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Famiglia
per vocazione
per una pastorale della famiglia

Tommaso
Stenico
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1.
Valorizzare il fidanzamento
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2.
Il matrimonio come vocazione
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3.
Chi chiama è il Signore
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4.
Le «vocazioni»
del matrimonio
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5.
Orientamenti pastorali di morale prematrimoniale
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6. Educare
oggi
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7.
La
famiglia, comunità educante
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8.
Il mistero educativo della famiglia
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9.
La famiglia cristiana, comunità credente ed
evangelizzante
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10.
La famiglia cristiana, comunità in dialogo con il
mondo
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11.
La Chiesa genera la famiglia cristiana
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12. La
Chiesa edifica la famiglia cristiana
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13.
La
Chiesa educa la famiglia cristiana
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14.
La famiglia coopera a edificare la comunità
parrocchiale
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15.
La missione profetica della famiglia
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16. La
missione
sacerdotale della famiglia
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17.
La
missione regale della famiglia
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4.
Le «vocazioni»
del matrimonio
«La preparazione al matrimonio e alla famiglia non si può intendere se
non in una visione della vita come vocazione» (PFMF 2).
«Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell'essere, Dio
iscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la vocazione, e quindi la
capacità e la responsabilità dell'amore e della comunione» (FC 11).
«Senza la conoscenza e l'accoglienza del disegno di Dio sulla vocazione
umana, sull'amore e sulla sessualità, la persona umana è come incapace di
attingere la verità primordiale del suo io e del suo destino. Rischia di
andare a tentoni, cercando se mai arrivi a trovarla, benché Dio non sia
lontano da noi» (PFMF 2).
Questi riferimenti ci consentono di considerare le variabili e/o componenti
che aiutano a scoprire e definire la vocazione al matrimonio.
Dopo la riflessione teologica, che per grandi cenni ha situato il sacramento
del matrimonio nel solco del progetto di Dio sulla nuzialità, occorre ora
indulgere sugli elementi che meglio aiutano a discernere la chiamata allo
stato matrimoniale. Talvolta, infatti, pur se animati da buona volontà, e nel
desiderio di porsi all'ascolto della voce del Signore che chiama, risulta un
poco difficoltoso riuscire a discernere quale sia davvero la volontà e il
progetto di Dio sulla propria vita. I giovani, che pur in uno slancio di verità
e di onestà si sentono spinti verso le più solide e vere costruzioni
dell'amore - tra queste la famiglia e la vocazione di speciale consacrazione,
sentite come impegni totali di vita - quali figli del tempo presente, vivono e
avvertono, a volte, contraddizioni culturali e orientamenti ideologici che li
disorientano, li turbano, li rendono perplessi ad assumere decisioni così
gravi e coinvolgenti.
In loro possono subentrare sentimenti di sfiducia, di inquietudini, di vero e
proprio timore, che li porta a chiedersi se valga la pena di impegnarsi
definitivamente per il domani. La cultura del provvisorio produce infatti gli
amari frutti dello scetticismo, del disimpegno, dell'evasione.
Ecco, allora il tentativo di descrivere alcuni tratti salienti e
caratteristici di ciò che costituisce e soggiace al matrimonio cristiano, al
fine di valutarne il significato e da questo dare una risposta il più
possibile convinta, adulta, equilibrata, non emotiva alla domanda: Sono io
chiamato al matrimonio, secondo il progetto di Gesù Cristo, come stato di
vita permanente, in cui ritrovare il luogo della mia santificazione e della
santificazione del mio partner?
Tuttavia, prima di procedere secondo l'obiettivo indicato, è doveroso
premettere un'ulteriore considerazione in ordine a un'esigenza:
l'atteggiamento e la disponibilità.
È tutta questione di disponibilità e di atteggiamento.
Qualsiasi argomento che si voglia affrontare, qualunque progetto che si voglia
esaminare con serietà, soprattutto in merito alla severità della scelta, va
affrontato con la disponibilità che fu del piccolo Samuele: «Parla, o
Signore! Il tuo servo ti ascolta».
Occorre mettersi in religioso ascolto della Parola di Dio creando momenti di
silenzio per leggere, ascoltare, meditare, contemplare la Parola del Signore.
Si tratta di accogliere il Vangelo del matrimonio e della famiglia nella sua
purezza ed integrità. Bisogna saper personalizzare la Parola aprendole il
nostro io, il nostro cuore.
Allora, a somiglianza del seme della parabola evangelica, scesa nel più
intimo del nostro io, la Parola silenziosamente opera, trasformando la terra
arida dei nostri egoismi in terra generosa che produce molto frutto. È uno
scavo profondo, implacabile e - al tempo stesso - liberante: mette a nudo la
parte più intima e segreta della nostra vita, affinché l'azione santificante
di Cristo e del suo Spirito possa svilupparsi pienamente.
Questa azione personale della Parola - se fatta in sintonia con la Chiesa e il
suo magistero - diventa attiva e contagiosa.
Il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia ha un unico codice
decodificante: la sua Parola. «La Chiesa è profondamente convinta che solo
con l'accoglienza del Vangelo trova piena realizzazione ogni speranza che
l'uomo legittimamente pone nel matrimonio e nella famiglia» (FC3).
Questo cammino della lecito divina necessita inoltre di silenzio e di
preghiera. Un itinerario di fede per il discernimento della propria vocazione,
anche in ordine al sacramento del matrimonio, non può non essere anche una
esperienza graduale e progressiva di preghiera.
Paolo VI, nel discorso tenuto a Nazareth il 5 gennaio 1964, ebbe a dire: «Oh!
se nascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile e
indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori
e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh!
silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti
alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le
esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il
lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l'interiorità della vita,
la preghiera che Dio solo vede nel segreto».
E il papa Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica ai giovani e alla giovani
del mondo (1985) scrisse: «Io vi chiedo di non interrompere il colloquio con
Cristo in questa fase estremamente importante della vostra giovinezza; vi
chiedo, anzi, di impegnarvi ancora di più. Quando Cristo dice seguimi, la sua
chiamata può significare: ti chiamo ad un altro amore ancora; però molto
spesso significa: seguimi, segui me che sono lo sposo della Chiesa; vieni,
diventa anche tu lo sposo della tua sposa, diventa anche tu la sposa del tuo
sposo... Molto dipende dal fatto che voi - anche su questa via - seguiate il
Cristo».
IL MATRIMONIO: VOCAZIONE ALL'AMORE
Potrebbe apparire superfluo, o quanto meno scontato il fatto che, scrivendo di
vocazione al matrimonio si ritenga di dover far cenno anche al matrimonio come
vocazione all'amore coniugale. Eppure, se ci si guarda un poco intorno, si può
osservare - in misura sempre più preoccupata e preoccupante - quanta opacità,
quanta confusione, quante interpretazioni riduttivistiche ruotano attorno alla
parola più usata e più abusata del mondo: l'amore, appunto.
Può capitare che quando un uomo e una donna si incontrano, si sentano
irresistibilmente e reciprocamente attratti l'uno verso l'altra. Questo
iniziale e primitivo movimento o dinamica interpersonale non va confuso con
l'amore. Ciò, infatti, è fenomeno autonomo, indifferente e sordo che
risponde in prima istanza a stimoli esteriori, a sensazioni fisiche, ad
attrazione che fanno da supporto alla immedesimazione affettiva.
Non si può - ovviamente - parlare ancora di amore. È passione è desiderio,
impulso e inclinazione intima, movimento e inclinazione naturale che trova
quiete nell'incontro con l'altro desiderato. Tale movimento si manifesta in
modi vari e indefiniti come risposta personale e irripetibile di ogni
individuo nel complesso psicologico delle emozioni e sensazioni e di ciascun
soggetto, nel contesto di una polivalente realtà.
Si potrebbe forse parlare di innamoramento che conosce, di norma, queste
tappe:
- adattabilità del desiderio al bene desiderato,
- simpatia, quale prosecuzione del desiderio,
- armonia e intesa affettiva con il bene desiderato.
L'innamoramento, infatti, è il processo graduale, ma incontrollato,
assoluto e profondo, sempre nuovo e differente che sospinge un uomo verso una
donna, con il desiderio di incontrarsi per comunicare. È il razionale
seduttore che conosce solo la logica della irrazionalità.
Si potrebbe descrivere questo momento come amore-passione dove vi è una certa
opacizzazione dell'amore vero e una primitiva attrazione dei sensi. La
donazione che colui che "ama" fa di sé non è reale. Si potrebbe
dire che un tale sentimento crea un'illusione d'unione che lascia due esseri
estranei e divisi; quando una tale illusione svanisce, essi si sentono più
estranei di prima e forse con qualche disagio in più.
Una tale situazione, pur se inizialmente inevitabile, e anzi, in qualche modo,
necessaria al fine di una potenziale elettività, non può rimanere insoluta.
La embrionale convergenza tra potenza sensitiva e potenza intellettiva per la
possessione gioiosa del bene desiderato, in un paziente e graduale itinerario,
deve condurre al completamento della dinamica dell'innamoramento.
È impensabile, infatti, un innamoramento a oltranza, un innamoramento
permanente che sfuggirebbe a quella assunzione di responsabilità di un dono
reale della stessa persona fatto all'altra, di un dono fatto in tutta la sua
totalità e assolutezza.
Scrive Maritain: «La persona è innanzitutto e principalmente spirito ed è
anche come spirito che essa si da, innanzitutto e principalmente, dandosi
tutta intera. Quanto più lo spirito si eleva al di sopra della carne, tanto
più l'autentico amore, nella sua forma estrema, si eleva al di sopra
dell'amore-passione» (in Amore e amicizia).
Esso è una scelta cosciente che implica anche la ragione e la volontà. Solo
in quest'orizzonte si può parlare di evento elettivo; ed è proprio questa la
sostanziale diversificazione che corre tra innamoramento e amore.
L'amore coinvolge tutto l'uomo.
Il primo - dicevamo - come processo incontrollato, profondo, in un certo senso
irrazionale. Il secondo come evento elettivo, personale e libero, di quella
piena libertà inferiore che è scelta e decisione responsabile.
L'amore - per dirla con E. Fromm - si fa così arte: l'arte di amare, l'arte
di donare, l'arte di sentirsi vivi, perché «dare da più gioia che ricevere,
perché non è privazione, ma perché in quell'atto mi sento vivo». L'autore
citato sopra, nel suo libro L'arte di amare, dopo aver rivelato la positività
del sentimento dell'amore ne ridefinisce una immagine di attività e di
potenza, di vitalità e di ricchezza, di dono.
E. Mounier sostiene questo concetto e questo valore di amore invitando a
guardare a questo sentimento nobilissimo come:
§
uscire da sé per diventare disponibili agli altri. Solo colui che ha liberato
se stesso rinunciando a sé e al proprio egoismo può concorrere alla
liberazione degli altri e del mondo. E questo è amore;
§
comprendere: transitare, cioè, dal proprio punto di vista per porsi dal punto
di vista dell'altro, non cercando nell'altro un altro se stesso, ma un
abbraccio, un atto di accettazione, di fusione, pur nella propria singolarità
personale;
§
prendere su di sé: assumere il destino, le sofferenze, le gioie, il dovere
dell'altro, in una piena partecipazione di solidarietà, pur senza tuttavia
sostituirsi all'altro, senza voler rendersi "'salvatore"
dell'altro, ma consentendogli il debito e legittimo spazio di itinerario e di
autonomia senza atteggiamenti manipolativi;
§
dare: dare con generosità o gratuità senza speranza di ricambio, in una
economia di offerta, non di calcolo o compensazione; la generosità dissolve
l'opacità e annulla la solitudine del soggetto, anche quando non trova
risposta. È qui il valore liberante del perdono e della fiducia;
§
essere fedele: l'avventura della persona è una dinamica che va dalla nascita
alla morte. Fedeltà e amore sono perfetti solo nella continuità, che è un
rigenerarsi continuo, dove l'oggi contiene meno del domani.
A ben vedere l'amore è voler amare; è ridecidere ogni giorno e ogni momento.
L’amore non è mai pienamente raggiunto, mai perfetto, sempre perfettibile.
Ogni giorno si ridefinisce volontariamente; ogni giorno si rinnova la scelta
pur nella novità dei suoi possibili cambiamenti, nella riaccettazione del
bene amato.
Un tale amore, una tale arte d'amare comporta inevitabilmente una
predisposizione psicologica e spirituale al sacrificio. Una visione robusta e
autentica dell'amore non può escludere il sacrificio allo stesso modo che il
sacrificio non può escludere l'amore. Qui il termine sacrificio non è inteso
nell'accezione pressoché comune del sacrificarsi, mortificarsi, rinunciare;
in questo contesto esso risponde alla sua etimologia che chiarifica il senso
dell'offrire ciò che si ha di più sacro.
L'amore grande è proprio di colui che è disposto a offrire la propria vita.
Occorre - a tal fine - rieducare l'amore nella dinamica del sacrifìcio/offerta.
Si tratta di assumere la relazione uomo-donna come simbolo di reciproca
offerta. Un'offerta totale, incondizionata, irreversibile, indissolubile,
fedele di corpo e spirito. È una questione di itinerario verso l'adultità,
l'equilibrio, la maturità della persona e tra persone. È un cammino che
fonda la sua speranza e le sue attese - lo diremo ancora - su un rapporto
sempre più profondo con sue certe assunzioni di responsabilità, certe scelte
hanno senso solo se attuate all'interno di un cammino di fede e quindi di
disponibilità all'azione dello Spirito Santo. Per questo occorre pregare,
occorre un confronto e un sostegno che proviene dalla Parola di Dio e dai sacramenti,
soprattutto dal sacramento della riconciliazione e dell'Eucaristia.
Non si può dimenticare che la fonte dell'amore è lo Spirito di Dio, perché
Dio è amore.
IL MATRIMONIO: VOCAZIONE ALL'INTER-PERSONALITÀ
Non appaia fuorviante se si asserisce che vocazione al matrimonio significa
anche vocazione a essere pienamente uomo e donna. Fondare il matrimonio sulla
vocazione, sulla libertà, sul primato della persona significa riconoscergli
quella natura di strumento di comunione e di maturazione personale che sono la
struttura portante dello stesso istituto del matrimonio.
Diviene allora indispensabile accantonare la pervicace concezione del
matrimonio come fine-termine di qualche cosa per riguadagnare il senso
dinamico di progetto di vita, perseguito mediante una comunione d'amore in cui
ci si riconosce pari: l'uno e l'altra soggetti di un processo comune di
crescita che non consente strumentalizzazioni di sorta.
La sessualità appare qui in tutta la propria ampiezza e pienezza di strumento
espressivo della globalità della persona e insieme di segno della propria
totale disponibilità.
L'arricchimento interpretativo ci giunge direttamente dal magistero del papa
Giovanni Paolo II: «Occorre ritrovare continuamente in ciò che è erotico il
significato sponsale del corpo e l'autentica dignità del dono... Se non si
assume tale compito... l'uomo, maschio e femmina, non sperimenta quella
pienezza dell'eros che significa lo slancio dello spirito umano verso ciò
che è vero, buono e bello» (13 novembre 1980).
Tutto ciò non può avvenire se non in una prospettiva di durata: non si
esauriscono infatti le potenzialità pressoché infinite dell'amore nei soli
giorni della passione iniziale; né può considerarsi concluso un cammino
soltanto per gli ostacoli che possono sorgere nel suo corso. Anzi: il
confronto delle personalità - che è stimolante e costruttivo — se si attua
nella reciproca accoglienza, nel rispetto reciproco, nell'accettazione delle
differenze complementari, ha bisogno di tempo, di occasioni, di comuni scelte
per farsi comunione sempre più profonda e mai del tutto consumata.
Riscoprire questa valenza del matrimonio, come rapporto interpersonale
privilegiato fra uomo e donna può anche significare dare una diversa base
agli aspetti giuridici, religiosi e istituzionali che lo regolano, intendendoli
non più e non solo come un intervento esterno della società a difesa di
certi propri diritti, ma piuttosto come strumenti di salvaguardia e in modo
particolare di promozione delle qualità intrinseche del matrimonio come
servizio alla persona.
Quando la comunità matrimoniale diventa davvero servizio alla persona?
È arduo e complesso tentare di dare delle risposte applicabili alle
differenti situazioni. Occorre privilegiare la strada - anche se più lunga -
della descrittività delle relazioni che di fatto si creano all'interno della
coppia.
Diventare coniugi è un cammino che non può non prevedere continui mutamenti
di equilibrio e di maturazione al fine di pervenire a quella che
opportunamente si definisce comunità familiare. Nel periodo
dell'innamoramento e dell'amore iniziale l'unità appare facile; vi è grande
omogeneità di vedute, di valutazioni, di interessi, di disponibilità.
L'aggressività e la conflittualità sono praticamente assenti. Perché? Perché
la motivazione di fondo è supportata dal bisogno-di-stare-insieme. Molto
spesso si sta con, perché si è incapaci di stare senza.
Ovviamente questo modello di dipendenza non può aiutare le persone. La
crescita sarebbe così bloccata. È indispensabile - nell'itinerario arduo e
complesso del crescere - scoprire la propria sana autonomia che è capacità
di essere pienamente se-stessi-sempre: a ogni livello. Una differenziazione di
comportamento, non significa meno-bene; il vedere le cose in ottica personale,
non vuol dire meno amore.
È solo in questo orizzonte che assume significato vero il concetto di
comunione coniugale, che si realizza nella accettazione fiduciosa delle
differenze e delle autonomie individuali, nell'accettazione del confronto e
delle diversità, nell'ascolto reciproco.
La vera comunione coniugale è frutto della maturità e della responsabilità
delle persone che hanno superato la paura di essere abbandonate. Relazioni
di questo tipo fanno della famiglia un luogo di crescita e di promozione
autentica.
La via regia è ancora il cammino dell'amore. Un amore che si snoda da un
amore-da-deficienza, per il quale il partner viene percepito come conferma ai
propri bisogni, per giungere a un amore-per-l'essere, che riconosce
l'esistenza dell'altro nella sua unicità e irripetibilità. L'altro da
accogliere per quello che è, e non per quello che mi può dare. Non ti amo
perché mi fai star bene, ma perché ti accolgo come sei e voglio il tuo bene.
La comunità coniugale cristiana, se vuole rispondere alla sua vocazione e al
suo compito deve diventare scuola d'amore; l'amore è segno credibile e
rimando comprensibile al Dio che è amore.
Quali sono gli obbiettivi didattici, a medio e a lungo termine, di questa
scuola d'amore al fine di maturare una autentica vocazione all'inter-personalita?
L'economia di questo sussidio non permette una trattazione esaustiva di un
tema tanto appassionante e vasto; saranno qui sufficienti alcuni accenni
descrittivi, che suppongono, comunque, un approccio sistematico e paziente,
coraggioso e obiettivo.
La comunione inter-personale suppone una serie di accettazioni reciproche e
scambievoli:
1. Accettazione delle differenze
complementari. È l'accettazione dell'essere uomo, dell'essere donna con tutto
ciò che questo significa in ordine alla psicologia della persona:
temperamento, carattere, sentimento, affettività, indole, interessi,
attitudini, valori... Si tratta di saper accogliere e accettare il partner per
quello che è, per ciò che ha.
2. Accettazione della memoria
storica. E l'accettazione del vissuto e del bagaglio culturale e storico
dell'altro/a. Accoglienza, quindi della vita vissuta fino al momento
dell'incontro di relazione: l'educazione, la cultura, il modo di considerare
le cose, il valore religioso, i progetti, le aspirazioni, i desideri. Nella
consapevolezza che, fondamentalmente, i tratti significativi appresi nella
loro dimensione storica, non subiranno grandi mutamenti.
3. Accettazione della persona nella sua originalità irripetibile. È
l'accettazione della persona come personale universo. Accogliere, cioè,
quella persona come unica, come la sola a cui dare il proprio amore, la
propria attenzione, la propria premura, il proprio rispetto. Ancora: a fronte
di una responsabile scelta, occorre che vi sia la consapevolezza che non è
possibile scegliere altri che quella persona per amarla e onorarla finché
morte non separi e ad essa consegnarsi, donare, cioè, se stessi, la propria
vita, la propria realtà più intima. Se non è scontata la capacità di darsi
all'altro, non lo è neppure la disponibilità a ricevere l'altro.
Tra le modalità strumentali, nelle quali si concretizza l'intenzionalità di
accettazione, di accoglienza e di comunione dei partner un valore del tutto
speciale ha la comunicazione, al punto tale che la qualità della
comunicazione e del dialogo rivela lo stato di salute di una coppia in
relazione.
Non dovrebbe creare difficoltà accettare il fatto che per accogliersi davvero
è indispensabile conoscersi. E per conoscersi è altrettanto indispensabile
rivelarsi: parlare di sé, autorivelarsi, comunicare le proprie idee, i propri
interessi; esprimere i valori in cui si crede, le proprie speranze, le proprie
attese... Parlare delle proprie convinzioni, del proprio passato, dei propri
progetti, dei propri modi di vedere le cose... La reciproca autorivelazione
diventa così occasione di conoscenza scambievole tra i partner e rende
interessante il rapporto, ponendolo al riparo dalla noia, dalla monotonia,
dall'abitudine.
Per giungere a un tale traguardo occorre superare alcune paure o timori:
- il timore di essere fraintesi,
- il timore di essere valutati,
- il timore di non essere accettati.
Soprattutto nella fase iniziale di una relazione di coppia queste paure
possono giocare un ruolo decisivo. Piace a tutti, per farsi accettare,
nascondere qualche tratto della propria personalità o non metterlo in
evidenza.
Non è questa la via che conduce a scegliersi. Occorre avere il coraggio della
verità. È meglio correre dei rischi in fase iniziale, nella consapevolezza
che chi compie la scelta, la compie a ragion veduta: sceglie, cioè, proprio
quell’universo personale a cui donarsi e abbandonarsi completamente, senza
riserve.
Una seconda modalità strumentale per pervenire alla conoscenza, mutuata dalla
comunicazione e dal dialogo, è la capacità di ascolto. Tra l'altro saper
ascoltare è l'abilità comunicativa che ci viene richiesta quando viviamo il
ruolo di ricevente del messaggio e della persona.
Ascoltare in maniera empatica significa fare il vuoto dentro, perché l'altro
possa aprirsi in tutta la sua unicità senza doversi adattare alle nostre
attese o alle nostre valutazioni.
Ascoltare non è giudicare, interpretare, generalizzare, identificare,
consigliare. Ascoltare è «porgere l'orecchio con animo tranquillo, con
l'anima aperta, in attesa, senza passione, senza desiderio, senza giudicare,
senza opinioni» (H. Hesse, in Siddhartà].
Ha scritto Bonheffer: «Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di
ascoltare. Come l'amore di Dio incomincia con l'ascoltare la sua Parola, così
l'inizio dell'amore sta nell'imparare ad ascoltare il fratello. Chi non sa
ascoltare a lungo e con pazienza, parlerà senza toccare veramente l'altro; e
infine non se ne accorgerà nemmeno più» (in La vita comune).
IL MATRIMONIO: VOCAZIONE ALL'UNITÀ
L'espressione biblica una sola carne non è da intendersi nel significato
restrittivo ed esclusivo di unione carnale tra gli sposi. Essa ha un
significato molto più ampio e include tutti gli elementi che costituiscono il
rapporto tra marito e moglie: corpo e anima, sentimenti, amore, solidarietà,
così da formare come un solo essere indivisibile. Nel disegno di Dio, perciò,
il matrimonio è l'intima comunione d'amore e di vita tra marito e moglie che
fa di essi una realtà nuova, stabile, indissolubile.
La legge che fonda il matrimonio è stata iscritta da Dio stesso nella natura
più profonda dell'uomo e della donna. Attraverso il patto coniugale essi
reciprocamente si danno e si ricevono sino a formare un unico essere nuovo. «L'intima
comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore con leggi proprie,
è stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall'irrevocabile consenso
personale; deriva da ciò un vincolo sacro: un vincolo che non dipende
dall'arbitrio dell'uomo perché Dio stesso è l'autore del matrimonio» (GS
48).
Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio scrive: «La prima comunione è
quella che si instaura e si sviluppa tra i coniugi: in forza del patto d'amore
coniugale, l'uomo e la donna non sono più due ma una carne sola (cf. Mt 19,
6) e sono chiamati a crescere continuamente nella loro comunione attraverso la
fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale.
Questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale complementarità
che esiste tra l'uomo e la donna, e si alimenta mediante la volontà personale
degli sposi di condividere l'intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò
che sono: perciò tale comunione è il frutto e il segno di una esigenza
profondamente umana. Ma in Cristo Signore, Dio assume questa esigenza umana,
la conferma, la purifica e la eleva; lo Spinto Santo, effuso nella
celebrazione sacramentale, offre agli sposi cristiani il dono di una comunione
nuova d'amore, che è immagine viva e reale di quella singolarissi-ma unità,
che fa della Chiesa l'indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù.
Il dono dello Spirito è comandamento di vita per gli sposi cristiani, ed
insieme stimolante impulso affinché ogni giorno progrediscano verso una
sempre più ricca unione tra loro a tutti i livelli - dei corpi, dei
caratteri, dei cuori, delle intelligenze e delle volontà, delle anime
rivelando così alla Chiesa e al mondo la nuova comunione d'amore, donata
dalla grazia di Cristo» (FC 19).
Se può aiutare una riflessione ancora, si può aggiungere: nella preghiera
sacerdotale di Gesù, egli prega e chiede di essere una sola cosa con Dio.
Non dice di avere un solo Dio. Analogamente si può dire che l'unità non si
riduce ad avere una sola moglie, un solo marito, ma ad essere una sola cosa
con lui, con lei. La comunione con le persone non porta ad avere, ma ad
essere-una cosa-sola con lui-con lei.
Emmanuel Mounier nel suo libro Il
personalismo invita a uscire da sé per diventare capaci di disponibilità
nei confronti degli altri. «Solo colui che ha prima liberato se stesso può»
essere capace di unità comprendendo l'altro/a, «abbracciando la sua
singolarità con la mia singolarità in un atto di accettazione e in uno
sforzo di fusione. Essere tutto per il partner, senza cessare di essere ed
essere me stesso» (p. 50).
Nell'amore trova unità la vita dei coniugi, le loro anime, i loro corpi. Il
matrimonio, pertanto, è costante ricerca dell'unità e della pienezza unitiva.
Continuamente cercata, perché mai definitivamente ritrovata, l'unione
coniugale instaura nel matrimonio una circolarità interna perfettiva che,
mentre alimenta l'amore, dall'amore è alimentata e perfezionata
La vocazione all'unità chiama i partner a mettere in comune tutto ciò che
sono e tutto ciò che essi hanno. Il papa Giovanni Paolo II nell'omelia alla
messa per le famiglie a Kinshasa ha detto che tale impegno è il contratto più
audace che esista e nello stesso tempo il più meraviglioso. In termini
concreti si può dire che la comunione della coppia affonda le sue radici
nella stessa naturale differenza e complementarità sessuale che consente
all'uomo e alla donna di essere una sola carne.
Inoltre tale comune-unione è corroborata dal libero e responsabile impegno
dei partner di mettere in comunione la propria stessa vita.
Eppure non può passare sotto silenzio il fatto che «la radice ultima, da cui
scaturisce e a cui continuamente si alimenta la comunione della coppia non sta
soltanto nell'amore dell'uomo verso la donna e viceversa...; sta nel dono
dello Spirito...» (cf CCCD).
L'apostolo Paolo nella stupenda pagina destinata a illustrare il grande
sacramento del matrimonio sottolinea come la forza della comunione non sia un
semplice frutto della carne e del sangue, ma sia una partecipazione viva dello
stesso mistero salvifico di Dio che in Cristo ama e crea l'unità del genere
umano (cf Ef 3,3-4).
Verrebbe spontaneo l'affermare che l'amore umano da solo non basta. La volontà
dell'amarsi, dell'accogliersi, del donarsi, dello stare insieme non è
soltanto frutto di volontà. Paolo VI - rivolgendosi a numerose coppie dell'Equipes
Notre-Dame - ebbe a dire: «Se la fonte umana rischia di disseccarsi, la fonte
divina è altrettanto inesauribile quanto le profondità del mistero
insondabili dell'affetto di Dio. Di qui possiamo capire verso quale
comunione intima, forte e ricca, tenda la carità coniugale...».
La coscienza profonda di questo dono-aiuto di Dio per sostenere, incrementare,
corroborare l'unità e la comune-unione della coppia e nella coppia non
elimina ma anzi stimola e provoca la libertà responsabile dei partner, perché
con animo volenteroso accettino la nobile fatica di cementare giorno dopo
giorno la vita di coppia sulla base di una comunione armonica sempre più viva
e forte.
Ma tale dono va chiesto nella preghiera, fregare per l'amore, pregare per
l'unità, pregare per la comunione, è un imperativo assoluto.
L'ha fatto Gesù nell'ultima cena, elevando la sua preghiera al Padre perché
tutti siano una cosa sola (cf Gv 17,21).
IL MATRIMONIO: VOCAZIONE ALLA FEDELTÀ E ALLA INDISSOLUBILITÀ
Secondo il progetto divino il matrimonio è altresì una comunione d'amore
indissolubile. «Io N. accolgo te N. e prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita».
Il sì che gli sposi hanno pronunciato quali ministri del sacramento non ha
solo o soprattutto un valore cronologico. Esso costituisce il fondamento e la
sorgente di una nuova condizione di vita che, in virtù del sacramento
celebrato, i coniugi sono chiamati a condividere per vivere nel Signore.
Il significato del patto coniugale è così delineato dal Concilio Vaticano
II: «L'intimità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e
strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale, vale a dire
dall'irrevocabile consenso personale» (GS 48).
La Chiesa non è insensibile di fronte alle difficoltà che possono derivare
dall'assunzione di vincoli definitivi. «A quanti ai nostri giorni ritengono
difficile o addirittura impossibile legarsi a una persona per tutta la vita e
a quanti sono travolti da una cultura che rifiuta l'indissolubilità
matrimoniale e che deride apertamente l'impegno degli sposi alla fedeltà, è
necessario ribadire il lieto annunzio della definitività di quell'amore
coniugale che ha in Gesù Cristo il suo fondamento e la sua forza» (FC 20).
Non si può mai disattendere il fatto che il dono sacramentale del matrimonio
è vocazione e comandamento, indirizzati l'una e l'altro a una responsabile
libertà.
L'indissolubilità e la fedeltà matrimoniale può trovare fondamento nel
concetto ontologico di indissolubilità?
Al di là e prima ancora del suo fondamento sacramentale e giuridico-canonico,
la ragione della indissolubilità deriva dallo statuto stesso del matrimonio.
Infatti il matrimonio è l'unione dell'uomo e della donna nella sua pienezza.
Ora tale unione non sarebbe piena se non fosse costituzionalmente e
naturalmente indissolubile. Non sarebbe piena se psicologicamente fossero
avanzate ipotesi di fine o di scadenze o di ragionamenti del tipo: se non
funziona, me ne vado.
Gli stessi rapporti personali dei coniugi non sarebbero pieni e disponibili.
Si nutrirebbero remore, riserve, perplessità, attese. Sarebbe assai difficile
donare se stessi, in piena libertà e verità, al partner.
Come pensare di giocare tutta la propria vita, di investire tutte le proprie
energie - corpo e anima - in un contesto di provvisorietà?
Dunque la considerazione del matrimonio nella sua ideale possibilità di
pienezza comporta l'unicità dell'unione. Unicità che significa totalità. È
in questo elemento volitivo che risiede la pienezza dell'unione. È quel
quotidiano farsi coniugi per il raggiungimento di questo fine.
E solo in questo contesto che prende corpo la volontà di coltivare l'altro in
modo che non gli manchi nulla, anzi volontà di vivere una solidarietà
radicale, a oltranza, in un'adesione piena, dinamica e quotidiana. Così la «fedeltà
non è solo esclusione del tradimento e dell'adulterio, ma essere fedele a
lui/lei come è nella sua personalità e storia» (PFMP 6).
Per dirla con Emmanuel Mounier è «prendere su di sé, assumere il destino,
la sofferenza, la gioia del partner, fedeltà è generosità o gratuità,
L'economia della persona è una economia di offerta, non di compensazione o di
calcolo. La generosità dissolve l'opacità e annulla la solitudine del
soggetto, anche quando non trova risposta, avventura della persona è
un'avventura continua dalla nascita alla morte; fedeltà alla persona, amore,
amicizia, sono perfetti soltanto nella continuità; quella continuità che non
è un di più, una ripetizione uniforme come quella della materia o della
generalità logica, ma un risorgere continuo. La fedeltà personale è una
fedeltà creatrice» (in Il personalismo, p. 51).
Sul piano dell'analisi personalistica l'aspetto che appare più interessante
è proprio quello dell'amore come tendenza a trascendersi, tendenza
all'infinito. Ma un tale amore, per essere attuato in pienezza e libertà
domanda, appunto una libertà ulteriore, libertà da passioni, da
condizionamenti, dagli istinti.
L'amore umano implica anche la ragione ed è quindi, assunzione di
responsabilità nei confronti del tu, un'accoglienza piena e definitiva
dell'altro, di tutto quello che è l'altro: i suoi limiti, il suo passato, il
suo futuro, anche se denso di incognite.
Nell'amore l'io
si rivolge al tu guardando a questo tu nella sua identità, singolarità,
irripetibilità. L'uomo, per le sue facoltà spirituali, è essenzialmente
apertura, comunicazione, dono di sé e si realizza pienamente come uomo solo
amando e nella misura in cui egli ama. Ciò vale soprattutto per chi si sente
amato. Infatti, avendo la persona sempre coscienza di sé come valore, riesce
a prendere coscienza sperimentale del proprio valore, sente di contare per
qualcuno soprattutto quando si sente amata di amore personale.
L'indissolubilità fonda la sua essenza proprio su questo amore personale
piuttosto che su una esigenza istituzionale.
Un amore maturo invoca l'assunzione di un impegno indissolubile. Solo così
l'amore dichiarato avrà e darà garanzia non di un: ti amo perché..., ma di
un convinto ti amo, ti voglio bene, e voglio il tuo bene!
È soltanto quando si ha e si da sicurezza di non scadenze che una persona
sarà a fianco del partner sempre e comunque.
Allora una persona crederà, avrà fiducia e saprà porre gesti e segni aperti
sull'eternità.
E. Mounier scrive ancora, a tal proposito: «Una persona non raggiunge la sua
piena maturità se non nel momento in cui sceglie qualcosa cui restare fedele».
Si tratta di superare la logica del dono di qualche cosa, ma scegliere e
decidere in modo incondizionato la via del dono di se stessi alla persona
amata. Per questo motivo l'amore è di per sé irreversibile.
La fedeltà e l'indissolubilità sono, pertanto, una esigenza profonda
dell'amore umano.
IL MATRIMONIO: VOCAZIONE ALLA FECONDITÀ
«Con la creazione dell'uomo e della donna a sua immagine e somiglianza, Dio
corona e porta a perfezione l'opera delle sue mani; egli li chiama a una
particolare partecipazione del suo amore e del suo potere di Creatore e
Padre, mediante la loro libera e responsabile cooperazione a trasmettere il
dono della vita» (FC 28).
La vocazione al matrimonio è quindi vocazione all'amore. Questo amore tra
gli sposi ha caratteristiche sue proprie, che lo difendono dal pericolo di
trasformarsi in attrattiva erotica egoisticamente coltivata destinata a
svanire presto e miseramente» (GS 49).
Secondo l'enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, sono queste le note
caratteristiche dell'amore coniugale:
§
amore pienamente umano, cioè
al tempo stesso sensibile e
spirituale; non quindi
solo trasporto
dell'emozione, ma atto della volontà destinato a far crescere gli sposi nella
gioia della comunione;
§
amore totale, nel senso che
conduce gli sposi a condividere generosamente ogni cosa, senza indebite
riserve e calcoli egoistici;
§
amore fedele ed esclusivo, dal momento del reciproco, libero consenso
dinanzi a Cristo e alla comunità, fino al giorno della morte;
§
amore fecondo che non si esaurisce nella unione sessuale tra i coniugi, ma
rimane aperto alla vita.
Tre, allora, sono le articolazioni del concetto di fecondità:
- fecondità dell'amore coniugale,
- fecondità dell'amore procreativo,
- fecondità dell'amore a servizio della vita.
1. fecondità dell'amore coniugale
La fecondità, prima ancora che all'estremo, e più propriamente nella
dimensione procreativa, si manifesta all'interno della coppia. L'essere
sposati in Cristo ha una sua prima fecondità nell'essere vita l'uno dell'altro.
Il patto coniugale è legame destinato a far vivere. Essere è amare. «L’uomo
non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile,
la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non si
incontra con l'amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi
partecipa vivamente» (KB. IQ).
Questo - se vale per ogni uomo - vale in modo del tutto singolare per due
persone che hanno scelto di vivere la loro vita insieme. L'amore è il
principio interio-re che costituisce la coppia quale comunità che intende
vivere in comunione; è la forza interiore, vigorosa e soave che la sostiene
nella prova e la rende felice nella gioia. L'amore è l'anima della coppia.
Ma non tutti conoscono la difficile arte d'amare!
Ecco l'impegno: i coniugi debbono mantenere fecondo il loro amore
verificandolo oltre ogni prospettiva parziale « nella luce di una visione
integrale dell'uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma
anche soprannaturale ed eterna» (HV 7).
«L’uomo è chiamato all'amore in questa totalità unificata» (FC 11).
Nutrire l'amore, renderlo fecondo significa sostenerlo e corroborarlo con i
gesti della quotidianità:
- la paziente scuola della conoscenza scambievole,
- l'accettarsi reciproco, rispettoso e incondizionato,
- l'aiuto vicendevole, l'ascolto attento, il dialogo e la comunicazione,
-la premura e la solidarietà, che si manifestano quanto prima e al di sopra
delle proprie urgenze, sensibilità, interesse attivo, attenzione costante,
- la fiducia sincera, la confidenza leale,
- il dono di sé in una reciprocità di offerta fino alla non esclusione del
sacrificio.
Solo così, una dichiarazione d'amore, intesa come evento elettivo, interpreta
il vero significato del voler bene, dell'amare: «Voglio il tuo bene». È
questo l'amore fecondo !
2. Fecondità dell'amore procreativo
La seconda fecondità è quella che effonde amore e vita al di fuori, perché
viva qualcun'altro.
«Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva,
gli sposi tendono alla comunione dei loro esseri in vista di un mutuo
perfezionamento personale, per collaborare con Dio alla generazione e
all'educazione di nuove vite» (HV 8).
I coniugi sono cooperatori
dell'amore di Dio, Creatore della vita. Perciò «compito fondamentale della
famiglia è il servizio alla vita, il realizzare lungo la storia la
benedizione originaria del Creatore, trasmettendo nella generazione l'immagine
divina da uomo a uomo» (FC28).
E la Gaudium et spes afferma: «Il vero culto dell'amore coniugale e tutta
la struttura familiare che ne nasce, senza trascurare gli altri fini del
matrimonio, a questo tendono: che i coniugi - con fortezza d'animo - siano
disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso
di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia» (GS 50).
La coppia che si ama, la coppia che ama, ama la vita, è aperta al suo
perpetuarsi e al suo crescere: non teme il futuro perché l'amore la radica
nella certezza. La grande tentazione odierna del ripiegamento ossessivamente
individualistico su se stessi, sui propri problemi, sulla cosiddetta qualità
della vita, illuministicamente intesa, non soltanto uccide la vita, ma
uccide la capacità d'amare.
L'amore fecondo e procreativo della coppia cristiana assume non soltanto il
significato di una sfida alla morte e al futuro, ma anche quello di profezia
di un mondo nuovo e diverso, fondato sulla preminenza dell'essere, più che
dell'avere, del dare più che del ricevere e/o possedere.
Il matrimonio dei cristiani, il matrimonio sacramento è pietra non
marginale di questa storia poiché è testimonianza e vivente immagine del
Dio che si fa carne, del Dio che si dona per amore, del Dio che ama la vita.
3. Fecondità dell'amore a servizio
della vita.
Essendo i coniugi cooperatori dell'amore di Dio, Creatore della vita «il
compito fondamentale della famiglia è il servizio alla vita» (FC 28). Per
questo il servizio alla vita già nata, come a quella palpitante nel grembo
materno, quella giovane e sana, come quella senescente, inferma, minorata, è
un servizio in sé sacro. Se poi questa vita è inserita in Cristo, con il
sacramento del battesimo, diventa tempio dello Spirito Santo. Quindi la
mulilazione della vita umana per egoismo, la sua uccisione violenta e
cosciente sono severamente proibite dall'autore della vita. Egli è la «sorgente
della vita» (Sal 36,10).
Quando e come una coppia cristiana si pone a servizio della vita?
§
Quando promuove con ogni mezzo
e difende contro ogni insidia la vita umana, in qualsiasi condizione e
stadio di sviluppo si trovi;
§
quando, pur nel contesto di una cultura che gravemente deforma o
addirittura smarrisce il vero significato della sessualità umana, vive e
presenta la sessualità come valore e compito di tutta la persona creata a
immagine di Dio;
§
quando, generando nell'amore e
per amore una nuova persona, i genitori si assumono il compito di aiutarla
efficacemente a vivere una vita pienamente umana e cristiana;
§
quando i genitori sono consapevoli del loro diritto-dovere educativo
qualificato come essenziale, originale, insostituibile e inalienabile;
§
quando la coppia, che nella fede riconosce tutti gli uomini come figli del
comune Padre dei cicli, allargherà il proprio amore al di là dei vincoli
della carne e del sangue, sviluppando un concreto servizio verso i bisognosi e
i deboli;
§
quando, in forza del proprio ministero cristiano, che deriva dai sacramenti
del battesimo, della cresima e del matrimonio ed è sostenuto e corroborato
dall'Eucaristia, i genitori sono i primi araldi del Vangelo presso i figli,
mediante la testimonianza della vita, generandoli così alla vita dello
Spirito.
«In tal modo si dilata enormemente l'orizzonte della paternità e della
maternità delle famiglie cristiane: il loro amore spirituale fecondo è
sfidato da queste e da tante altre urgenze del nostro tempo» (FC 41).
IL MATRIMONIO: VOCAZIONE A ESSERE CHIESA DOMESTICA
«Nel disegno di Dio creatore e redentore, la famiglia scopre non solo la sua
identità - ciò che essa è - ma anche la sua missione - ciò che essa può
e deve fare -. E poiché secondo il disegno divino, è costituita quale intima
comunità di vita e d'amore, la famiglia ha la missione di diventare sempre
più quello che è, ossia comunità di vita e d'amore, in una tensione che -
come ogni realtà creata e redenta — troverà il suo compimento nel Regno di
Dio» (FC 17).
La famiglia cristiana rivive in sé e manifesta il mistero della Chiesa
proprio attraverso il matrimonio-sacramento celebrato nella comunità
ecclesiale; vive la sua identità e svolge efficacemente la sua missione con
il nutrimento spirituale dell'Eucaristia e la grazia della riconciliazione.
Per questo il Concilio ha qualificato la famiglia cristiana come una chiesa
domestica (LG 11). I membri del corpo mistico di Cristo, in forza del battesimo
e degli altri sacramenti, diventano segni viventi dell'amore di Cristo. I
coniugi e la famiglia cristiana, in forza del sacramento del matrimonio
diventano segno di questo stesso amore con una loro specificità: «Gli sposi
cristiani partecipano all'amore cristiano in modo originale e proprio, non
come singole persone, ma assieme, in quanto formano una coppia» (ESM 34).
Dove c'è Cristo, lì c'è la Chiesa. Poiché il sacramento unisce
indissolubilmente l'uomo e la donna nel nome di Cristo, egli è presente tutti
i giorni in mezzo a loro. Dove c'è lui con gli uomini, lì c'è la Chiesa.
Allora la famiglia - proprio per questa presenza misteriosa, ma reale del
Signore Gesù in mezzo agli sposi - costituisce il volto domestico di
Chiesa.
In questo senso la famiglia cristiana ha una sua profezia. Annunzia vivendo
l'amore di Dio, manifestandosi nello sposalizio fecondo di Cristo con la sua
Chiesa. Di esso è segno e rappresentazione. È memoria vivente che si fa
liturgia nella pazienza quotidiana, nella sopportazione reciproca.
In questo contesto il papa Giovanni Paolo II scrive: «Posto così il
fondamento della partecipazione della famiglia cristiana alla missione
ecclesiale», il suo contenuto è corroborato dal «triplice e unitario
riferimento a Gesù Cristo profeta, sacerdote e re», per cui si può parlare
della famiglia cristiana come:
- comunità credente ed evangelizzante,
- comunità in dialogo con Dio,
- comunità al servizio dell'uomo (FC 50).
E in questo contesto che ha senso sposarsi in chiesa. « II senso del
matrimonio in chiesa è che la coppia riconosce nel proprio amore il segno e
la presenza di un dono più grande, l'amore di Dio che salva. Il sacramento
del matrimonio rivela e offre in dono la novità portata da Cristo.
§
L'amore coniugale non è estraneo all'amore di Dio, dice la presenza amante
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Due battezzati non possono
suggellarlo senza celebrarne il sacramento con gratitudine al Signore che ama
per primo e invita a condividere il suo dono d'amore per comunicarlo agli
altri.
§
Il patto d'amore coniugale
trova nel sacramento come un'apertura a nuove dimensioni: gli sposi diventano
l'uno per l'altro dono e comunicazione di Dio.
§
Gli sposi diventano, come
coppia coniugale, una cellula della Chiesa, una Chiesa domestica, profezia vivente
della civiltà dell'amore e segno del regno che viene ogni giorno » (PFMF
7).
I giovani che si interrogano in ordine alla loro chiamata eventuale al
matrimonio e al matrimonio sacramento debbono avvertire acuto e profondo il
senso della sacramentalità del patto e dell'alleanza che li attende e non
possono porre in secondo piano la realtà che si configurerà proprio per il
loro farsi coniugi nel Signore. Questo ideale trasformerà il nucleo familiare
in Chiesa domestica, in Chiesa presente nella casa, dove i coniugi sono
sacerdoti, testimoni di grazia l'uno all'altro e, insieme, verso i figli.
Il rapporto tra Cristo e la Chiesa dona luce e conforto al rapporto tra
l'uomo e la donna coniugati, santificandolo e rendendo la famiglia un segno
eucaristico:
§
perché nella famiglia c'è vicendevole santificazione,
§
perché la famiglia è il luogo del dono gratuito e segno di carità,
§
perché la famiglia è segno di unità fra uomo e donna; unità di destino
in quelli che condividono la vita, appunto in coloro che sono chiamati
consorti; unità nelle diverse vicende che costituiscono il ritmo
quotidiano.
La famiglia, quale Chiesa domestica, è invitata a vivere
la propria esperienza umana come Eucaristia, come sacrificio offerto a Dio e a
lui gradito, come culto spirituale.
L'apostolo Paolo raccomanda di non conformarsi alla mentalità del mondo,
perché questo suggerisce di vivere esattamente il contrario dell'oblazione.
Invece, colui che si fa coniuge nel Signore, tutto quello che compie in
famiglia deve compierlo nel nome del Signore in continua offerta di lode e di
amore.
La prima comunità cristiana di Gerusalemme dopo la pentecoste dovrebbe
ispirare lo stile di vita di ogni comunità familiare cristiana.
1. Ascoltavano gli insegnamenti degli apostoli. Occorre dare spazio
all'ascolto della Parola, alla evangelizzazione, alla catechesi,
all'apprendimento dei valori connessi con la fede. Fonte di tutte le virtù è
la Parola di Dio. Tradotta nella vita porta a vivere, in parole ed opere, nel
nome del Signore Gesù.
2. Vivevano assieme
fraternamente. È, questo, un atteggiamento derivato da una scelta di vita a
livello dello spirito, che consente una condivisione a tutta prova, che
aiuta a dimenticare sé negli altri, a lavare i piedi al fratello; a
spendere goccia a goccia la propria vita; a superare le ore più dure; a
diventare un unico corpo.
3. Spezzavano il pane. Significa partecipazione alla cena del Signore, che è
dovere della comunità cristiana in quanto tale e alla quale deve
partecipare la famiglia intera.
La famiglia è chiamata a rinsaldare nell'Eucaristia i vincoli che la uniscono
e che vanno continuamente alimentati.
L'Eucaristia viene offerta agli sposi cristiani come alimento e garanzia,
perché rinnova il dono dell'offerta di Cristo e impegna all'offerta
generosa di se stessi.
L'Eucaristia diventa simbolo, fonte e confronto dell'amore autentico.
L'Eucaristia - sacrificio di Cristo -oltre che sostegno dell'amore coniugale,
diviene altresì modello del dono vicendevole, gratuito, generoso.
L'amore degli sposi dovrebbe essere come l'amore di Dio, che ha donato il suo
figlio Gesù, corpo dato e sangue versato, e tendere così alla perfezione.
4. Lodavano Dio. L'invito alla preghiera sollecita la preghiera della
famiglia. La preghiera da alla famiglia la sicurezza, consente di fare posto a
Dio, di lodarlo e di ringraziarlo per i doni ricevuti; di chiedere il pane, la
pace, la liberazione dalla tentazione e dal male e tutto quanto è
necessario per la famiglia sul piano materiale e su quello spirituale e
morale. Il pregare insieme favorisce l'intesa, alimenta l'amore, lo difende
dalla corrosione; assicura la benedizione della fede e della speranza, la
fortezza e la serenità nelle difficoltà.
5. Mettevano in comune i loro beni. La comunione non tocca solo i beni
economici e non si riduce solo all'interno della famiglia; si allarga anche al
bene spirituale e morale del nucleo familiare.
E diventa missione:
- anzitutto nei confronti del
coniuge, dei figli, tra tutti i membri della famiglia;
- nella ospitalità e nella solidarietà con chi ha bisogno;
- nella apertura ad altre
famiglie, alla parrocchia che ^.famiglia di famiglie e che per essere tale ha
bisogno che noi sentiamo come la nostra famiglia; apertura alla diocesi;
- nell'impegno comune perché la società e la cultura siano più favorevoli
alla famiglia, alla sua unità, alla sua fedeltà nell'amore; più attenta in
fatto di casa, di lavoro, di assistenza.
Così la famiglia può costituirsi come Chiesa domestica, segno evidente ed
efficace dell'amore di Dio sulle strade degli uomini.
CONCLUSIONE
Queste riflessioni ci hanno condotto a riscoprire il legame profondo di
reciprocità che esiste tra Chiesa e famiglia come espressioni diverse di un
unico disegno di comunione che Dio ha sugli uomini e sulla storia.
Nel disegno di comunione che Dio ha sul mondo la famiglia e la Chiesa si
trovano coinvolte in una in-scindibile unità: la comunità cristiana aiuta la
famiglia a riscoprire la propria vocazione e a sviluppare le sue potenzialità,
ad aprire i suoi orizzonti, a convergere nella comunità, in altri termini
ad essere più Chiesa. La famiglia da alla comunità un volto più umano e
accogliente, la rende più famiglia.
Si tratta di trasmettere ai giovani che si preparano al fidanzamento e ai
fidanzati che si preparano al matrimonio gli aspetti della vocazione a
questo grande sacramento.
«Nella sua azione pastorale la Chiesa deve non solo assicurarsi della
validità dei gesti sacramentali, ma anche impegnarsi in una continua
evangelizzazione e catechesi»(ESM56).
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Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
I BENI E LE ESIGENZE DELL'AMORE CONIUGALE
1643 «L'amore
coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della
persona - richiamo del corpo e dell'istinto, forza del sentimento e
dell'affettività, aspirazione dello spirito e della volontà -; esso mira a
una unità profondamente personale, quella che, al di là dell'unione in una
sola carne, conduce a non fare che un cuore solo e un'anima sola; esso esige
l'indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca definitiva e si
apre sulla fecondità. In una parola, si tratta di caratteristiche normali di
ogni amore coniugale, ma con un significato nuovo che non solo le purifica e
le consolida, ma anche le eleva al punto da farne l'espressione di valori
propriamente cristiani» (Familiaris consortio, 13).
L'UNITÀ E L'INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO
1644 L'amore degli
sposi esige, per sua stessa natura, l'unità e l'indissolubilità della loro
comunità di persone che ingloba tutta la loro vita: «Così che non sono più
due, ma una carne sola» (Mt 19,6; cf Gen 2,24). Essi «sono chiamati a
crescere continuamente nella loro comunione attraverso la fedeltà quotidiana
alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale» (Familiaris consortio,
19). Questa comunione umana è confermata, purificata e condotta a perfezione
mediante la comunione in Cristo Gesù, donata dal sacramento del matrimonio.
Essa si approfondisce mediante la vita della comune fede e l'Eucaristia
ricevuta insieme.
LA FEDELTÀ DELL'AMORE CONIUGALE
1646 L'amore coniugale esige dagli sposi, per sua stessa natura, una
fedeltà inviolabile. È questa la conseguenza del dono di se stessi che gli
sposi si fanno l'uno all'altro. L'amore vuole essere definitivo. Non può
essere «fino a nuovo ordine». «Questa intima unione, in quanto mutua
donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà
dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità» (Gaudium et spes, 48).
1647 La motivazione più profonda si
trova nella fedeltà di Dio alla sua alleanza, di Cristo alla sua Chiesa. Dal
sacramento del matrimonio gli sposi sono abilitati a rappresentare tale
fedeltà e a darne testimonianza. Dal sacramento, l'indissolubilità del
matrimonio riceve un senso nuovo e più profondo.
1648 Può sembrare
difficile, persine impossibile, legarsi per tutta la vita a un essere umano.
È perciò quanto mai necessario annunciare la buona novella che Dio ci ama
di un amore definitivo e irrevocabile, che gli sposi sono partecipi di questo
amore, che egli li conduce e li sostiene, e che attraverso la loro fedeltà
possono essere i testimoni dell'amore fedele di Dio. I coniugi che, con la
grazia di Dio, danno questa testimonianza, spesso in condizioni molto
difficili, meritano la gratitudine e il sostegno della comunità ecclesiale
(Familiari! consortio, 20).
2331 «Dio è
amore e vive in se stesso un mistero di comunione e di amore. Creandola a
sua immagine... Dio iscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la vocazione
e, quindi, la capacità e la responsabilità dell'amore e della comunione
» (Familiaris consortio, 11).
«Dio creò l'uomo a sua immagine... maschio e femmina li creò» (Gen 1,27);
«siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,28); «quando Dio creò l'uomo, lo
fece a somiglianzà di Dio; maschio e femmina li creò, li benedisse e li
chiamò uomini quando furono creati» (Gen 5,1-2).
2332 La
sessualità esercita un'influenza su tutti gli aspetti della persona umana,
nell'unità del suo corpo e della sua anima. Essa concerne particolarmente
l'affettività, la capacità di amare e di procreare e, in un modo più
generale, l'attitudine ad intrecciare rapporti di comunione con altri.
2333 Spetta a
ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità
sessuale. La differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali
sono orientate ai beni del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare.
L'armonia della coppia e della società dipende in parte dal modo in cui
si vivono tra i sessi la complementarità, il bisogno vicendevole e il
reciproco aiuto.
2334 «Creando l'uomo
"maschio e femmina", Dio dona la dignità personale in eguai modo
all'uomo e alla donna» (Familiaris consortio, 22; cf Gaudium et spes, 49). «L'uomo
è una persona, in eguale misura l'uomo e la donna: ambedue infatti sono
stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale» (Multerà
dignitatem, 6).
2335 Ciascuno dei due sessi, con
eguale dignità, anche se in modo differente, è immagine della potenza e
della tenerezza di Dio. L'unione dell'uomo e della donna nel matrimonio è una
maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del
Creatore: «L'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua
moglie, e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24). Da tale unione derivano
tutte le generazioni umane (cf Gen 4,1-2; 4,25-26; 5,1).
L'APERTURA ALLA FECONDITÀ
1652 «Per sua indole naturale, l'istituto stesso del matrimonio e l'amore
coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in
queste trovano il loro coronamento» (Gaudium et spes, 48).
I figli sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono
moltissimo al bene degli stessi genitori. Lo stesso Dio che disse: «Non è
bene che l'uomo sia solo» (Gen 2,18) e che «creò all'inizio l'uomo maschio
e femmina» (Mt 19,4), volendo comunicare all'uomo una certa speciale partecipazione
nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo loro: «Crescete
e moltiplicatevi» (1,28). Di conseguenza la vera pratica dell'amore coniugale
e tutta la struttura della vita familiare che ne nasce, senza posporre gli
altri fini del matrimonio, a questo tendono che i coniugi, con fortezza
d'animo, siano disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del
Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua
famiglia (Gaudium et spes, 48).
1653 La fecondità
dell'amore coniugale si estende ai frutti della vita morale, spirituale e
soprannaturale che i genitori trasmettono ai loro figli attraverso
l'educazione. I genitori sono i primi e principali educatori dei loro figli (Gravissi-mum
educationis, 3). In questo senso il compito fondamentale del matrimonio e
della famiglia è di essere al servizio della vita (Familiaris consortio, 28).
1654 I coniugi ai
quali Dio non ha concesso di avere figli, possono nondimeno avere una vita
coniugale piena di senso, umanamente e cristianamente. Il loro matrimonio può
risplendere di una fecondità di carità, di accoglienza e di sacrificio.
LA CHIESA DOMESTICA
1655 Cristo ha
voluto nascere e crescere in seno alla Santa Famiglia di Giuseppe e di Maria.
La Chiesa non è altro che la «famiglia di Dio». Fin dalle sue origini, il
nucleo della Chiesa era spesso costituito da coloro che, insieme con tutta la
loro famiglia, erano divenuti credenti (cf At 18,8). Allorché si
convertivano, desideravano che anche tutta la loro famiglia fosse salvata (cf
At 16,31 e 11, 14). Queste famiglie divenute credenti erano piccole isole di
vita cristiana in un mondo incredulo.
1656 Ai nostri
giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie
credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e
irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un'antica
espressione, chiama la famiglia «Ecclesia domestica» - Chiesa domestica
(Lumen gentium, 11; Familiaris consortio, 21). È in seno alla famiglia che «i
genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l'esempio, i
primi annunciatori della fede, e secondare la vocazione propria di ognuno, e
quella sacra in modo speciale» (Lumen gentium, 11).
1657 È qui che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio
battesimale del padre di famiglia, della madre, dei figli, di tutti i membri
della famiglia, «con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il
ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e
l'operosa carità» (Lumen gentium, 11). Il focolare è così la prima scuola
di vita cristiana e «una scuola di umanità più ricca» (Gaudium et spes,
52). È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l'amore fraterno,
il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino
attraverso la preghiera e l'offerta della propria vita.
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