una grazia. Quando Pietro confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù dichiara che quella rivelazione «né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli » (Mt 16,17). La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa (cf. CCC 153).

Tuttavia la fede è anche un atto umano in cui l’intelligenza e la volontà si sottomettono a Dio (cf. CCC 154), nel pieno rispetto della libertà: “Perché la risposta di fede sia umana, « è elemento fondamentale [...] che gli uomini devono volontariamente rispondere a Dio credendo; che perciò nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti l'atto di fede è volontario per sua stessa natura” (CCC 160). In questo processo personale, libero e volontario, il credente può essere aiutato da altri credenti a maturare nella fede.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ispirato alla grande tradizione dei Catechismi articola l’educazione alla fede introno a 4 pilastri: la fede creduta (il simbolo apostolico), la fede celebrata (i sacramenti), la fede vissuta (i comandamenti), la fede pregata (il Padre Nostro e la preghiera).

Ogni cristiano può comunicare la fede, cioè, aiutare altri cristiani a crescere e maturare nella fede in ognuno di questi quattro pilastri: spiegando l’oggetto della fede, celebrando le azioni liturgiche e aiutando a celebrare il mistero cristiano, illuminando i figli di Dio nelle loro attitudini e opere, pregando e insegnando a pregare. Le possibilità, in ognuno di questi settori, sono innumerevoli.

 

Affermando che ogni cristiano può comunicare la fede si intende dire espressamente che in qualsiasi momento del processo personale di maturazione della fede, qualsiasi cristiano può essere d’aiuto a un altro con la sua parola e la testimonianza della vita.

Nel processo dell’approfondimento della fede la figura della Vergine Maria è centrale, dal momento che è la migliore che ha creduto, che ha celebrato, che ha vissuto, che ha pregato il Mistero di Dio. Maria che “avanzò nella peregrinazione della fede” (LG 58) aprendosi in pienezza crescente al Mistero del suo Figlio, è guida  e modello per la maturazione della nostra fede.

 

 

Fenomeni che incidono

nella comunicazione della fede

 

Ogni uomo vive in una determinata cultura e ogni persona è segnata dalla cultura che respira attraverso la propria famiglia e i gruppi umani con i quali entra in contatto. E’ necessario, pertanto, possedere una visione reale dei fenomeni che incidono sulla comunicazione della fede e delle nuove sfide pastorali. Occorre, infatti, tener conto non solo della realtà ecclesiale attuale, ma altresì della situazione della società nella quale viviamo.

 

Il secolarismo: la morte di Dio

 

Anche se viviamo in un con testo culturale modellato e ispirato in gran parte dai principi e dai valori cristiani, ciò che salta all'occhio è, anzitutto, la grave frattura, creatasi da qualche decennio, tra la Chiesa e la società. Si tratta di una divisione tra la proposta della fede e lo stile della vita, che è divenuta costume, fatto politico e culturale. Una tale divergenza la possiamo chiamare “secolarismo immanentista”, che, connessa con molteplici fattori di diversa indole, ha come generato un nuovo volto della società moderna, segnato soprattutto da disinteresse e disattenzione verso il messaggio cristiano. La società secolarizzata, accanto ad altre connotazioni, ha quella di esaltare le realtà terrene fino ad affermare la assoluta autonomia rispetto ai valori religiosi ed alle istanze della trascendenza. Il secolarismo riduce qualsiasi programma comunitario o personale a prospettive di benessere terreno e sviluppa la suggestione di una libertà disimpegnata da norme etiche. Nascono così modelli di vita, che escludono ogni attenzione alla proposta di fede. Emerge a volte persino una sorta di censura, manifestata con pressioni di diversa natura che vieta di considerare importante per la vita la dimensione religiosa.

 

La società secolarizzata sta oggi tentando un sistematico impoverimento dei valori spirituali che induce ad abbandonare le pratiche della fede o a dare ad essa scarso rilievo, per privilegiare ogni scelta consumistica. In questo contesto si registra con amarezza l'avanzare di un nuovo paganesimo, che s'afferma con la progressiva emarginazione della presenza cristiana.

In realtà, dall'abbandono dei valori della trascendenza scaturisce anche un vistoso impoverimento dei valori umani. Fuggendo dalla fede, l'uomo ancora una volta si dimostra incapace di provvedere a se stesso anche negli interessi terreni. Si nota, così, una sorta di amaro disprezzo per la vita, nel contesto di un preoccupante scadimento dei valori della vita sia familiare che sociale. Le statistiche parlano del progressivo espandersi delle piaghe dell'interruzione della vita umana nel suo sorgere o nel suo volgere al tramonto, delle tossicodi-pendenze, dell'emarginazione degli anziani.

 

Al secolarismo e al relativismo vanno ricondotti i molteplici fenomeni di disgregazione e di malessere sociale, l'appiattimento della persona e dei modelli sociali su forme di vita puramente consumistiche, i diversi attentati alla vita umana e alla legalità, il concreto disprezzo del valore incomparabile della persona e della doverosa ricerca della giustizia e della solidarietà.

Nella cultura contemporanea parrebbe prevalere il convincimento che la condizione dell'adulto si identifichi con quella di una totale autonomia. Adulto, per molti uomini e donne del nostro tempo, è colui che è autonomo dagli altri, che non soggiace a nessuno e che di nessuno necessita nel suo fare e produrre. Adulta sarebbe la ragione che si è svincolata da ogni legame di tradizione e di rivelazione. Adulta sarebbe la volontà di chi prescinde da ogni norma e si determina secondo un arbitrio che non ha riferimenti se non in se stessi.

 

A queste povertà del mondo secolarizzato occorre reagire. La comunicazione della fede è una missione di salvezza verso ogni uomo e verso tutto l'uomo, a cui occorre far conoscere Cristo e nel Cristo il vero volto di Dio. 

La situazione nella quale vive l'uomo contemporaneo, è caratterizzata da una vasta e complessa situazione di schiavitù in campo morale. Mutamenti in atto incidono negativamente sullo stile di vita dei singoli e delle famiglie, mentre l'etica del benessere e del consumo propone modelli di comportamento ben poco consoni col senso cristiano dell'esistenza. Una secolarizzazione insidiosa è all'origine di modifiche vistose nella pratica religiosa, e anche l'unità ecclesiale sembra talvolta compromessa dal cedimento a proposte e sperimentazioni non opportune.

La forza contagiosa delle proposte e degli esempi cattivi può avvalersi dei canali di persuasione offerti dalla multiforme gamma dei mezzi di comunicazione di massa. Avviene così che modelli di comportamento aberranti vengano progressivamente imposti alla pubblica opinione non solo come legittimi, ma anche come indicativi di una coscienza aperta e matura. Si instaura così una rete sottile di condizionamenti psicologici, che ben possono assimilarsi a vincoli inibitori di una vera libertà di scelta. Il Vangelo di Cristo deve essere oggi annunciato dalla Chiesa come fonte di liberazione e di salvezza anche nei confronti di queste moderne catene che inceppano la nativa libertà dell'uomo.

  

Il materialismo

 

Tra i grandi mali dell’epoca contemporanea prende forma una diffusa indifferenza verso le cose di Dio: il materialismo che mette l'"avere" sopra l'"essere" e una tendenza a disgregare la vita umana o a manipolarla senza fare riferimento alla dignità inviolabile e ai diritti di ogni persona umana dal concepimento, fino alla morte naturale.

 

In una società altamente sviluppata come la nostra, dove ognuno ha abbastanza da mangiare, dove l'istruzione e l'assistenza sanitaria sono a disposizione di tutti, dove è stato raggiunto un livello elevato di giustizia sociale, è facile perdere di vista il Creatore, dalle cui mani amorose viene ogni cosa. È facile vivere come se Dio non esistesse. Infatti un tale atteggiamento presenta una potente attrattiva, perché potrebbe sembrare che il riconoscere Dio come origine e fine di ogni cosa possa ridurre l'indipendenza dell'uomo e imporre limiti inaccettabili all'azione dell'uomo. Ma quando ci dimentichiamo di Dio perdiamo presto di vista il significato più profondo della nostra esistenza, non sappiamo più chi siamo (cf. GS 36). Non è forse questo un elemento importante dell'insoddisfazione così comune nelle società altamente sviluppate?

Non è forse d'importanza fondamentale per il nostro benessere psicologico e sociale udire la voce di Dio nella meravigliosa armonia dell'universo? Non è forse liberante riconoscere che la stabilità, la verità, la bontà e l'ordine che la mente umana non finisce di scoprire nel cosmo sono un riflesso dell'unità, della verità, della bontà e della bellezza del Creatore stesso?

 

Una sfida radicale che si pone alla famiglia umana è l'uso saggio e responsabile delle risorse della terra, il che significa rispetto per i limiti ai quali queste risorse sono necessariamente soggette. Fare questo significa rispettare la volontà del Creatore. E nelle cose umane, la sfida è la costruzione di un mondo di giustizia, di pace e d'amore, nel quale siano difese e appoggiate la vita e la pari dignità di ogni uomo, senza discriminazioni. Agire in questo modo significa riconoscere il volto di Dio in ogni volto umano, specialmente nelle lacrime e sofferenze di coloro che anelano ad essere amati o trattati con giustizia. Nessuna persona può risolvere da sola tutti i problemi del mondo. Ma ogni atto di bontà è un importante contributo ai cambiamenti che tutti auspichiamo.

 

Il senso di una verità trascendente e di una vita divina si è molto affievolito o è quasi scomparso in molti uomini. In un mondo secolarizzato, che basta a se stesso e che si impegna solo per se stesso, la religione e la Chiesa sembrano non avere più alcuna utilità. E anche tra i cristiani la fede, nella vita concreta di tutti i giorni, ha perso la sua forza. Questo fatto non è estraneo alla diminuzione della frequentazione delle chiese e della preghiera nella vita dei singoli e delle famiglie. L'allontanamento di molti battezzati dalla vita comunitaria della Chiesa continua a crescere. Si diffonde un relativismo a tutti i livelli che nega e mette in pericolo la verità assoluta del cristianesimo mettendo sullo stesso piano, senza differenze, le diverse visioni del mondo.

 

Fenomeni di secolarismo nella Chiesa

 

La mentalità secolarista, relativista e materialista ha penetrato anche alcuni ambiti della Chiesa e si è manifestata e si manifesta in una serie di fenomeni. 

La famiglia  è stata considerata, tradizionalmente, come il luogo primordiale in cui si annuncia e si comunica la fede. Il secolarismo cerca di penetrare nell’ambiente familiare fino a creare una cultura che rende praticamente impossibile lo sviluppo dela dimensione religiosa dell’uomo e promuove costantemente elementi che distorcono e distruggono il sacramento del matrimonio e la comunione familiare.

La destrutturazione della famiglia cristiana nella sua identità e vocazione ecclesiale costituisce un fattore di crisi di primaria grandezza nella Chiesa giacché “la catechesi familiare, pertanto, precede, accompagna ed arricchisce ogni altra forma di catechesi. Inoltre, laddove una legislazione antireligiosa pretende persino di impedire l'educazione alla fede, laddove una diffusa miscredenza o un invadente secolarismo rendono praticamente impossibile una vera crescita religiosa, «questa che si potrebbe chiamare chiesa domestica» resta l'unico ambiente, in cui fanciulli e giovani possono ricevere un'autentica catechesi” (CT 68).

Molti genitori cristiani introducono i figli nella vita di fede, non rivelano loro Gesù Cristo come “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6), non insegnano a pregare Dio. Si riscontra con sempre maggior frequenza il fatto che fanciulli battezzati da piccoli, giungono alla prima catechesi parrocchiale senza aver ricevuto alcuna iniziazione alla fede e senza aver formulato una benché minima adesione personale a Gesù Cristo. Inoltre i genitori iscrivono i propri figli alla catechesi parrocchiale senza una vera motivazione religiosa.

E’ sempre più facile incontrare  un numero crescente di battezzati non evangelizzati o solo evangelizzarti assai superficialmente, che di fatto non hanno conosciuto il messaggio di Gesù Cristo nella sua integrità e verità e,  pertanto, non l’hanno potuto assumere personalmente ed esplicitamente. Si constata, inoltre, un incremento numerico di battezzati che non corrisponde a un a crescita interiore della Chiesa, in quanto in un grande numero di cristiani la grazia e la fede battesimale non si manifesta un una sequela personale di Cristo fino alla santità.

 

Vi sono poi taluni cristiani che sono stati battezzati ed evangelizzati, hanno accettato e hanno vissuto il Vangelo in un periodo della propria vita e successivamente, per circostanza e motivazioni differenti, lo hanno abbandonato. “Interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono più come membri della Chiesa, conducendo un'esistenza lontana da Cristo e dal suo vangelo” (RM 33).

 

In un numero crescente di cristiani si presta “una minore sensibilità all'insieme globale ed oggettivo della dottrina della fede, per un'adesione soggettiva a ciò che piace, che corrisponde alla propria esperienza, che non scomoda le proprie abitudini” (PdV 7). Da questo fenomeno relativo alla concezione soggettiva della fede “deriva anche il fenomeno delle appartenenze alla Chiesa sempre più parziali e condizionate” (ibid.).

 

A partire da una concezione soggettiva della fede cristiana e da una appartenenza parziale o condizionata alla Chiesa, taluni cristiani secolarizzati cercano di costruire una cristianesimo e una Chiesa a proprio piacimento. Per questo esigono costantemente dalla Chiesa/istituzione che il contenuto della propria “apostasia” sia riconosciuto e accettato come realmente cristiano.

A un “cristianesimo alla carta” corrisponde sempre la pretesa di un a”chiesa propria”, organizzata e strutturata secondo le necessità della rispettiva concezione religiosa. Per questo si diffonde progressivamente nel mondo cristiano secolarizzato l’idea di una Chiesa che non ha relazione diretta e vitale con Cristo.

Questi cristiani che nella loro conversione al nichilismo e al secolarismo affermano e promuovono deformazioni della verità cristiana e della Chiesa, hanno perduto la obiettività e freschezza della fede. Una fede così intesa non è capace di sostenere la vita!

  

Conclusione

 

Sul filo del testo della Lettera di Paolo ai Romani (10, 9-18) ho cercato di descrivere la comunicazione della fede come parte integrante del processo globale della evangelizzazione, benché senza confonderla con esso e distinguendola da altre attività specifiche, come la catechesi, la liturgia, la preghiera.

 

La comunicazione della fede può essere offerta in qualsiasi momento del processo evangelizzatore, senza pretesa di essere sistematica, né organica, come – invece – lo è la catechesi.

Suo compito è quello di aiutare ad approfondire la fede; far conoscer aspetti dottrinali, orientare alla conversione, approfondire un contenuto determinato, facilitare una miglior celebrazione liturgica, esortare a vivere atteggiamenti morali.

La comunicazione della  fede, al fine di raggiungere un felice risultato, deve tener conto del destinatario, del contenuto del messaggio, dei modi e dei mezzi della comunicazione stessa, degli ambiti o luoghi della comunicazione. 

 

Tutti i cristiani, nel proprio ambiente in cui sono chiamati a vivere, sono interpellati a comunicare la fede a tutti: credenti e non-credenti. Non è facile trasmettere la fede a chi non  vuole “vedere”, o a chi non è disposto a uscire dai propri presupposti che non gli consentono una apertura al Trascendente. Tuttavia la testimonianza personale e comunitaria può costituire un’occasione di grazia per aprire gli occhi alla fede, o per crescere e maturare in essa.

L’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa del Papa Giovanni Paolo II offre una serie di considerazioni in merito al compito della evangelizzazione e della catechesi che può essere applicata alla comunicazione della fede. Essa deve essere cristocentrica, trinitaria, vincolata alla liturgia, alla celebrazione dei sacramenti, fondata nella parola di Dio e nell’insegnamento dei Padri della Chiesa e della Tradizione; che tenga conto della pietà popolare e favorisca il senso del mistero; che  recuperi il senso profondo della domenica, giorno del Signore, signore dei giorni, pasqua settimanale; che inviti alla preghiera.

    


 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it(Sum. p. 13. n. 6).