La famiglia nella missione evangelizzatrice 


Sul compito della famiglia nel processo evangelizzatore e catechistico esistono molte riflessioni che ne mettono in luce le possibilità ma anche la problematicità. Oltre le sperimentazioni e realizzazioni, esse studiano prevalentemente i fondamenti teologico pastorali di tale recente nuova richiesta della Chiesa verso i genitori. Vale per tutti il testo che fonda le scelte della catechesi italiana (il DB) dove al n. 152 definisce lo "statuto" della catechesi familiare (=CF):
"La catechesi familiare trova la sua originalità e la sua efficacia nel carattere occasionale e nell’immediatezza dei suoi insegnamenti, espressi innanzi tutto nel comportamento stesso dei genitori e nell’esperienza spirituale di ciascuno. In famiglia, ciascuno deve poter trarre un modello di vita permeato di fermenti cristiani, sperimentando dal vivo il senso di Dio, di se stesso, del prossimo (cf GE 3) ".
Tuttavia mi sembra che il ruolo della CF perché soggetto pastorale non abbia trovato ancora chiara definizione e fondazione che ritengo si debba ricercare nell'ambito della socializzazione religiosa più che nella specifica evangelizzazione.

Recenti indicazioni


Per comprendere l'importanza e la collocazione della famiglia come luogo di formazione religiosa e quindi come eventuale soggetto di trasmissione della fede è utile considerare alcune recenti sottolineature su questo.
Emergerà facilmente che esistono posizioni differenti e anche problemi notevoli. Problemi sia di tipo sociologico-pastorale ovvero la verifica se la famiglia oggi possa essere considerata soggetto di evangelizzazione. Sia di tipo teologico: in che senso propriamente essa dovrebbe assumere tale compito.

1. Il Direttorio Generale per la Catechesi riflette sulla famiglia in due luoghi. Innanzi tutto nel capitolo degli agenti. La catechesi e la trasmissione del vangelo è compito della Chiesa particolare: dell'intera comunità, del vescovo, dei presbiteri, dei genitori (nn. 226-227). La famiglia offre la sua testimonianza ai bambini e tal esperienza rimane decisiva. Questa responsabilità si realizza in modo particolare in occasione di particolari eventi o feste se la famiglia si preoccupa di renderne comprensibile il contenuto cristiano. Ma anche nel favorire l'interiorizzazione della catechesi parrocchiale. Per cui "la catechesi familiare precede, accompagna e arricchisce ogni altra forma di catechesi" (CT 68). Il fondamento teologico di tale responsabilità e "ministero" è il sacramento del matrimonio (cf ChL 62 e FC 38). È un ministero che deve essere sostenuto e quindi formato e abilitato dalle varie iniziative della comunità cristiana.
Il paragrafo 255 colloca la CF tra i luoghi dell’evangelizzazione. Rifacendosi a LG 11, GS 52, EN 71 e FC 49 il testo sottolinea che poiché la famiglia è Chiesa domestica essa rispecchia i differenti aspetti o funzioni della vita dell'intera Chiesa per cui è anche uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia. Questo secondo testo è certamente più denso del precedente, il quale appare generico nelle sue affermazioni non individuando esattamente i compiti della famiglia come soggetto di evangelizzazione all'interno della comunità diocesana forse per il fatto che si limita a indicare il suo fondamento nel sacramento del matrimonio e non nella iniziazione cristiana dei coniugi.

2. Continuando la riflessione sulla necessaria e opportuna ricezione del Rica nelle comunità cristiane il Servizio per il catecumenato della CEI ha pubblicato una seconda nota destinata alla accoglienza dei ragazzi che chiedono il battesimo in età scolare. In questo testo la responsabilità della formazione delle nuove generazioni è affidata all'intera comunità ecclesiale, alla mediazione di un concreto gruppo catecumenale, all'opera degli adulti nella Chiesa locale, e quindi alla famiglia.
L'accento sembra essere posto sul ruolo degli adulti. Alcuni adulti seguono la domanda di IC: il catechista o animatore del gruppo, i padrini (n. 28). La famiglia "ha un ruolo tutto particolare. Spesso ci si trova alla presenza di situazioni familiari molto diverse tra loro, che esigono da parte della comunità ecclesiale e dei suoi operatori un'assunzione di maggiore responsabilità e di ampia azione di accompagnamento" (n. 29).

3. Vescovi e Responsabili nazionali della catechesi in Europa in un non troppo recente Convegno proprio sul tema "La catechesi familiare in Europa" hanno posto un notevole e condivisibile interrogativo: è discutibile pensare la famiglia come Chiesa domestica soprattutto perché le fonti antiche (NT e Padri) vivevano un'altra dimensione di Chiesa e di famiglia. Se si vuole riflettere su tale possibilità pastorale occorre prendere in considerazione che la piccola famiglia odierna non è pensabile come luogo di vera esperienza di fede e che mai per la Chiesa la famiglia è stata il vero luogo o addirittura l'unico luogo eminente di comunicazione della fede. Questo per evitare di costruire impianti pastorali inadeguati. Più possibilista una seconda linea di pensiero che sostiene che parlare della famiglia soggetto di evangelizzazione e catechesi non significa ipotizzare un impegno sistematico della stessa come la catechesi parrocchiale o scolare, ma nello stile della catechesi occasionale. Il primato dell'annuncio spetta, infatti, sempre alla comunità perciò la Comunità Familiare andrebbe pensata più sulla linea dello scambio dei doni. Tuttavia l'ambiente familiare rimane decisivo per alcuni aspetti dell'insegnamento religioso.

Il ruolo e il compito

All'interno delle due ipotesi messe in evidenza esiste tuttavia un punto di mediazione. Esso nasce da una più attenta descrizione del processo "evangelizzatore" e dalla presa di coscienza dell’attuale situazione della cristianità nel mondo contemporaneo.
Per comprendere il ruolo della famiglia nella trasmissione della fede e formazione cristiana è importante chiarire che la fede è questione di adulti. La fede pensata come capacità progettuale, come orientamento decisivo della vita e per la vita e quindi come fattore di integrazione di tutta la persona umana, suppone tale capacità e quindi la maturità umana.
La trasmissione del messaggio e la testimonianza di una fede vissuta vengono tra adulti. Forse all'interno di un’istituzione, ma sempre tra adulti. Intendo dire tra adulti nella fede. Questo non toglie che l'azione dello Spirito possa suscitare credenti ovunque. Significa che il soggetto naturale dell’evangelizzazione è la personale e comunitaria esperienza di fede.
 
Quest’affermazione mette in crisi la possibilità che la famiglia sia "comunque" soggetto di evangelizzazione. Innanzi tutto nella prospettiva sociologico-pastorale: di fatto la famiglia contemporanea è pluralista, è secolarizzata e spesso secolarista. Molto difficilmente si potrà pensare la "famiglia" che ha celebrato il suo matrimonio in Chiesa come famiglia "cristiana" (questo peraltro rimanda alla necessità di rivedere i criteri di ammissione al matrimonio cristiano). Ma anche nella prospettiva teologica la famiglia può essere considerata evangelizzatrice perché esistono adulti nella fede. La caratteristica pastorale è quindi nel fatto di essere adulti che hanno fatto una scelta di vita cristiana. Quest’incertezza appare spesso nei documenti pastorali e catechistici italiani dove il fondamento teologico del ruolo della famiglia nel processo evangelizzatore è ricercato ora nel matrimonio ora nell’iniziazione cristiana o in parte di essa.

Quanto è appena esposto va meglio contestualizzato.
Mentre si deve affermare che la fede è questione "adulta", non così si deve dire della formazione e sviluppo della dimensione religiosa della persona. Essa viene da lontano. Pone le sue radici nell’immagine di padre-madre ricevuta e sperimentata da bambini. Si sviluppa attraverso il processo della socializzazione (religiosa) primaria durante la quale si delineano in modo corretto o scorretto le forme del giudizio religioso. Si sostanzia nell'incontro con una istituzione educativa (parrocchia, scuola, gruppo) che crea le premesse della socializzazione secondaria quindi le basi per una possibile iniziazione nella comunità cristiana. Tutto questo porta a affermare che l'opzione per la fede in età adulta viene enormemente facilitata dalla qualità del processo di formazione religioso dell’infanzia e adolescenza dove il ruolo della famiglia è naturale.

La famiglia responsabile 
della socializzazione religiosa primaria

In tale prospettiva sembra si possa delineare anche il compito e il contributo della famiglia con riferimento alla missione ecclesiale. La base del suo servizio è da una parte il compito formativo-educativo proprio dei genitori, dall'altra la testimonianza degli adulti credenti. Ritengo che la mancanza maggiore o, se si vuole l'handicap, che la pastorale incontra non sia tanto l'assenza di coscienza del compito di educatore alla fede della famiglia in ragione del fatto che gli sposi hanno chiesto un matrimonio cristiano; quanto la mancata consapevolezza che il loro ruolo di genitori e il modo con cui essi di fatto lo svolgono porta dentro la dimensione religiosa. Che loro lo vogliano o no.
Infatti la religiosità prima di essere una serie di oggettivazioni culturali è dimensione specifica della persona. Nel modo di essere uomo, donna, padre, madre, ecc., loro danno una immagine di Dio e della vita. Quest’immagine viene proiettata e assimilata dalle nuove generazioni non solo come significati specifici (appunto uomo, donna ecc.) ma anche come "simbolo" e chiave interpretativa del "trascendente".
La qualità delle immagini introiettate e interiorizzate non è indifferente per lo sviluppo della persona umana. Tanto meno per l'adesione futura al Vangelo e alla comunità cristiana. La pastorale ecclesiale deve invitare i genitori (perché genitori!) non tanto ad assumere un ruolo di evangelizzatori che di fatto essi non hanno scelto. Quanto a coscientizzarli ed eventualmente abilitarli nella loro inevitabile funzione di simbolizzazione religiosa. Lo scopo di tale collaborazione è l'uscita dal mondo magico sacrale tipico della religiosità infantile.

Una necessaria interazione 
fra le diverse agenzie ecclesiali

Uno dei problemi della pedagogia religiosa cattolica contemporanea manifesta è che la sua organizzazione delle diverse istituzioni e agenzie non si accordano più tra loro. La maggior parte di esse sono espressione della cosiddetta cristianità nella quale l'evangelizzazione sembrava non avere necessità di esserci. Era importante invece spiegare la simbologia del mondo religioso in cui le nuove generazioni si trovavano a vivere e che esse spontaneamente accettavano. La catechesi poteva giustamente rivolgersi primariamente all’età infantile. Insieme alla scuola, all'oratorio essa assicurava esattamente questa funzione. Le idee e i simboli proposti ritornavano nella liturgia e soprattutto nella famiglia. Ma a ben guardare tale modello di organizzazione pensato come moltiplicazione di input comunicativi uguali e uniformi era una unica e organica struttura di socializzazione religiosa.
 
Nel nostro contesto si avverte una differenziazione necessaria. Alla scuola spetta il compito della socializzazione religiosa "sociale" e in un contesto di ricerca culturale. Alla comunità il compito di iniziazione. Alla famiglia quello della socializzazione religiosa primaria. Essa si configura come acquisizione della lingua madre o degli strumenti fondamentali per orientarsi nell’esistenza. Questa sarà la base delle future scelte in ordine alla progettualità della vita e quindi della fede.


 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it