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Il
Ruolo della Famiglia nell'Evangelizzazione Oggi
Premessa
Eppure
la crisi della famiglia e, in particolare, delle coppie di sposi continuato a
fare problema nel nostro Paese: in questi anni si è registrata una
percentuale crescente di matrimoni civili, di libere «convivenze», di
separazioni e divorzi (uno ogni quattro matrimoni). Le cause di questa crisi
sono molteplici:
-
di natura sociale: famiglie
espropriate dei loro compiti, famiglie dormitorio, in cui si scaricano
tensioni accumulate altrove; sovraccarico di lavoro e mancanza di
comunicazione tra i coniugi...;
-
di natura culturale: mentalità
soggettivistica, tendenza a valutare l’altro in base alla gratificazione che
offre (secondo la logica dell’«usa e getta»); svalutazione della scelta
religiosa...;
-
di natura psicologica: immaturità e
fragilità di molti giovani sposi...
Devo
però riconoscere che l’azione pastorale ha contribuito poco ad arginare la
crisi in atto. L’attenzione delle comunità parrocchiali alle famiglie, di
fatto, è stato piuttosto superficiale:
-
non si è ripensata la pastorale a partire dalla famiglia e la famiglia non è
stata assunta come «luogo unificante» della pastorale; i destinatari della
pastorale hanno continuato ad essere le singole
persone, più che il nucleo familiare;
-
quando ci si è rivolti alle famiglie, queste sono rimaste il più delle volte
«oggetto» di cura pastorale; non
sono state valorizzate come «soggetto»
attivo di pastorale;
-
nella formazione degli operatori pastorali non si è approfondita l’identità,
il ruolo e la missione della famiglia nella vita della comunità ecclesiale e
nella società e non c’è stata una riflessione sul dovere e sul modo di
valorizzare il ministero coniugale.
Questconstatazione
è abbastanza eloquente e mette in evidenza come la riflessione che andiamo a
fare è tutt’altro che accademica: essa è richiesta da un’esigenza di
fedeltà al progetto di Dio sulla famiglia, di valorizzazione della famiglia
stessa e di fedeltà alla missione della Chiesa, formata da queste «cellule»
vitali che sono appunto le famiglie cristiane.
Qui
intendiamo riflettere sul ruolo
che la famiglia cristiana ha oggi in ordine all’evangelizzazione
del mondo contemporaneo e quindi vuole individuare le scelte pastorali per
rendere la famiglia sempre di più:
-
soggetto attivo nella missione evangelizzatrice della Chiesa;
-
soggetto attivo nell’animazione cristiana della realtà sociale
e politica.[i]
Il mio intervento non pretende di affrontare tutta la problematica
connessa con la missione evangelizzatrice
della famiglia nella Chiesa e nella società, ma si limita a dare questo
contributo:
-
richiama le ragioni per cui la famiglia va riconosciuta come soggetto
ecclesiale
e sociale;
-
indica alcune modalità di partecipazione
attiva della famiglia alla missione evangelizzatrice della Chiesa, come
sono prospettate oggi dalla pastorale familiare della Chiesa che è in Italia.
I. IL RUOLO DELLA FAMIGLIA
NELLA COMUNITÀ ECCLESIALE
Sappiamo
quanto è grave la crisi che la famiglia sta attraversando da alcuni anni in
Italia e sappiamo quanto pesantemente in questa crisi incide la svalutazione a
cui la famiglia oggi è sottoposta, soprattutto ad opera di alcuni mass media.
Ciò
nonostante, in questi ultimi anni si assiste anche ad un interesse notevole
per la famiglia. Da molte parti si prende coscienza che essa, di fatto, è il crocevia
di molti problemi umani e cristiani; da essa, infatti, dipende in buona parte
il futuro della persona e della società umana, del cristiano e della comunità
ecclesiale.
Questo
ruolo della famiglia corrisponde alla missione affidatale da Dio. Nel progetto
di Dio la famiglia è chiamata ad essere segno
e strumento di comunione tra le persone e di crescita delle persone e
della società. Essa è una comunità
di amore e di vita, costituita da «un complesso di relazioni interpersonali
‑ marito/moglie, padre/madre, genitori/figli, fratelli, giovani/
adulti/ anziani ‑ mediante le quali ogni persona è introdotta nella
famiglia umana e nella famiglia di Dio che è la Chiesa» (FC 15).
1. La famiglia cristiana nella comunità
parrocchiale
La
prima conversione che la comunità cristiana è chiamata a fare è quella di
riconoscere effettivamente la famiglia come un “soggetto
pastorale”, fonte generativa della comunità parrocchiale stessa.
Infatti:
1) La
famiglia cristiana, fondata sul sacramento del matrimonio, come la Chiesa, non
è solo "relazione di persone", ma è "mistero di
comunione", cioè manifestazione della comunione trinitaria, segno
dell'amore di Dio per l'umanità e del suo progetto sull’umanità. Dio
partecipa questo «mistero di comunione» agli uomini prima di tutto
attraverso quella piccola comunità che è la famiglia cristiana, chiamata dal
Concilio "chiesa domestica" (cf. LG 11; AA 11; FC 49).
2) La
famiglia cristiana, inserita nella Chiesa mediante il sacramento del
matrimonio, riceve una sua struttura e fisionomia interiore che la costituisce
«cellula viva e vitale della Chiesa» (CeC 4). Essa è il luogo dove si
"costruisce" la chiesa; è «cellula» della comunità locale,
grazie alla quale la comunità ecclesiale diventa «famiglia di famiglie». Se
le famiglie vengono meno, alla comunità locale vengono a mancare le sue
cellule vitali.
3)
La famiglia, in quanto "chiesa domestica", partecipa alla missione
della Chiesa: una missione di salvezza radicata nel battesimo e nel
matrimonio, che non solo la riguarda e la coinvolge, ma che chiede pure di
compiersi a beneficio proprio e di altri anche mediante la sua parola, azione
e vita (cf. GS 49-50; DPF 20).
Perciò
la famiglia non è una realtà privata né privatizzabile. Essa è collocata
da Dio nel contesto vivo e dinamico della comunità ecclesiale. E' dentro la
comunità ecclesiale, non accanto. Vive nella comunità, ma è destinata, come
la comunità ecclesiale, al servizio della comunità degli uomini.
Se
questa è l'identità e la missione della famiglia nella Chiesa, dobbiamo
abituarci a vedere la Chiesa nel suo insieme come un dinamismo di comunione
che si manifesta:
‑
nella chiesa particolare o diocesi:
questa è caratterizzata dall'unità di molteplici carismi e ministeri intorno
al vescovo ed è articolata in molteplici chiese locali;
‑ nelle
chiese locali o parrocchie: in esse,
seppure piccole e povere, organizzate localmente e segnate dal territorio,
poste sotto la guida di un presbitero che fa le veci del vescovo, si rende
visibile la Chiesa una santa cattolica ed apostolica (cf. SC 42);
‑ nelle
chiese domestiche o famiglie, «luoghi»
della prima e fondamentale esperienza di comunione ecclesiale, dove gli sposi
cristiani, con gli altri componenti della famiglia, amandosi, ricordano,
vivono e annunciano l’amore di Cristo per la Chiesa (cf. ESM 47).
In
questo dinamismo, il rapporto tra la parrocchia e le famiglie si presenta come
un tipico scambio di doni, di capacità e di impegni, in un rapporto di
interazione e di reciprocità:
-
la Chiesa‑madre genera, educa,
edifica la famiglia cristiana con l'annuncio della parola di Dio, la
celebrazione dei sacramenti, la proclamazione del comandamento della carità;
- la famiglia cristiana,
inserita nel mistero della Chiesa grazie al sacramento del matrimonio,
partecipa a suo modo, alla missione di salvezza propria di questa. Essa non
solo riceve l'amore di Cristo, diventando comunità "salvata", ma è
chiamata a trasmettere ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così
comunità "salvante". Essa “è chiamata a prendere parte viva e
responsabile alla missione della chiesa in modo proprio e originale, ponendo
cioè al servizio della chiesa e della società se stessa nel suo essere ed
agire, in quanto intima comunità di vita e di amore (FC 50).
In
conclusione, la parrocchia non deve dimenticare che essa cresce ed agisce
nella storia tanto più efficacemente, quanto più vive sono le famiglie che
la compongono, e che l'intera azione pastorale, proprio per essere vissuta
in modo adeguato, deve rispettare i riflessi e le implicazioni familiari di
ogni sua iniziativa e deve accogliere e valorizzare il contributo che gli
sposi, in virtù del sacramento del matrimonio, possono offrire (cf. DPF 22
e 97).
Perché tra famiglia e parrocchia si realizzi un rapporto di reciprocità,
occorre che la parrocchia:
-
riscopra se stessa come “famiglia
di famiglie” e riconosca le famiglie non come “oggetti” delle sue
cure pastorali, ma come “soggetti
pastorali”, attivi e responsabili;
-
riscopra la vocazione e la missione
delle famiglie, ne sviluppi le potenzialità, favorisca la loro
partecipazione attiva alla vita ecclesiale e alla loro missione nella società;
-
elabori il progetto
pastorale parrocchiale con le famiglie e valorizzi la loro collaborazione
attiva anche nell’attuazione del progetto e nella verifica del lavoro
svolto;
-
valorizzi come operatori
pastorali le coppie-sposi: nello svolgimento della catechesi (da quella
dell’iniziazione cristiana a quella dei giovani e degli adulti),
nell’animazione della liturgia, nella promozione della carità.
D’altra
parte è necessario che la famiglia
cristiana:
-
prenda coscienza della sua identità
di "chiesa domestica" e del ministero coniugale e familiare che ha
ricevuto con il sacramento del matrimonio;
-
dia alla comunità un volto più umano ed accogliente, la aiuti a
diventare famiglia di famiglie;
-
porti il suo contributo originale nei diversi ambiti o dimensioni
della vita ecclesiale;
-
eserciti il ministero
coniugale e familiare, “originale e insostituibile” (FC 53): la
testimonianza dell’amore e la promozione della vita.
Nelle pagine che seguono illustriamo il servizio originale che la
famiglia può svolgere all’interno dei diversi ambiti della vita ecclesiale.
2. La famiglia cristiana al servizio di una rinnovata comunione
ecclesiale
Il
primo servizio che la famiglia è chiamata a dare alla parrocchia è quello di
attuare in essa una ministerialità che le è propria, la “ministerialità di comunione”,
in modo da aiutare la parrocchia a crescere nella vita di comunione, a
diventare “famiglia di famiglie”. Infatti la famiglia è il luogo in cui
si sperimenta concretamente la comunione ecclesiale.
"La famiglia cristiana, che nasce dal matrimonio, come immagine e
partecipazione del patto di amore di Cristo e della Chiesa, rende manifesta a
tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della
Chiesa, sia con l'amore e la fecondità generosa,
l'unità e la fedeltà degli sposi,
sia con l'amorevole cooperazione di
tutti i suoi membri" (GS 48)
Come
valorizzare la “ministerialità di
comunione” della famiglia per far crescere la comunione ecclesiale nella
comunità?
1)
Innanzitutto è necessario che la parrocchia addotti nella sua vita e nei suoi
organismi (ad es. nel Consiglio pastorale) una dimensione familiare, cioè quello stile familiare che privilegia
l’attenzione alle persone, la comunicazione reciproca, le relazioni
interpersonali, prima che l’azione. Bisogna che la parrocchia promuova al
suo interno una “cultura di famiglia”,
valorizzando l’esperienza di comunione familiare. Gli sposi, con le proprie
caratteristiche di tenerezza, accoglienza e comprensione, danno anima e umanità
alle relazioni e alle strutture di tutta comunità cristiana e sollecitano
maggiore attenzione alle sofferenze, ai bisogni e alle vicende delle singole
persone. Essi inoltre possono contribuire al superamento delle tensioni che si
creano in una comunità, a causa delle differenze di età, di mentalità e di
cultura.
2) In
secondo luogo, occorre che la parrocchia valorizzi le famiglie per costruire
una rete di relazioni fraterne e
solidali con tutte le famiglie e le
persone sole, soprattutto quelle in difficoltà. Per moltiplicare le relazioni
tra le famiglie si suggerisce di:
-
individuare coppie disponibili ad aprire la loro casa per incontri di preghiera, per allacciare
rapporti umani significativi con i vicini, ecc.
-
affiancare le coppie di fidanzati,
durante il percorso di formazione, e le giovani
coppie con coppie-sposi “accompagnatrici”;
-
costituire gruppi di sposi
giovani e affidarli alla guida di una coppia “matura”;
-
creare occasioni di incontro
tra famiglie, valorizzando l’amicizia dei figli (compagni di scuola o di
catechismo);
-
individuare nei condomini o nei caseggiati delle coppie-sposi che
possono fare da punti di riferimento (“referenti”)
per la segnalazioni di esigenze, di proposte, ecc.
-
ripensare la parrocchia come un insieme di piccole comunità o gruppi
di famiglie, collegati tra di loro “in rete”.
3)
Un impegno particolare è quello richiesto dalle “famiglie in difficoltà”, verso le quali occorre un cambiamento di
mentalità. Davanti a loro bisogna mettersi come di fronte a un “roveto
ardente”: in atteggiamento di ascolto, con discrezione, senza giudicare
(domani potrebbe capitare anche a te quello che è capitato a quella coppia!),
nella ricerca di possibili vie di uscita, con l’aiuto di istituzioni
competenti. In ogni caso occorre che le famiglie rimangano accanto a quelle in
difficoltà con l’atteggiamento della compagnia e della solidarietà e siano
per queste ultime un “faro di speranza”.
3. La famiglia cristiana al servizio della vita e della persona
La
famiglia ha un contributo originale da dare alla parrocchia anche in ordine
alla testimonianza della carità. E’ questa infatti la missione della
Chiesa: vivere nel mondo come Cristo, “come Colui che serve” (Lc 22,27):
essere al servizio della vita, di ogni persona, della comunità degli uomini.
"Dio ci ha prescelti da tutta l'eternità, perché esistessimo nella
carità" (Ef 1,4). Ci ha generati nell'amore, perché fossimo anche
noi "amore" e perché manifestassimo nel mondo questo amore che
viene da Dio.
Per
educare se stessa e ciascun credente alla vita di carità e allo stile del
servizio la parrocchia trova una fondamentale scuola di amore e un
insostituibile sostegno nella famiglia cristiana, che ha ricevuto “la
missione di annunciare, celebrare e testimoniare l’amore, quale riflesso
vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e
dell’amore di Cristo per la sua Chiesa” (FC 17; cf. ETC 30).
"Le modalità e i contenuti del servizio all'uomo da parte della
famiglia sono innanzitutto quelli propri e originali dell'esperienza coniugale
e familiare, quali il rapporto di reciproca carità tra l'uomo e la donna, la
fedeltà coniugale, la paternità e maternità responsabili e generose,
l'educazione delle nuove generazioni, l'accoglienza degli anziani, l'impegno
di aiuto verso altre famiglie in difficoltà" (DPF 158).
Le
famiglie testimoniano la carità e promuovono lo stile del servizio:
1) con il dono della vita e
la prima educazione: i genitori sono i primi e autorevoli interpreti
di Dio Padre nel dare la vita, preziosi collaboratori di Dio creatore. La
famiglia è il luogo primario della umanizzazione della persona e della
società. Essa infatti promuove la persona come "essere in
relazione", aperto agli altri; favorisce la crescita della vita
affettiva, della solidarietà, della socialità;
2) con l'accoglienza,
l'assistenza e la valorizzazione dei minori, dei disabili, dei malati e degli
anziani: resa partecipe,
mediante l'Eucaristia ed il Matrimonio, del mistero d'amore di Cristo sulla
croce, morto per tutti gli uomini, la famiglia cristiana è chiamata ad essere
fonte di accoglienza e di servizio fraterno ad ogni uomo, rifiutando la
facile tentazione della chiusura nei propri particolari interessi;
3)
con la solidarietà: "Le
famiglie, sia singole che associate, possono e devono pertanto dedicarsi a
molteplici opere di servizio sociale,
specialmente a vantaggio dei poveri, e comunque di tutte quelle persone e
situazioni che l'organizzazione previdenziale ed assistenziale delle
pubbliche autorità non riesce a raggiungere" (FC 44).
4)
con l’ospitalità: le famiglie
oggi esse sono chiamate a compiere questo gesto di solidarietà che sta
assumendo un'importanza sempre più grande nella nostra società; un gesto
che va dall'aprire la porta della propria casa all’aprire la porta del
proprio cuore alle richieste dei fratelli, dall’andare incontro alle
famiglie nuove, soprattutto quelle indigenti e alle persone anziane sole,
all’accoglierle in casa. Esse sono chiamate a prestare un’attenzione
particolare alle famiglie di recente formazione, alle famiglie che si
trasferiscono sempre più di frequente da una città all’altra (a causa
della mobilità del lavoro), alle famiglie degli immigrati.
Questa ospitalità va praticata anche verso le persone in situazione “irregolare”.
Parecchi divorziati risposati e parecchie persone conviventi
ritengono che nella Chiesa non ci sia più posto per loro; si ritengono
rifiutati. «La Chiesa, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e
soprattutto i battezzati – e quindi anche ciascuna famiglia cristiana –
non può abbandonare a se stessi coloro che, già congiunti col vincolo
matrimoniale sacramentale, hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si
sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di
salvezza" (FC 84).
4. La famiglia cristiana al servizio dell’evangelizzazione
La comunità
cristiana è chiamata a far riecheggiare nel mondo di oggi la parola di Dio
anche con l’annuncio esplicito del Vangelo. Con la comunità ogni credente
è chiamato a farsi annunciatore della Parola e a saper rendere ragione
esplicitamente della sua fede (cf. RdC 12).
In
questo impegno di evangelizzazione la parrocchia deve saper valorizzare il “ministero
di evangelizzazione” proprio degli sposi cristiani e della famiglia.
Infatti la vita coniugale e familiare, vissuta secondo il disegno di Dio,
costituisce di per sé un “Vangelo”, in cui si può “leg-gere” il
volto di Dio-Trinità, il suo amore nuziale per l’umanità, l’amore
paziente, gratuito, eccedente di Cristo per la Chiesa.
La
famiglia è lo spazio "in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia.
Nell'intimo di una famiglia, cosciente di questa missione, tutti i
componenti evangelizzano e sono evangelizzati" (DPF 138). In esse grandi
e piccoli, giovani e anziani si evangelizzano a vicenda. Non solo. Attraverso
i gesti di amore, di perdono, di accoglienza e di solidarietà degli sposi e
della famiglia, “piccola chiesa”, Cristo stesso parla, accoglie, perdona,
ama gli uomini di oggi e si fa solidale con loro.
Quale contributo possono dare le famiglie cristiane con il loro
ministero di evangelizzazione alla missione evangelizzatrice della comunità
ecclesiale?
1) Gli sposi cristiani e gli altri componenti della famiglia sono chiamati a
svolgere la loro missione evangelizzatrice prima di tutto all’interno della loro casa. La famiglia “è il primo luogo in cui
l'annuncio del vangelo può essere da tutti vissuto e verificato in maniera
semplice e spontanea: marito e moglie, genitori e figli, giovani ed
anziani" (ETC, n. 30). "La catechesi familiare precede, accompagna
ed arricchisce ogni altra forma di catechesi" (CT 68).
Le famiglie svolgono la loro opera di evangelizzazione quando
leggono con gli occhi della fede la vita quotidiana e aiutano i loro
componenti a scoprirvi le tracce della presenza di Dio; quando i membri della
famiglia imparano a riflettere insieme sulle reciproche esperienze di vita con
"spirito di fede" e con il senso della "provvisorietà".
La
catechesi della famiglia è una catechesi "occasionale", non perché
"si fa di tanto in tanto", ma perché trae occasione dai fatti della
vita quotidiana; è la vita stessa che le dà organicità e sistematicità."L'azione catechetica della famiglia... è più incisiva quando,
in coincidenza con gli avvenimenti familiari ‑ quali la recezione dei
sacramenti, la celebrazione di grandi feste liturgiche, la nascita di un
bambino, una circostanza luttuosa ‑ ci si preoccupa di esplicitare in
seno alla famiglia il contenuto cristiano o religioso di tali
avvenimenti" (CT n. 68).
2)
Sono molte le occasioni di
evangelizzazione che le famiglie possono creare al loro interno:
- momenti di verifica
del rapporto di coppia, alla luce della Parola;
- il dialogo tra i
componenti della famiglia, in cui rendere più naturale il "parlare di
Dio", rispettando i tempi di maturazione di ogni persona e sapendo
cogliere i momenti opportuni;
- il significato religioso
di molte ricorrenze familiari che sembrano svuotarsi sempre più del loro
significato profondo (anniversari di matrimonio, compleanni, ecc.);
- le espressioni
tradizionali di fede: la preghiera prima di un viaggio, il ringraziamento per
le primizie della terra, la benedizione della tavola, la preghiera prima dei
pasti, ecc.;
- la preparazione,
la verifica e anche la riformulazione dell'incontro di catechesi parrocchiale;
- l'apertura e la
partecipazione dei singoli componenti della famiglia alla vita di gruppi
che promuovono la crescita della vita di fede.
3)
Le coppie degli sposi vanno chiamate a esercitare il loro ministero di
evangelizzazione anche fuori della
famiglia, in parrocchia, verso le altre famiglie e nella realtà sociale:
nel cammino di iniziazione cristiana dei figli, nella catechesi dei fidanzati
e delle giovani coppie, nella catechesi dei genitori e dei “centri di
ascolto”. E’ importante che gli sposi raccontino la loro esperienza di
fede alle altre famiglie con lo stile del “passa parola”, nello spirito
della condivisione gratuita. Questo comporta per le coppie la necessità di:
-
maturare una coscienza missionaria e la consapevolezza della loro
capacità evangelizzante;
-
comunicare la fede avviene all’interno di relazioni interpersonali di amicizia e di “compa-gnia”;
l’amicizia è la prima via dell’evangelizzazione;
-
fare della casa un luogo
accogliente, dove si condividono i bisogni e le difficoltà degli altri;
-
superare i pregiudizi nei confronti delle altre coppie, soprattutto di
quelle “conviventi” o sposate solo civilmente; guardare a tutti con
affetto e comprensione, come Gesù;
-
maturare il senso della corresponsabilità
sociale e politica e partecipare alle associazioni familiari (comunali,
scolastiche, sanitarie, ecc.).
5. La famiglia cristiana al servizio di rinnovata vita liturgica
La vita
di comunione, lo stile del servizio e l’annuncio del Vangelo trovano la loro
sorgente e la loro attuazione piena nell’azione liturgica della comunità
ecclesiale. Attraverso la comunità cristiana che celebra la liturgia, Cristo
stesso agisce, parla, dona la sua vita, rende i credenti partecipi della sua
risurrezione. L'Eucaristia, in particolare, costituisce la fonte e l'apice
di tutta la vita cristiana e di tutta l’azione pastorale, il centro vitale
della comunità ecclesiale. Qui la
comunità trova la sorgente inesauribile del dinamismo per la sua crescita
spirituale (cf. AG 39).
Ma
la vita cristiana non cresce, se la liturgia della parola e del sacramento
non sfocia nella liturgia della vita. Infatti la liturgia del rito, oltre che
esprimere la lode, il ringraziamento e l’adorazione a Dio, ha lo scopo di
abilitare i credenti ad attuare la liturgia della vita, ossia il dono di sé
(cf. 1 Pt 2,4‑5).
Ora la
famiglia è il primo ambito della comunità parrocchiale, in cui la
“liturgia del rito” si traduce nella “liturgia della vita”, nel culto spirituale, di cui parla
l’apostolo Paolo: “Vi esorto
fratelli ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a
Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). La vita di
famiglia è una liturgia vissuta nel quotidiano. Ogni gesto di amore
familiare, vissuto nella fede della presenza del Risorto in famiglia, è
liturgia.
In
che modo la famiglia può contribuire a promuovere la vita liturgica e di
preghiera nella parrocchia?
1) La famiglia è il primo ambito in cui la vita si può
tradurre nella preghiera di lode e di
invocazione. In famiglia si può trasformare la gioia di essere sposi e la
gratuità della vita comune in preghiera di lode e di ringraziamento e con la
preghiera si possono affrontare con nuovo coraggio i momenti del dolore e
della sofferenza.
E’
indispensabile che le coppie-sposi ed le famiglie imparino a pregare insieme.
Perché la preghiera in famiglia non si riduca a un fatto individuale, come
capita spesso, ma sia un’espe-rienza di coppia e di famiglia, occorre che
sia accompagnata da una vera “comunicazione” interpersonale, condizione
per la comunione. Anche in famiglia la preghiera si alimenta con l’ascolto
della Parola e si esprime nella rilettura del vissuto familiare alla luce
della Parola.
2)
I momenti della preghiera familiare
non sono spontanei; bisogna prevederli: la preghiera prima dei pasti; la
celebrazione degli anniversari, compleanni ed onomastici; il perdono e le
benedizione dei genitori ai figli. Si suggerisce di fare un “calendario
liturgico” della famiglia con gli anniversari sacramentali dei
componenti della famiglia stessa e di stabilire alcuni luoghi e alcuni segni
per la preghiera in casa (l’angolo del Vangelo, le icone, ecc.). Si
suggerisce di collegare i momenti di preghiera ai tempi e ai momenti liturgici
della comunità parrocchiale:
-
vivere in casa esperienze liturgiche che preparino alla Messa
domenicale: riti penitenziali, lettura dei testi biblici, la fractio
panis, ecc.;
-
scegliere gli avvenimenti o le situazioni della vita familiare da
offrire a Dio nella presentazione delle offerte durante l’Eucaristia
domenicale;
-
fare la revisione della vita familiare nei tempi liturgici forti, ecc.
3) C'è
una liturgia particolare che la famiglia è chiamata a vivere insieme: la celebrazione
della domenica. Cristo risorto chiama genitori e figli a partecipare
insieme alla Messa per spezzare loro il pane della parola ed il pane del suo
Corpo, perché diventino a loro volta pane spezzato per i fratelli. Gli sposi
e le famiglie cristiane nell’Eucaristia domenicale riscoprono se stessi come
attualizzazione della nuova alleanza. Accogliendo il dono di amore che Cristo
fa di se stesso nell’Eucaristia, vivificano e accrescono la capacità di
donarsi reciprocamente e di trasfigurare i loro corpi nell’amore. Celebrando
l’Eucaristia danno fondamento solido alla comunione nuziale e familiare,
ristabiliscono rapporti di solidarietà all’interno della comunità, si
impegnano nel servizio di carità e vivono insieme la gioia della festa.
Perché
tutto questo si realizzi, occorre che la liturgia domenicale sia preparata con
le famiglie e celebrata con la partecipazione attiva delle famiglie (figli
compresi); le famiglie aiutano il presbitero ad incrociare meglio la
celebrazione con la loro vita concreta. Inoltre occorre che la celebrazione
eucaristica sia rinnovata nei segni e nel linguaggio, in modo che diventi
espressione reale di festa della comunità “famiglia di famiglie”.
Gli
sposi e le famiglie cristiane danno un volto cristiano a tutta la domenica non
solo con la partecipazione all’Eucaristia, ma prolungando l’Eucaristia nel
pasto consumato insieme, nel segno della festa, negli incontri conviviali con
altre famiglie, nell’attenzione a situazioni di povertà presenti in
parrocchia.
II. IL RUOLO DELLA FAMIGLIA
NELL’AMBITO SOCIALE
Oltre che alla vita e alla missione della comunità parrocchiale,
la famiglia è chiamata a partecipare attivamente anche alla vita e allo
sviluppo della società. La famiglia infatti possiede un compito sociale
originale, insostituibile e inalienabile: essa è “culla della vita e dell’amore”, nella quale l’uomo nasce e
cresce. Mediante la generazione nasce l’uomo e alla società viene fatto il
dono di una nuova persona; mediante l’educazione familiare cresce l’uomo
come persona, chiamata alla comunione con gli altri e alla donazione agli
altri.
Sono
molti gli ambiti della vita sociale, in cui la famiglia svolge di fatto un
ruolo originale, spesso senza che il suo servizio sia riconosciuto dalle
istituzioni pubbliche: la procreazione e l’educazione dei figli,
l’edificazione della convivenza civile, la promozione della solidarietà
sociale, il mondo del lavoro e dell’economia, ecc.
In
questo intervento mi limito a richiamare alcune
forme di impegno sociale della famiglia e tento di abbozzare, a modo
di esempio, alcune scelte che la aiutino a diventare soggetto attivo nel
rapporto con le istituzioni pubbliche.
1. La famiglia “soggetto sociale” al servizio della vita
Nell'attuale
contesto socio-culturale italiano la famiglia, sia quella fondata sul sacramento
del matrimonio come quella fondata sul patto civile, è ritenuta il più delle
volte un "affare privato"
dei due coniugi e degli altri componenti della famiglia stessa. Le istituzioni
sociali - scuola, servizi sociosanitari, aziende - sono talmente pervase da
tendenze autoreferenziali che, per loro, la mediazione familiare diventa
sempre più difficile da cogliere, comprendere e tenere in conto. Ora ci
chiediamo: il far parte di una famiglia è rilevante o no, rispetto a
determinati fini sociali? Quali vantaggi derivano per la società, dal fatto
che le persone siano "famiglia"?
Per
rispondere a questa domanda, sarebbe sufficiente considerare i molteplici
problemi sociali che nascono dal mancato riconoscimento e sostegno delle
funzioni di mediazione sociale della famiglia: l'aumento del disagio, del
malessere, delle malattie mentali, delle tossicodipendenze, dei suicidi fra i
giovani e anche tra i meno giovani.
La
società non può illudersi di risolvere questi problemi ignorando la
mediazione familiare o pensando di affrontarla in maniera indiretta,
attraverso misure rivolte a singoli bisogni e a singoli destinatari. Se la
mediazione familiare dovesse essere ulteriormente negata o implicitamente
penalizzata, è certo che andremo incontro a problemi più seri e devastanti,
poiché la famiglia dovrebbe sobbarcarsi oneri ancora maggiori dei presenti -
soprattutto nei rapporti tra le generazioni - dovendo rispondere ai crescenti
bisogni dell'infanzia, dei giovani e degli anziani, senza essere riconosciuta
in tali funzioni.
Se affrontiamo il problema in termini positivi, scopriamo che la
famiglia dà un contributo notevole al “ben-essere”
della società, da diversi punti di vista.
1) Le più recenti ricerche sull’ambito familiare mettono in
evidenza che la famiglia svolge una mediazione decisiva nei confronti dell’individuo in ordine al suo destino sociale e
alla qualità della sua vita. La famiglia è luogo primario
dell’umanizzazione della persona. Essa aiuta le persone a identificarsi, a
trovare un proprio posto nel mondo; si pensi a quanto decisivo sia la
mediazione familiare nel dare fiducia a un figlio che deve crescere;
all'importanza, nell'esistenza personale, di "avere una casa", con
tutto ciò che essa significa.
2) L’appartenenza familiare ha un ruolo centrale nella
definizione delle identità personali e sociali. La famiglia è il luogo della
“socializzazione primaria”.
Nella famiglia l’uomo cresce come “essere
in relazione”. Il fatto che le persone vivano relazioni familiari non è
indifferente per le virtù civiche né per la qualità della cittadinanza. Se
si vuole costruire una convivenza civile umana occorre guardare alla famiglia.
La famiglia aiuta la società a instaurare forme di convivenza civile nella
sfera pubblica.
3) Nel contesto postmoderno la famiglia emerge come nuova “soggettività
sociale”, nel senso che essa garantisce il giusto rapporto tra il
singolo e la società, aiutandolo a evitare da una parte l'individualismo
che isola e dall'altra il collettivismo che annulla la persona. La
mediazione attiva della famiglia non si esplica soltanto verso i figli, ma
riguarda tutti i soggetti individuali che la compongono, poiché - volenti o
nolenti - è la rete di relazioni familiari che media il rapporto tra il
singolo e la società più ampia.
In
sintesi, possiamo dire che la famiglia è la cellula fondamentale della società;
perciò se muore la famiglia, muore anche la società. E’ cellula
fondamentale della società perché «ne genera i nuovi membri; forma la loro
personalità; trasmette i valori essenziali della convivenza civile, quali la
dignità della persona, la fiducia reciproca, il buon uso della libertà, il
dialogo, la solidarietà, l'obbedienza all'autorità. Condiziona in misura
notevole le scelte degli individui in molti ambiti: acquisti, carriera
professionale, impiego del tempo libero, amicizie e relazioni sociali in
genere. Svolge spesso un'azione sociale diretta attraverso aziende a
conduzione familiare, coinvolgimento nella scuola, partecipazione ad
associazioni, volontariato verso disabili, disadattati, anziani, coppie in
difficoltà» (CEI, Catechismo degli
adulti, n. 1067).
Quali
scelte
pastorali fare per valorizzare la soggettività sociale delle
famiglie?
1) E’ urgente educare le coppie-sposi e le
famiglie a crescere nella coscienza della loro dimensione sociale e del ruolo
originale che esse hanno nella società, perché possano dare il loro
contributo al benessere della società e partecipare al suo sviluppo.
2) Occorre aiutare le famiglie a farsi "soggetto d'intermediazione fra individuo e
società" e a salvaguardare i diritti di chi, per il fatto di vivere in
una famiglia, deve essere riconosciuto e sostenuto con adeguate garanzie
sociali.
3) E’ necessario promuovere
l’associazionismo familiare, per stimolare le istituzioni pubbliche a
riconoscere e a valorizzare la responsabilità sociale delle famiglie e il
loro protagonismo nella vita sociale.
2. La famiglia al
servizio di una sana convivenza civile
Qual è l'identità antropologica che fa esistere la famiglia come
soggetto sociale? E’ la relazione interpersonale, fondata sull’amore e
sulla gratuità. L’amore che suscita la comunione tra i componenti della
famiglia costituisce il fondamento anche dell’intera società; esso è germe
e garanzia di convivenza pacifica. L’amore è la prima realtà attraverso la
quale la famiglia offre il suo contributo alla società e al suo sviluppo (cf.
DPF 165).
La famiglia è quella specifica ed unica organizzazione che tiene
insieme le differenze originarie dell'essere umano: quella tra generi
(maschile e femminile), tra generazioni (genitori e figli), tra stirpi
(l’albero genealogico materno e paterno). Essa è fatta di relazioni, di
legami, e genera legami: all’interno della famiglia e al suo esterno, tra la
famiglia e la comunità in cui essa vive. I due tipi di legami sono connessi;
infatti se i legami all'interno della famiglia sono deboli e frammentati, la
famiglia diventa soggetto sociale debole; viceversa una forte capacità
relazionale tra i soggetti della famiglia, rende la famiglia capace di
relazioni "efficaci" con l’ambiente circostante.
I legami familiari sono fondamentali per la costruzione della
identità personale e sociale. Agiscono e si esprimono nella concretezza dei
comportamenti quotidiani; collegano le famiglie al loro passato, alla
genealogia delle loro stirpi di appartenenza, ma si proiettano anche nel
futuro, nella speranza di fecondità di nuove generazioni. La famiglia è una
comunità di generazioni che collega generazioni presenti, passate e a venire.
L’obiettivo intrinseco della famiglia è quello di
“generare”, cioè di dare forma umana a ciò che da lei nasce e a ciò che
in lei si lega. La famiglia genera l'umano attraverso la sua struttura
simbolica, che chiamiamo il “familiare”. Il “familiare” è l'identità
profonda della famiglia, la radice psichica del suo essere “soggetto”, la
linfa che dà senso e valore ai legami familiari.
Il “familiare” è formato dalle qualità di base dei legami
familiari. Questi legami vivono di aspetti affettivi e di aspetti etici. La
famiglia è il luogo sorgivo degli affetti più profondi, ma anche il luogo
della responsabilità nei confronti dell’altro, sia il piccolo di cui “ci
si prende cura”, sia l’uomo o la donna cui ci si lega. Nella società
odierna vi è uno squilibrio tra aspetti affettivi ed etici: i primi sono
sovra-investiti ed i secondi sono sotto-stimati. Gli affetti senza una
direzione si trasformano in fluttuanti sentimenti e l’incertezza sul valore
del compito familiare indebolisce ed impoverisce i legami che cercano stabilità.
Quali scelte pastorali suggerire a questo riguardo?
1) Occorre incrementare la linfa simbolica che sta alla base delle
relazioni familiari e aiutare le famiglie a stabilire un equilibrio tra gli
aspetti affettivi e gli aspetti etici che regolano le relazioni tra i loro
componenti. In tal modo si rafforza la famiglia come soggetto sociale e se ne
contrasta la frammentazione.
2)
Occorre far prendere coscienza alle famiglie delle energie native che
possiedono e che ancor oggi sono in grado di sprigionare, per l’edificazione
di una convivenza sociale pacifica.
3. La famiglia come “soggetto economico”
La
famiglia è il primo produttore
di benessere economico e svolge un ruolo decisivo come soggetto di scelte
economiche. Ma non è destinatario di provvedimenti legislativi e
amministrativi che attuino una vera e propria politica della
famiglia, in sostituzione delle ormai obsolete politiche per la famiglia. Sono molti i contributi che la famiglia dà al
benessere economico della società italiana.
1) La
riproduzione della società: la decisione di mettere al mondo figli
produce conseguenze di grande rilevanza sul piano collettivo. Eppure, mentre i
benefici di quella decisione vanno a vantaggio di tutta la società, i costi
della procreazione vengono addossati alla famiglia, come se la decisione di
fare figli fosse assimilabile ad una usuale scelta di consumo.
2) La
ridistribuzione del reddito. La famiglia ha la capacità di riequilibrare
la distribuzione personale del reddito. Pertanto essa si configura come un
potente ammortizzatore sociale, che funge da punto di smistamento e di
raccolta dei redditi dei propri membri e influenza positivamente la coesione
sociale.
3) La
tutela dei soggetti deboli. La famiglia è l'istituzione che più di ogni
altra sostiene e tutela i soggetti deboli, dai bambini in età prescolare agli
anziani non autosufficienti, dalla cura dei disabili all'assistenza dei
malati. Se la famiglia italiana non svolgesse quelle funzioni di tipo
socio-assistenziale, le strutture sanitarie del nostro Paese sarebbero al
collasso e non riuscirebbero a garantire la necessaria assistenza.
4) La
formazione delle persone. La formazione professionale delle persone non
dipende solo dagli individui e dall'ambiente sociale, ma anche dall'ambiente
familiare. All’interno delle famiglie avvengono trasferimenti sistematici di
conoscenze, favoriti dalla stretta vicinanza e dai legami parentali. Là dove
la famiglia tiene e fiorisce, è più elevato l’insieme di abilità
acquisite da un individuo e quindi è più alta la produttività media del
sistema.
5) Le
scelte di consumo. La famiglia funge da filtro tra individuo e mercato per
quanto concerne le scelte di consumo. E' risaputo che queste ultime risentono
dell'insieme di valori, delle prassi e degli stili di vita che il singolo trae
dalla sua famiglia.
Se
le cose stanno nei termini sopra descritti, l'obiettivo da perseguire non può
essere quello di reclamare maggiori risorse per la famiglia, ma quello di
passare da una politica per la
famiglia, fondata su una logica di tipo paternalistico, ad una politica della famiglia che ponga la famiglia nelle condizioni di sviluppare
il proprio potenziale di crescita.
Quali
proposte
sostenere a questo riguardo?
1)
Occorre sostenere le associazioni familiari nel loro impegno in favore di una politica
fiscale più equa nei confronti delle famiglie. La pressione fiscale
attuale in Italia non solo non riconosce la soggettività sociale della
famiglia, ma la penalizza; essa, ad esempio, percuote i costi che la famiglia
deve affrontare per la casa e la cura dei minori nella stessa proporzione di
quelli per i consumi voluttuari.
2)
Occorre intervenire sul sistema bancario perché vengano aperte linee di credito specificamente rivolte alla famiglia, come avviene
in Paesi civilmente più avanzati.
3)
Occorre mettere in opera forme innovative di sanità
integrativa, che vedano la famiglia come soggetto, ad un tempo, di domanda
e di offerta di certe prestazioni. Si pensi alla cosiddetta ospedalizzazione
domiciliare, alle terapie riabilitative per i malati psichiatrici, alle varie
pratiche socio-sanitarie.
4)
Bisogna creare "fondazioni di
comunità" centrate sulle associazioni familiari. La realizzazione di
un modello familiare di "fondazione di comunità" servirebbe ad
avviare a soluzione, ad esempio, il problema di una scuola libera e
partecipata, e, più in generale, darebbe ali al principio di sussidiarietà.
4. La famiglia come “soggetto
politico”
Le famiglie sono chiamate a esprimere il loro compito sociale
anche in forma di intervento politico. Esse devono adoperarsi per prime
affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma
sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia. In
tal senso «devono crescere nella coscienza di essere “protagoniste” della
cosiddetta “politica familiare”
ed assumersi la responsabilità di trasformare la società: diversamente
saranno le prime vittime di quei mali che si sono limitate ad osservare con
indifferenza» (FC 44).
Una
strada da percorrere per partecipare attivamente alla “politica familiare”
è quella del-l’associazionismo familiare. Le associazioni
familiari, oltre a esprimere a loro modo la dimensione della solidarietà,
si presentano come «una necessità storica per le famiglie stesse che
vogliono possedere una adeguata forza rivendicativa dei loro doveri e diritti,
di fronte ai continui tentativi che le strutture pubbliche vanno facendo per
ridurre o rifiutare quella presenza sociale che compete di diritto alle
famiglie come tali» (DPF n. 181).
L’associazionismo
familiare consente alla famiglia di diventare un soggetto cruciale dei
contesto societario, svolgendo, con un codice d'azione improntato alla
solidarietà, un'essenziale funzione di coordinamento tra risorse esterne ed
interne all'unità familiare. L’esperienza associativa potenzia le relazioni
familiari, facendo leva su quattro caratteri discriminanti:
1) Il carattere generativo della
famiglia. L’associazionismo familiare aiuta la famiglia a interpretare la
propria vocazione generativa al di là dei confini "privati" del
nucleo familiare e a rendere pubbliche le proprie esigenze.
2) La soggettività e il ruolo sociale
della famiglia. L’associazionismo familiare stimola la famiglia ad agire come
soggetto sociale e a dare una dimensione familiare alle politiche sociali.
3) La cittadinanza societaria della
famiglia. L'associazionismo familiare costituisce una mediazione tra i
bisogni privati e la necessità di dare ad essi una voce istituzionale,
legale.
4. La famiglia come sorgente e custode
dei valori. L’associazionismo familiare permette
alla famiglia di spendere i valori di cui essa è sorgente, per intervenire
direttamente nel sociale.
Quali
scelte
pastorali fare in ordine all’associazionismo familiare?
Occorre
promuovere l’associazionismo familiare in vista di due grandi settori di
intervento: la tutela dei diritti delle famiglie e l'auto-organizzazione dei
servizi di vita quotidiana.
1) La
tutela dei diritti delle famiglie. Le associazioni, da una parte,
sostengono la cittadinanza societaria delle famiglie, esprimendo ed
organizzando le esigenze collettive e diffuse delle famiglie, attraverso la
promozione di una solidarietà reciproca e la consapevolezza del loro ruolo
sociale; dall’altra, sensibilizzano le istituzioni pubbliche verso le
tematiche familiari e i diritti delle famiglie, che spesso lo Stato non
riconosce.
2) L’auto-organizzazione
dei servizi di vita quotidiana. Le associazioni familiari promuovono una
vasta gamma di iniziative ed attività, che vanno dall'istituzione di scuole
per i figli, al sostegno per i membri malati, agli aiuti ai portatori di
handicap, ecc. Tali servizi si connotano per il loro carattere familiare:
coinvolgono le famiglie nella risoluzione dei loro problemi attraverso
un’azione di responsabilizzazione ed imprimono agli interventi il carattere
di flessibilità che distingue le attività familiari.
[i]
E’ evidente che in questa riflessione il
termine “evangelizzazione”
è assunto nel suo significato più ampio: con esso non si indica solo
l’annuncio esplicito del Vangelo, ma si abbraccia tutto l’agire della
Chiesa, in quanto finalizzato alla diffusione del Vangelo e alla sua
incarnazione nel contesto socio-culturale del nostro tempo. Da questo
punto di vista la famiglia cristiana, come la Chiesa, evangelizza
attraverso tutto quello che essa è, fa e dice (cf. AG 23, 27, ecc.; EN
17-24).
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