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Il matrimonio
nella Sacra Scrittura
La
costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II,
nell'intento di affrontare alcuni problemi urgenti della società
contemporanea, incomincia proprio dal matrimonio e dalla famiglia: La
salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente
connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare.
Però subito dopo afferma che non dappertutto la dignità di questa
istituzione brilla con identica chiarezza, poiché è oscurata dalla
poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre
deformazioni (n. 47).
Ideale e realtà nel
matrimonio
La Bibbia ci offre
un quadro teologico altissimo del matrimonio e della famiglia, ma ci fa
vedere anche che questo ideale non sempre è stato realizzato.
Così nella Bibbia
coesistono il progetto ideale (sul quale insisteremo di più perché è il
messaggio teologico valido per sempre) e la realtà che, soprattutto
nell’Antico Testamento, è piuttosto deludente.
Subito dopo aver
descritto il quadro ideale del matrimonio, il libro della Genesi ci descrive
l’assassinio di Abele da parte di Caino: il fratello uccide il fratello.
Nella famiglia di
Caino, il figlio Lamech per primo viola la legge della monogamia prendendo
due mogli (Gen 4,19). Però, a differenza di Lamech e dei cosiddetti figli
di Dio (Gen 6,1-4) che si danno senza ritegno alle intemperanze
sessuali, Noè è monogamo e ha tre figli.
Proprio per la sua
bontà e rettitudine Dio, giusto giudice, lo salva dal diluvio con tutta la
sua famiglia, alla quale, come germe e simbolo della nuova umanità, rinnova
la benedizione già accordata alla prima coppia umana: Dio benedisse Noè e
i suoi figli e disse loro: "Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la
terra" (Gen 9,1; cfr 1,28).
Con Abramo inizia
una catena diretta di famiglie, che passa attraverso Davide, per sfociare
nella famiglia di Nazaret. La Genesi ha come spina dorsale tre famiglie:
quelle di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Nel presentare
queste tre famiglie, l’autore sacro è più intento a far risaltare il piano
divino attraverso di esse che la loro esemplarità. Così, ad esempio, Abramo
pratica una specie di poligamia accostandosi alla schiava Agar per avere un
figlio, Ismaele.
Non è corretto il
suo comportamento neppure quando presenta Sara come sorella invece che
moglie, per non aver fastidi quando essa viene richiesta per soddisfare le
voglie di Abimelech (Gn 12,10-20) o del faraone (Gn 20)
Meno esemplare
ancora è la famiglia di Giacobbe, a cui Dio stesso cambia il nome in Israele
(Gn 32), per farne il capostipite del suo popolo: i suoi figli, che danno
origine alle dodici tribù di Israele, nascono da due mogli di primo grado,
Lia e Rachele, e da due mogli di secondo grado, Zilpa e Bila (Gn 29).
La situazione di
Davide è ancora peggiore: coraggioso soldato e condottiero, abile
diplomatico, di forte religiosità, egli è però facilmente attratto dal
fascino delle donne ed è debole con i figli. Egli ha presso di sé un vero
harem di mogli e concubine (2 Sam 3,2-5.15; 11,2-27; 15,16).
I suoi numerosi
figli, che gli sono stati causa di enormi sofferenze, più che le sue virtù
hanno ereditato i suoi vizi: Amnon violenta la sorellastra Tamar (2 Sam
13,1-22) che Assalonne vendica assassinando il fratello (2 Sam 13,23-38).
Assalonne si ribella contro il padre, insidiandogli il trono e
costringendolo a fuggire da Gerusalemme (2 Sam 15-19). Del re Salomone si
dice che avesse 700 mogli e 300 concubine (1 Re 11,37).
Accanto a queste,
però, ci sono delle famiglie che vivono il matrimonio in maniera esemplare,
con tutte le ricchezze d’amore, di fedeltà, di fecondità e di educazione dei
figli che risultano dal progetto originario di Dio. Si pensi alla famiglia
di Rut e al matrimonio di Tobia.
Particolarmente
significativa è la preghiera che Tobia e Sara innalzano al Signore
all’inizio della loro vita coniugale: Tu (Dio) hai creato Adamo e hai
creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro
nacque tutto il genere umano... Ora, non per lussuria io prende questa mia
parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di avere misericordia di
me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia (Tb 8,6-7).
Questo sta a dire
che, nonostante le molte ombre derivanti dal circostante ambiente culturale
sul mondo ebraico, l’ideale del matrimonio monogamico, vissuto nell’amore e
nella gioia dei figli, veniva sentito e normalmente anche praticato in
Israele.
L’insegnamento
matrimoniale presso i profeti
Perché tale ideale
rimanesse sempre limpido, hanno dato un apporto determinante i profeti, che
hanno presentato l’allegoria nuziale per esprimere il rapporto d’amore e di
fedeltà fra Dio e Israele.
Essi, in realtà,
utilizzano un po’ tutte le immagini desunte dall’ambiente familiare per
esprimere i rapporti di Dio con il suo popolo.
Dio si presenta
come una madre: Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non
commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questa donna si
dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15-16).
E per esprimere la
gioia della liberazione dall’esilio viene portato l’esempio della gioia
nuziale: Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio
Dio... come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna
di gioielli (Is 61,10); Sì, come un giovane sposa una vergine, così
ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il
tuo Dio gioirà per te (Is 62,5).
I profeti adoperano
di preferenza l’immagine nuziale per descrivere i rapporti di Dio con
Israele: egli è il fidanzato o lo sposo sempre fedele, mentre Israele è la
fidanzata o la sposa molte volte infedele.
È Osea che per
primo adopera questa immagine, forse partendo da una esperienza matrimoniale
fallimentare: la moglie Gomer, infatti, si dà alla prostituzione.
La prostituzione
della moglie diventa simbolo dell’infedeltà di Israele, che arriva perfino
al culto delle divinità straniere, il quale porta con sé anche vere e
proprie aberrazioni sessuali.
Dio, però, sempre
fedele, non si arrende e progetta un nuovo fidanzamento con il suo popolo:
Pertanto, ecco io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo
cuore (Os 2,16).
Il richiamo del
deserto rimanda al periodo dell’innamoramento, quando Israele seguiva il suo
Dio più da vicino. Il nuovo fidanzamento, però, non dovrà più essere rotto
da nuove infedeltà: Ti fidanzerò a me per l’eternità, ti fidanzerò a me
nella giustizia e nel diritto, nella tenerezza e nell’amore... (Os
2,21-22).
Geremia riprende il
tema di Dio-sposo in modo ancora più tenero, ricordando soprattutto
l’entusiasmo del primo amore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua
giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel
deserto, in una terra non seminata (Ger 2,2).
Proprio per questo
è più acuto il rimprovero che viene rivolto al popolo infedele: Perché il
mio popolo dice: "Ci siamo emancipati, non faremo più ritorno a te?".
Si dimentica forse
una vergine dei suoi ornamenti, una sposa della usa cintura? Eppure il mio
popolo mi ha dimenticato per giorni innumerevoli"
(Ger 2,31-32).
L’immagine è
ripresa da Ezechiele che ci presenta Israele come una fanciulla abbandonata
di cui Dio si invaghisce fino a farla sua: Passai vicino a te e ti vidi;
ecco la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su
di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e
divenisti mia (Ez 16,8).
L’immagine ricorre
anche più frequentemente in Isaia, dove le difficoltà dell’esilio e del
reinserimento in patria vengono addolcite dal ricordo di Dio che è lo sposo
e perciò non abbandona il suo popolo: Non temere, perché non dovrai più
arrossire... Poiché il tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è
il suo nome; tuo redentore è il Santo d’Israele, è chiamato Dio di tutta la
terra (Is 54,4-6).
L’immagine nuziale
è importante per due motivi. Per un verso, Dio non avrebbe potuto prendere
come simbolo del suo amore verso Israele la realtà matrimoniale, se essa non
fosse stata sentita e vissuta, almeno normalmente, come realtà di amore e
fedeltà totale.
Per un altro verso,
Dio vuole dare un vero e proprio ammaestramento sul matrimonio: esso ha
significato nella misura in cui riflette i costumi di Dio, ne imita
gli atteggiamenti, ne assume i valori.
C’è un reciproco
intreccio fra la realtà matrimoniale presa a simbolo e il progetto
matrimoniale che Dio ripropone ai credenti.
La letteratura
sapenziale
Tutto il filone
della letteratura sapienziale esalta i valori del matrimonio e della
famiglia.
Il Salmo 127
afferma che la benedizione di Dio sta alla base della famiglia e che i figli
sono un suo dono: Se il Signore non costruisce la casa, invano vi
faticano i costruttori... Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia
il frutto del grembo.
A proposito dei
figli, si insiste molto sia sul dovere di educarli, sia sull’obbligo che
essi hanno di rispettare i genitori: Chi ama il proprio figlio usa spesso
la frusta, per gioire di lui alla fine. Chi corregge il proprio figlio ne
trarrà vantaggio e se ne potrà vantare con i suoi conoscenti (Sir
30,1-2; cfr Pr 1,8).
Il Signore vuole
che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre
sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati
(Sir 3,2-3).
Il Siracide esalta
la felicità dell’uomo che ha trovato una moglie virtuosa: Beato il marito
di una donna virtuosa; il numero dei suoi giorni sarà doppio.
Una brava moglie è
la gioia del marito, questi trascorrerà gli anni in pace. Una donna virtuosa
è una buona sorte, viene assegnata a chi teme il Signore
(Sir 26,1-3).
Nello stesso tempo
condanna severamente l’adulterio, sia da parte dell’uomo che della donna:
L’uomo infedele al proprio letto dice fra sé: "Chi mi vede? Tenebre intorno
a me e le mura mi nascondono; nessuno mi vede, chi devo temere? Dei miei
peccati non si ricorderà l’Altissimo". Egli però si illude, perché gli occhi
di Dio penetrano fin nei luoghi più segreti (Sir 23,18-19).
Più duro ancora è
il giudizio sulla donna adultera: Così della donna che abbandona il suo
marito, e gli presenta eredi avuti da estranei. Prima di tutto ha
disobbedito alle leggi dell’Altissimo, in secondo luogo ha commesso un torto
verso il marito, in terzo luogo si è macchiata di adulterio e ha introdotto
in casa figli di un estraneo (Sir 23,22-23).
C’è nella
letteratura sapienziale un libro che è tutto dedicato all’amore umano, nella
tensione del desiderio che poi sfocerà nel matrimonio: il Cantico dei
cantici.
Questo piccolo
poema è tutto un dialogo d’amore tra uomo e donna che si cercano
reciprocamente con gioia e trepidazione: si tratta contemporaneamente
dell’esaltazione dell’amore umano e dell’amore di Dio verso Israele.
E proprio per
questo l’amore deve essere duraturo, come si esprime la sposa con immagini
ardite: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione;
le sue vampe sono come vampe di fuoco, una fiamma di Dio. Le grandi acque
non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo (Ct 8,6-7).
Nulla può
estinguere l’amore autentico! È un messaggio indubbiamente molto profondo,
in cui si fondono l’esperienza umana e il messaggio profetico che ha preso
questa esperienza come simbolo dell’amore indefettibile di Dio verso il suo
popolo.
Il progetto
originale di Dio su il matrimonio
Una visione così
alta dell’amore sponsale, anche nei suoi elementi di attrazione fisica, che
ci trasmette il Cantico dei cantici, corrisponde al progetto originario di
Dio, che troviamo delineato nel secondo racconto della creazione trasmessoci
dal libro della Gn 2,18-23.
Questo racconto
risale al X secolo a.C. ed esprime realtà teologiche molto profonde.
Prima di tutto
l’uomo è chiamato ad uscire dalla sua solitudine: Non è bene che l’uomo
sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile (2,18).
Ma gli animali che
Dio crea e mette a disposizione dell’uomo, non sono l’aiuto degno di lui:
Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò,
gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio
plasmò con la costola che aveva tolto all’uomo una donna, e la condusse
all’uomo (2,21-22).
È chiaro che il
linguaggio, tutto carico di immagini, non vuole narrare un evento storico,
ma afferma semplicemente che la donna non è estranea all’uomo, anzi è come
una parte di lui, con la medesima dignità, capace di dialogare e di amare.
Per questo l’uomo
intona il primo canto nuziale dell’umanità: Questa volta essa è carne
dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna, poiché
dall’uomo è stata tolta (v. 23).
L’ultima frase in
ebraico contiene un gioco di parole non riproducibile in italiano: ’is
= uomo, ’ishshah = donna. Anche con questa assonanza linguistica
l’autore vuole esprimere l’unità dei due sessi, pur nella loro distinzione.
Il primo racconto
della creazione, che risale alla tradizione sacerdotale (VI sec. a.C.),
esprime in maniera ancora più solenne l’unità dell’uomo e della donna, pur
nella differenziazione dei sessi, che è voluta da Dio per la procreazione
del genere umano. Il sesso perciò è una realtà integrativa che si
comprende solo in dialogo con il partner.
Come coronamento
dell’opera della creazione, Dio crea l’uomo, che è tale solo in quanto
maschio-femmina: E Dio disse: "Facciamo l’uomo a nostra immagine, a
nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo,
sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che
strisciano sulla terra". Dio creò l’uomo a sua immagine: a immagine di Dio
lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: "Siate
fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra..." (Gn 1,26-28).
Due sottolineature
meritano ogni considerazione.
La prima.
L’uomo è immagine di Dio nella dualità di maschio e femmina: né il maschio
né la femmina, presi isolatamente, sono immagine di Dio.
La dialogicità
dei sessi diversi già apre al dono, all’amore, alla fecondità, riproducendo
così l’immagine di Dio che è essenzialmente amore che si dona.
La seconda.
Il comando di generare: Siate fecondi e moltiplicatevi... La
sessualità ha il suo sbocco e la sua specifica finalità nella trasmissione
della vita. Un compito talmente grande che ha bisogno della benedizione di
Dio per essere espletato.
Pur accentuando la
finalità procreativa, questo testo non esclude la finalità affettiva.
Il fatto che Dio
abbia creato l’uomo a sua immagine proprio in quanto maschio e femmina
include necessariamente in sé la forza attrattiva dell’amore.
È l’equilibrio di
questi due elementi (unitivo e procreativo) che deve segnare per sempre il
matrimonio come Dio l’ha concepito nel suo disegno originario.
Sappiamo però che
il peccato originale ha infranto questo equilibrio, intaccando la serenità
dei rapporti tra l’uomo e la donna; anche la sessualità verrà distorta dai
suoi fini propri, come dice subito dopo il testo: Moltiplicherò i tuoi
dolori e le tue gravidanze... Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli
ti dominerà (Gen 3,16). Invece che dono reciproco e sereno, la
sessualità diventerà strumento per tiranneggiarsi a vicenda.
Su questo sfondo di
perdita di senso della sessualità si spiegano tutte le deviazioni che hanno
segnato la storia d’Israele e dell’umanità: poligamia, divorzio,
asservimento della donna, violenza sessuale...
La dottrina sul
matrimonio nel Nuovo Testamento
Cristo, rivelatore
ultimo della volontà del Padre, venuto a compiere la nostra salvezza,
cercherà di riportare il matrimonio al disegno originario di Dio.
Gesù nasce in una
famiglia. In una famiglia dove la parola di Dio gode di un primato assoluto
e dove l’amore totalmente disinteressato è regola per tutti.
Anche nella sua
vita pubblica Gesù manifesterà tutto il suo interesse per la famiglia,
dimostrando di conoscerne pregi e difetti, gioie e sofferenze. Il primo dei
suoi miracoli è per una coppia di sposi! La sua amicizia per Lazzaro, Marta
e Maria è commovente.
A Pietro guarisce
la suocera malata. Ama i bambini con una tenerezza più che materna e
rimprovera i discepoli che vogliono allontanarli; anzi, li propone come
esempio per chi vuol entrare nel regno dei cieli: Chi non accoglie il
regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso (Mc 10,13-16).
Gesù non fa della
famiglia un assoluto: vuole che essa sia aperta alle esigenze di Dio, che
può chiedere perfino di abbandonarla e di subordinarla ai suoi progetti.
È quanto risponde a
chi gli annuncia che sua madre e i suoi parenti lo stanno cercando: Chi è
mia madre e chi sono i miei fratelli?... Chi compie la volontà di Dio,
costui è mio fratello, sorella e madre (Mc 3,31-35).
Con ciò egli pone
le premesse per una scelta di vita diversa dal matrimonio.
Nel testo che
esaminiamo Gesù esprime il suo pensiero sul matrimonio. Durante il suo
viaggio verso Gerusalemme alcuni farisei, per metterlo alla prova, gli
chiedono: È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi
motivo? (Mt 19,3). Gesù si pone al di sopra di ogni controversia e di
ogni scuola del suo tempo e rifacendosi al principio condanna ogni
forma di divorzio: Non avete letto che il Creatore da principio li creò
maschio e femmina e disse: "Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre
e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono
più due, ma una carne sola".
Quello dunque che
Dio ha congiunto l’uomo non lo separi.
Gli obiettarono:
"Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla
via?".
Rispose loro Gesù:
"Per la durezza del vostro cuore Mosè ha permesso di ripudiare le vostre
mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: chiunque ripudia la
propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette
adulterio"
(Mt 19,4-9).
Le affermazioni di
questo brano sono tre.
-
Il matrimonio
rientra nel disegno primordiale di Dio, il quale non prevede alcuna
eccezione all’indissolubilità, proprio perché questa è iscritta nella
natura dell’uomo e della donna in quanto esseri complementari. Citando i
due passi di Gn 1,27 e 2,24, Gesù intende riportare tutto al quadro
originale.
-
La disposizione
mosaica circa il divorzio (Dt 24,1) aveva valore transitorio e
dimostrava non tanto un’accondiscendenza di Dio, quanto la durezza di
cuore degli ebrei, chiusi alle esigenze dell’autentica volontà di Dio.
-
Il divorzio,
con passaggio ad altre nozze, è semplicemente adulterio e
l’adulterio è espressamente proibito dal sesto comandamento (Es 20,14;
Dt 5,18).
Il matrimonio nella
dottrina di san Paolo
Pur esaltando la
verginità per i valori di libertà interiore e di situazione escatologica,
Paolo riafferma la dignità del matrimonio e ne ricorda diritti e doveri, fra
cui quelli della fedeltà e dell’indissolubilità.
Leggiamo nella
prima lettera ai Corinti: Quanto alle cose di cui mi avete scritto, è
cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo
dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio
marito. Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la
moglie verso il marito. La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è
il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo,
ma lo è la moglie... Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie
non si separi dal marito - e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si
riconcili con il marito - e il marito non ripudi la moglie (1 Cor
7,1-10).
Rileviamo due cose
in questo testo.
-
Marito e moglie
hanno gli stessi diritti e doveri e sono parte l’uno dell’altra; non
sono più due, ma un solo essere.
-
L’apostolo si
rifà al comando stesso di Gesù: Ordino, non io, ma il Signore (v.
10) per ribadire la condanna del divorzio: l’unica soluzione, in caso di
emergenza, è la separazione, che dovrebbe essere solo temporanea. Il
traguardo finale rimane la riconciliazione con il coniuge.
Parlando dei doveri
della famiglia cristiana, nella lettera agli Efesini, Paolo incomincia
proprio dei reciproci doveri dei coniugi: Siate sottomessi gli uni agli
altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al
Signore... E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la sua
Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per
mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola... Così anche i
mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi
ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai, infatti, ha preso in odio
la propria carne; al contrario, la nutre e la cura, come fa Cristo con la
Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo
padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne
sola. Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla
Chiesa... (Ef 5,21-33; cfr Col 3,18-19; 1 Pt 3,1-8).
Sottolineiamo
soltanto alcuni concetti.
Prima di tutto, il
discorso sul matrimonio si svolge tutto sotto il segno dell’amore: per cui
l’essere sottomessi l’uno all’altro non è segno di dipendenza schiavistica,
ma di dipendenza nell’amore.
In secondo luogo,
il rapporto marito-moglie viene modellato sul rapporto Cristo-Chiesa, che è
essenzialmente un rapporto d’amore: Cristo ha amato la sua Chiesa e ha
dato se stesso per lei (v. 25). Solo il rapporto Cristo-Chiesa diventa
un modello di amore reciproco tra gli sposi.
Cristo afferra
l’amore umano dei battezzati, lo fermenta dal di dentro, lo purifica da
tutte le inevitabili scorie per farne un riflesso, un’immagine del suo amore
per la Chiesa.
In terzo luogo, il
matrimonio cristiano si immerge nel mistero di Dio (v. 32) che, secondo il
linguaggio di Paolo, è il suo progetto salvifico culminante
nell’incarnazione, di cui la Chiesa, in quanto sposa di Cristo, è la
dilatazione, la pienezza.
Il matrimonio,
perciò, non è un affare privato, ma rientra nella dimensione della
ecclesialità e deve servire alla crescita della Chiesa, della quale è un
inizio nella misura in cui sa creare rapporti di amore e di fede fra tutti i
suoi membri.
Il matrimonio
cristiano è fonte di grazia per vivere nell’amore ed educare all’amore.
È proprio in questa
direzione dell’amore cristiano che si muove san Paolo rivolgendosi a tutti
gli altri membri della famiglia, inclusi gli schiavi: Figli, obbedite ai
vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto... E voi, padri, non
inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina
del Signore. Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore
e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo... Anche voi, padroni,
comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce,
sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non
c’è preferenza di persone presso di lui (Ef 6,1-9).
Come si vede,
nessuno è dimenticato: la famiglia non si esaurisce nella coppia, ma si apre
necessariamente ai figli, come frutto dell’amore reciproco, ai quali bisogna
dare una giusta educazione corrispondente alle esigenze della fede
cristiana: Allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore
(v. 4).
Con l’educazione
cristiana i genitori generano una seconda volta i loro figli.
Anche il rapporto,
non sempre facile, tra padroni e schiavi viene inserito nel quadro della
famiglia, la cui legge fondamentale è l’amore: pur rimanendo schiavi, si
esalta la loro dignità di figli di Dio, che dev’essere riconosciuta dai
padroni, i quali hanno anch’essi un solo Signore nel cielo, che non fa
preferenze per nessuno.
A questo punto è
evidente che il problema della schiavitù è aperto alla sua soluzione
radicale.
Nella lettera a
Tito ci viene offerta una catechesi familiare diretta alle varie categorie
di persone che compongono la famiglia:
I vecchi siano
sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza.
Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti; non
siano maldicenti né schiave di molto vino; sappiano piuttosto insegnare il
bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, ad essere
prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti,
perché la parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo.
Esorta ancora i più
giovani ad essere assennati, offrendo te stesso come esempio in tutto di
buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e
irreprensibile... Esorta gli schiavi ad essere sottomessi in tutto ai loro
padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino
fedeltà assoluta, per far onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro
salvatore
(Tt 2,1-9).
Il motivo di questa
condotta integra dei vari membri della famiglia cristiana è essenzialmente
religioso: Fare onore alla dottrina di Dio (v. 10), perché non sia
biasimata la parola di Dio (v.5). Questo presuppone ovviamente che la
grazia matrimoniale pervada tutta la famiglia, riversandosi dai coniugi su
tutte le altre persone che la compongono.
Conclusione
Se è vero che la
società è normalmente lo specchio della famiglia, la Bibbia ci insegna come
poterla rifondare, dandole quel respiro di amore totalmente gratuito e
disinteressato che solo può rendere più umano e cristiano il mondo in cui
viviamo.
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