Famiglia per vocazione
per una pastorale della famiglia



Tommaso Stenico
    

1. Valorizzare il fidanzamento

2. Il matrimonio come vocazione

3. Chi chiama è il Signore

4. Le «vocazioni» del matrimonio

5. Orientamenti pastorali di morale prematrimoniale

6. Educare oggi 

7. La famiglia, comunità educante

8. Il mistero educativo della famiglia


 

9. La famiglia cristiana, comunità credente ed
    evangelizzante


 

10. La famiglia cristiana, comunità in dialogo con il 
      mondo

11. La Chiesa genera la famiglia cristiana

12. La Chiesa edifica la famiglia cristiana

13. La Chiesa educa la famiglia cristiana


 

14. La famiglia coopera a edificare la comunità
      parrocchiale

15. La missione profetica della famiglia

16. La missione sacerdotale della famiglia

17. La missione regale della famiglia



7. 
La famiglia, comunità educante


«I genitori, poiché hanno trasmesso la vita ai figli, hanno l'obbligo gravissimo di educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e principali educatori di essa. Questa loro funzione educativa è tanto impor­tante, che - se manca - può a stento essere supplita. Toc­ca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell'at­mosfera vivificata dall'amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l'educazione completa dei figli in senso personale e sociale. La famiglia è dunque la prima scuola di virtù sociali, di cui - appunto - han­no bisogno tutte le società. Soprattutto nella famiglia cristiana - arricchita dalla grazia e dalla missione del matrimonio/sacramento - i figli, fin dalla più tenera età devono imparare a percepire il senso di Dio e a venerar­lo e ad amare il prossimo secondo la fede che hanno ri­cevuto nel battesimo; lì fanno anche la prima esperienza di una sana società umana e della Chiesa; sempre attra­verso la famiglia infine - vengono pian piano introdotti nel consorzio civile e nel popolo di Dio » (GE 3).
Questa citazione del Concilio Vaticano II, ci introduce nell'orizzonte vasto e vario della famiglia quale pri­ma comunità educante e ne connota le due matrici di fondo lungo le quali svilupperemo la nostra conside­razione:
- l'educazione ai valori umani e sociali,
- l'educazione ai valori morali e di fede.

Nel piano divino sul matrimonio e la famiglia, il Si­gnore ha creato l'uomo e la donna a sua immagine, chiamandoli contemporaneamente a essere suoi coo­peratori nella trasmissione della vita e nella graduale formazione umana e cristiana dei figli.
Il matrimonio, infatti, non si esaurisce nella comu­nione tra i coniugi, ma si estende nel suscitare e nell'educare nuove vite.
In questa luce, che discende dal grande mistero dell'unione sponsale di Cristo con la Chiesa, va posta la funzione educatrice della famiglia.
Non a caso l'educazione dei figli è stata definita una continuata generazione. Il figlio, nato alla vita, è infatti un uomo che ha bi­sogno di percorrere un cammino prima di raggiungere la propria maturazione.
In quanto persona non solo è destinato a questa maturità, ma ha diritto a essere aiutato e guidato per conseguirla. Spetta in primissimo luogo ai genitori il dovere di aiutare chi, senza alcuna sua richiesta, in forza del loro atto generativo, è stato chiamato alla vita.

La famiglia, nata dal matrimonio, viene ad essere di conseguenza il luogo naturale in cui il figlio trova nell'amore dei genitori, il clima spontaneo per cresce­re e, durante la crescita, - ricevere ciò che ne favorisce lo sviluppo psichico, affettivo, spirituale e morale.
I Vescovi della Chiesa che è in Italia hanno affermato: «La famiglia è la prima e insostituibile comunità educativa. L’uomo e la donna, i genitori e i figli quo­tidianamente costruiscono in essa se stessi fino alla pie­nezza della maturità umana e cristiana» (MFOI 12).

E il papa Giovanni Paolo II ha scritto: «il compito dell'educazione affonda le radici nella primordiale voca­zione dei coniugi a partecipare all'opera creatrice di Dio: generando nell'amore e per amore una nuova persona, che in sé ha la vocazione alla crescita ed allo sviluppo, i genitori si assumono per ciò stesso il compito di aiutarla a vivere una vita pienamente umana» (FC 36). Si toccano qui le radici del problema. Ignorarle e contestarle in nome di ideologie o di filosofie permissivistiche e/o libertarie, significherebbe defraudare la famiglia di un compito e di una missione, che è radica­ta nella stessa natura del matrimonio. Ma prima di addentrarci nel delineare i compiti educativi che spettano alla famiglia, appare opportuno e interessante considerare la situazione di fatto della famiglia odierna perché, da una disamina serena e obiettiva, si possa prevedere un processo di analisi e di valutazione con qualche conseguente verifica.

LA FAMIGLIA DEL TERZO MILLENNIO

Sulla famiglia - in questi ultimi decenni - si è scrit­to moltissimo. Si è parlato di crisi della famiglia e del­l'istituto matrimoniale.
Si è scritto di un ritorno alla famiglia. Si è parlato di coppie aperte, di unioni di fatto, di calo demografico, di facili separazioni e di dolorosi di­vorzi. Le statistiche riempiono libri e giornali di diver­sa natura. Senza voler entrare nella analisi sociologica, che ha investito l'istituto familiare, senza pretendere di riferire cifre e dati, non sembra fuori luogo soffermarci un momento a considerare l'indubbio muta­mento della famiglia negli ultimi decenni, al solo sco­po di raffrontare la situazione con la missione educati­va che è al centro della nostra riflessione.
«La famiglia nei tempi moderni è stata, come e for­se più di altre istituzioni, investita dalle ampie, profon­de e rapide trasformazioni della società e della cultura» (FC 1).

Quanti genitori e quanti nonni dichiarano di «non capirci più niente!», se confrontano la loro famiglia d'origine, i fondamenti che sostenevano le famiglie di una volta con quelle attuali.
Non si tratta qui di formulare una valutazione di merito, se cioè era meglio prima o adesso. I paragoni sono odiosi e, indulgere in confronti, non è di alcuna utilità.
Pare più importante osservare la dinamica sottesa al cambiamento della famiglia in questi ultimi anni e valutarne le modifiche per una cosciente e responsabi­le assunzione di responsabilità in campo educativo.

La prima impressione è che sia arduo tentare una descrizione della attuale comunità familiare. Limitia­moci a constatare. Si può osservare:

1. Un deciso passaggio da una comunità che comu­nemente viene definita famiglia patriarcale o estesa della società di tipo agrario, a una famiglia di tipo nu­cleare, cioè composta in prevalenza dai genitori e po­chi figli, della società industriale o post-industriale. Una indagine statistica (marzo 1991), ha attribuito un numero di figli pari all'1,3% per donna italiana in età feconda. Tale preoccupante situazione di denatalità ha cambiato il volto del Paese.
È cresciuto così il numero delle famiglie, ma è di­minuito il numero dei suoi membri, non senza una nuova problematica relativa al sempre più elevato numero di persone anziane.

2.  Il costante aumento delle separazioni e dei di­vorzi (l'Istat nel mese di aprile 1991, ha segnalato un'im­pennata del 24 % rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente).

3.  Un'impostazione economica e tecnologica della società articolata in tempi di lavoro fortemente disper­sivi.

4.  Il lavoro sempre più frequente di ambedue i ge­nitori, con l'affermazione della donna anche al di fuori del contesto familiare e un conseguente mutamento di ruolo fra uomo e donna.

5.  Il conseguente declino della presenza educativa del padre e non di rado anche della madre. Ciò ha modificato e non di poco il rapporto giovani-adulti in favore di una ambigua uguaglianza di ruoli. Non sono pochi i genitori che ritengono di recuperare un rap­porto smarrito o sbiadito, dichiarandosi amici dei propri figli. Ma i figli desiderano vedere nei loro genitori la figura del padre e della madre. Gli amici se li scelgono! Non si vuole, con questo, minimizzare l'importan­za del rapporto educativo veicolato, anche dall'atteg­giamento amichevole e cordiale. Si intende qui ribadi­re l'importanza del ruolo genitoriale, dal quale i figli attendono certezze e sicurezze di orientamento.

6. Lo scollamento dei riti familiari, quali quelli del­lo stare insieme, dei pasti consumati insieme, del tem­po libero trascorso insieme.

7. L'invasione scriteriata dei mass-media, che soffo­cano il dialogo e la conversazione familiare e veicolano ideologie, modi di vita, modelli e valori assai spesso discutibili, quando non in aperto contrasto con l'etica e la morale cristiana.

8. La facilità dei rapporti interpersonali e il rischio, sempre più facile, della banalizzazione e dello svili­mento della sessualità.

9. Le alternative, spesso consumistiche, che sono of­ferte dall'odierno modello di società e che limitano sempre più la presenza in casa dei membri della fami­glia.

10. La mancata offerta di autentica cultura che pro­muova la dignità della persona umana, la stima e il ri­spetto per l'uomo.

11. Lo sfaldamento dei valori e dei modelli cristia­ni, con il dilagare di una strisciante forma di indiffe­renza religiosa e di eclissi del sacro. Anche se, in ve­rità, si nota un risveglio rilevante nella qualità delle adesioni, più intense e coscienti.

12.  Le tristissime piaghe della droga, della porno­grafia e della violenza.

Questi e altri fattori - presi nel loro insieme - han­no scosso a fondo la struttura delle nostre famiglie, apportando una nuova concezione del matrimonio, spesso spiegata e interpretata con la visione secolaristica della società e dell'umana esistenza.

Tali «segni di preoccupante degradazione di alcuni valori fondamentali» (FC 6), infatti, sembrano incide­re pesantemente sulla comunità familiare, rendendo ardua la comunione tra gli sposi, tra i genitori e i figli, riducendo al minimo i momenti della confidenza e del dialogo, della comunicazione e delle espressioni di te­nerezza.
I primi a soffrirne sono i figli, privi spesso della pre­senza dei genitori, impegnati fuori casa per motivi di lavoro o di professione, i quali si sentono come ab­bandonati a se stessi e finiscono per disamorarsi del­l'ambiente familiare.

Osservano i Vescovi: è constatazione «comune che i rapporti fra genitori e figli, soprattutto con gli adole­scenti e i giovani, sono oggi più difficili che nel passato e causa di tensioni dolorose per tutti. È una conseguenza dell'accelerazione del ritmo di sviluppo storico, delle di­verse sensibilità e gerarchie di valori, della generale crisi dell'autorità e dell' obbedienza, di una ricerca di autono­mia che non sempre è autentica libertà umana e cristiana» (MFOI 13).

La questione della gerarchia dei valori merita una attenta, anche se fugace, analisi. Non sembra difficile constatare che l'odierna so­cietà privilegi più e prima del principio dell'essere, il principio dell'avere.
La produzione, il consumo, il guadagno, il successo sono parametri che costringono e in qualche modo ob­bligano, relegando in una posizione di minor conside­razione l'aspetto umano e umanizzante del vivere, dello stare insieme, del godere delle gioie dell'amicizia sin­cera.
È stato detto: «È sul terreno della affettività e non su quello della condivisione dei modelli di vita e di orientamento che si registra la rivalutazione della fami­glia».

«Si pone così a tutta la Chiesa il compito di una ri­flessione e di un impegno assai profondi, perché la nuo­va cultura emergente sia intimamente evangelizzata, sia­no riconosciuti i veri valori, siano difesi i diritti dell'uo­mo e della donna e sia promossa la giustizia nelle strut­ture stesse della società. In tal modo il "nuovo umanesi­mo" non distoglierà gli uomini dal loro rapporto con Dio, ma ve li condurrà più pienamente... Si rende per­tanto, necessario recuperare da parte di tutti la coscienza del primato dei valori morali, che sono i valori della persona umana.

La ricomprensione del senso ultimo della vita e dei suoi valori fondamentali è il grande compito che oggi si impone per il rinnovamento della società. So­lo la consapevolezza del primato di questi valori consen­te un uso delle immense possibilità, messe nelle mani dell'uomo dalla scienza, che sia veramente finalizzata alla promozione detta persona umana nella sua intera verità, nella sua libertà e dignità» (FC 8).
Anche per questo la famiglia deve guardare al fati­coso cammino della speranza per la costruzione della casa sulla roccia, al fine di essere comunità educante.

I GENITORI, PRIMI E PRINCIPALI EDUCATORI

Della vera educazione i genitori sono i primi e prin­cipali responsabili.
Scrive Giovanni Paolo II: « Il diritto-dovere educa­tivo dei genitori si qualifica:

§
  come essenziale, connesso com'è con la trasmissio­ne della vita umana;
§
  come originale e primario, rispetto al compito edu­cativo di altri, per l'unicità del rapporto d'amore che sus­siste tra genitori e figli;
§
  come insostituibile e che non può essere totalmente delegato ad altri, né da altrui usurpato» (FC 36).

Ciò avviene nella famiglia, la quale - anche se vive un momento difficile - è la prima responsabile del­l'educazione dei figli.

Scrive L. Macario: «L'umanità del singolo, passa at­traverso la famiglia, come la linfa dell'albero passa attra­verso il tronco. La storia di ognuno è la storia del suo es­sere stato amato e del suo amare anzitutto in famiglia». Nelle pagine che fin qui hanno stimolato la rifles­sione e la verifica in ordine alla famiglia comunità edu­cante si è sempre parlato della famiglia, in generale. Più esplicitamente, in questo paragrafo, appare doveroso puntualizzare che l'opera educativa è dei ge­nitori: padre e madre! Preso atto che una certa tradizione va nel senso della delega del compito educativo prevalentemente alla madre, la mentalità deve essere gradualmente cam­biata, riscoprendo una unità e una complementarità che nella famiglia deve essere costante.

Si tratta di far emergere il principio della correspon­sabilità e collaborazione tra madre e padre in tutti i campi: educativo, religioso, sociale, attraverso l'esempio e l'impegno di entrambi.
«L'amore della sposa diventata madre e l'amore ai figli sono, per l'uomo la strada naturale per la com­prensione e la realizzazione della sua paternità. Sopra tutto là dove condizioni sociali e culturali spingono fa­cilmente il padre a un certo disimpegno rispetto alla fa­miglia o comunque a una sua minor presenza nell'ope­ra educativa, è necessario adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che il posto e il compito del padre nella famiglia e per la famiglia sono di una im­portanza unica e insostituibile. Come l'esperienza inse­gna, l'assenza del padre provoca squilibri psicologici e morali e difficoltà notevoli nelle relazioni familiari...» (FC25).

La famiglia è l'ambiente naturale del figlio; è lo spazio di vita psico-sociale costituito essenzialmente dal luogo dove egli vive, dall'insieme che lo legano al­le persone con lui conviventi.
Ma occorre altresì sottolineare che per famiglia si intende un gruppo, i cui membri hanno mete o inten­ti comuni e lavorano insieme per raggiungerli, anche se con ruoli diversificati e propri. La forza educativa di questo ambiente aumenta nella misura in cui i genitori, con la loro stabilità emotiva, con la loro buona intesa, con l'accordo e la coerenza tra idee e azioni, sanno utilizzarlo al meglio. La funzione dei genitori è soprattutto di esempio e di testimonianza di un modello di umanità. Ed è importantissima una corretta impostazione del rapporto educativo.

I genitori debbono ricercare un progetto educativo comune. L'esperienza, molte volte riscontrata, confer­ma il fatto che non v'è buona educazione laddove i ge­nitori non sono concordi in merito a una comune azio­ne pedagogica.

I figli non potranno mai essere educabili:
§
  quando dovessero scoprire che si può ottenere dal padre ciò che è negato dalla madre e/o viceversa;
§
  quando la figura del padre è proposta dalla ma­dre prevalentemente come genitore -punitivo;
§
  quando alla presenza dei figli i genitori bisticcia­no tra loro, perché non concordi sulle scelte da com­piere;
§
  quando i genitori si contraddicono, polemizzano, o forse, sminuiscono reciprocamente la personalità l'uno dell'altro, alla presenza del figlio;
§
  quando i genitori chiedono al figlio un comporta­mento in contrasto con il proprio ;
§
  quando i genitori dovessero creare, nei figli l'illu­sione che tutto è possibile, che tutto si può avere, o ot­tenere, senza una adeguata conquista, senza impegno personale, senza sacrificio.

I figli - soprattutto se grandicelli - sono molto sen­sibili e captano ciò che i genitori pensano e dicono; captano anche quel certo clima che spesso è indice di precarietà del rapporto coniugale; riflettono sul com­portamento dei genitori anche senza esprimere opi­nioni e valutazioni.
Ma tutto assimilano e conservano nella loro memo­ria storica, come fedeli registratori e perfette macchine fotografiche.
Nessun figlio si scandalizza dei difetti dei genitori. Ma diventano improvvisamente assai critici - specie nel momento dell'adolescenza - quando i genitori si comportano all'opposto di quello che affermano.
I figli non chiedono la perfezione ai genitori; chie­dono chiarezza e linearità in ordine ai valori in cui cre­dere e coerenza nella vita di tutti i giorni.

Risalendo al modello educativo del sistema preventi­vo di don Bosco si può ribadire che l'educazione dei fi­gli fonda su due componenti:
§
  l'esigenza dell'amore,
§
  l'esigenza della ragione.

1. L'esigenza dell'amore
Scrive Giovanni Paolo II: «L'amore dei genitori da sorgente di vita, diventa anima e pertanto norma che ispira e guida tutta l'azione educativa concreta, arric­chendola di quei valori di dolcezza, costanza, carità, ser­vizio, disinteresse, spirito di sacrificio, che sono il più prezioso frutto dell'amore» (FC36).
Non c'è davvero tesoro più prezioso per un figlio, che una famiglia ricca di amore e desiderosa di conti­nuare a donare la vita attraverso l'aiuto alla matura­zione e alla crescita. Ma proprio perché questa vita è stata donata in due, così l'educazione dei figli è missione comune del pa­dre e della madre, che richiede un concorde impegno per ottenere esiti qualificanti. Ed è l'amore l'anima dell'educazione.
Potrebbe apparire strano il fatto di rivolgersi ai ge­nitori e invitarli a riflettere sull'amore nell'esercizio del­l'educazione dei propri figli.

Eppure l'esperienza insegna quanto è difficile far costante ricorso a questo sentimento nobilissimo nelle situazioni concrete dell'atto educativo. Quanto nervosismo, quanta fretta, quanta superfi­cialità in certi interventi educativi! Manca l'amore nei genitori? No, davvero!
Eppure ai figli - in quel momento specifico - l'a­more dell'educatore non giunge a loro; ed essi si ac­corgono che arriva loro un messaggio scarico d'amore. L'amore non è autentico se non è servizio a chi si dice di amare.
Ecco perché nel servizio educativo deve essere l'amore che-si-concretizza a muovere ogni intervento: si può tacere o parlare, correggere o perdonare, usare il metodo del rigore o quello della pazienza; ma sempre sarà l'amore a suggerire l'atteggiamento da assumere.

Un amore che si fa generosa donazione e servizio disinteressato non è facile. In certe forme di dedizione si può insinuare il desiderio possessivo così forte, che porta i genitori a non rispettare la personalità dei figli, volendoli una copia perfetta di sé. La preoccupazione per il loro futuro si può tradur­re in imposizione di modelli e di sistemi, che sono pro-pri esclusivi, senza troppo preoccuparsi di che cosa senta, pensi, provi, desideri il figlio. È evidente il diritto/dovere all'educazione da parte dei genitori, non senza tuttavia, ascoltare il figlio, con­versare con lui, cogliere le sue attese, le sue aspirazioni, i suoi sentimenti e poi orientarlo al bene aggettivo.

La via regia è quella della comunicazione e del dia­logo. Ciò suppone un congrua tempo da dedicare ai fi­gli per coinvolgerli direttamente nel ricercare e defini­re progetti per la loro crescita e il loro futuro. Anche questa è robusta manifestazione d'amore. Troppo spesso si dimentica l'importanza del ruolo che possono avere i figli, sia nel dinamismo della loro stessa educazione, sia nella quotidiana fatica di co­struire la propria famiglia come intima comunione di vita e d'amore.
È il principio della co-educazione, che generalmen­te è ignorato o trascurato. Occorre farlo con equili­brio, ma senza timore. Sottolineare, infatti, il ruolo at­tivo dei figli verso i genitori e gli altri membri della fa­miglia, non vuoi dire livellare le funzioni di responsa­bilità, ma considerare ogni individuo capace di infor­mazione e formazione, di contributo per crescere e ma­turare.
I figli non solo ricevono, ma danno. È un dare non sempre avvertito, ma di valore inestimabile. Così la famiglia diventa «scuola di umanità più ric­ca» (GS 52) e genitori e figli stabiliscono un clima di cooperazione, che senza mortificare l'autorità dei ge­nitori o la giusta espressione di libertà dei figli, fa cre­scere il nucleo familiare come serena comunità di con-cordia e d'amore.

2. L’esigenza della ragione
Accanto all'amore, l'opera educativa esige la ragione. Educare - è stato sparso qua e là nelle pagine prece­denti - è un frutto dell'intelletto e della volontà: quin­di della ragione, ossia un minimo di competenza e di conoscenza dei problemi educativi. Bisogna conoscere un pò di pedagogia, che è la scienza e l'arte di educare e un po' di psicologia, che consenta di conoscere, a grandi tratti, l'anima dell'educando.
Certamente nessuno può pretendere che i genitori si improvvisino pedagogisti e psicologi. Tuttavia alcu­ne nozioni di fondo, spesso frutto di grande buon senso, non possono mancare. L'infanzia, la fanciullezza, la preadolescenza e l'adolescenza, oltre che l'età giovani­le, sono fasce della vita dell'uomo, in cui affiorano ca­ratteristiche, esigenze e aspettative marcatamente dif­ferenti.

Gli stessi figli, d'età vicina, manifestano attitudini e inclinazioni per nulla simili tra loro e - come è stato già detto - non si può ipotizzare un unico progetto educativo valido per tutti.
Ogni individuo è un universo irripetibile. Per cui a ogni figlio, vanno date risposte adeguate solo se sono correttamente conosciute e accolte.
La ragione esige - è stato già scritto - l'azione con­corde dei genitori, ciascuno dei quali è chiamato a so­stenere quanto l'altro afferma o dispone, in un mutuo clima di unità di intenti e di propositi.
La ragione esige chiarezza anche in merito a un'al­tra tematica che spesso turba e preoccupa i genitori: l'autorità.
Oggi certi metodi educativi del passato sono cam­biati. Ma non sono pochi gli educatori che, per timore di essere accusati di autoritarismo o paternalismo non reagiscono a dovere davanti a determinati comporta­menti distorti dei figli, preferendo lasciar correre, o sod­disfacendo in tutto.

E vero, molte volte è più facile dire di sì, piuttosto che dedicare del tempo a motivare un divieto o il sug­gerimento di una alternativa.
Il permissivismo e la debolezza sono due grandi er­rori nell'opera educativa. È debolezza abdicare alla re­sponsabilità e all'autorità dell'educazione. È permissivismo il mantenersi neutrali. Occorre superare questi timori infondati.
Autorità è aiutare a crescere. Anche se l'autonomia va sempre, limitatamente, concessa entro gli spazi di quella libertà, di cui i figli hanno diritto in misura ade­guata al progredire dell'età, anche al fine di metterli alla prova e abituarli ad assumere responsabilità.

Il figlio, scrive ancora il già citato Louis Evely, «ha bisogno di autorità. La fermezza dei genitori è indispen­sabile al suo senso di sicurezza quanto il loro amore». Si può dire che la disciplina è normalmente il metodo e il modo concreto con cui i genitori trasmettono la propria scala di valori, esplicitano le loro intenzioni nei confronti dei figli e dei loro comportamenti. Nell'indicare le modalità consentite o sconsigliate di un comportamento, i genitori, di fatto informano in merito ai valori che essi hanno e in cui essi credono, ma rivelano, tra il dire e il fare la propria intenzione ad esservi coerenti e quindi proporli in maniera che pos­sano essere gradualmente interiorizzati.

In tal modo i genitori sono, in ordine di tempo e di importanza, coloro che per primi influiscono in modo incisivo sulla strutturazione e la formazione della co­scienza morale dei figli e determinano gli atteggiamen­ti di fondo verso la vita. La disciplina, perciò, incide in quanto è apportatri-ce di valori che vengono esplicitati e testimoniati, pro­muove le energie migliori dei figli in ordine al bene e al vero. Compito certamente non facile, ma necessario, in modo tale che la libertà diventi senso di responsa­bilità e l'autorità non rinunci alla sua funzione educa­tiva.

SONO « EDUCABILI » I GENITORI?

E una domanda che appare legittima dopo le rifles­sioni che fin qui sono state condotte. Si è detto che:
§
  i genitori sono - a volte - smarriti di fronte al gra­ve e arduo compito della educazione dei figli;
§
  ai genitori non è stato insegnato a essere educa­tori;
§
  qualche genitore abdica al suo ruolo di educatore di fronte alle reali difficoltà che quotidianamente in­contra sulla propria strada e si affida alla speranza;
§
  vi è perplessità nei genitori ad adottare un siste­ma educativo, che fatalmente si scontra con il molti-plicarsi delle influenze esterne e con i modelli educati­vi proposti dagli amici dei figli, dalla scuola, dai mass-media, dal tessuto connettivo sociale...
§
  a fronte dei gravi disordini della nuova società, i genitori sono davvero disorientati e impotenti: tossico-dipendenza, aids, violenza, pornografia e quant'altro.

È sufficiente affidarsi e abbandonarsi al solo buon senso? Non lo si intende escludere a priori, pur tutta­via, occorre dire che il solo buonsenso non appare adeguato. L'educazione dei genitori rappresenta una neces­sità legata a una evoluzione della prassi educativa, del­le strutture familiari, delle conoscenze psicologiche e pedagogiche. Si tratta soprattutto di offrire ai genitori occasioni di appoggio e di confronto, di conforto e di sostegno per un perfezionamento che si adegui agli eventi e all'evoluzione della storia.

L'educazione dei genitori deve assumersi il compi­to delicato ma importante (di aiutare le famiglie a su­perare lo smarrimento che proviene dalla rapida tra­sformazione delle condizioni di vita, delle idee, dei va­lori, delle relazioni tradizionali. Si tratta non solo di far comprendere alle famiglie un rinnovamento che, talvolta, esse sono portate a rifiutare e/o a ignorare, co­sa che provoca conflitti specialmente tra generazioni diverse; ma anche di aiutarle a partecipare attivamente a questa costruzione continua, che è imposta sia dal moltiplicarsi dei nuovi modelli culturali al di là della loro validità sia dai cambiamenti degli usi e dei costu­mi che da questi derivano.

In ambito delle trasformazioni sociali e dei modelli culturali ogni previsione a lungo termine è ardua e com­plessa. Tuttavia non è difficile comprendere che fra i tanti sconvolgimenti o mutamenti, sussiste un'esigen­za, la quale è fondamentale nell'uomo di tutti i tempi: quella, cioè, di conservare e di migliorare la vita fami­liare e le relazioni affettive tra coniugi e tra genitori e figli.
Nello stesso tempo, ogni azione diretta ai genitori non può astenersi da una informazione richiesta dalla maggior parte dei genitori e che non può essere esclu­sa. Essa soddisfa i genitori, calma le loro inquietudini, assicura un orientamento al loro atteggiamento educa­tivo.
Non va dimenticato il bisogno che ciascuno avver­te di comprendere ciò che fa e di sapere ciò che vuole fare. Di qui l'utilità di fornire ai genitori un certo me­todo educativo abbastanza chiaro e qualche risposta assai concreta, che sono elementi importanti di fiducia e di incoraggiamento.

Oggi è provato che la forza della personalità dei ge­nitori, la loro maturità, il loro prestigio, svolgono una potente educazione sui figli.
Non sempre i genitori sono riusciti, nel periodo della loro formazione, a raggiungere obiettivi e mete di adeguata maturità in ordine all'esercizio dell'educazio­ne dei figli.
Inoltre, qualche disagio a livello di coppia, può ri­durre il prestigio di una azione pedagogica di rilievo.

In molti genitori mancano poi gli elementari rudi­menti di conoscenze relative alla crescita dei figli nel loro processo fisiologico e psicologico. Non si tratta, qui, di indulgere nell'evidenziare i limiti dei genitori.
Non si tratta neppure di delineare il modello ideale del genitore, supposto che un tale modello sia propo­nibile e conseguibile. Si tratta di sensibilizzare i geni­tori al fatto che anch'essi, come i figli, sono educabili, nel senso di aiutarli a interessarsi delle trasformazioni che toccano i figli a mano a mano che crescono; aiu­tarli a comprendere sempre meglio il susseguirsi degli eventi che, prevedibilmente, si moltiplicheranno nel corso dei prossimi anni.
Tutto ciò per essere pronti ad affrontare con i figli il domani, differente dall'oggi, guardando in faccia le questioni che questi dovranno risolvere e sapendo dar loro sicurezza.

In alcuni luoghi è stata sperimentata con un certo successo la SCUOLA PER GENITORI. In alcuni Paesi l'educazione dei genitori avviene nella forma di un in­segnamento classico; si tratta di brevi corsi su temati­che a sfondo psicologico, o medico, o sociologico o etico-morale. Altre volte con lezioni a scadenza settimanale o mediante conferenze con un ritmo di 4 o 5 volte all'anno, anche al fine di raggiungere un più vasto pubblico, per risvegliare l'interesse sui problemi edu­cativi.
Non mancano poi occasioni di conversazione-dibat­tito, dando modo ai genitori di intervenire attivamente con immediatezza, il cui pregio è quello di far circola­re le esperienze dei genitori presenti e trarre dalle nar­razioni di fatti o episodi, motivo di confronto e di conforto. Recentemente si è fatto ricorso anche alle radio e tv private per le trasmissioni di dialoghi o «tri­bune» su argomenti assai pratici dell'educazione e del­la vita familiare. L'opportunità di raggiungere il con­duttore attraverso il telefono favorisce la partecipazio­ne attiva dell'ascoltatore e da alla trasmissione una forma e un contesto dialogato.

Lo scopo unico è quello di offrire ai genitori una relazione di aiuto in ordine al variegato e vasto campo dell'azione educativa per:
§
  suscitare nei genitori fiducia;
§
  confermarli nei loro progetti o invitarli a revisio­ne sulla base di proposte motivate;
§
  farli sentire sorretti e non soli di fronte al delicato e spesso difficile ruolo di educatori;
§
  infondere coraggio in vista di una possibilità di controllare e di migliorare se stessi e la vita familiare.

Concludendo la Familiaris consortio il papa Gio­vanni Paolo II, ricordando che «l'avvenire dell'uma­nità passa attraverso la famiglia», non ha mancato di avvertire come «indispensabile e urgente che ogni uo­mo di buona volontà si impegni a salvare e promuovere i valori e le esigenze della famiglia.
E' forma eminente di amore ridare alla famiglia cri­stiana di oggi, spesso tentata dallo sconforto e angoscia­ta per le accresciute difficoltà, ragioni di fiducia in se stessa, nelle proprie ricchezze di natura e di grazia, nella missione che Dio le ha affidato. Bisogna che le famiglie del nostro tempo riprendano quota! Bisogna che segua­no Cristo» (FC 86).
La comunità cristiana è la prima realtà sociale che dovrebbe farsi carico e fornire un aiuto concreto alle famiglie nel senso sopra descritto.


 
 

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it