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INTRODUZIONE
A-B
C
D-E F G-I
L-Ma Me-N
O-Pas
Pat-R
S
TV
DIZIONARIO
DEI
TERMINI
SU
MATRIMONIO E FAMIGLIA
Tommaso
Stenico
________________________________________________________
Introduzione
Il sacramento del matrimonio
nella missione della Chiesa
All’inizio
del suo pontificato, meditando sul mistero della Sacra
Famiglia, il Papa Giovanni Paolo II invitava i cristiani a
“meditare e a vivere coscientemente ciò che Dio, la Chiesa,
l’umanità intera si aspettano oggi dalla famiglia”.
Questa triplice attesa, attesa di Dio, attesa della Chiesa e
attesa dell’umanità ci offre la prospettiva che deve
strutturare oggi una riflessione del ruolo del
matrimonio cristiano nella missione della Chiesa. L’attesa
dell’umanità non è vista, in questa frase del Papa, in
opposizione con l’attesa di Dio e quella della Chiesa.
L’attesa più profonda nel cuore dell’uomo è, nella
visione della Chiesa, il desiderio di amare e di essere amato,
una aspirazione che si realizza nella comunione.
Questa verità del proprio essere è rivelata a ogni uomo
dalla persona di Gesù Cristo che, per parafrasare il celebre
passaggio conciliare, rivela all’uomo la verità integrale
sulla persona, sul matrimonio, sulla famiglia. Non è certo
che mezzo secolo fa un tale approccio fosse accettato.
L’espressione attesa dell’umanità sarebbe sembrata una
clausola di stile, un’espressione molto vaga, troppo
generica in ogni caso, per ciò che concerne il matrimonio.
Tra l’istituzione civile del matrimonio e la sua forma
cristiana, sanzionata canonicamente dal sacramento del
matrimonio, vi era in comune il patrimonio del diritto
naturale. L’approfondimento da parte del Diritto
Ecclesiastico dei contenuti del matrimonio, delle sue finalità,
del consenso e degli effetti di quest’ultimo, trovavano un
appoggio e una risonanza naturali nelle diverse legislazioni
civili: l’impegno degli sposi alla fedeltà, la loro
apertura alla vita, i doveri genitoriali dell’educazione
erano gli stessi da una parte e dall’altra. Infatti, niente
di strano in questo: la riflessione della Chiesa sul
matrimonio e sulla famiglia si è sempre inserita in una
prospettiva che ha messo in primo piano le persone contraenti,
tanto da servire di fonte di ispirazione per i redattori
civili del Codice napoleonico.
A dir poco ci troviamo da qualche decina d’anni davanti a
una situazione totalmente inedita che vede l’autorià civile
dell’insieme delle nazioni occidentali basarsi
non più sui modelli canonici ma su considerazioni
sociologiche. Le priorità non sono più la traduzione nella
leggi della natura del legame coniugale, ma il fondamento
giuridico di nuovi modelli che corrispondono sociologicamente
a delle esigenze inedite derivanti da una certa categoria
sociale da un certo gruppo di pressione, da una certa scuola
di pensiero o da una certa ideologia. Il risultato di ciò che
bisogna considerare come una vera rivoluzione è
l’allontanamento apparentemente irreversibile del diritto
naturale che ha perso per lo stato moderno il suo valore di
criterio di riferimento, e che è perfino diventato oggetto di
sospetto e di ostracismo... Le discussioni che hanno
accompagnato la creazione del Patto civile di solidarietà
recentemente in Francia (PaCS) hanno evidenziato tra
sostenitori e avversari di questo nuovo modello un vero
dialogo tra sordi, in cui una espressione così a lungo
provata e ammessa nel corso dei secoli come quella che
descrive il matrimonio come una unione naturale di un uomo e
di una donna si è trovata brutalmente squalificata.
Il matrimonio sembra aver cessato di essere una buona notizia
agli occhi dei nostri contemporanei che si ritrovano nella
posizione dei Farisei interlocutori di Gesù nel
capitolo 19 del Vangelo di Matteo, Hanno bisogno di sentire
Gesù rispondere loro su un piano diverso dal piano
sociologico del ripudio e rinviarli al principio (arché). Al
principio: questo situa la verità dell’uomo in una pienezza
di senso, al di là delle risposte parziali. Al principi:
questo rinvia anche a quel momento originario in cui l’uomo
creato trova la sua misura ultima nelle relazione con Dio e in
cui l’immagina di Dio è inscritta in lui: uomo e donna li
creò. La pienezza dell’uomo si traduce in una comunione di
persone, il cui primo legame è manifestato da una
complementarietà sessuale. Così nella realtà di immagine di
Dio, è concretamente inscritta la corporeità dell’uomo
come un richiamo originale alla comunione. Ciò che va a
smuovere la sua libertà e a dargli la sua finalità interna
è questo richiamo originario alla comunione: L’uomo diventa
immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine quanto
nel momento della comunione. Egli è infatti fin
dall’origine non soltanto un’immagine nella quale si
riflette la solitudine di una Persona che governa il mondo, ma
anche, e essenzialmente, immagine di una impenetrabile e
divina comunione di Persone.
L’allontanamento dello stato moderno dal diritto naturale,
di cui abbiamo indicato la realtà, fa sì che la missione
della Chiesa si trovi anche di fronte a un sfida radicalmente
nuova: riprendere daccapo tutto un insieme di valoridi umanità
che tempo fa si potevano considerare a buon diritto come
acquisiti. In effetti, non è più sufficiente esporre e
trasmettere lo specifico cristiano, sulla base di una
terminologia comune a tutti, basandosi sul fatto che il
matrimonio è all’origine una istituzione propria di tutta
l’umanità; essa si trova nella necessità di approfondire
sempre più, alla luce della Rivelazione, le implicazione
antropologiche di ciò che essa considera la verità sul
matrimonio e la famiglia, cioè il progetto di Dio su questa
comunità di vita e d’amore tra un uomo e una donna, voluta
e creata da Dio e salvata da Lui. Il Magistero della Chiesa
non ha cessato di insistere negli ultimi tempi sulla missione
cristiana dell’annuncio di esplicitazione dell’amore
umano. I testi sono estremamente numerosi. Per esempio:
Familiaris Consortio: Tutta la Chiesa ha il dovere di
riflettere e di impegnarsi in profondità affinché la nuova
cultura che appare sia intimamente evangelizzata, che siano
riconosciuti i veri valori, che siano difesi i diritti
dell’uomo e della donna e che la giustizia sia promossa
nelle strutture stesse della società...Così, il nuovo
umanesimo non allontanerà gli uomini dai loro rapporti con
Dio, ma ve li condurrà in modo più pieno ...La missione
della Chiesa deve così essere apprezzata successivamente
nelle due direzioni principali: quella che la spinge fuori
delle sue frontiere (ad extra) e quella che la determina ad
ammaestrare i suoi figli (ad intra), pur mantenendo il
principio di unità che la ispira.
Come si articola oggi la missione della Chiesa ad extra e come
contribuisce la Chiesa ai dibattiti attuali sul matrimonio e
sulla famiglia? La Chiesa parla del matrimonio in una
prospettiva di fede di cui è importante cogliere bene la
logica interna fin dall’inizio, per evitare qualsiasi
malinteso nel dialogo sociale. Questa prospettiva, che è
certo quella della fede cristiana, afferma chiaramente che la
comunità profonda di vita e di amore che forma la coppia è
stata fondata e dotata delle sue proprie leggi dal
Creatore, per riprendere testualmente la formula conciliare.
In che senso? L’aspirazione che un uomo e una donna hanno di
darsi l’un l’altro per formare una comunione di tutta la
loro vita corrisponde a delle esigenze profondamente inscritte
nell’essere dell’uomo e della donna. Esse corrispondono a
ciò che essi sono, alla loro natura. L’istituzione del
matrimonio è chiamata ad esprimere queste esigenze, di modo
che la forma che essa riveste non può essere sottomessa
a dei capovolgimenti che le contraddirebbero. Ritorneremo su
queste esigenze dette naturali, ma sottolineiamo qui che è
molto logico che questa prospettiva faccia risalire questi
tratti naturali all’Autore della natura. A questo livello si
capisce che espressioni quali il disegno di Dio sul matrimonio
e la famiglia, oppure la verità integrale dell’amore
coniugale, lungi dal costituire delle affermazioni di tipo
fondamentalista, si inscrivono nelle logica naturale di una
teologia e di una filosofia della Creazione, accessibili alla
ragione. Mi sembra che un primo aspetto dell’apostolato
cristiano dovrebbe consistere nel convincersi e
nell’impregnarsi di questa verità che non offende la
ragione e a difenderla senza sosta.
Come riassumere succintamente queste esigenze naturali? La
prima si fonda, come si è detto, sull’aspirazione (che la
Chiesa, nella logica da noi indicata , chiama vocazione) di
ogni essere umano all’amore (comunione di persone). La
comunione particolare tra un uomo e una donna uniti dal
matrimonio è ordinata al bene degli sposi e alla generazione
e all’educazione dei figli. Essa pone le sue basi su un
mutuo consenso che è un dono reciproco che gli sposi si fanno
liberamente della loro persona. Questo dono è affermato
pubblicamente e forma il legame del matrimonio, legame che ha
la caratteristica agli occhi della Chiesa di essere
indissolubile. Sono questi degli elementi, che ci paiono senza
dubbio semplici perché li conosciamo bene, di cui bisogna
essere pronti a rispondere. Non si può ricostruire qui tutta
una antropologia adeguata (per riprendere una espressione cara
a Papa Giovanni Paolo II), ma si possono tuttavia illustrare
alcuni punti.
La condizione di libertà nella quale un consenso deve essere
dato non fa difficoltà, poiché è ammessa da tutti. Il
carattere pubblico dello scambio dei consensi, pure: è una
certa garanzia, benchè non assoluta, che il matrimonio è
stato liberamente voluto. Il difetto di consenso è motivo di
nullità del matrimonio, per il diritto civile come per il
diritto canonico.
La questione del carattere irrevocabile del consenso e del
legame indissolubile che esso crea agli occhi della Chiesa è
ben più delicato. Si immagina, sovente a torto, anche presso
i cristiani, che l’indissolubilità è per la Chiesa
un’esigenza che proviene dalla sola sacramentalità del
matrimonio. In effetti, il sacramento non crea
l’indissolubilità, anche se esso contribuisce ad
accrescerne la solidità. L’indissolubilità nasce
dall’esigenza interna del patto d’amore tra gli sposi. Non
saprebbe costituire un’aggiunta estrinseca a una forma di
istituzione. E’ una qualità permanente propria a un
matrimonio validamente costituito e un’esigenza intrinseca
dell’essenza del matrimonio. Ed è perché il matrimonio è
un dono personale nel quale tutta la persona si mette in gioco
in modo esclusivo (d’altronde è ciò che esprimono gli atti
propri di questa unione tra l’uomo e la donna) che è
presente la dimensione temporale. Se la persona si riservasse
la possibilità di decidere diversamente per il futuro, come
si potrebbe ancora parlare di fedeltà? L’impegno alla
fedeltà, sul piano antropologico, non può mettere un limite
nel tempo: è questa una caratteristica stessa della relazione
amorosa nella quale è riconosciuta e onorata la dignità
della persona del coniuge verso il quale ci si impegna.
Abbiamo qui degli elementi che forniscono una base solida
nella maniera in cui siamo condotti ad extra a parlare
dell’amore umano e del matrimonio cristiano.
Sullo stesso registro è possibile anche mostrare come la
fedeltà riconduce sempre all’amore, o almeno contiene nella
sua dimensione più profonda, in un modo di cui forse il
sentimento non è cosciente, la trama dell’amore, che è
tessuta al di là del tempo. Il fidus, scrive Angelo Scola,
cioè la fedeltà che è all’interno dell’amore, è in
realtà l’apice dell’amore. Poiché è questo livello che
garantisce all’amore di crescere sempre anche quando non se
ne ha più coscienza e non se ne ha più la percezione
immediata. La fedeltà, infatti, ha già unito l’uomo e la
donna con un legame che va fino a sfidare il tempo. Abbiamo
qui dei temi propri all’esperienza cristiana nel senso di
esperienza umana completa, il che suppone un ritorno alla
natura delle cose, all’occorrenza un ritorno all’origine,
alla verutà originale del matrimonio letta all’interno del
disegno di Dio, il consilium Dei.
Senza dubbio, una difficoltà viene dal fatto che la categoria
di contratto, che è una nozione giuridica (dunque
condizionale e sottomessa a delle clausole), non è
appropriata per tradurre l’indissolubilità. I testi della
Chiesa usano volentieri il termine di alleanza che ha il
vantaggio di esprimare, dal suo punto di vista, una realtà
sia naturale che sacramentale. L’aspetto naturale viene
dalla convinzione che l’uomo è creato da Dio e da Lui
dotato della capacità di impegnarsi in una unione
indissolubile; l’aspetto sacramentale rinvia al concetto
biblico di alleanza che esprime il dono definitivo di Dio al
suo popolo, di cui il matrimonio è l’immagine e che è un
dono che Cristo ha portato al suo compimento.
L’altro punto delicato consiste nel definire il matrimonio
come il luogo in cui si trasmette la vita. La Chiesa considera
il matrimonio come il luogo naturale in cui la vita è
trasmessa e la famiglia come il luogo in cui la vita è
servita attraverso il compito dell’educazione dei figli.
Niente di originale in tutto ciò, nella misura in cui questa
convinzione è stata praticamente unanimemente condivisa nella
società degli uomini di tutte le latitidini fino ad
un’epoca molto recente. Lo spezzarsi della cellula
famigliare in Occidente, con le sue conseguenze sulla vita dei
figli, le tecniche che rendono scientificamente possibile la
procreazione indipendentemente dalla relazione tra un uomo e
una donna, rendono indispensabile spiegare perché la
trasmissione della vita, nell’ottica cristiana, è
necessariamente legata all’essere famigliare. Se il
matrimonio è ordinato alla procreazione e all’educazione
dei figli, è in ragione di questa disposizione naturale del
Creatore secondo la quale, nell’ordine della natura, e non
certo in quello delle manipolazioni, l’unione dell’uomo e
delle donna può essere feconda e avere per conseguenza la
venuta all’esistenza di un nuovo essere umano. Nel
matrimonio questa unione non è anonima, essa è
l’espressione di un atto di amore tale che ha dato luogo da
parte degli sposi a una donazione totale, esclusiva e
definitiva. E’ proprio l’amore nella sua espressione più
piena che è fecondo. Sul piano teologico, sappiamo che la
Chiesa si riferisce al “principio” così come è
rappresentato nel racconto simbolico della Genesi; la parola:
Siate fecondi e moltiplicatevi (Gn.1,28) è una formula di
benedizione rivolta all’uomo e alla donna. Per questo
motivo, gli sposi sono spesso chiamati cooperatori
dell’amore di Dio creatore e suoi interpreti .
Infine resta da considerare ciò che significa,
nell’insegnamento della Chiesa, la questione dell’apertura
del matrimonio alla procreazione. Essa fonda questo aspetto
sul carattere indissolubile dei due valori di unione e di
procreazione nell’atto coniugale. Questo carattere di
inseparabilità non è affermato nella prospettiva puramente
materiale: nella natura della donna esistono dei momenti di
infecondità; ma l’unione indissolubile della dimensione
unitiva e della dimensione procreatrice definisce la natura
stessa dell’atto coniugale, secondo il consilium Dei. I due
aspetti non possono dunque essere deliberatamente dissociati
da un atto di volontà formale degli sposi (atto
contraccettivo, atto di fecondazione artificiale). L’unione
indissolubile delle dimensioni unitive e procreatrice
dell’atto coniugale caratterizza ciò che le Catechesi
sull’amore umano chiamano la volontà ontologica dell’atto
coniugale. Questo ragionamento non è certo facile da
trasmettere a chi non è disposto a integrare nella propria
visione dell’amore umano la presenza o almeno la traccia di
una intenzione del Creatore. Restano possibili altri approcci
più accessibili. Tra questi, quello che riconosce che
l’apertura del matrimonio alla procreazione manifesta una
saggezza profonda che si indovina se si considera con realismo
il crollo demografico contemporaneo nei paesi occidentali. La
decisione di non avere figli (al di fuori di motivi seri, la
iustae causae di cui parlava, dopo Pio XII, Humanae vitae),
sfocia in una disperazione interiore, e si basa di fatto sulla
convinzione implicita che non si hanno valori da trasmettere,
in definitiva, che non si considera la propria persona un
valore tale da essere trasmesso. Colui che esclude quelsiasi
posterità non crede in se stesso. Il crollo demografico in
questo senso si basa su un vero pessimismo antropologico delle
nostre società.
Per quanto urgente essa consideri oggi il dovere di
approfondire le dimensioni naturali del matrimonio, la Chiesa
è tuttavia chiamata in primo luogo a esercitare una missione
di natura specificamente teologica. Il carattere della sua
missione è relativo alla salvezza dell’uomo nell’ordine
spirituale e temporale sebbene questi due aspetti non si
situino sullo stesso piano. E’ in questa prospettiva che il
matrimonio è preso in considerazione. La necessità di
costruire un mondo migliore nella verità e la giustizia
(aspetto temporale) è una implicazione della missione
affidata agli Apostoli di annunciare il Regno di Cristo e il
mistero di Dio, così come di illuminare il mondo attraverso
il messaggio evengelico. Se si vuol comprendere il posto che
il sacramento del matrimonio è destinato ad occupare nella
missione della Chiesa, è opportuno tenere presenti i tratti
distintivi che caratterizzano quest’ultima.
- La missione della Chiesa ha originalmente
le sue radici nella missione del Figlio e in quella dello
Spirito, secondo il disegno del Padre (ad Gentes 2-5);
essa è anche una missione di natura divina, nella misura in
cui nessuna missione di santificazione potrebbe essere
compiuta al di fuori dell’azione di Dio Stesso che agisce
nella Sua Chiesa;
- la missione della Chiesa così, non può
che manifestare e comunicare la carità di Dio a tutti gli
uomini e a tutte la nazioni; la sua finalità è di
trasmettere i beni divini che Dio le affida per gli uomini e
attraverso l’amore per essi;
- essa è universale. Da notare che questa
qualità di universalità non si fonda innanzitutto sul
carattere della razionalità delle leggi della natura, ma
sulla volontà di Dio che tutti gli uomini siano salvi, come
dice l’Apostolo.
- infine questa missione si esercita sotto
forma di sacramento, che è propriamente idoneo a significare
e a trasmettere la salvezza. La capacità di ogni sacramento
di essere segno efficace dell’amore di Dio per gli uomini si
fonda sul cambiamento operato nella natura stessa dell’uomo
dal sigillo del battesimo.
A questo titolo il sacramento del matrimonio attualizza alla
maniera di tutti gli altri sacramenti questa immersione
battesimale nella vita, la Passione, la morte e la
Resurrezione di Cristo; esso possiede tutta la ricchezza e
tutta la fecondità di grazie di un sacramento di salvezza.
Pertanto, il suo ruolo nella missione della Chiesa non può
essere assimilato in modo astratto a una sorgente qualunque di
effusione di grazie per coloro che sono sacramentalmente uniti
dal legame del matrimonio. Esiste una funzione particolare del
matrimonio a partire dalla quale diventa possibile vedere la
sua missione specifica: esprimere in modo singolare il
mistero nuziale di Cristo Sposo della Chiesa. E’ nella
natura della comunione di vita e di amore tra l’uomo e la
donna significare e rendere attuale l’unione tra Cristo e la
Chiesa. In che modo bisogna intenderlo? Per coglierlo è
necessario risalire alla fonte per vedere cosa significa
questa unione primaria tra Cristo e la Chiesa. Si definisce
prima di tutto, anch’essa, come una comunione di vita e
d’amore; trattandosi in questo caso di beni divini trasmessi
da Cristo, è una comunicazione di beni eterni: comunicazione
della vita eterna e comunicazione dell’amore eterno. La vita
e l’amore comunicati, in ragione della loro origine e della
loro natura divine, suggellano una unione necessariamente
definitiva, ed è ciò che implica l’espressione unione
eterna: definitiva e dunque indissolubile.
Questo carattere dell’unione tra Cristo e la Chiesa può
essere illustrato in due modi: da una parte è l’atto
attraverso il quale Dio stesso fa alleanza con l’umanità, e
una tale alleanza possiede lo stesso carattere di fedeltà di
colui che la inaugura; dall’altra parte l’unione di Cristo
con la Chiesa si dona affinché possiamo contemplare
l’umanità concreta della Persona di Gesù Cristo, il dono
effettivo della sua vita sulla Croce. Abbiamo qui tutta la
storia della salvezza divina, espressa secondo una duplice
sequenza: il dono che Cristo fa di se stesso all’umanità
che ha unito a sé (incarnazione), e il dono della sua vita,
sanzionato dall’effusione del sangue e dell’acqua sulla
Croce, che costituisce nello Spirito Santo quella stessa
umanità come suo Corpo. Spesso si è paragonata la nascita
della Chiesa dal costato di Cristo alla nascita di Eva dal
costato di Adamo (la nuova Eva nasce dal costato del nuovo
Adamo). Si capisce ora che il legame tra i due avvenimenti non
è soltanto simbolico. L’uno e l’altro sono due misteri
d’amore di trasmissione della vita. Il sacrificio diventa
vittoria definitiva sulla morte, e così vittoria su tutte le
infedeltà del peccato.
Il Figlio di Dio, nella natura umana che Egli ha unito a sé,
ha riscattato l’uomo e, trionfando della morte attraverso la
sua morte e la sua resurrezione, l’ha trasformato in una
creatura nuova. Infatti comunicando il suo Spirito ai suoi
fratelli che egli raduna da tutte le nazioni, ha fatto
misticamente di essi il suo Corpo (Lumen Gentium). Non c’è
dunque soltanto un argomento di convenienza nella fedeltà di
Cristo alla sua Chiesa (l’alleanza è fedele perché viene
da Dio). c’è una fedeltà divina, certo, ma realizzata
effettivamente nella natura umana. Il dono che Gesù ha fatto
della sua vita sul Calvario è irrevocabile, l’alleanza è
irrevocabile, indissolubile e indistruttibile. Occorre
tuttavia aggiungere che la natura umana è stata resa capace
di una tale unione irrevocabile, indissolubile e
indistruttibile.
Che il Cristo sia fedele alla Sua alleanza non è
un’affermazione sorprendente; ci si potrebbe domandare
invece che cosa, nella sua unione a Cristo, fonda la fedeltà
della Chiesa. Apparentemente, infatti, dove si trova una
garanzia che il secondo termine dell’Alleanza non fallisca?
Mi sembra che non si debba cercarla al di fuori di Cristo
stesso. La Chiesa è fedele perché è stata costituita in
Cristo e gli è, cosi, organicamente, sostanzialmente unita.
Essa vive di conseguenza della Sua vita. La sua fedeltà è un
dono che lo Spirito le fa continuamente, conformemente alla
promessa che Gesù fece a Pietro. Non bisogna temere di
affermare che la fedeltà della Chiesa non è minore di quella
di Cristo, poiché essa è in effetti la medesima fedeltà,
quella che Cristo manifesta costantemente nella sua Alleanza.
E’ notevole che l’insieme degli autori sacri e della
Tradizione hanno sempre descritto l’unione tra Dio e la
Chiesa in termini ispirati al mistero dell’amore nuziale. La
visione della Chiesa celeste che Giovanni descrive
nell’Apocalisse si riferisce all’immagine della sposa
(qui, sposa dell’Agnello immacolato, Ap 19,7). Nel quadro di
una istruzione coniugale, Paolo non teme di riferirsi al
modello di Cristo che circonda di cure la Chiesa: nessuno ha
mai odiato il proprio corpo,; lo si nutre al contrario e ci si
prende cura di lui. E’ proprio ciò che Cristo ha fatto per
la Chiesa: non siamo forse membra del suo Corpo? (Ef 5,29-30).
L’attesa che la Chiesa ha di essere unita a Cristo si nutre
della speranza di partecipare alla sua gloria eterna, di modo
che la sua condizione in questo mondo è quella dell’esilio:
Finché essa cammina su questa terra, lontano dal Signore, la
Chiesa si considera come in esilio, per cui è alla ricerca di
cose dall’alto di cui conserva il gusto, volta là dove il
Cristo si trova, assiso alla destra di Dio, là dove la vita
della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, in attesa
dell’ora in cui, con il suo Sposo, apparirà nella gloria
(Col 3,1-4). L’unione definitiva (cioè l’unione che si
sviluppa nell’eternità) appare così come la celebrazione
delle nozze eterne di Cristo con la Sua Sposa.
La Chiesa è fin d’ora veramente unita al suo Sposo. Un
altro modo per dirlo è sottolineare che, resa feconda
dal dono del Suo Spirito, essa è ormai per il mondo il luogo
in cui Cristo dimora e in cui si dà a incontrare e amare.
Ciò che abbiamo detto documenta sulla vera sacramentalità
del matrimonio, la cui origine è così da ritrovarsi
indissociabilmente in Cristo e nella Chiesa, anche se, certo,
è la sacramentalità di Cristo che è primaria. Il matrimonio
che la Chiesa ha l’incarico si amministrare è un atto di
Cristo. L’insieme delle norme essenziali che condizionano la
sua validità sono la testimonianza fedele dell’amore di
Cristo che, per riprendere i termini del Concilio Vaticano II,
viene incontro agli sposi cristiani col sacramento del
matrimonio (e) continua a rimanere con loro affinché
gli sposi, attraverso il vicendevole dono, possano amarsi in
una fedeltà perpetua, come Lui stesso ha amato la Chiesa e si
è offerto per essa. La Chiesa con il suo rispetto della
natura dell’unione dell’uomo e della donna, unione che
essa rende possibile per l’autorità ricevuta dal suo
Signore, e gli sposi per mezzo della loro fedeltà compiono la
missione profetica della testimonianza resa alla fedeltà
redentrice di Cristo.
Dire che gli sposi hanno la stessa missione profetica è già
un risultato importante, poiché questo ci preserva dal
concepire una spiritualità coniugale al di fuori del suo
contesto vitale, la Chiesa. Gli autori parlano del simbolismo
nuziale inscritto nel matrimonio e lo qualificano talvolta
come simbolismo forte, che assume il ruolo di modello che
ispira gli altri stati di vita, come per esempio la vita
consacrata. Quest’ultima, fanno notare, si ispira
perfino nel rito della celebrazione delle vergini consacrate,
al simbolismo nuziale (per esempio il rito della velatio).
Tuttavia mi sembra che il nostro discorso resterebbe
incompleto, se omettessimo di collegare il sacramento del
matrimonio alla sua sorgente sacramentale, in altri termini
all’eucaristia. L’eucaristia è il luogo in cui si rende
più manifesta la natura sacramentale della Chiesa. Essa non
è soltanto la memoria, ma l’attualizzazione del dono che il
Cristo-Sposo fa della sua vita alla Chiesa Sua Sposa. La
Chiesa è costantemente generata dal dono di Cristo, poiché
l’umanità in favore della quale è fatta questa offerta
eucaristica, si trasforma in Chiesa, diventa il Corpo di
Cristo. Si può dire che l’eucaristia è veramente il luogo
in cui Cristo e l’umanità diventano una sola carne: Il
costato aperto di Cristo, con l’effusione del sangue e
dell’acqua segna simultaneamente l’atto di nascita della
Sposa di una bellezza simile a quella dello Sposo e il patto
di alleanza nuziale attraverso il quale il Corpo e il Sangue
dello Sposo sono affidati alla Sposa-Chiesa, al punto che
diventano una sola carne (una caro), cioè un solo Corpo
Mistico.
L’amore divino che presiede l’eucaristia è anche un amore
nuziale, poiché è dono dello Sposo alla Sposa e accoglienza
dello Sposo da parte della Sposa nella fede.
La forza dell’avvenimento eucaristico è tale che impegna
tutta la realtà corporale dei due termini della relazione: è
veramente il Suo Corpo quello che Cristo offre ed è anche
corporalmente (e non soltanto spiritualmente) che la Chiesa si
unisce a Lui. A una tale struttura di natura nuziale
corrisponde analogicamente la struttura nuziale della
comunione coniugale che gli sposi realizzano attraverso il
profetismo del corpo. Diventa chiaro che l’eucaristia,
introducendo il cristiano nella comunione trinitaria, lo fa
partecipare all’amore nuziale di Cristo per la Chiesa e lo
rende così capace di vivere nel dono di sé e
nell’accoglienza dell’altro la sua vocazione all’amore,
amore il cui carattere nuziale è originariamente inscritto
nella sua natura corporea (uomo e donna li creò).
Il dono di Dio agli sposi e la risposta degli sposi a Dio
indicano ciò che il teologo Balthasar chiamava una relazione
asimmetrica. E’ nello Spirito Santo che Dio si dà nella
Persona di Cristo, e non c’è possibilità per gli
sposi di rispondere in altro modo che con un atto di fede, cioè
di accogliere questo dono nello Spirito Santo. Si capisce in
questo modo l’importanza che la fede sia presente perché il
sacramento del matrimonio operi e diventi anche un vero
avvenimento dell’incontro di Cristo. Si comprende così che
il rischio oggi cresciuto di conferire il sacramento del
matrimonio a dei fidanzati che non si trovano nelle
disposizioni di fede sufficienti per riceverlo con profitto,
sarà per la Chiesa una sfida importante da rilevare in
futuro. Numerose chiese ne hanno preso coscienza recentemente,
come testimoniano i testi pubblicati da diversi episcopati nel
corso dell’anno 2001.
Tutti coloro che si sono fino ad ora interessati seriamente di
promuovere una autentica spiritualità coniugale sono stati
attenti a studiare la missione dello Spirito Santo nella
coppia e nella famiglia. Fu il caso di Padre Henri Caffarel
che applicava al focolare cristiano la triplice divisione
applicata classicamente alla funzione dello Spirito Santo:
principio di vita, principio di unità, e principio di
crescita.
•
Principio
di vita: lo Spirito Santo, introducendoli nella vita filiale
di Cristo, rinnova nel cuore degli sposi la sorgente della
carità: questa carità si insinua nel cuore dei membri del
focolare e trasforma, divinizza tutti gli amori famigliari:
l’amore coniugale, l’amore dei genitori, l’amore
filiale, l’amore fraterno.
•
Principio
di unità: Lo Spirito Santo costruisce invisibilmente l’unità
visibile della famiglia. E’ a questo proposito che il nostro
autore scrisse questa frase affascinante: Una coppia unita è
un capolavoro dello Spirito Santo.
•
Principio
di crescita infine, concepita come un’opera ecclesiale e
spirituale in seno alla famiglia: E’ attraverso il dono che
Egli fa dello Spirito Santo alla Chiesa che Cristo rende
feconda la Sua Sposa. Allo stesso modo, nella famiglia, la
Spirito d’amore sarà principio di crescita e dunque di
crescita della Chiesa nella famiglia: poiché la famiglia è
il luogo in cui cresce la Chiesa.
Nella logica di questa azione feconda, gli sposi non soltanto
esprimono simbolicamente il senso eucaristico del mistero
d’amore che li unisce, ma diventano essi stessi, in certo
modo, una realtà eucaristica. Il nostro autore, su questo
punto, si esprime così: Se Cristo rinnova quest’atto (=la
sua offerta sul Calvario)nella messa, se vi convoca per
parteciparvi, è perché vuole che il suo sacrificio penetri
fino nelle profondità carnali e spirituali del vostro
focolare, al fine di creare anche in voi uno stato d’animo
permanente di offerta al Padre. Diciamo meglio: è affinché
voi gli permettiate di rivivere nel vostro focolare il suo
sacrificio. Così, vedete, il sacrificio di Cristo non deve
restare per voi esteriore ma deve diventare per voi interiore;
l’offerta che ne fate non deve essere un atto transitorio,
ma una disposizione abituale, una vita.
Al termine di questa riflessione, appare chiaro che gli sposi
sono i mediatori di un amore che li oltrepassa e che eleva il
loro proprio amore alle dimensioni del mistero della carità
divina. Sembra utile ricordare che questa carità divina è un
amore redentore, un amore che salva, che vince il peccato e la
morte. Di fronte alle tentazioni di divisione e ai rischi di
fallimento della cellula familiare ai quali assistiamo oggi,
gli sposi cristiani diventano i testimoni talvolta eroici
della realtà della salvezza dell’amore. L’amore che essi
hanno ricevuto per grazia li ha ristabiliti, per grazia,
nell’alleanza e li ha spesso riconciliati. Cristo ha
continuato a rimanere presso di loro. La loro testimonianza ha
le sue radici nel perdono ricevuto e trasmesso che è
l’altro nome della fedeltà coniugale.
L’attesa dell’umanità che evocavamo all’inizio è
un’attesa, spesso poco cosciente, che sia veramente salvato
l’amore umano e da ciò deriva spesso un’immagine
snaturata. Il matrimonio cristiano non è soltanto l’oggetto
dell’evengelizzazione, deve divenirne anche il soggetto. La
Chiesa si basa su questa speranza vedendo nella cellula
familiare la base della nuova evengelizzazione e esortando -
per riprendere le parole che Giovanni Paolo II - alla
promozione di una cultura della famiglia.
Ogni famiglia scopre e trova in se stessa la chiamata
irrevocabile che definisce allo stesso tempo la sua dignità e
la sua responsabilità: famiglia, “diventa” ciò che sei!
*
* *
Il presente Dizionario offre le sue “definizioni”
attingendole testualmente a due Documenti pontifici: l’eortazione
postolica post sinodale Familiaris
Consortio, e la Lettera alle famiglie di Giovanni Paolo
II.
Familiaris
consortio
è – come detto – l’esortazione apostolica pubblicata
dal Papa Giovanni Paolo II in seguito alla celebrazione del
Sinodo dei Vescovi, celebratosi a Roma dal 26 settembre al 25
ottobre 1980.
I Padri Sinodali, concludendo la loro assemblea, hanno
presentato al Papa un ampio elenco di proposte, in cui avevano
raccolto i frutti delle riflessioni sviluppate nel corso delle
loro intense giornate di lavoro, e hanno chiesto con voto
unanime che il Successore di Pietro si facesse interprete
davanti all'umanità della viva sollecitudine della Chiesa per
la famiglia, e di dare le indicazioni opportune per un
rinnovato impegno pastorale in questo fondamentale settore
della vita umana ed ecclesiale.
La celebrazione dell'Anno
della Famiglia ha offerto al Papa la gradita occasione di
bussare alla porta delle famiglie attraverso la Lettera
alle Famiglie
(2 febbraio 1994), desideroso di intrattenersi con
tutte loro. Con la Lettera alle Famiglie il Papa assicura
quanto vivo e profondo sia il desiderio della Chiesa di
prendere parte alle gioie e alle speranze, alle tristezze ed
alle angosce del cammino quotidiano degli uomini,
profondamente persuasa che è stato Cristo stesso ad
introdurla in tutti questi sentieri: è Lui che ha affidato
l'uomo alla Chiesa; l'ha affidato come « via » della sua
missione e del suo ministero.
Roma, 2 febbraio
2005
Presentazione del
Signore
Tommaso Stenico
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INTRODUZIONE
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C
D-E F G-I
L-Ma Me-N
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S
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