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Famiglia
per vocazione
per una pastorale della famiglia

Tommaso
Stenico
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1.
Valorizzare il fidanzamento
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2.
Il matrimonio come vocazione
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3.
Chi chiama è il Signore
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4.
Le «vocazioni»
del matrimonio
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5.
Orientamenti pastorali di morale prematrimoniale
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6. Educare
oggi
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7.
La
famiglia, comunità educante
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8.
Il mistero educativo della famiglia
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9.
La famiglia cristiana, comunità credente ed
evangelizzante
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10.
La famiglia cristiana, comunità in dialogo con il
mondo
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11.
La Chiesa genera la famiglia cristiana
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12. La
Chiesa edifica la famiglia cristiana
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13.
La
Chiesa educa la famiglia cristiana
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14.
La famiglia coopera a edificare la comunità
parrocchiale
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15.
La missione profetica della famiglia
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16. La
missione
sacerdotale della famiglia
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17.
La
missione regale della famiglia
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6.
Educare
oggi
«La grazia del matrimonio, specifica e corrobora la vocazione cristiana
dei coniugi, iniziata con il battesimo, consacrandoli ministri di Dio per la
santificazione della famiglia.
Principio e fondamento dell'umana società, la famiglia diviene, con il
sacramento del matrimonio il santuario domestico della Chiesa, quasi la
Chiesa domestica. In modo suo proprio, rende manifesta la presenza del
Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa. L’amore, la fecondità
generosa, l'umiltà e la fedeltà degli sposi e la calda cooperazione di tutti
i membri svelano mirabilmente la vocazione dell'umana società e l'amore
infinito di Dio, riversando luce di fede e vigore di carità su tutta la vita.
Genitori e figli crescono santificandosi insieme, soprattutto lungo la via
della croce, narrando le meraviglie operate da Dio, rendendo grazie a Lui in
seno al suo popolo, offrendo testimonianza operosa al mondo» (RdC 151).
«La famiglia è come la madre e la nutrice dell'educazione per tutti i suoi
membri, in modo particolare per i figli: prevenuti dall'esempio e dalla
preghiera comune dei genitori, i figli, anzi tutti quelli che convivono nell'ambito
familiare, troveranno più facilmente la strada della formazione umana, della
propria salvezza e di una vera santità» (RdC 152).
Questi due riferimenti al documento di base per il Rinnovamento della
Catechesi, segnano, per così dire, l'itinerario maestro per la riflessione in
ordine alla evangelizzazione, alla catechesi e alla pastorale della famiglia,
che in questa seconda parte intendiamo considerare come comunità educante.
Non si tratterà di ricercare facili teorie o pronte risposte ai fini di
attuare, all'interno della famiglia, un'azione educativa che sappia
risolvere le grandi attese sottese a ogni progetto e compito educativo. Non vi
è nessuno che abbia a portata di mano, pronti per l'uso, indirizzi pedagogici
e suggestioni psicologiche adatte a ogni circostanza. Educare è un'arte, che
si acquisisce con l'esperienza, la pazienza e l'umiltà. E l'esperienza la si
fa sperimentando, augurandosi di sbagliare il meno possibile, anche se
l'errore lo si deve sempre mettere in conto!
Quanti genitori sussurrano e sospirano che al compito dell'educazione, al
ruolo di educatori non sono mai stati preparati e formati.
Si vive spesso di buon senso, di memoria storica, di esperienze pregresse, di
imitazione ed emulazione delle esperienze migliori attuate dai propri
genitori.
Ma - si dice e giustamente - i tempi sono cambiati; la cultura non è più
quella di una volta. È cambiata la società in modo repentino, imprevedibile
e con essa l'istituzione familiare, che della società è la cellula prima e
vitale.
E poi - si dice, sempre giustamente - la famiglia, ormai, si trova pressoché
quotidianamente a dover opporre resistenza alle suggestioni che provengono
da altri ambiti istituzionali e sociali; la scuola, il tempo libero, le
amicizie, i messaggi radiotelevisivi e dei mass-media in genere... Vi sono poi
i momenti difficili, dati dalla psicologia dell'età evolutiva degli
adolescenti e dei giovanissimi, con i loro lunghi silenzi, la loro apatia,
la loro apparente indifferenza di fronte alle realtà anche forti della vita.
Non manca il disorientamento degli stessi educatori, che denunciano i propri
limiti, la propria perplessità, i propri imbarazzi, la propria
impreparazione in ordine alla educazione e si chiedono:
- che cosa sia giusto chiedere ai figli,
- che cosa sia giusto dare ai figli,
- che cosa sia giusto proporre ai figli,
anche a fronte di un sempre più invalso clima generale di disaffezione, di
superficialità, di indifferenza.
Quanti genitori si domandano se è opportuno, se è giusto esigere dai propri
figli, ciò che altre famiglie, altre istituzioni non esigono più.
Tale interrogativo non è senza fondamento e non senza qualche preoccupazione,
nel sospetto che, creando diversificazione di azione educativa, i figli si
sentano un poco diversi dagli altri.
Evidentemente c'è tutta una mentalità nuova da creare per combattere una
cultura che vorrebbe relegare in un angolo i valori tradizionali. Perciò,
senza avvilimenti, ripiegamenti o chiusure, senza proclamarsi incapaci
occorre unire le forze e impegnarsi a scoprire un nuovo progetto educativo.
I destinatari di questo sussidio non pensino di ritrovare qui - come già
detto - delle pronte soluzioni. Se così fosse, questo volume contravverrebbe
al principio fondante dell'educazione, che non è dare ricette o predisporre
indirizzi, ma « tirar fuori dall'altro» quella potenzialità che ogni
persona possiede, quelle ricchezze di cui è dotato ogni individuo, quel
tesoro nascosto che è nel cuore di ogni personalità.
Queste pagine sono solo una provocazione a riflettere, un modesto esame in
ordine agli atti educativi che quotidianamente si compiono per coglierne l'originalità
e la conseguente revisione di vita.
CHE COS'È L'EDUCAZIONE?
La questione dell'educazione e dell'educare è antica quanto l'uomo. L'uomo,
infatti ha bisogno di educazione, perché al momento della nascita egli
possiede un ampio bagaglio di informazioni genetiche, sociali, culturali,
psicologiche che - nel corso degli anni - è chiamato a sviluppare per un
armonioso adattamento all'ambiente e alla storia.
Da questa sommaria presentazione potremmo formulare tre considerazioni in
ordine al concetto di educazione.
1. L'educazione è una azione che tende a sviluppare ciò che nell'uomo è
già costituito.
2. L'educazione è un intervento inteso ad attualizzare le potenzialità
native dell'individuo, adattandole concretamente ai modelli socio-culturali
dell'ambiente sociale in cui l'individuo vive.
3. L'educazione è un processo
volto a promuovere concretamente la realizzazione dell'individuo in modo
completo e armonico.
Una sintesi straordinaria dell'azione educativa l'ha formulata Antonio Rosmini,
quando scrisse che educare vuoi dire «rendere l'uomo autore del proprio
bene».
Come si può notare, la realtà dell'educazione si descrive assai meglio
esplicitandone i fini, piuttosto che ricercare una definizione nominale.
Essa «deve promuovere la formazione della persona umana, sia in vista del suo
fine ultimo, sia per il bene delle varie società, di cui l'uomo è membro e
in cui - divenuto adulto — avrà mansioni da svolgere» (GE 1).
L'educazione è, quindi, la formazione della personalità globalmente
considerata, tentando di armonizzare - in un tutto unificato - i diversi
aspetti costitutivi della persona che cresce in un determinato contesto
culturale. Educare, dunque, significa impegnare e orientare in esperienze che
promuovono l'autosviluppo completo ed armonico della dinamica interna della
personalità, definendola e differenziandola in relazione alla diversa
situazione sociale e all'influenza esterna dell'ambiente. L'educazione - in
sostanza - è un processo razionale di formazione che si compie mediante
certe esperienze sociali e che mira a un risultato.
Tutto ciò suppone il succedersi delle trasformazioni o modificazioni, o
innovazioni che avvengono nelle funzioni del comportamento dell'educando, in
ordine allo sviluppo della sua personalità.
Mediante un tale processo l'educando sviluppa le sue qualità, acquisisce
capacità, abitudini e modi di agire, che gli consentono di vivere da uomo nel
suo ambiente.
L'azione educativa tende alla valorizzazione progressiva dell'identità di
ciascun individuo mediante la legge della gradualità.
Il piano educativo, quindi, ha come punto di partenza l'identità infantile
e come obiettivo la sua progressiva ristrutturazione verso una sempre
maggior affermazione di sé, per una sempre maggior apertura all'alterità.
Una positiva azione educativa non può che comprendere tutti gli aspetti
della personalità in formazione e li considera non isolati fra loro, ma tra
loro complementari e in connessione con i rapporti sociali.
Si è accennato alla legge della gradualità.
Nell'opera educativa infatti, occorre avere la grande pazienza di saper
individuare i bisogni e le esigenze dell'educando, conoscendoli profondamente.
Nessun buon educatore si prefigge un programma educativo e lo impone. Questo
non sarebbe educare!
L'educare suppone un conoscere l'educando; conoscere le sue attitudini, i
suoi interessi, le sue inclinazioni naturali. Quante volte i genitori
affermano: «Ai miei figli ho riservato lo stesso trattamento, lo stesso modo
di fare, le medesime attenzioni e le reazioni e i risultati sono stati
differenti». Non poteva che essere così! I figli sono sì figli, ma sono
estremamente differenti tra loro; e per ciascuno deve essere individuato un
diverso progetto educativo.
È in questo, precisamente, che l'arte dell'educazione si fa complessa e a
volte difficile.
L'EDUCAZIONE CRISTIANA
Questi elementi fondamentali per una armonica e piena educazione umana fanno
parte - ed essenzialmente - anche di una autentica educazione cristiana.
L'espressione educazione cristiana potrebbe suonare sorprendente, dando
l'impressione di voler implicare una sorta di dualismo: educazione umana ed
educazione cristiana.
Questa apparente dicotomia va subito emarginata.
Nessuno può immaginare di voler mirare a formare l'uomo da una parte e il
cristiano dall'altra. È solo una questione di scelta e di proposta.
L'educazione - lo si è visto ampiamente - non è solo e/o prima di tutto
una cultura o una tecnica, anche se da questa viene influenzata.
Certamente la proposta di una educazione cristiana oggi appare assai più
complessa di ieri nelle nostre famiglie.
In esse, infatti, si tende sempre meno a parlare di Dio e sempre meno
spontaneamente. Non soltanto sono scomparsi usi e consuetudini di profonda
matrice cristiana; non soltanto è diventata sempre più rara la preghiera
in famiglia, ma il vivere, il pensare, l'agire, il comportarsi è diventato
sempre meno ispirato da sentimenti e princìpi di fede e religiosi. Questo
cambiamento di. mentalità - assai spesso legato a una forma di
inculturazione dovuta ai fattori più diversificati - in qualche modo produce
una eclissi del sacro e una graduale emarginazione di ciò che per molto
tempo ha influenzato la vita e la struttura dell'esistenza stessa.
Fino a non molto tempo fa la vita della nostra gente era scandita dal ritmo
religioso: il suono delle campane, il mese di maggio, il mese di ottobre, il
mese dei morti; tridui e novene. Tutto ciò supportava, in un certo senso,
una mentalità e uno stile di vita; era un richiamo!
Oggi, non senza l'affermarsi di un evidente processo di desacralizzazione,
dovuto a fattori tra i più diversi, lo statuto fondamentale e il parametro
della società e della stessa famiglia è mutato. Questa situazione di fatto,
rende più arduo e complesso il mantenimento di un certo senso religioso e lo
stesso coniugare il processo educativo con la proposta di una educazione
cristiana si fa difficile. L'educazione cristiana, tuttavia, ha contenuti e
finalità specificatamente propri che presuppongono quelli umani e li
superano.
L'educazione cristiana - afferma la già citata dichiarazione conciliare —
«non comporta solo quella maturità propria della persona umana, ma tende
soprattutto a far sì che i battezzati, iniziati gradualmente alla conoscenza
del mistero della salvezza, prendano sempre maggior coscienza del dono della
fede che hanno ricevuto; imparino ad adorare Dio Padre in spinto di verità
specialmente attraverso l'azione liturgica, si preparino a vivere la propria
vita secondo l'uomo nuovo nella giustizia e nella santità della verità;
così raggiungano l'uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo e diano
il loro apporto alla crescita del suo corpo mistico» (GE 2).
L'educazione cristiana è anzitutto scuola di umanità. Se educare - come s'è
detto - significa tirar fuori da una persona quello che già contiene in germe
e potenzialità, la vera educazione ha lo scopo di promuovere la
formazione della persona umana anche in vista del suo fine ultimo, ispirata,
cioè, al progetto uomo apparso in Cristo.
In questo senso l'educazione cristiana è la vera educazione, perché non
solo si riferisce alla parte spirituale e morale dell'individuo, ma altresì
ai valori umani fondamentali che costituiscono la dignità e il fine dell'uomo.
La dignità e i diritti dell'uomo, quali la vera libertà, la giustizia, la
solidarietà, la carità, la pace, l'ordine sociale, li troviamo garantiti
nel Vangelo. Gesù è il Salvatore dell'uomo. Egli salva i valori umani.
Durante la sua storia, l'uomo perde di vista i valori; li smarrisce, li
confonde o li manipola, forse per comodità o opportunismo.
La storia umana è stata un susseguirsi di insuccessi dal punto di vista della
realizzazione del fine dell'uomo. Non è che nella storia e nella cultura
umana manchino i valori, ma è la loro pienezza e continuità che viene meno e
fa risaltare il bisogno di uno che mostri, con autorità e chiarezza, una
strada che non sia solo umana, soggetta, cioè, a limiti e/o errori: questa
persona è Cristo, salvatore dell'uomo.
Si tratta di una salvezza non limitata al quadro dell'esistenza temporale, ma
che oltrepassa i confini per attuarsi in una comunione come l'assoluto di Dio;
e tuttavia riguarda «la vita concreta, personale e sociale dell'uomo,
comportando un messaggio esplicito costantemente attualizzato sui diritti e
sui doveri di ogni persona, sulla vita in comune nella società» (cf EN
27).
Un'educazione profondamente cristiana, in ultima analisi, si basa sulla
formazione della coscienza. La formazione di personalità cristiane adulte
non è possibile, se non parte dalla coscienza della verità, cioè dalla
consapevolezza di essere portatori della Parola di verità.
Scrive Giovanni Paolo II: «L’educazione della coscienza morale che rende
ogni uomo capace di giudicare e di discernere i modi adeguati per realizzarsi
secondo la sua verità originaria, diviene così una esigenza prioritaria e
irrinunciabile» (FC 8).
Mediazione e critica sono variabili essenziali per l'autentica formazione
dell'uomo.
A ben vedere esse possono essere ancora definite integrazione e
discernimento, che sono i due aspetti essenziali dell'educazione cristiana.
Integrazione significa l'accoglienza di tutti i germi del bene e della verità,
dovunque si trovino. Essendo poi i cristiani fondamentalmente aperti e
recettivi a ciò che la cultura può apportare, il Vangelo chiede di giudicare,
- di discernere, appunto - ciò che serve all'uomo e ciò che lo distrugge.
Questo discernimento evangelico è assai significativo. È ad esso che, con
umiltà e fiducia nello Spirito, sapienza del Padre, ogni uomo si rivolge ogni
giorno per agire con prudenza.
Il discernimento cristiano appare, pertanto, come punto determinante
dell'educazione cristiana; esso consente di incarnare ciò che di meglio vi
è in ogni civiltà e in ogni epoca, a promuovere e a incarnarsi di questo
fondo comune dell'umanità vissuta nelle diversità delle culture.
IL RUOLO DELL'EDUCATORE
Colui che, a titoli differenti, si assume la responsabilità dell'azione
educativa non può sottovalutare mai che ogni educando va sempre considerato
come persona: cioè come soggetto originale e irripetibile.
Ecco perché, si diceva, che ogni individuo necessita di un proprio
itinerario educativo.
Tra i diversi modelli pedagogici che propongono le scienze dell'educazione,
quello che maggiormente può sembrare più adatto appare essere il modello non
direttivo.
Che cosa significa?
Per modello non direttivo si intende la rinuncia ad assumere una qualsiasi
direzione del processo educativo, per puntare unicamente sul valore che la
relazione stabilita con l'educando assume in termini di sostegno e di rilancio
delle capacità individuali di sviluppo autonomo.
Con una descrizione plastica si potrebbe dire che l'azione educativa non
direttiva è paragonabile a un educatore che con pazienza e disponibilità
cammina alle spalle dell'educando, con le braccia tese, senza imbrigliarlo
e quasi senza farsene accorgere, pronto a sostenerlo in caso di inciampo o
di caduta.
Si tratta, come si deduce dall'esempio, di lasciar camminare il soggetto lungo
le strade della vita, sperimentando la quotidianità delle esperienze, non
sostituendosi ad esso, consentendogli di vivere, pronti, tuttavia a
intervenire energicamente e anche con determinazione in caso di pericolo.
L'intervento, anche quello dei genitori è educativo, quando non si pone come
imperativo di cose da eseguire o di comportamenti da acquisire, ma quando diventa
servizio per il processo di autodeterminazione e autoformazione dell'educando
per aiutarlo a liberarsi dai propri condizionamenti e sviluppare la capacità
di determinazione.
L'azione educativa si esprime nella fermezza e nella vigilanza e si esercita
mediante l'esempio. La funzione dell'educatore è essenzialmente una funzione
di esemplarità o meglio di testimonianza.
Attraverso tale esempio l'educatore suscita nell'educando comportamenti
motivati dando concreta manifestazione della propria realizzazione in ordine
alla propria personalità e nei confronti della realtà sociale in cui vive
e opera.
È assai facile comprendere che sarebbe anti-educa-tivo chiedere al proprio
figlio assunzioni di responsabilità e/o attuazioni di comportamenti, nei
confronti dei quali il genitore per primo è inadempiente.
Come si può pensare di educare un figlio al rispetto per gli altri, alla
stima verso il prossimo, alla solidarietà e alla giustizia, all'onorare gli
impegni assunti, se proprio il genitore non da testimonianza concreta di ciò
che chiede e propone?
Viene qui in mente il proverbio, che tante volte si cita: le parole volano,
gli esempi trascinano ! O ciò che ricordava, molto sovente, quel grande
educatore che fu S. Giovanni Bosco ai suoi collaboratori: «Quello che più
conta è la predica del buon esempio!».
Vi sono, poi, alcuni atteggiamenti, che certamente non favoriscono una azione
educativa costruttrice di personalità. E sono atteggiamenti che mettono in discussione
il ruolo stesso degli educatori.
1. L’educatore iperesigente è
portato a esigere una certa perfezione sulla base di un suo schema perfettivo,
che quasi mai egli vive a fondo e in pienezza. Tale atteggiamento suscita
nell'educando sintomi di ansia, insicurezza, dubbio e, non di rado, complessi
di inferiorità, in quanto non si sente mai all'altezza di quanto gli si
chiede, perché da lui si esigono spesso compiti più alti delle sue capacità.
2. L’educatore iperindulgente
soddisfa ogni minimo desiderio, gratifica e accontenta in ogni modo. Pronuncia
delle affermazioni, detta degli orientamenti da osservare, ma poi non sa
resistere alle richieste del soggetto e cede. Il risultato sarà quello di
aver contribuito a formare personalità incapaci di qualunque scelta che costi
il benché minimo sacrificio. Tali soggetti pretenderanno tutto e subito e
lo chiederanno anche con arroganza e prepotenza.
3. L’educatore identificatore dimentica che ogni individuo è persona
unica e irripetibile, dotata di personalità propria e costringe l'educando
a conformarsi passivamente e in modo remissivo ai desideri e ai voleri
dell'educatore. Un tale progetto educativo, se così lo si può chiamare,
non sortirà alcun buon risultato, anzi: l'individuo sarà quasi sicuramente
un soggetto privo di propria capacità di discernimento e di valutazione.
4. L’educatore svalutatene svaluta l'educando nelle sue capacità creative,
nelle sue qualità intellettive, fisiche, etiche, sociali, minimizzando o
ridicolizzando i risultati conseguiti, con la triste conseguenza di aver
trasmesso un forte senso di inferiorità e di insicurezza, e a tratti anche di
disistima personale.
5. L'educatore antagonista è colui che in qualche modo respinge l'educando,
anche con sottili e pericolosi giochi psicologici di derisioni, di rifiuto,
di emarginazione. Con il risultato di ingenerare sentimenti di abbandono,
con conseguente aggressività per essere accettato.
Ma qui concludiamo questa prima panoramica, forse un poco tecnica, relativa
all'educazione e al ruolo degli educatori, per considerare un altro aspetto
della dinamica educativa: quello del metodo.
IL METODO EDUCATIVO
Ha scritto L. Evely nel suo Educare educandosi: «L'educazione è un'arte:
ciò che essa richiede di più è previdenza e tatto. Dimenticando le
proprie ambizioni, i pregiudizi personali, l'educatore si mette
appassionatamente al servizio di colui che vuole educare».
Non è certo impresa facile proporre un metodo educativo. Sia perché, lo si
è detto, nell'educazione non ci sono facili ricette; sia anche perché i
modelli pedagogici, oltre che, rispondere a certe sensibilità, si configurano
molto e in un certo senso sono mediati da correnti ideologiche di differente
orientamento.
Pur tuttavia, nell'economia di questo servizio pastorale di evangelizzazione
e di catechesi, una proposta sembra doveroso formularla.
Ci riferiamo al sistema preventivo di S. Giovanni Bosco, pur non
disattendendo il fatto che egli aveva prevalentemente, quali destinatari,
giovani in situazione istituzionalizzata : i celebri oratori.
Il nostro itinerario, invece, si riferisce a una realtà educativa nell'ambito
familiare.
Il sistema preventivo fonda la sua peculiarità sull'attenta preoccupazione
per gli individui, le singole personalità degli educandi, ciascuno dei quali
è al centro di un processo educativo fatto di inviti, proposte, possibilità,
scelte, decisioni.
Don Bosco era solito ripetere: «Lasciate ai giovani piena libertà di parlare
di cose che maggiormente loro aggradano: il punto sta di scoprire in essi i
germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poiché
ciascuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo
con questo principio e i miei giovani lavorano tutti non solo con attività,
ma con amore».
Secondo gli insegnamenti del santo di Valdocco la confidenza, la fiducia,
l'amore, la collaborazione, sono le condizioni per ogni autentico rapporto
educativo.
La radice del sistema educativo di don Bosco è l'amore, che nell'educatore
diventa ragione e amorevolezza e nell'educando confidenza spontanea e
spontanea collaborazione.
L'amorevolezza trasforma il rapporto educativo in rapporto filiale e
l'ambiente educativo in una famiglia.
Perciò l'amorevolezza - nel sistema preventivo di don Bosco - è considerata
come il principio informatore. Tutte le più diverse problematiche della
pedagogia sono affrontate e risolte dal santo dei giovani dalla sua
pedagogia del cuore. Infatti ogni atto educativo deve essere soffuso di
carità e di amorevolezza.
La pratica del sistema preventivo trova fondamento, secondo l'espressione
stessa di don Bosco, nelle parole dell'apostolo Paolo: «la carità è
paziente... tutto copre, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13, 4-7).
Tutti gli studiosi del santo fondatore dei Salesiani riconoscono l'importanza
e la centralità di questa ispirazione pedagogica.
Di lui si afferma di aver tentato - quasi sempre con successo - di ricostruire
attorno al fanciullo lo spirito di famiglia e che ogni suo sforzo fu
continuamente diretto a ottenere nelle sue case di educazione la fusione dei
cuori, ad affiatare - in una intimità di buona lega - superiori ed alunni.
Sulla base di tali considerazioni - e visto soprattutto che siamo alla
ricerca di un modello educativo da proporre alla famiglia, chiamata ad essere
comunità educante - accostiamo più da vicino il sistema preventivo di don
Bosco. L'amorevolezza è precisamente l'amore dell'educatore verso l'educando
e mentre tende al progetto educativo, al tempo stesso si preoccupa che il
giovane si senta amato. L'amorevolezza implica dunque la carità
soprannaturale, cioè il vero e spirituale amore di Dio e del prossimo.
Ma un secondo elemento che corrobora il sistema preventivo boschiano è la
ragionevolezza, che è fatta di adattamento e di intelligente comprensione.
Essa include pure l'affetto, cioè il palpito umano della benevolenza e
dell'affezione. A ben vedere don Bosco ha calibrato con giuste dosi l'azione
educativa, la quale è essenzialmente azione della ragione.
Infatti, chi si propone come guida, deve possedere la chiarezza delle idee e
della verità e non cedere alla suggestione emotiva o alla pressione del
sentimento. Essere ragionevoli - nell'orizzonte educativo - significa, in
sostanza, evitare stranezze, avere buon senso, usare semplicità e
naturalezza, evitare artifizi.
Don Bosco, infatti, chiede all'educatore un amore equilibrato, aperto,
razionale. Questa prima e fondamentale esigenza educativa non permette di
confondere la paternità e il cuore di cui parla don Bosco con una troppo
facile e sentimentale paternità di amore, priva di contenuto spirituale e
religioso.
Del resto, l'equilibrio tra la ragione e il cuore è il punto più difficile
da stabilirsi e da mantenere in ogni prassi educativa impegnata e consapevole.
La ragione sta all'inizio di tutto il processo educativo nella forma del
preavviso leale e senza ambiguità. Il ragazzo deve sapere prima chiaramente
ciò che deve fare e deve esser aiutato a ricordarlo. Per questo, nel sistema
preventivo di don Bosco, una costante è quella del continuo e insistente -
anche se garbato - preavviso.
Ma non è sufficiente preavvisare. Occorre che la ragionevolezza sia anche
condivisa dall'educando, sino a diventare coscienza di una effettiva e
personale responsabilità.
Il metodo della ragione è insieme il metodo della persuasione e del
convincimento.
Nel suo sistema educativo, don Bosco raccomanda di farsi amare e non di farsi
temere. Non omette mai di raccomandare la carità, i modi affabili e - in
certi casi - anche la tolleranza nell'esigere l'obbedienza.
La disciplina è per il grande educatore obbedienza a un ordine razionale, al
quale tutti sono tenuti.
Anche la correzione deve essere permeata d'amore.
«La carità e la pazienza - ammonisce don Bosco -ti accompagnino
costantemente nel comandare, nel correggere e fa' in modo che ognuno dei
tuoi fatti e delle tue parole conosca che tu cerchi il bene delle anime». Don
Bosco vuole che le correzioni, a eccezione di rarissimi casi, non siano mai
date in pubblico, ma privatamente e lungi dalla vista dei compagni. Egli
esorta a usare la massima prudenza per fare sì che il giovane comprenda il
proprio torto con la ragione e la religione.
Il trinomio ragione, religione, amorevolezza trova così un'applicazione
concreta anche nei momenti più delicati dell'opera educativa. Di grande
valore psicologico e pedagogico è l'atteggiamento che Giovanni Bosco
consiglia riguardo alla paziente attesa da adottarsi prima della correzione.
Il santo nelle sue Lettere ai giovani ammoniva: « I mezzi coercitivi non sono
mai da adoperarsi, ma sempre e solo quelli della persuasione e della carità.
Il castigo non è dato se non dopo aver esauriti tutti gli altri mezzi e se c'è
speranza di qualche profitto per l'interessato. In ogni caso, deve essere
ragionevole e amabile nel tempo e nel modo».
Anche se sono trascorsi oltre cento anni dalla morte di questo grande
educatore, i suoi princìpi fontali non hanno perso nulla della loro efficacia
e tuttora rimangono validi itinerari per una adeguata e costruttiva azione
educativa.
Tradotti e trasferiti nell'ambito familiare, essi possono contribuire alla
ricerca di un metodo - educativo, non sempre facile da trovare, per una
armoniosa e serena prassi educativa.
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