Pregare in Famiglia 
  
1. L’esempio di Gesù

 

La preghiera faceva parte sicuramente delle priorità di Gesù, ossia delle attività che lui personalmente decideva di avere e che non lasciava al caso. Quella di procurarsi tempi prolungati per la preghiera personale era sicuramente un’attività alla quale Gesù non voleva rinunciare; pur vivendo completamente immerso nell’azione, pur dichiarandosi sempre disponibile a soddisfare le richieste e le attese della gente e dei discepoli, pur facendo un gran movimento fisico, spostandosi da una parte all’altra del paese, manteneva sempre momenti intensi e riservati per la preghiera personale. Luca 5, 15- 16: “La sua fama si diffondeva ancora di più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare”. Si capisce che Gesù era guidato da un’intenzione specifica di conservare i suoi momenti di silenzio, nonostante tutto. Il vangelo annota anche che Gesù e gli apostoli non avevano il tempo per mangiare, non dice mai che non avevano il tempo per pregare. Oggi noi  diciamo viceversa che non ci resta tempo per la preghiera, è difficile che non troviamo il tempo per mangiare. Si tratta appunto di priorità, di che cosa consideriamo irrinunciabile.


Ed è da sottolineare che qui non ci si riferisce alla preghiera pubblica nella sinagoga o nel tempio ma esplicitamente alla preghiera personale, senza testi e senza compagnia. Gesù aveva bisogno di essere solo, non invitava nemmeno i discepoli, anzi sembra che fuggisse da loro, che volesse eludere la loro presenza, che ricercasse una intimità profonda ed esclusiva con il Padre. Se riflettiamo sul fatto che Gesù non aveva segreti per gli apostoli, che condivideva tutto con loro, che anzi la sua intenzione di formatore sembrava proprio quella di ammetterli a partecipare totalmente della sua vicenda umana risulta stridente questa riservatezza sulla preghiera personale. Ma è proprio questo aspetto stridente con tutta la prassi di Gesù che ci fa capire che lui dava un significato del tutto eccezionale al momento del ritiro nella preghiera silenziosa, come se dicesse: “vi permetto di condividere tutto, di conoscere completamente il mio cuore, le mie reazioni, il mio stile di vita ma lasciatemi questo spazio esclusivamente mio nella preghiera; toglietemi tutto, chiedetemi tutto ma non chiedetemi di rinunciare a questo tempo solamente mio”. E del resto lo insegnerà a tutti: “Quando preghi, entra nella tua stanza, chiudi la porta e prega il Padre tuo che vede nel segreto…”. Ci vuole intimità, ci vuole silenzio per pregare. Non si tratta solo di recitare delle orazioni o di leggere la Parola ma di entrare nel mistero di Dio con delicatezza, con sincerità, con pazienza, con intimità. Ci può aiutare a capire quello che scrive l’anonimo autore della “Nube della non- conoscenza”: “Eleva il tuo cuore a Dio in uno slancio di umiltà e d’amore: pensa solo a lui e non ai suoi benefici. Perciò considera ripugnante qualsiasi altro pensiero che non riguardi Dio stesso, così che niente operi nella tua mente e nella tua volontà se non lui solo…Questo è il lavoro dell’anima che piace di più a Dio…La prima volta che lo fai non trovi altro che oscurità, come se ci fosse una nube, la nube della non- conoscenza. Tu non ne sai niente, ma semplicemente senti dentro di te un puro anelito verso Dio. Qualunque cosa tu faccia, questa oscurità e questa nube restano sempre fra te e Dio e non ti permettono né di vederlo chiaramente alla luce della comprensione razionale, né di sentirlo nel tuo cuore con la dolcezza del suo amore. Apprestati dunque a restare in questa oscurità più a lungo che puoi e non smettere di sospirare per colui che ami. Infatti, se mai dovrai sentirlo o vederlo in questa vita, sarà senz’altro in questa nube e in questa oscurità….Perché Dio lo si può amare ma non pensare. Solo con l’amore lo si può afferrare e trattenere, non certo con il pensiero…Colpisci dunque questa fitta nube della non conoscenza con la freccia acuminata del tuo desiderio di amore e non muoverti di lì, qualunque cosa capiti.”


Ecco, è questa la preghiera che siamo invitati a vivere e a tentare: il desiderio d’amore verso Dio.

Ci domandiamo se è possibile questa preghiera in famiglia e quali possono essere le motivazioni, le modalità e i frutti.

 


2. Difficoltà per la preghiera in famiglia

 

a)    L’insistenza di Gesù riguardo alla preghiera (pregate sempre, senza stancarvi mai) non è passata del tutto nella coscienza dei cristiani. Il comandamento dell’amore è conosciuto da tutti; anche se abbiamo poi difficoltà a metterlo in pratica sul serio, tutti però sanno ormai che deve essere un impegno serio per ogni cristiano; così il perdono, ormai fa parte della consapevolezza di un cristiano. La preghiera sembra che non sia passata allo stesso modo, anzi si tende quasi a giustificare la mancanza di preghiera appellandosi alla pratica della vita cristiana, soprattutto alla pratica dell’amore: “quello che vale, si dice, è essere onesti, è aiutare il prossimo, dare una mano quando si può, curare la propria famiglia”, la preghiera non è sentita come qualcosa di necessario, anzi si criticano volentieri quei cristiani che vanno sempre a Messa, sono sempre in chiesa ma poi non ci sono nelle opere di carità oppure sono criticoni e indisponenti con tutti. Sembra quasi che le due cose, preghiera e vita cristiana, non possano andare d’accordo, non abbiamo bisogno l’una dell’altra o che possano esistere senza abbracciarsi. Ironicamente, ma anche con una certa tristezza, potremmo dire che il motivo per cui non si da molta importanza alla preghiera è l’esagerata preoccupazione per la vita cristiana. Siccome quello che conta sono i fatti, le azioni, i comportamenti sociali e si pensa che la preghiera non rientri nella categoria delle cose pratiche, sostanziali, allora si tralascia facilmente.


b)    Un altro motivo è evidentemente il clima di secolarizzazione nel quale si vive ormai da decenni; bene o male, volenti o nolenti, tutti respiriamo un po’ quest’aria secolarizzata e materialista, per cui i valori  spirituali passano in secondo piano, quando non viene addirittura negato loro il diritto di cittadinanza. Ci si occupa quindi della casa, della scuola, della salute, dello sport, dei divertimenti, del lavoro: sono queste le cose indispensabili, che assicurano la tranquillità e la dignità di una famiglia. Anche molte brave famiglie  cristiane hanno già accettato questa scala di valori; i genitori si sacrificano per dare di tutto ai figli ma la preghiera, la vita interiore, la dimensione spirituale  non è considerata una risorsa importante, centrale, non ha la stessa dignità e lo stesso valore delle altre cose: dei corsi di ginnastica, dell’equipaggiamento da ciclista, dello studio del tedesco. Ma anche molti adulti per loro stessi adottano lo stesso metro di giudizio: possono destinare due ore per la ginnastica, non si sognerebbero mai di prendersi due ore per la meditazione. Non dico questo per criticare o deridere ma solamente per mostrare come siamo fatti, quale cose acquistano peso automaticamente e quali invece lo perdono nel nostro modo di pensare. C’è ben in atto una inversione di tendenza ma non è ancora molto consistente. Certo, se vivessimo in Asia non avremmo questa difficoltà: è un prezzo da pagare alla nostra civiltà fondata sull’attività economica, sul non perdere tempo, sui beni materiali di cui godere.


c)     Continuando su questa linea di analisi, un fattore che influisce molto è il ritmo di vita che si è accelerato in maniera considerevole; tutti sono di corsa, in casa devono lavorare marito e moglie, gli orari non sempre coincidono, c’è il mutuo della casa al quale far fronte: insomma le preoccupazioni e il ritmo sostenuto della vita tolgono la tranquillità e la possibilità di avere momenti di calma e di incontro sereno in casa. A casa mia, per es., si pregava insieme la sera quando eravamo bambini ma poi, quando si incominciava ad essere giovani e ad avere orari diversi, l’abitudine è andata perdendosi automaticamente, senza che nessuno se ne accorgesse. Non è che non ci sia il tempo ma è certamente difficile scegliere un orario che vada bene per tutti e comunque ci vuole una dose massiccia di convinzione per riuscire ad organizzarsi la giornata in modo da prevedere anche il tempo per pregare insieme. E’ da dire anche che è entrata in casa la padrona, senza la quale ormai sembra di non poter vivere: la televisione. Spesso è lei che fa gli orari della famiglia e che complica ulteriormente le cose. Quasi tutti sono disgustati dai programmi che si danno sulle diverse reti televisive ma sembra che non si possa fare a meno di vederli. “Ho visto per caso”, “ho acceso un momento”, tutti sanno tutto dei vari programmi, si può pensare che ormai si è creata una notevole dipendenza da mamma televisione nella maggior parte delle famiglie (i più evoluti hanno internet e play-station, con gli stessi risultati). Non è senza senso la proposta del papa del “digiuno televisivo” per salvare l’unità e il dialogo in famiglia.


d)   Un altro aspetto della nostra cultura ormai è la scarsa capacità di interiorizzazione e la poca intimità nelle famiglie. Non siamo più abituati a pensare, a entrare in noi stessi, a porci domande, a cercare risposte nel silenzio, nella solitudine. La solitudine, il tempo per pensare è ormai un lusso che pochi riescono a concedersi. Questo si riflette anche sul rapporto di coppia e sui rapporti familiari in genere. Forse anche per il nostro carattere montanaro facciamo fatica a raccontare le nostre sensazioni e i nostri sentimenti, c’è una specie di pudore e di riserbo nel comunicare ciò che è sentito come molto personale. La sfera religiosa fa parte di questo nostro mondo segreto, si prova un po’ di imbarazzo a dire quello che pensiamo e che viviamo nel nostro modo personale di avvicinare Dio, ma credo che questo valga anche in senso più generale per tutta la sfera dei sentimenti e delle emozioni più intime. E’ vero che spesso c’è anche bisogno di custodire certe esperienze solamente per se stessi, ma è altrettanto vero che un po’ di comunicativa in più, un po’ di apertura maggiore è proprio necessaria e fa molto bene al rafforzamento dei rapporti e del sentimento di complicità. Ritengo che la confidenza, la fiducia nel mettere a parte il marito, la moglie o i figli di certe esperienze crei un ambiente di maggiore amicizia e pone delle premesse sulle quali i figli possono costruire a loro volta la capacità di confidarsi con libertà e fiducia.


e)     A volte una certa difficoltà nella preghiera nasce dal fatto che si pensa di non saper pregare, di non saper come fare; a monte ci sono forse esperienze sbagliate o faticose e alcuni vorrebbero un metodo o dei sussidi per mettersi in preghiera. Bisogna anche ammettere che la catechesi e le diverse attività pastorali della parrocchia non hanno dato mai molta importanza alla cosa; sì, si è insistito, raccomandato di pregare ma non si è trovato il modo di accompagnare, di aiutare chi desiderava o era disponibile a intraprendere un cammino in questo senso. Inoltre, dopo il Concilio, nelle parrocchie si è cercato di dare enfasi soprattutto alla preghiera comunitaria, alla liturgia domenicale e si è lasciato un po’ in ombra la formazione alla preghiera personale come dimensione costitutiva e fondamentale della vita cristiana. In un certo senso è vero che è difficile pregare, perché pregare vuol dire fare esperienza dell’assenza di Dio, della sua trascendenza, della sua alterità, della sua inaccessibilità ma in un altro senso è anche facile perché, come dicevamo, basta l’amore, basta il desiderio per fare preghiera. Inoltre non ci sono norme e schemi; per abitudine e per comodità cadiamo spesso nella recita di formule imparate a memoria ma di per sé si tratta di uno spazio dove abbiamo la possibilità della massima creatività e della più grande semplicità. Ricordare le persona che abbiamo incontrato e raccomandarle al Signore, rileggere la giornata davanti a Lui, ringraziare delle cose belle, chiedere e chiederci perdono, leggere qualche versetto del Vangelo, scegliere un’invocazione dei salmi…a volte ci vuole in po’ di preparazione, quando i ragazzi sono più grandini ma tutti sono in grado di farlo. Ci sono mamme che fanno la catechesi e sanno utilizzare il Vangelo e spiegano ai ragazzi degli altri e poi non si prendono cura della loro famiglia, hanno paura di non esser capaci. Si parla con il proprio Papà, non c’è da preoccuparsi, basta stare attenti che sia un momento piacevole e semplice. Sappiamo che la preghiera è soprattutto questione di cuore e quindi tutti sono abilitati, tutti sono capaci di voler bene a Dio e di dirglielo.

 

 

3. Perché pregare? Che cosa ci si ricava?

 

Siamo abituati a valutare tutto in termini di utilità e di vantaggi e per questo a qualcuno sembra che pregare non valga la pena, che non ci si guadagna niente e quindi che si perde tempo. Non è difficile sentire ragionamenti di questo genere in persone che non credono o sono ai margini della Chiesa ma a volte sembra che anche noi abbiamo l’impressione che i frutti siano scarsi o che comunque sia un’attività da lasciare alla fine, quando proprio non c’è più nulla da fare e che appartenga alle scelte sulle quali pesa il sospetto di inutilità, di tempo perso.

Cerchiamo allora di vedere che cosa vuol dire pregare e da questo poi saremo in grado di capire se può essere utile per la famiglia e per la comunità.


a)    Qualcuno ha detto che la preghiera “è il caso serio della fede”, ossia che quando la fede si fa seria, necessariamente si esprime in preghiera. Credere infatti vuol dire aver scoperto che Dio è il centro della vita e quindi vivere orientati verso di Lui, desiderosi di fare la sua volontà, di piacergli. Rom.12, 1- 2: “Vi esorto dunque fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Pensare a lui, guardare a lui per essere in grado di comportarsi come lui ci ha insegnato, ossia di rispondere al suo amore per noi. Se credere è solamente affermare un’opinione o una convinzione intellettuale, allora si fa presto; ma se credere vuol dire affidarsi a Dio, perché si è scoperto che è lui il senso della nostra vita, colui che ci garantisce libertà e pienezza, colui che è presente fin dall’inizio nel nostro cuore, colui che ci dà la vita e la forza di andare avanti, allora non si può non cercare momenti per conoscerlo, per stare in amicizia davanti a lui. La fede diventa preghiera e la preghiera alimenta la fede. “Ma il Figlio dell’uomo quando verrà, troverà ancora fede sulla terra?” (Lc.18, 8)


b)    Pregare è andare alla sorgente. Aver fede è avere sete di Dio e quindi pregare vuol dire avvicinarsi a lui per ricevere quello che lui offre. “O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga egualmente; comprate  e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.” (Is.55, 1- 2) “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv.4, 14) “Chi  ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv.7, 37s). Ma qual è quest’acqua viva, cosa può essere questa sorgente zampillante per la vita eterna? Mi pare che può essere il gusto di vivere, che nasce dalla certezza di essere amati da Dio in ogni momento, è il benessere interiore, è la consapevolezza del Dio che vive in noi e ha sposato la nostra causa, è lo Spirito Santo che prega in noi. In una società dove aumentano sempre più i problemi di depressione, dove 10 milioni di italiani hanno bisogno di medicine per il disagio psichico, dove le ragioni di insoddisfazione sono sempre in aumento diventa una incredibile risorsa poter stare in pace con se stessi, godere del benessere spirituale, sapere che Dio ti guarda sempre con amore e ti si concede come sorgente di vita e di serenità. Pregare è appunto godere del volto benevolo e misericordioso di Dio, lasciarsi amare da lui.


c)     Pregare è ancora scoprire e vivere la propria creaturalità, concedersi il diritto di ritornare bambini, il diritto di avere un Padre che ha cura di te e ti dà quello di cui hai bisogno. Dire “Padre” è affermare che Dio è la nostra famiglia di origine, la casa dove siamo cresciuti, dove c’è il nostro posto riservato per noi, dove possiamo ritrovare il gusto delle cose buone, dove possiamo ritornare sempre e siamo sempre accolti con gioia e con simpatia. Nello stesso tempo è sentirsi bambini, bisognosi ancora di essere guidati da qualcuno che ha fiducia, che conosce a fondo la nostra vita, il nostro carattere, le nostre fatiche, le nostre possibilità, uno al quale possiamo confidare tutti i nostri segreti, le nostre paure, i nostri successi, le nostre gioie. “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” (Is.66,13) “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel Regno dei cieli” (Mt.18, 3-4). Diventare piccoli, sentirsi creature, ossia coloro che non hanno in mano le chiavi della vita, che non sanno spiegare tutto e che non hanno tutte le risposte, non hanno la pretesa che tutto sia chiaro ed evidente, accettano anche il mistero di Dio, si sentono davvero inadeguati a voler aver ragione di tutto, concedono a Dio di essere Dio, di essere più grande e si appoggiano a lui.


d)   Pregare è anche avere la possibilità di guardare oltre, di non essere rinchiusi nel presente, di non doversi fermare soltanto a quello che oggi succede ma avere una prospettiva ulteriore, avere fiducia nel domani, avere attese e progetti da realizzare e confidarli al Signore, metterli nelle sue mani, verificarli con lui. Accorgersi anzi che è lui stesso che ti indica la terra promessa, la terra della tua pienezza, della tua realizzazione personale e comunitaria, che ti invita a credere in te stesso e nel futuro che hai davanti, che ti sostiene nel proporti mete grandi e belle, per te e per la tua famiglia e che si mette al tuo fianco, che tiene aperta la strada, che ti infonde speranza. Che ti dice che nulla mai è perduto per sempre, che rimane comunque tempo e luogo per ricominciare, per terminare, per arrivare alla meta. Quando preghi, Dio ti rinnova le sue promesse e ti aiuta a ritrovare la fiducia e la speranza, a misurarti non solo con il tuo passato ma anche con il futuro, con il domani ricco di vita e di luce. Pregare è lasciare che la propria vita venga inondata dalla luce e dalla speranza di Dio, è rendersi conto che siamo fatti per un domani di piena felicità, di comunione piena con Dio e con tutti. E’ poter sfuggire alla prigionia del presente, del “tutto qui”, del sempre uguale, sapere che si può andare oltre, che è lì che ci vuole portare il Signore, a dare un passo in più, ad avvicinarsi all’ideale che ci attira. “Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.”(Eb.12, 1-2) “Questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.”(Fil.3, 13-14)


e)     Pregare è scoprire la fraternità, è allargare il mondo, aprire gli orizzonti. Uno non può arrivare davanti a Dio e rimanere da solo. In lui sono impressi i volti di tutti gli uomini, perché è appunto Padre di tutti e per tutti ha mandato il suo Figlio. In quel Figlio è stata introdotta per sempre la nostra umanità nel cuore stesso di Dio, nel suo volto. Non esiste ormai Dio senza di noi, senza il mondo, senza la storia attuale. In Gesù, Dio ci ha rivelato che la sua grande passione è la vita degli uomini, siamo noi. La preghiera è come il momento nel quale il Padre va incontro al fratello maggiore per cercare di convincerlo a fare festa per il ritorno del fratello; siamo un po’ tutti come il fratello maggiore, abbiamo bisogno che Dio ci apra il cuore, ci richiami alla fraternità ci dia il suo sguardo di compassione e di simpatia sul mondo. Siamo anche troppo chiusi nei nostri piccoli interessi, in un mondo piccolo, fatto a nostra misura, piuttosto individualista; se preghi con verità, il Signore ti spalanca le porte, ti invita ad accogliere con amore i fratelli, incominciando dai più poveri, ti fa vedere che sei inserito in una comunità che aspetta il tuo contributo, la tua testimonianza, che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che c’è in giro gente  che ha fame e sete, che ci sono grandi sofferenze e ingiustizie…Insomma, pregare sveglia la vita e rinnova la sensibilità, perché ci riporta alle radici della dignità che condividiamo con tutti gli uomini, senza differenze, quella di essere suoi figli. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i  fratelli. Chi non ama rimane nella morte.” (1Gv.3, 14) “Se uno dicesse: io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello”. (1Gv.4,20- 21)


f)      Pregare è scoprire la propria vocazione fondamentale alla comunione, all’unità. Dio è amore, dice s. Giovanni; è amore trinitario, amore di comunione, di unità, di incontro, di dialogo. Guardare o pensare a Dio è quindi soffermarsi su questo Dio che è molteplicità nell’unità, che è dinamismo di vita; possiamo correre il pericolo di considerare Dio come il grande vecchio, con la barba bianca, seduto sul trono, un po’ addormentato, intento a guardare la vita del mondo; sapere e credere che Dio è Trinità ci porta invece a capire che Dio è vita, è accadimento, che ora e in ogni momento c’è un flusso di comunicazione, di dialogo, di amore che percorre la vita trinitaria. E’ lì che anche noi siamo stati pensati, è da lì che siamo usciti e quindi è lì che ci comprendiamo, che ci spieghiamo da dove viene quella vocazione all’amore, all’unità, alla famiglia che ci portiamo dentro da sempre. Quando preghiamo e il nostro pensiero riposa in Dio, sentiamo che è quello il modo di vivere che ci si addice, che ci attrae, al quale possiamo e dobbiamo tendere. Diventare persone pronte al dialogo, aperte alla comunicazione, generose nei confronti degli altri, attive nella direzione dell’unità e della pace corrisponde al nostro segreto, è di questa pasta, di questo materiale che siamo fatti. E’ il DNA di Dio che ci è stato passato.

 


4. Caratteristiche della preghiera in famiglia

 

Sembra che ci siano degli aspetti della vita di preghiera che trovano particolare significato quando si prega in famiglia.


a)    La famiglia in preghiera è in grado di fare un’esperienza unica della dignità e della ricchezza incalcolabile di ogni membro della famiglia, in quanto tutti i membri della famiglia, dal più piccolo al più grande, vengono a riconoscersi figli dello stesso padre, scoprono che il loro valore non nasce dal  riconoscimento reciproco né dalle capacità personali ma da questa condizione fondante dell’esistenza che è la relazione originaria con Dio. E’ quindi un’occasione formidabile per interiorizzare il valore sacro di ogni membro della famiglia, per capire il rispetto grande con cui ognuno deve essere guardato, per evitare pericoli di oppressione o di possesso, per maturare uno sguardo di contemplazione sull’altro, come soggetto che ci sfugge in parte, nel quale si svolge una vita interiore che non sappiamo misurare e che ha la profondità di Dio, un mistero da contemplare e da servire. Insomma è luogo nel quale si scopre l’impossibilità di omologare tutti, di ridurre tutti a uno stesso modello; si coglie l’altro come diverso da te, come dono e come messaggio, che porta alla famiglia qualcosa dell’Altro per eccellenza che è Dio.A volte in casa si sfoglia insieme l’album delle fotografie e si ricostruiscono episodi ed esperienze che accomunano; nella preghiera succede qualcosa del genere, facciamo memoria della nostra storia, iscritta nel cuore di Dio e sfogliamo l’album di famiglia che Dio ci mette davanti e ci ritroviamo in lui, nel suo disegno creatore e redentore, ci vediamo nel circolo di relazioni trinitarie e scopriamo quanto ognuno è importante e unico agli occhi di Dio.


b)   
Quando si prega insieme si fa anche insieme l’esperienza della nostra finitezza, del limite e della povertà di ciascuno; c’è sempre qualcosa da chiedere, qualche caso o qualche progetto da affidare al Signore, qualche problema da risolvere e quindi si è nella condizione di riconoscere la propria vulnerabilità, i propri errori, di consegnarli a Dio e di consegnarli agli altri, di fare esperienza di riconciliazione e di mitezza. Nella discussione si fa presto a ferirsi reciprocamente ma quando certe difficoltà di rapporto o di carattere si portano insieme davanti a Dio Padre, Signore della misericordia, allora si trova il coraggio e la gioia di chiedersi e di darsi il perdono, di concedersi di nuovo la fiducia come Dio ce la rinnova, di scoprire il ministero della consolazione e della cura reciproca alla quale siamo stati chiamati. I disagi nelle relazioni spesso nascono dal fatto che vogliamo nascondere i nostri difetti, che vogliamo che gli altri abbiano di noi un’immagine positiva ed ammirata, che ci mettano sul piedistallo; la preghiera ci offre invece uno spazio di libertà ed autenticità, non possiamo metterci la maschera davanti a Dio, impariamo a riconoscere anche le nostre fatiche e i nostri errori, ad essere noi stessi, a credere che, come Dio, anche i nostri familiari ci vogliono bene per quello che siamo. Certo, se diciamo il Padre Nostro e l’Ave Maria soltanto, questo non viene fuori ma se cerchiamo di raccontare la giornata davanti al Signore, di capire come lui è stato presente e ci ha parlato, di dirgli grazie e di chiedere il suo aiuto per quello che è capitato, allora ci è possibile anche vivere una forte esperienza di sincerità e di fiduciosa libertà, di ricarica interiore e di appartenenza reciproca.


c)     Pregare insieme poi aiuta a rafforzare i legami di unità e di amore; ogni volta che si prega insieme, anche se non lo si dice espressamente, si riprende il progetto di Dio su questa famiglia, si ricorda che la missione principale è quella di costruire un ambiente di fiducia, di amicizia, di gratuità, di benevolenza. Il Sacramento che gli sposi hanno celebrato, li ha resi capaci di rendere presente l’amore infinito di Dio nell’esperienza terrena. Questa stessa missione ricade sulla famiglia intera; il compito al quale ognuno deve dedicare il meglio di sé è quello stesso di …fare famiglia, di volersi bene, di dialogare in tutta fiducia, di portare avanti un progetto comune e di essere al servizio della comunità più ampia. La missione, elemento indispensabile di ogni vita cristiana, consiste fondamentalmente nell’essere sacramento di unità e di comunione, nel rendere presente un luogo di riconciliazione, di comunicazione, di stima, di amicizia, di gioia. La famiglia che prega ha tutti i numeri per dimostrare concretamente che l’amore ha senso, che  è possibile e che porta alla serenità e alla gioia. Sappiamo che un ambiente di questo tipo è quello dove le persone dei figli si formano in maniera positiva e matura, riescono poi ad affrontare la vita e le responsabilità con serenità e forza, diventano elementi solidi e costruttivi nell’ambiente sociale. Il regalo più bello che la famiglia può fare alla società è proprio quello di creare un ambiente di fiducia e di benessere spirituale tale che ogni componente della famiglia sarà poi in grado di essere presenza significativa, serena, ottimista in qualsiasi ambiente. Come la preghiera può aiutare in questo? Credo che è un fattore di coesione notevole, che è un momento sempre  a disposizione per sostenere le motivazioni, per rinnovare gli impegni, per prendere contatto con la vocazione all’unità, per ricreare l’entusiasmo, per riprendere la lucidità del progetto di vita, in definitiva per aprire la famiglia alla presenza e all’azione di Colui che è all’opera per tessere legami di amore  e di comunione, per distribuire carismi che tendano alla crescita della famiglia come unità.


d)   La preghiera poi assolve il compito di allargare l’orizzonte della famiglia, di impedire che essa viva rinchiusa su se stessa, occupata soltanto nel garantire la propria identità e la propria comodità. Pregare vuol dire fare propri gli orizzonti di Dio, quindi acquistare una dimensione di universalità, affacciarsi alla finestra, comprendere e vivere la propria implicazione con le storie di altre famiglie, di altri popoli. Non si può guardare a Dio senza scorgere in lui tutti coloro che lui ama insieme con noi, senza considerare fratelli nostri tutti gli uomini. La preghiera è il luogo opportuno per interrogarsi sulla propria solidarietà e quindi per educarsi alla carità, all’accoglienza, all’ospitalità, alla condivisione. Il Dio di fronte al quale ci poniamo ha appunto queste caratteristiche e non si può immaginare di accogliere lui e non accogliere ciò che sente come priorità. La sua passione sono gli uomini, è la qualità di vita nei rapporti umani e quindi la famiglia che si ritrova in Dio non può non prendere sul serio queste stesse priorità. Pregando, contemplando Dio  non si può non cogliere questo suo infinito desiderio di bene, di crescita, di felicità e di pienezza per tutti i suoi figli e quindi non si può non farsene carico. La preghiera allora porta la famiglia a confrontarsi con le realtà che la circondano e che la superano, iniziando dai parenti, dai vicini, dalla comunità cristiana e civile per allargarsi fino ai grossi problemi sociali del paese e del mondo. Deve essere una preghiera alla quale si affacciano le tematiche attuali e quindi che si impegna nel ricordo e nell’azione, nelle scelte concrete di vita.


e)     Ed ecco appunto un ulteriore aspetto che vorrei presentare: la preghiera in famiglia deve generare uno stile di vita, deve essere origine di comportamenti e di scelte concrete. Proprio perché in essa circolano molti volti e molte situazioni, porta a prendere coscienza delle proprie responsabilità e possibilità e invita a essere coerenti e concreti, a non rimanere soltanto nelle buone intenzioni e nei sentimenti ma a dare spessore pratico agli ideali e alle convinzioni che Dio ti consegna. Interrogarsi davanti al Signore sulle scelte e le decisioni che prendiamo, sulle responsabilità che viviamo o che evitiamo, sul nostro coinvolgimento con i bisogni del mondo e della comunità è fondamentale per una preghiera che smuova la vita e generi scelte nuove.


f)      Per questo però la preghiera deve prendersi il lusso di invitare Gesù, è lui concretamente la traduzione umana del disegno di Dio, è lui il modello concreto, è soltanto dietro a lui che possiamo riuscire a camminare sul terreno della verità. In casa, quando si prega, non si può dimenticare che siamo di Cristo, che il riferimento principale è lui, che è lui il volto di Dio che si è fatto visibile, è la sua vita che diventa esemplare e imitabile, è la sua parola che ha la capacità di guidare ed illuminare, è  sua la buona notizia da accogliere come  indicazione del nostro futuro e delle nostre risorse, è con lui, il Risorto vivente in eterno, che possiamo percorrere il cammino della vita, è con lui che troviamo la strada della missione e della felicità, è alla scuola delle beatitudini che entriamo nel suo regno.


Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it