Il sacramento
della
Penitenza
1
La realtà del peccato
E’ indubbia oggi
la grande disaffezione dei cristiani nei confronti della confessione. È uno
dei segni della crisi di fede che molti stanno attraversando. In verità si
sta passando da una compattezza religiosa del passato a un’adesione
religiosa più personale, consapevole e convinta del piccolo gregge .
A spiegare questa
disaffezione verso la confessione non basta far ricorso al generale processo
di scristianizzazione della società. Occorre individuare cause più
particolari e specifiche.
La confessione
dei cristiani si riduce spesso a un elenco meccanico di peccati che mettono
in luce solo la superficie dell’esperienza morale della persona e non
arrivano a toccare le profondità dell’anima.
I peccati
confessati sono sempre gli stessi, si ripetono con esasperante monotonia
tutta la vita. E così non si riesce più a vedere l’utilità e la serietà di
una celebrazione sacramentale diventata monotona e fastidiosa. Gli stessi
sacerdoti qualche volta sembrano dubitare dell’efficacia pratica del loro
ministero nel confessionale e disertano questo lavoro monotono e faticoso.
La cattiva qualità della nostra pratica ha il suo peso nella disaffezione
verso la confessione. Ma alla base di tutto spesso c’è qualcosa di ancora
più negativo: una conoscenza inadeguata o sbagliata della realtà della
riconciliazione cristiana, e un malinteso a proposito della vera realtà del
peccato e della conversione, considerati alla luce della fede.
Questo malinteso
è dovuto in gran parte al fatto che molti fedeli hanno solo qualche ricordo
della catechesi infantile, necessariamente parziale e semplificata, per di
più trasmessa con un linguaggio che non è più quello della nostra cultura.
Il sacramento
della riconciliazione è di per sé una delle esperienze più difficili e
provocanti della vita di fede. Per questo va presentato bene per
comprenderlo bene.
Concezioni
inadeguate del peccato
Si dice che non
possediamo più il senso del peccato, e in parte è vero. Non c’è più senso
del peccato nella misura in cui non c’è senso di Dio. Ma ancor più a monte,
non c’è più senso del peccato perché non c’è abbastanza senso di
responsabilità.
La nostra cultura
tende a nascondere ai singoli i legami di solidarietà che legano le loro
scelte buone e cattive al destino proprio e degli altri. Le ideologie
politiche tendono a convincere i singoli e i gruppi che la colpa è sempre
degli altri. Si promette sempre di più e non si ha il coraggio di fare
appello alla responsabilità dei singoli verso il bene generale. In una
cultura della non-responsabilità, la concezione prevalentemente legalistica
del peccato, trasmessaci dalla catechesi di una volta, perde ogni senso e
finisce per cadere. Nella concezione legalistica il peccato viene
considerato essenzialmente come disubbidienza alla legge di Dio, quindi come
rifiuto di sottomettersi al suo dominio. In un mondo come il nostro in cui
si esalta la libertà, l’ubbidienza non è più considerata una virtù e quindi
il disubbidire non è considerato un male, ma una forma di emancipazione che
rende l’uomo libero e gli restituisce la sua dignità.
Nella concezione
legalistica del peccato, la violazione del comando divino offende Dio e crea
un debito nostro nei suoi confronti: il debito di chi offende un altro e gli
deve riparazione, o di chi ha commesso un reato e deve essere punito. La
giustizia esigerebbe che l’uomo pagasse tutto il suo debito ed espiasse la
sua colpa. Ma Cristo ha già pagato per tutti. Basta pentirsi e riconoscere
il proprio debito perché questo gli venga perdonato.
Accanto a questa
concezione legalistica del peccato ce n’è un’altra - anch’essa inadeguata -
che chiamiamo fatalistica. Il peccato si ridurrebbe allo scarto inevitabile
che esiste ed esisterà sempre tra le esigenze della santità di Dio e i
limiti insuperabili dell’uomo, che in questo modo si trova in una situazione
insanabile nei confronti del progetto di Dio.
Siccome questa
situazione è insuperabile, essa è per Dio l’occasione di rivelare tutta la
sua misericordia. Secondo questa concezione del peccato, Dio non prenderebbe
in considerazione i peccati dell’uomo, ma semplicemente rimuoverebbe dal suo
sguardo la miseria inguaribile dell’uomo. L’uomo dovrebbe solo affidarsi
ciecamente a questa misericordia senza preoccuparsi più di tanto dei suoi
peccati, perché Dio lo salva, nonostante egli resti un peccatore.
Questa concezione
del peccato non è l’autentica visione cristiana della realtà del peccato. Se
il peccato fosse una cosa così trascurabile, non si riuscirebbe a capire
perché Cristo sia morto sulla croce per salvarci dal peccato.
Il peccato è una
disubbidienza a Dio, riguarda Dio e colpisce Dio. Ma l’uomo per capire la
terribile serietà del peccato deve cominciare a considerarne la realtà dal
suo versante umano, rendendosi conto che il peccato è il male dell’uomo.
Il peccato è il
male dell’uomo
Prima di essere
una disubbidienza e un’offesa a Dio, il peccato è il male dell’uomo, è un
fallimento, una distruzione di ciò che rende uomo l’uomo. Il peccato è una
realtà misteriosa che incide tragicamente sull’uomo. La realtà terribile del
peccato è difficile da comprendere: è visibile del tutto solo alla luce
della fede e della parola di Dio. Ma qualcosa della sua realtà terribile
appare già anche a uno sguardo umano, se si considerano gli effetti
devastanti che esso produce nel mondo dell’uomo. Basta pensare a tutte le
guerre e gli odi che hanno insanguinato il mondo, a tutte le schiavitù del
vizio, alla stupidità e alla irrazionalità personale e collettiva che hanno
causato tante sofferenze note e ignote. La storia dell’uomo è un mattatoio!
Tutte queste
forme di fallimento, di tragedia, di sofferenza, nascono in qualche modo dal
peccato e sono legate al peccato. È quindi possibile scoprire un
collegamento reale tra l’egoismo, la viltà, l’inerzia e la cupidigia
dell’uomo e questi mali individuali e collettivi che sono la manifestazione
inequivocabile del peccato.
Primo compito del
cristiano è acquisire per sé il senso della responsabilità, scoprendo il
legame che unisce le sue scelte libere di uomo ai mali del mondo. E questo
perché il peccato prende corpo nella realtà della mia vita e nella realtà
del mondo.
Esso prende corpo
nella psicologia dell’uomo, diventa l’insieme delle sue abitudini cattive,
delle sue tendenze peccaminose, dei suoi desideri distruttivi, che diventano
sempre più forti in seguito al peccato.
Ma prende corpo
anche nelle strutture della società rendendole ingiuste e oppressive; prende
corpo nei mezzi di comunicazione facendone strumento della menzogna e del
disordine morale; prende corpo nei comportamenti negativi dei genitori,
educatori... che con gli insegnamenti sbagliati e i cattivi esempi
introducono elementi di deformazione e di disordine morale nell’animo dei
figli e degli alunni, depositando in essi un seme di male che continuerà a
germogliare per tutta la vita e forse sarà trasmesso ad altri ancora.
Il male prodotto
dal peccato ci sfugge di mano e causa una spirale di disordine, di
distruzioni e di sofferenze, che si allarga molto al di là di quanto
pensavamo e volevamo. Se fossimo più abituati a riflettere sulle conseguenze
di bene e di male che le nostre scelte produrranno in noi e negli altri,
saremmo molto più responsabili. Se, ad esempio, il burocrate, il politico,
il medico... potessero vedere le sofferenze che essi causano a tante persone
con il loro assenteismo, la loro corruzione, il loro egoismo individuale e
di gruppo, sentirebbero in modo ben più grave il peso di questi
atteggiamenti che forse non avvertono per nulla. Quello che ci manca è
quindi la consapevolezza della responsabilità, che ci permetterebbe di
vedere anzitutto la negatività umana del peccato, il suo carico di
sofferenze e di distruzione.
Il peccato è il
male di Dio
Non dobbiamo
dimenticare che il peccato è anche il male di Dio proprio perché è il male
dell’uomo. Dio è toccato dal male dell’uomo, perché egli vuole il bene
dell’uomo.
Quando parliamo
della legge di Dio non dobbiamo pensare a una serie di comandi arbitrari con
cui egli afferma il suo dominio, ma piuttosto a una serie di indicazioni
segnaletiche sulla via della nostra realizzazione umana. I comandamenti di
Dio non esprimono tanto il suo dominio quanto la sua sollecitudine. Dentro
ogni comandamento di Dio c’è iscritto questo comandamento: Diventa te
stesso. Realizza le possibilità di vita che ti ho dato. Io per te non voglio
altro che la tua pienezza di vita e di felicità.
Questa pienezza
di vita e di felicità si realizza soltanto nell’amore di Dio e dei fratelli.
Ora il peccato è il rifiuto di amare e di lasciarsi amare. Dio infatti è
ferito dal peccato dell’uomo, perché il peccato ferisce l’uomo che egli ama.
È ferito nel suo amore, non nel suo onore.
Ma il peccato
colpisce Dio non soltanto perché delude il suo amore. Dio vuole intessere
con l’uomo un rapporto personale di amore e di vita che per l’uomo è tutto:
vera pienezza di esistenza e di gioia. Invece il peccato è un rifiuto di
questa comunione vitale. L’uomo, amato gratuitamente da Dio, rifiuta di
amare filialmente il Padre che lo ha tanto amato da dare per lui il suo
Figlio unico (Gv 3,16).
Questa è la
realtà più profonda e misteriosa del peccato, che può essere capita solo
alla luce della fede. Questo rifiuto è l’anima del peccato in
opposizione al corpo del peccato che è costituito dalla distruzione
constatabile di umanità che esso produce. Il peccato è un male che nasce
dalla libertà umana e si esprime in un no libero all’amore di Dio.
Questo no (il peccato mortale) distacca l’uomo da Dio che è la fonte della
vita e della felicità. Esso è di sua natura qualcosa di definitivo e
irreparabile. Soltanto Dio può riallacciare le relazioni di vita e colmare
l’abisso che il peccato ha scavato tra l’uomo e lui. E quando avviene la
riconciliazione non si tratta di un generico aggiustamento di rapporti: è un
atto di amore ancora più grande, generoso e gratuito di quello con cui Dio
ci ha creato. La riconciliazione è una nuova nascita che fa di noi delle
creature nuove.
2
La rinascita della riconciliazione
La
riconciliazione trova il suo avvio nell’iniziativa preveniente dell’amore
misericordioso di Dio. Questo amore non si arrende davanti al rifiuto
dell’uomo, ma rivela la sua sconfinata profondità nella volontà salvifica di
Dio. Egli è venuto incontro a noi nella persona di Gesù e ha reso possibile
quello che era impossibile alle sole nostre forze: la nostra riconciliazione
con Dio.
L’amore
preveniente di Dio viene prima della nostra conversione in senso cronologico
e la rende possibile.
Quando il nostro
modo di pensare la conversione prescinde da questa iniziativa preveniente di
Dio, essa corre il rischio di sembrare una riconquista personale dell’uomo,
qualcosa che rientra nell’ambito delle sue possibilità, che è a portata
della sua libertà: come egli si è allontanato da Dio, così può tornare a
lui. Dio si limiterebbe a perdonare colui che, pentito, ritorna a lui.
Immaginando le
cose in questo modo, ricadiamo ancora una volta in una concezione
legalistica del peccato, ridotto a poco più di un debito, che Dio può
liberamente condonare. In questo caso il ruolo di Dio diventa decisamente
secondario: io prendo l’iniziativa di pentirmi, poi lui ne prende atto e mi
perdona. Ma non è così: Dio ha l’iniziativa assoluta e antecedente in tutto
il cammino del mio ritorno a lui. Perfino il prendere coscienza della
gravità del mio peccato avviene solo alla luce della parola di Dio che mi
illumina e mi chiama al pentimento. È il suo amore misericordioso che riesce
a vincere in me la suggestione del peccato e a farmi rientrare in me stesso
e dire: Ritornerò da mio Padre (Lc 15,18).
Tutto questo si
realizza in Cristo che è la nostra riconciliazione e la nostra pace.
È lui il buon
pastore che cerca la pecora smarrita. La Chiesa si fa annunciatrice di
questo amore preveniente per incoraggiare e sostenere il peccatore pentito
sulla via del ritorno a Dio.
Conversione: Dio
perdonando cambia il cuore
Non basta
riconoscere l’iniziativa dell’amore di Dio nella nostra conversione; occorre
anche capire nel modo più giusto la natura del suo perdono.
Noi ci
convertiamo solo perché vinti dalla grazia che ci cambia interiormente. La
conversione non è la condizione per essere perdonati, ma la dimostrazione
che il perdono di Dio ci ha raggiunto e ci ha cambiato il cuore.
Se il peccato non
è solo un’offesa o un debito, ma una vera distruzione di essere, il perdono
è una nuova creazione, una nuova nascita, una reale trasformazione
interiore.
O cambiamo
dentro, e allora è un segno che il perdono di Dio si è fatto strada in mezzo
alle nostre resistenze; oppure restiamo attaccati al nostro peccato, e
allora continuiamo a dire no a Dio e ad apporre il nostro veto al suo amore.
Questa è la
realtà misteriosa, umana e divina allo stesso tempo, della riconciliazione
cristiana. La conversione è quindi sempre solo il risvolto umano, visibile e
sperimentabile, di una trasformazione interiore operata in noi - prima
ancora che dalla nostra buona volontà - dalla grazia di Dio.
La realtà più
profonda e vera della riconciliazione resta racchiusa nel segreto della
nostra anima, dove Dio compie, con la collaborazione della nostra libertà, i
miracoli del suo amore misericordioso.
La conversione
principalmente non è un atto puntuale (che si esaurisce in un punto), un
momento forte della vita (quello che segna il passaggio dal peccato alla
grazia).
Essa è prima
ancora una dimensione permanente di tutta la vita cristiana.
L’itinerario
della conversione
Le radici del
peccato restano in noi anche dopo il perdono di Dio e la nuova nascita alla
vita divina. Il peccato resta in noi con la sua potenza di morte (cattive
abitudini, tendenze e desideri cattivi) nonostante la serietà del nostro
pentimento e del nostro proposito di non peccare più, e resta anche nelle
strutture del mondo, della società, della cultura, nella storia dell’uomo
che è una storia di peccato.
Chi sceglie
Cristo si impegna con lui in una lotta senza sosta contro il peccato, che lo
impegna tutta la vita. Tutta la vita è un continuo convertirsi, un continuo
ritorno a Dio.
Percorriamo
insieme l’itinerario di questa conversione, che è il risvolto umano della
riconciliazione.
All’inizio di
questo itinerario, sta il riconoscimento della verità della propria
condizione di peccatori. È il ritornare in sé per dire: Padre, ho peccato
contro il cielo e contro di te (Lc 15,18).
Naturalmente il
senso di colpa esisteva ancor prima che iniziasse l’itinerario della
conversione. Essa ricorda al peccatore che il peccato è contro i suoi
interessi più veri e contro le sue aspirazioni più profonde. Lo stato di
peccato è divisione, lacerazione e sofferenza interiore. Per questo si sente
tanto il bisogno di vivere alla superficie del nostro essere, di impedire
alla coscienza di farci sentire i suoi rimproveri; sentiamo il bisogno di
stordirci di rumori e di emozioni intense, di non restare soli con noi
stessi e con la consapevolezza penosa e umiliante della nostra condizione di
peccatori.
Ma l’itinerario
della conversione comincia quando il senso di colpa viene illuminato dalla
speranza del perdono e del rinnovamento.
Oggi la
psicologia è molto diffidente nei confronti del senso di colpa: ci vede una
forza psichica negativa, che si trasforma facilmente in un bisogno morboso
di punizione, in autodistruzione; causa di numerose forme di malattia
psichica, di nevrosi da ansia, di ossessioni pericolose.
Ma il senso di
colpa che porta alle malattie dello spirito è quello non illuminato dalla
speranza del perdono, quello vissuto nella solitudine di chi non crede più
nell’amore incondizionatamente accogliente del Padre.
Quando la fiducia
nell’amore di Dio e la speranza del perdono illuminano il senso di colpa,
esso cambia radicalmente natura: quello che prima era oscura paura del
castigo, irritazione dell’orgoglio ferito, si trasforma in una confessione
che esprime umiltà e verità, e porta alla conversione, alla salvezza e
quindi alla gioia.
Alla radice di
ogni conversione ci deve essere un rinnovato incontro con la parola di Dio,
che ci annuncia la forza invincibile del suo amore misericordioso. Il rito
della riconciliazione prevede che la celebrazione del sacramento inizi con
una lettura biblica che annuncia la certezza di questo amore e risuscita la
fiducia del peccatore e il suo desiderio di sperimentare nuovamente
l’abbraccio del Padre.
Fare la verità
nella propria vita è esattamente il contrario di quanto ha fatto il peccato,
che è sempre un fare la menzogna.
L’itinerario
della riconciliazione è un itinerario di anti-peccato. Il peccato è egoismo,
la riconciliazione è amore; il peccato è odio e divisione, la
riconciliazione è comunione; il peccato è abiezione, la riconciliazione è
ritorno alla dignità.
Da questo punto
si può capire la ragionevolezza profonda della confessione dei propri
peccati richiesta dalla disciplina penitenziale della Chiesa: essa non ha lo
scopo di umiliare il penitente, ma di rifare la verità nella sua vita; di
dare corpo e concretezza alla sua volontà di antipeccato. Senza il coraggio
di una confessione veritiera e liberatrice, la decisione di ritornare a Dio
corre continuamente il pericolo di restare uno stato d’animo puramente
illusorio, e quindi sterile e inutile a tutti gli effetti.
La confessione è
solo uno dei momenti della conversione che riconcilia con Dio.
Nel cuore della
propria libertà, la conversione consiste in una decisione radicale di
riorientare tutta la propria vita in una direzione nuova, esattamente
opposta a quella impressa dal peccato. Questa decisione è prodotta in noi
dalla grazia, ma resta tuttavia una decisione libera della nostra volontà:
la grazia non ci costringe, non ci rende meno liberi, ma ci restituisce a
quella libertà che il peccato ci aveva tolto.
La nuova
decisione si rivolge verso il passato e lo rinnega con quell’atto di libertà
che si chiama pentimento.
La nuova
decisione si rivolge inoltre al futuro che viene riprogettato secondo la
volontà di Dio: è il proposito. Esso non consiste solo nella generica
volontà di non ripetere più il peccato. È la progettazione seria e positiva
di una lotta contro il peccato, per tagliare le radici che esso mantiene
nella nostra psicologia, i desideri cattivi da cui è nato, per sviluppare
abitudini contrarie, per riparare, nella misura del possibile, i danni
fisici o morali che esso ha procurato al prossimo.
La mia esperienza
di fragilità, di debolezza e di incostanza mi consiglierà l’aiuto di un
qualche esperto per la riprogettazione del mio futuro di conversione, per
l’elaborazione di una strategia di lotta più efficace e seria.
Anche da questo
punto di vista si riscopre un elemento di profonda ragionevolezza nella
pratica della confessione, che costituisce uno dei momenti necessari della
celebrazione del sacramento della riconciliazione.
I progetti e le
strategie hanno bisogno di essere messi in pratica. La lotta contro il
peccato durerà tutta la vita. Si tratta di far morire in noi gli alleati del
peccato e di riparare faticosamente le conseguenze negative del passato.
Tutto questo
comporterà sacrifici e rinunce. Si tratta di rinnegare se stessi: di morire
all’uomo vecchio, che è in noi come residuo del peccato, per vivere la
realtà dell’uomo nuovo, nella giustizia e nella verità. Si tratta di far
morire la parte sbagliata di noi stessi per vivere dignitosamente secondo il
progetto di Dio.
Questo
morire-per-vivere è simboleggiato nel sacramento della riconciliazione dalla
soddisfazione o penitenza. Questa ha un valore di simbolo e di richiamo. Ci
ricorda il nostro impegno a combattere contro il peccato con tutte le nostre
forze. Quindi la penitenza non è il pagamento del conto dei peccati
confessati, ma l’inizio dei sacrifici e delle rinunce per portare a termine
una piena vittoria contro le radici del peccato dentro di noi.
3
La Chiesa,
mediatrice tra Dio e gli uomini
La conversione è
essenzialmente un impegno di anti-peccato: una decisione della libertà
umana, mossa e sorretta dalla grazia, di rigettare il peccato e di
riorientarsi di nuovo verso Dio facendo di lui lo scopo e il senso ultimo
della propria vita.
Ora questa
decisione si esprime in gesti concreti anti-peccato, che danno scopo e
autenticità alla volontà interiore di conversione.
Una
caratteristica fondamentale del peccato è la sua capacità di creare
divisione. Esso allontana l’uomo da Dio e dai fratelli. Anzi porta la
lacerazione e la frattura perfino nell’intimo del suo cuore, facendo del
peccatore un uomo diviso tra la forza del richiamo di Dio e la forza della
suggestione del demonio. La conversione deve comportare quindi una
riconciliazione; è essenzialmente una riconciliazione.
Il peccatore si
riconcilia anzitutto con Dio
Per riconciliarsi
con Dio non occorrono tante trattative. Il sangue di Cristo è già stato
versato come prezzo di questa riconciliazione. Dio non pone altra condizione
se non quella che il peccatore si apra nuovamente al suo amore e al suo
progetto di salvezza. Questa condizione è già stata resa possibile dal suo
amore preveniente attraverso il sacrificio di Cristo e il dono dello Spirito
Santo.
Il peccatore si
riconcilia con gli uomini
Il peccato ha
rotto la comunione degli uomini tra di loro. Questa comunione non è un lusso
superfluo: fa parte integrante del progetto di salvezza di Dio.
La salvezza che
Dio ha preparato per l’uomo consiste nella comunione che si realizza
nell’amore che ci unisce completamente a lui e a tutti gli uomini per
formare insieme la famiglia di Dio, il popolo di Dio. Quindi nessuno ama
veramente Dio se non ama i fratelli: non realizzo la mia salvezza se non
costruisco con tutte le forze la fraternità tra gli uomini.
Il peccato ha
rotto questa fraternità, mi ha realmente separato dagli altri. Non posso
riconciliarmi con Dio senza riconciliarmi con loro, senza ricostruire, per
quanto dipende da me, la fraternità che io stesso ho distrutto.
Il peccato mi
rende debitore di tutti
Questa
riconciliazione è una cosa seria. Per chi ha rubato, frodato, mentito,
l’unica vera riconciliazione possibile passa attraverso lo sforzo sincero di
riparare il male fatto.
Ogni peccato fa
del male anche ai fratelli. Anche il più segreto dei miei pensieri
peccaminosi mi divide da loro, è un furto nei loro confronti, un’ingiusta
sottrazione del mio amore, della mia solidarietà nell’ambito umano e
soprattutto nell’ambito della fede e della grazia.
L’umanità è un
mondo di fratelli in cui ognuno è affidato a tutti, e nessuno può mai dire a
Dio: Sono forse io il custode di mio fratello? (Gen 4,9). Ogni
peccato mi rende quindi debitore nei confronti dei miei fratelli, mi mette
dalla parte del torto: Confesso a voi fratelli che ho molto peccato, per
mia grandissima colpa. Ogni peccato è una ferita da cui esce la
ricchezza di bene e di grazia dal corpo di Cristo che è la Chiesa e tutta
l’umanità, e fa abbassare il livello di amore e di vita in tutto il mondo.
Con il mio peccato ho lavorato anch’io per i fallimenti degli altri, vicini
e lontani. Il fallimento della storia umana (guerre, omicidi, furti, odii di
ogni genere) è frutto del peccato del singolo e della società.
La
riconciliazione è impegnativa
La
riconciliazione esigita da una conversione autentica è quindi molto
impegnativa.
È anche per colpa
mia se il mondo è ingiusto e ostile. È colpa del mio egoismo e della mia
inerzia se milioni di uomini muoiono di fame, di guerre, di droga.
Purtroppo ognuno
di noi vede le ingiustizie che gli altri commettono nei nostri confronti;
tutti si mettono nei panni delle vittime, e quasi nessuno riconosce la sua
parte di responsabilità e di colpa. Ma non possiamo chiedere perdono a
questi fratelli e a Dio se non ci impegnamo a lottare coraggiosamente contro
questi mali del mondo di cui siamo in qualche modo complici, e quindi se non
lottiamo contro il nostro egoismo e la nostra passività che continuano ad
alimentare questi mali.
Per questo oggi
si chiama più volentieri sacramento della riconciliazione quello che una
volta si chiamava sacramento della confessione. Riconosciamo così che il
ritorno del peccatore a Dio comporta una vera e propria riconciliazione non
solo con lui, ma anche con i fratelli.
E perfino una
riconciliazione con noi stessi, con la verità profonda del nostro essere che
il peccato ha sfigurato e distrutto.
Un potere che la
Chiesa ha ricevuto da Cristo
In tutto questo,
cosa c’entra la Chiesa? Perché essa si intromette nel mio processo di
conversione? Perché mi devo riconciliare anche con lei e nella forma che
essa stabilisce? Perché mi devo confessare a un sacerdote? Perché non posso
sbrigarmela da solo con Dio o con i fratelli che ho offeso?
La risposta che
la Chiesa dà a questa serie di domande è duplice. Una prima risposta è un
rimando all’autorità di Dio manifestata a noi in Cristo. La seconda è
un’analisi approfondita della logica stessa della riconciliazione, alla luce
di quello che la Chiesa rappresenta per la fraternità umana in Cristo.
La volontà di Dio
manifestata in Cristo
Leggiamo il
vangelo per vedere se davvero ci sono, da qualche parte, nelle parole o
nelle azioni di Gesù, espressioni o comportamenti che giustifichino il ruolo
o il potere che la Chiesa si attribuisce.
Gesù non ha
annunciato in modo generico la sua misericordia verso i peccatori, ma anche
concedendo espressamente il perdono dei peccati ai peccatori pentiti.
Al paralitico che
gli avevano calato davanti dal tetto della casa in cui predicava, ha detto:
Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati (Mc 2,5). All’adultera che,
per il suo intervento, nessuno aveva avuto il coraggio di lapidare, dice:
Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più (Gv 8,11).
Sono parole e
gesti pieni di autorità. Gesù proclama che il suo intervento libera dal
peccato coloro che ricorrono a lui e li restituisce rinnovati alla vita.
Una nuova
condizione di amicizia con Dio
L’autorità di
Gesù ha una reale efficacia di salvezza. Nel caso del paralitico, la
guarigione della malattia del corpo rivela la vera natura del perdono dei
peccati: è una prodigiosa e misteriosa guarigione dell’anima. Gesù fa
passare tutto l’uomo dalla malattia alla sanità.
Le parole di Gesù
non sono dichiarazioni vuote, ma parole piene di misteriosa efficacia; il
potere a cui lui faceva riferimento è una reale capacità di cambiare le cose
e le persone, di trasformare il cuore dell’uomo.
Ebbene, Gesù ha
concesso questo suo potere agli apostoli e, attraverso di essi, alla Chiesa,
perché lo esercitasse a suo nome e con la sua stessa efficacia di salvezza.
A Pietro ha
detto: A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai
sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra
sarà sciolto nei cieli (Mt 16,19). Le stesse parole sono rivolte a tutti
gli apostoli in un contesto di correzione fraterna, dove Gesù sottolinea
l’autorità della Chiesa: Tutto quello che legherete sopra la terra sarà
legato anche in cielo, e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà
sciolto anche in cielo (Mt 18,18). Legare e sciogliere, nel linguaggio
di Gesù, significa la pienezza del potere. Le chiavi del regno dei Cieli
indicano il potere di introdurre nella nuova condizione annunciata e
instaurata da Gesù, quella di figli e amici di Dio, riconciliati con lui e
destinati a un’eterna comunione d’amore.
La Chiesa ha il
potere di introdurre in questa condizione coloro che, pentiti dei loro
peccati, si aprono alla misericordia di Dio, e di dichiarare esclusi dal
regno di Dio coloro che, chiudendosi all’amore di Dio e all’invito della
Chiesa, preferiscono restare nel loro peccato.
Apparendo agli
apostoli dopo la risurrezione Gesù ripeteva la stessa cosa: Ricevete lo
Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li
rimetterete resteranno non rimessi (Gv 20,23).
Si tratta senza
dubbio di parole che indicano un potere. Gesù ha detto: Come il Padre ha
mandato me, così io mando voi (Gv 20,21). Il potere della Chiesa è
quindi lo stesso potere di Gesù. La mediazione della Chiesa affonda le
radici nella mediazione di Gesù.
Gesù e la Chiesa
tra Dio e gli uomini
Dimostrando di
avere il potere di rimettere i peccati e concedendo questo potere alla
Chiesa, Gesù mette se stesso e la Chiesa in posizione di mediazione tra Dio
e gli uomini. La Lettera agli Ebrei afferma con chiarezza questa condizione
di mediatore della nuova Alleanza (Eb 9,15; 12,24) che compete a Gesù
in quanto uomo e Figlio di Dio nello stesso tempo.
Gli uomini col
peccato si sono separati dalla sorgente della vita e dell’amore, sono
diventati incapaci di compiere il primo passo per ritornare a Dio. Proprio
per questo Dio fa il primo passo, si china per primo sull’uomo. Gesù è
questo chinarsi di Dio sull’uomo, è la concreta offerta di una
riconciliazione e di una vita nuova. Gesù è il Dio-con-noi, il Dio fatto
uomo; come Dio ha tutto il potere di vita e di salvezza che solo Dio
possiede; come uomo è la presenza di Dio in mezzo alla nostra miseria, la
certezza dell’amore misericordioso e del perdono di Dio. Nella sua stessa
persona si stabilisce l’unione più stretta e indissolubile tra Dio e l’uomo.
Da questo punto di vista la sua condizione è unica, divina ed umana allo
stesso tempo. La sua croce e la sua risurrezione sono la riconciliazione
definitiva tra Dio e l’uomo.
La Chiesa non può
essere detta mediatrice in senso stretto perché essa è fatta di uomini
bisognosi della redenzione di Cristo. Ma Gesù ha affidato alla Chiesa il
compito di rappresentarlo tra gli uomini di ogni tempo, mettendo a loro
disposizione i benefici della sua redenzione.
La Chiesa non
possiede niente di suo e non esercita alcun potere per conto proprio.
Non ha altre
ricchezze che quelle di Cristo, e le distribuisce in suo nome. Gesù ha
voluto inequivocabilmente che i benefici della sua redenzione arrivassero
agli uomini, almeno normalmente, attraverso la Chiesa. La Chiesa è dunque
sacramento universale di salvezza. Essa annuncia con la sua parola e la sua
vita il perdono e la riconciliazione di Dio, e mentre li annuncia li rende
anche presenti e li comunica agli uomini. Gesù è presente in essa fino alla
fine dei tempi per esercitare, attraverso il suo ministero umile ma
necessario, la sua opera di salvezza nei confronti di tutti gli uomini.
Il sacramento
della riconciliazione è un segno di questa presenza salvifica di Gesù nella
Chiesa e nel mondo. Ricevere il perdono dalla Chiesa è ricevere il perdono
da Cristo che opera attraverso la Chiesa e che attraverso questo strumento
salva e divinizza l’umanità.
La Chiesa ha
dunque ricevuto da Dio il potere di rimettere i peccati. Ma la
riconciliazione è molto di più che il condono di un debito; essa cambia
l’uomo e non soltanto i suoi conti con Dio. Quindi il ricorso all’autorità
di Dio per giustificare il modo di agire della Chiesa, va integrato con un
ulteriore sforzo di comprensione. È necessario scoprire il perché della
mediazione della Chiesa dentro la stessa logica delle cose, cioè vederla
come un’esigenza posta dalla realtà del peccato e della riconciliazione.
Cominciamo col
vedere cos’è la Chiesa nel progetto di Dio.
Essa è un segno
visibile e un germe di quella piena comunione degli uomini con Dio e tra di
loro, che costituisce il suo disegno di salvezza nei confronti dell’umanità.
Questa unione
profonda, che sulla terra è ancora imperfetta e germinale, è avviata verso
la pienezza del regno di Dio. Ora il peccato attenta a questa unità. Attenua
il legame visibile con la Chiesa, attraverso l’egoismo, la chiusura dei
cuori e le divisioni che provoca, e quello invisibile che è la comune
partecipazione al dono dello Spirito Santo che è la vita di Dio. Il peccato
ci separa quindi dall’anima della Chiesa, che è lo Spirito Santo, e fa di
noi membri senza vita del Corpo di Cristo.
Tutta la Chiesa
viene così danneggiata dal peccato di ognuno dei suoi membri. Si capisce
allora che non ci è possibile rinnegare il peccato, combatterlo e sradicarlo
in noi, senza riconciliarci con la Chiesa. E non solo in maniera invisibile,
ma anche con gesti visibili, sacramentali perché il peccato l’ha ferita
anche con atti esterni.
Una disciplina
ispirata all’amore
Occorre dunque
riconoscere davanti alla Chiesa i peccati che hanno rotto la nostra
comunione nei suoi confronti e accogliere con umile riconoscenza il suo
perdono, il suo abbraccio di pace. Il peccatore, riconciliato con la Chiesa,
ritornerà in comunione con Dio e riavrà il dono dello Spirito di cui essa
vive e da cui il peccato l’aveva separato.
Il sacramento
della confessione non va visto quindi come una condizione arbitraria imposta
dalla Chiesa al peccatore. Essa è piuttosto una condizione imposta dalla
forza delle cose, dalla logica del peccato e della riconciliazione.
La disciplina
penitenziale della Chiesa è tutta e solo ispirata all’amore misericordioso
di Dio, è costituita dalle esigenze stesse dell’amore. Una disciplina che si
ispira all’amore è una disciplina educativa, quindi ragionevole e
flessibile, che si adegua alle esigenze dell’educando e al suo vero bene,
pur nel rispetto imprescindibile delle esigenze oggettive della vera
riconciliazione (che sia cioè capace di convertire veramente il cuore
dell’uomo).
La Chiesa sigilla
l’avvenuta riconciliazione del penitente con una formula di assoluzione.
Essa quindi gestisce il sacramento della riconciliazione in modo
giudiziale.
Bisogna però dire
con chiarezza che il potere della Chiesa non è esercitato alla maniera in
cui i tribunali umani amministrano la giustizia.
Il potere della
Chiesa è il potere di Cristo: è una forza di salvezza; esso viene esercitato
secondo una precisa volontà di amore. Il potere della Chiesa è il potere
dell’amore di Dio: un potere che mentre condanna il peccato mettendosi
contro la sua logica di morte, assolve il peccatore pentito e lo restituisce
a quell’amore da cui si era liberamente separato.
Il no del
sacerdote è un "non ancora"
L’espressione di
Cristo: A chi non rimetterete i peccati resteranno non rimessi, non
autorizza la Chiesa a negare il perdono a chi è veramente pentito e deciso a
riparare.
Solo chi rifiuta
di aprirsi a Dio con un pentimento sincero, chi rifiuta di riconciliarsi con
i fratelli nella Chiesa, resta prigioniero del suo peccato e la Chiesa deve
prenderne atto e dirlo chiaramente all’interessato.
Ma neanche quando
la Chiesa fosse costretta a giudicare che, in base a quanto appare
esternamente, non esistono ancora in un’anima i segni di una conversione
neppure iniziale, anche allora la Chiesa non è mai autorizzata a proclamare
la sconfitta definitiva dell’amore di Dio. Il no del sacerdote è sempre
soltanto un non ancora. Il giudizio della Chiesa, per quanto serio, è
sempre basato solo sui segni esterni del pentimento mostrati dal penitente.
Solo Dio vede il cuore dell’uomo nella sua insondabile profondità. Dio solo
è il signore del futuro. La Chiesa continua a pregare per il peccatore che
essa crede di non poter ancora assolvere, continua ad annunciargli la parola
di Dio, e a sperare che Dio trovi la strada per arrivare al cuore di ogni
uomo, anche di chi sembra non essersi ancora arreso al suo amore.
La parola di
assoluzione della Chiesa ha una sua specifica efficacia sacramentale: è una
parola di grazia; mentre annuncia la misericordia di Dio, la rende presente
e operante. Per chi non chiude il cuore a questa grazia, la parola di
perdono della Chiesa, che è la parola di perdono di Dio, opera una più
completa conversione del cuore umano.
4
La vera
guarigione
L’esperienza dice
che l’efficacia di trasformazione e di salvezza di questa parola di
assoluzione non è sempre visibile e verificabile. Molti cristiani vi hanno
trovato per molto tempo un certo senso di sollievo e di pace, ma hanno
l’impressione di non essere riusciti a fare un solo passo avanti nella lotta
contro i loro peccati. Ogni volta confessano le stesse colpe. E alla fine si
domandano se il gioco valga la candela, se la confessione sia una medicina
in grado di guarire il peccato o non soltanto una droga capace di
tranquillizzare momentaneamente la coscienza.
Così molti
finiscono per abbandonare la lotta.
Il problema è
molto serio. Se la parola di assoluzione concede veramente un perdono che
non è solo un condono ma una trasformazione reale, perché allora restiamo
sempre gli stessi? Perché chi si confessa non è (o non appare) sempre molto
migliore di chi non lo fa?
Rispondiamo che
la grazia del perdono non può fare violenza alla nostra libertà; non può
operare la sua trasformazione vittoriosa se non nella misura in cui noi ci
apriamo alla sua azione liberatrice. Ci sono poi dei casi in cui
l’esecuzione materiale della confessione non è accompagnata da un sincero
pentimento. Altre volte si sente il disagio del proprio peccato, ma non si
vuole veramente abbandonare la sua schiavitù. Molte volte il pentimento ha
tutta l’apparenza della sincerità, ma ci si sente impotenti davanti al
dominio del peccato in noi, ci si sente malati di una malattia che la
confessione non sembra capace di guarire.
La grazia opera
nel perdono
La grazia che ci
perdona cambiandoci, non opera negli strati più superficiali della nostra
personalità (ai livelli degli istinti, delle abitudini, della memoria, delle
emozioni,...); per questo non possiamo sentirla, non possiamo verificarne la
presenza e l’azione in maniera sperimentale. Essa opera nel più profondo
della nostra libertà, dove siamo soli davanti a Dio e dove prendiamo le
decisioni fondamentali della vita. È a partire da questo livello profondo
della libertà che la grazia influisce, indirettamente, in tutti gli altri
strati più superficiali della psiche. Su questi strati superficiali la
nostra libertà esercita una padronanza solo parziale. Così le scelte
particolari e il comportamento esterno della persona non nascono soltanto
nelle sue intenzioni profonde, ma anche dai tanti condizionamenti
(abitudini, pulsioni, istinti,... ) cui è soggetta. Ma deve essere chiaro
che la persona è veramente responsabile solo di ciò che vuole con piena
libertà. Per questo non tutti i comportamenti oggettivamente immorali di una
persona sono sempre anche soggettivamente colpevoli. Non sempre ciò che è
materialmente peccaminoso è peccato in senso totale e pieno, non sempre è un
vero no della libertà a Dio; esso è solo il segno che la lotta contro il
peccato, per quanto sincera e volenterosa, non ha ancora ottenuto il
successo. Quasi mai si avrà la vittoria piena in questa vita: i nostri vizi
moriranno tre giorni dopo di noi. Ma non per questo la confessione è stata
inutile.
La confessione è
segno della buona battaglia
La confessione
serve soprattutto a garantire che la nostra lotta contro il peccato è seria
e non illusoria e proprio per questo le nostre cadute sono meno colpevoli o
non colpevoli. Essa è segno che noi siamo spiritualmente vivi, che
combattiamo, che non ci rassegnamo alla schiavitù del peccato. E questa è in
fondo la nostra vittoria. Se combattiamo siamo già, in un certo senso,
vincitori. Se continuiamo a impegnarci è perché l’amore di Dio continua a
operare in noi anche attraverso la grazia del sacramento.
Al di là di tutte
le mie sconfitte, anche umilianti, Dio mi tiene sempre saldamente nelle sue
mani perché è mio Padre.
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