 |
I
media,
lo scenario del Terzo Millennio
e la Nuova Evangelizzazione
1. La società
post-alfabetica
Viviamo in un’epoca di
tumultuoso e rapido cambiamento, il miraggio del futuro e il timore per le
sorti incerte convivono nell’animo dell’uomo d’oggi.
L’avventura dell’epoca
industriale e della modernità, con le sue certezze volge al termine.
Appena pochi anni sono
trascorsi da quando il peana della “civiltà dell’immagine”[i][i] aveva coinvolto intellettuali e
scienziati, sociologi, artisti. Ormai, però, si va oltre la semplice
constatazione che il progresso scientifico e tecnologico sono determinanti di
uno sviluppo inarrestabile, sconvolgente e ricco di prospettive. Alla iniziale
constatazione delle possibilità di sviluppo consentito dal perfezionamento
dei sistemi di comunicazione di massa tramite giornali, cinema, radio, dischi,
cd, televisione, fumetti, computers, è succeduta una riflessione critica
sugli strumenti e sugli effetti delle comunicazioni di massa. Feldeman,
infatti, affermava che “la diffusione generale dei mezzi di comunicazione e
di informazione e le innovazioni nel campo della tecnica delle comunicazioni
hanno rimosso il precedente isolamento degli individui la cui vita era
limitata nel ristretto ambito della vita familiare o di piccoli gruppi ed
hanno dato loro la possibilità di avere più ampie ed intense relazioni. Così,
la società ha manifestato un dinamismo quasi febbrile di contatti
interpersonali e collettivi sia nella sfera privata, sia in quella politica,
economica e culturale. La società è divenuta una ‘società della
comunicazione’ che ha poi assunto il carattere di una società di massa. A
questo fenomeno di una comunicazione ‘totale’ nella massa, si collega
l’ampliamento delle relazioni dovute a mezzi automatici di ogni genere e
rispondente al bisogno di tutti i membri della società di avere incontri
personali per scambiarsi le proprie esperienze, le proprie opinioni, le
proprie esigenze. Con ciò la semplice comunicazione si è trasformata in un
dinamismo sociale di gruppi e di masse”[ii][ii].
La comunicazione ha acquisito
una importanza determinante nel processo di socializzazione dell’individuo,
che riceve in modo diretto un bagaglio sempre più vasto di modelli, valori e
atteggiamenti culturali, un tempo filtrati dai gruppi sociali (famiglia,
scuola, vicinato, comunità parrocchiale), gli unici nel passato deputati a
trasmettere all’individuo il bagaglio culturale necessario per vivere in
società. In altri termini, come scrive Lyotard, “il sapere cambia di statuto nel momento in cui le società entrano
nell’età postmoderna”[iii][iii]. La questione, se ben si
riflette, può apparire sconvolgente, né può essere diversamente se si
considera che i nuovi sistemi di comunicazione, fondati soprattutto, ormai,
sulla integrazione delle telecomunicazioni e dell’informatica hanno operato
una inimmaginabile trasformazione “oltre
che nel rapporto individuo-lavoro anche nel rapporto interpersonale sia in
ambito professionale che extraprofessionale. La tendenza è quella di
utilizzare la tecnologia per comunicare in tempo reale o in tempo differito
spostando sempre più l’informazione e sempre meno la persona. Informatica
distribuita, reti di calcolatori, data base, posta elettronica, televisione
interattiva, teleconferenza, sono tutte tecnologie che modificheranno
profondamente il modo di comunicare, non solo qualitativamente, ma anche
quantitativamente per la crescente massa di informazioni di cui ciascun
individuo diventerà produttore o utilizzatore. Molti aspetti della capacità
professionale di un individuo e, in ultima analisi, anche della qualità della
sua vita, dipenderanno dalla sua capacità di produrre informazione
utilizzabile da altri e di reperire informazione utile nella crescente mole di
informazione messe a disposizione dalla tecnologia”[iv][iv]. Infatti, non è un caso che
da più di un quarantennio le scienze e la tecnologia più avanzata si
occupano in modo quasi ossessivo del linguaggio e dei suoi problemi, della
comunicazione e dei sistemi interattivi nei vari settori della fonologia,
delle teorie linguistiche, dei problemi della comunicazione e della
cibernetica, dell’algebra moderna e dell’informatica, degli elaboratori e
dei loro linguaggi, dei problemi di traduzione dei linguaggi e della ricerca
di compatibilità fra linguaggi-macchina, dei problemi di memorizzazione e
delle banche dati, della telematica e della messa a punto di terminali
“intelligenti”, della paradossologia[v][v].
Non si tratta evidentemente
di esercitazioni meramente accademiche in quanto la società che sta nascendo
è una società che, ormai, per definizione, è detta post-industriale, “in
cui le attività trainanti non saranno più connesse ai settori
manifatturieri, dell’industria metalmeccanica o chimica, ma saranno
collegate alle nuove industrie dell’informazione. Ciò richiede conoscenze
di tipo nuovo e cultura adeguata al cambiamento”[vi][vi]. Come si può comprendere
siamo in piena crisi della cultura alfabetica[vii][vii], crisi specifica delle società
avanzate scientificamente e tecnologicamente, che pretende una nuova cultura,
una “cultura postal-alfabetica” [viii][viii], “la
cui elaborazione è certamente assai difficile, e alla quale si è data questa
denominazione non già perché si intende abbandonare l’alfabeto, ma perché
si ha sempre più l’impressione di trovarsi a una svolta storica (nel campo
delle tecnologie della comunicazione) paragonabile a quella rappresentata a
suo tempo dall’invenzione dell’alfabeto”
[ix][ix].
Ci troviamo di fronte ad un
sapere che si riverbera oltre le barriere del presente; l'irruzione del virtuale
nell'interrompere il flusso del tempo opera ricostruendo, da frammenti, gli
eventi del passato, sviluppando, dispiegando e disvelando quelli che sono in fieri.
La radice virtus indica forza,
potenza e quindi la realizzazione oggi di ciò che sarà domani, una
"presenza differita"; questa accezione richiede il superamento
concettuale "dell'opposizione
semplice quanto ingannevole di reale e virtuale" [x][x].
Nuovi strumenti di lettura si
rendono indispensabili per cogliere le tracce di ciò che sta accadendo, "per
vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi e non vediamo, occorre decentrare lo
sguardo, spostarlo dagli oggetti abituali per guardare ai bordi, dove non
portiamo abitualmente attenzione" [xi][xi].
Numerose sono state le teorie
elaborate nell'ultimo quarto di secolo per fornire una chiave di lettura della
cosiddetta "società
dell'informazione" [xii][xii].
Sia Heidegger che Nietzsche
avevano individuato con molta chiarezza il ruolo centrale della tecnica, non
solo come elemento determinante della ristrutturazione dei processi economici
ma anche come elementi di produzione ed elaborazione delle idee, dell'estetica
e degli strumenti di costruzione dei significati del mondo [xiii][xiii].
Wittgenstein diceva che "il
senso del mondo dev'essere fuori di esso" [xiv][xiv], probabilmente non aveva
ancora consapevolezza di quali sconvolgimenti avrebbero introdotto i media nel
processo della comunicazione e di costruzione dell'informazione, tanto da
spingere sempre più verso un mondo di dematerializzazione[xv][xv] e quindi, per davvero, a
portare il senso del mondo "altrove".
Ciò che veramente sta
accadendo è che la presenza diffusa e pervasiva dei media ci sta portando ad
abbandonare, non per nostra scelta, il modo lineare e causale di conoscere
caratterizzante l'epoca moderna, per una percezione in termini di
interdipendenza e di circolarità.
L’interazione uomo-computer
amplia le strategie didattiche praticabili come avviene nell’organizzazione
dei materiali didattici con l’approccio multimediale e ipertestuale.
La multimedialità è la
frontiera più avanzata della informatica oggi. Un sistema informatico
multimediale è un programma (o un insieme di programmi) per computer capace
di acquisire, conservare e combinare nelle forme più varie mezzi di
espressione finora divisi: parole, suoni, immagini fisse e in movimento.
L’interattività invece
rappresenta la parola chiave delle tecnologie informatiche delle ultimissime
generazioni. Significa, da un lato, la possibilità di far lavorare insieme
(inter-agire) informazioni provenienti da fonti diverse (parole, immagini,
suoni), ma soprattutto la capacità dell’utente di intervenire nel processo
di elaborazione di queste informazioni, per dare ad esso la forma che più gli
interessa.
In virtù della diffusione di
nuove tecnologie stiamo assistendo nella realtà odierna ad una
moltiplicazione di forme simboliche che a partire dalla specifica tecnologia
vanno sempre più arricchendosi fino ad elaborare sistemi simbolici
completamente nuovi.
Non v’è dubbio: oggi nel
settore della trasmissione del sapere lo strumento tecnologico più avanzato
ed efficace è quello della multimedialità.
2. La nuova evangelizzazione, sfida per la Chiesa del Terzo Millennio.
“Noi non possiamo tacere quello che
abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20): è
quanto dicono gli apostoli davanti al Sinedrio, ed è il simbolo di una Chiesa
che “esiste per evangelizzare” (EN 14).
Infatti “l’evangelizzazione è la sfida più forte ed esaltante che la
Chiesa è chiamata ad affrontare sin dalla sua origine. In realtà, a porre
questa sfida non sono tanto le situazioni sociali e culturali che essa
incontra lungo la storia, quanto il mandato di Gesù Cristo risorto, che
definisce la ragione stessa dell’esistenza della Chiesa: ‘Andate in tutto
il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura’ (Mc 16,15)”[xvi][xvi]. Proprio per queste parole
pronunciate da Gesù la Chiesa è consapevole che, nata dalla
autocomunicazione di Dio in Cristo, trova la sua ragion di essere nella
comunicazione stessa.[xvii][xvii]
L’interrogativo che si fa
ad ogni epoca più pressante e a maggior ragione nell’era della
comunicazione, è appunto “come” comunicare. Come raggiungere il cuore
dell’uomo oggi occupato da tanti altri messaggi, attirato da altrettanti
miraggi e felicità a portata di mano o apparenti?
Nella storia della Chiesa, si
nota a questo proposito un evidente cammino e attenzione ai segni dei tempi.
Infatti “con il Concilio anche
l’immagine pubblica della Chiesa è certamente cambiata, e proprio
all’insegna della comunicazione: non più una Chiesa che scomunica, ma una
Chiesa che comunica, non una Chiesa che condanna, ma una Chiesa che dialoga”.[xviii][xviii]
Oggi, agli occhi di molti, il
cristianesimo non è più significativo, un po’ perché il progresso ha reso
l’uomo sicuro di sé e abbastanza autosufficiente al punto da potersi
costruire una religione “fai da te”, un po’ perché la Chiesa in passato
non sempre ha saputo testimoniare adeguatamente con le opere, l’amore di Dio
verso tutti. Risulta perciò maggiormente impegnativa la comunicazione della
fede anche perché si tratta di “annunciare
con nuovo slancio e ricorrendo a nuove espressioni il messaggio di sempre: Gesù
Cristo e la sua Buona Notizia […] Dunque una evangelizzazione nuova sia nel
fervore dei protagonisti, sia nelle mediazioni culturali e nelle strategie
pastorali”.[xix][xix]
In effetti, la comunicazione
della Chiesa si gioca su due fedeltà: a Dio e all’uomo. È un comunicare
attraverso la lingua degli uomini, e soprattutto entrare nella loro storia e
nella loro vita. Perciò non tanto parlare ma soprattutto ascoltare per saper
dare risposte reali e attuabili.
In fondo la salvezza si
realizza in un atto di comunicazione, tanto che tutta la storia biblica può “essere
letta come il resoconto di una comunicazione che si avvia con la creazione
attraverso la Parola, si rompe con il peccato, si ristabilisce mediante
l’alleanza, la promessa, la redenzione. Nella creazione il mondo si
prospetta come epifania della Parola e quindi come tessuto comunicativo.
Babele è il simbolo di questa umanità che non sa più comunicare. La
Pentecoste invece è la bandiera della comunicazione ristabilita in forza
dell’unico Spirito”.[xx][xx]
La Chiesa verrebbe meno alla
sua vocazione, alla sua natura, se non fosse segno nel mondo e segno parlante.
Del resto l’uomo stesso non può fare a meno di comunicare e lo fa con tutto
quello che è: parole e gesti, silenzi, sguardi e movimenti. Fondamentalmente
l’uomo è fatto per relazionarsi, si realizza pienamente quando sa entrare
in rapporto con l’altro. “Nell’ottica
cristiana, il mondo è tutto un tessuto di relazioni perché frutto riflesso
della Parola divina, riverbero del Dio Trinità, la cui vita si esprime nella
comunione, nella relazione e nella comunicazione”.[xxi][xxi]
La religione cattolica si
differenzia dalle altre per questa caratteristica divina di relazione. Dio
crea l’uomo a sua immagine e somiglianza per vivere con lui un rapporto
interpersonale unico e gli crea un suo simile perché “non
è bene che l’uomo sia solo” (Gen. 2,18). Anche di fronte al peccato
dell’uomo, la comunicazione non si interrompe, perché Dio lo cerca e gli
offre continuamente la possibilità di ristabilire la relazione. Come scrive
il Cardinal Martini “L’evento
comunicativo che regge tutta la storia è un evento gratuito e libero: Dio
decide di comunicarsi all’uomo entrando con lui in alleanza. A tale
iniziativa libera e gratuita del Dio vivente è chiesta una risposta libera e
grata: la risposta della fede […] “Il Signore si è legato a voi e vi ha
scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete
infatti il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama.
Riconoscete dunque che il Signore vostro Dio è Dio, il Dio fedele” (Dt.
7,7-9)”.[xxii][xxii]
Centro e culmine del
relazionarsi di Dio con l’uomo è Gesù, “Dio
che viene in Persona a parlare di sé all’uomo e a mostrargli la via sulla
quale è possibile raggiungerlo”.[xxiii][xxiii] Ed è proprio in Cristo che
si realizza quel tipo di comunicazione che oggi potremmo chiamare globale.
Egli è infatti per ogni cristiano e per la Chiesa in generale, modello e
maestro di comunicazione a tutti gli effetti.
Innanzitutto comunicò con le
parole e, come si legge nella lettera pastorale “Effatà”, ne possiamo
individuare di diversa portata. “Parole
di Gesù che smascherano i tranelli della comunicazione interpersonale e le
ipocrisie e i blocchi comunicativi nei rapporti tra gruppi”.[xxiv][xxiv]
Gesù si esprime con
chiarezza, non ha timore di perdere prestigio, non illude nessuno. A chi gli
chiede di seguirlo, gli fa capire che è una scelta radicale che non ammette
ripensamenti. Di fronte alle ingiustizie e alle ipocrisie pronuncia con
fermezza e decisione le sue accuse, certo di inimicarsi i personaggi più
illustri e autorevoli del suo tempo. Anche verso gli apostoli la sua
comunicazione è schietta e quando se ne presenta il momento non si pone il
problema di dare risposte dure o rimproverare.
“Parole e gesti con cui Gesù promuove e incoraggia la
comunicazione, l'amicizia, lo stare insieme in fraternità. Parole e gesti di
Gesù con cui egli esprime da una parte la sua relazione unica con il Padre e
insieme il suo voler stare con gli uomini”.[xxv][xxv]
In secondo luogo Gesù
comunicò con i miracoli in cui ristabilisce una comunicazione bloccata o
interrotta e che, nello stesso tempo, sono segni della presenza salvifica e
provvidente di Dio.
La comunicazione di Gesù è
anche attraverso i suoi atteggiamenti nei confronti dei poveri, dei bisognosi,
dei malati, degli emarginati, delle donne e dei bambini, insomma di tutte
quelle categorie di persone considerate gli ultimi.
E possiamo aggiungere anche
tutti i modi che Gesù usa per comunicare in maniera verbale e non verbale. La
povertà della nascita a Betlemme, la presenza silenziosa a Nazaret per
trent'anni, il suo stare a tavola anche con i peccatori, la sua tenerezza
verso i bambini, il suo intrattenersi a lungo con i malati, il suo incontro
con l’adultera, il suo pianto su Gerusalemme e su Lazzaro, sono altrettante
forme esemplari di comunicazione non verbale. Come anche le parabole e le
similitudini, le interpellazioni, le invettive, gli interrogativi con cui
scuote i suoi e la gente: sono tutti modi efficacissimi di comunicazione
verbale.
Con queste radici bibliche la
Chiesa non può venir meno al suo essere missionaria e mediatrice dell’amore
di Dio o frenarsi di fronte a una società che, convinta di avere tutto, non
sente il bisogno di cercare in Dio l’essenziale e considera la religiosità
cristiana come un qualcosa di vecchio e fuori tempo. La sfida aperta è una
comunicazione della fede che arrivi a toccare il vissuto di ogni uomo, una
rilettura del Vangelo che ne evidenzi la perenne novità qui e ora.
Secondo Padre Pierre Babin, vibrare
insieme è più importante di pensare
ragionevolmente. Il primo linguaggio della evangelizzazione – linguaggio
che è esattamente quello dei mass media – è il linguaggio della vibrazione
del cuore, del calore dei gesti, della convinzione interiore, in una parola,
è il linguaggio del corpo. Non è senza interesse scoprire che le forme
fondamentali con cui comunichiamo, le sorgenti del nostro linguaggio, sono di
tipo audiovisivo…
All’inizio del terzo
Millennio ci troviamo di fronte a una realtà molto complessa. Le scienze
sociali e la filosofia – l’abbiamo visto -definiscono questo tempo col
termine post-modernità per indicare
la fine di un’epoca e l’inizio di un qualcosa di nuovo di cui ancora non
si conoscono bene i lineamenti e la portata.
Questa situazione interpella
la Chiesa in modo particolare. Proprio perché incarnata nell’oggi, non può
rimanere indifferente, anzi deve cercare tra le contraddizioni e le diverse
sfide, il significato nuovo del suo agire. A questo proposito un autore
contemporaneo afferma che: “evangelizzare
nella post-modernità significa per la Chiesa ridefinire la propria identità
nell’impegnativo confronto con un clima culturale diverso da quello a cui,
con tanta fatica, si era abituata. Ma significa anche prendere sul serio il
mistero del tempo, che è dono di Dio, e accettare di vivere fino in fondo
l’avventura che questo futuro le riserba, con gratitudine e speranza”.[xxvi][xxvi]
La novità
dell’evangelizzazione forse sta nel recuperare una caratteristica
primordiale della Chiesa, il suo essere in perenne cammino. È innanzitutto la
storia del popolo di Israele che, solo attraverso l’esodo può fare
esperienza di quel Dio vicino che sa e conosce tutte le sofferenze degli
uomini. È la missione stessa di Gesù che, di villaggio in villaggio, si fa
segno di contraddizione, avvicinando e valorizzando quelle categorie di
persone escluse e giudicate. Anche gli apostoli, sulle orme del maestro,
percorrono chilometri e chilometri per portare il Vangelo anche ai popoli
pagani.
Probabilmente agli
evangelizzatori di oggi viene chiesto di mettersi in cammino per uscire dagli
schemi sicuri di un cristianesimo che fino a poco tempo fa si basava
prevalentemente su regole e divieti. Si tratta di entrare nella cultura
attuale per coglierne le possibilità di crescita che realmente ci sono,
nonostante le contraddizioni. L’icona dell’Areopago di Atene (atti
17,22-34) è un esempio di come è possibile partire dall’esistente per
stimolare all’incontro con il Dio vero. San Paolo insegna che, anche un
elemento contrario alla tradizione cristiana, può diventare punto di partenza
per un approccio alla fede.
La questione dell’annuncio
nell’epoca del trionfo della informazione mediatica,
nell’epoca della rivoluzione tecnologica e culturale provocata da Internet,
dalle TV e telefonie satellitari, dalla moltiplicazione delle opportunità
“elettroniche” di comunicazione non può essere disattesa. Occorre
profittare di ogni sentiero misterioso dell’etere! Un sito Web (o una
pagina) su Internet può trasformarsi in un areopago elettronico dove
proclamare la buona novella del Signore risorto a un largo segmento della
popolazione che a malapena lo conosce.
L’uomo contemporaneo si
porta dentro grandi desideri che, sovente, nascondono una inconsapevole
invocazione di salvezza.
Eppure “mai come oggi nella società della comunicazione totale si registra
l’esplodere di spinte non comunicative, orientate alla negazione del diritto
dell’altro a parlare, anzi perfino a esistere”.[xxvii][xxvii]
Compito della Chiesa è saper
riconoscere le domande inespresse dell’umanità anche dietro quegli
atteggiamenti ambigui e indifferenti che talvolta possono fermare l’azione
salvifica. È anche essere pronta a tutto, ad adeguarsi ai ritmi frenetici di
una continua evoluzione e sapersi proporre non come un ideale, ma come realtà
concreta e attiva nel quotidiano vivere.
È evidente lo stretto
rapporto fra comunicazione e mondo della vita. Questo mondo vitale sta sempre
alle spalle del soggetto coinvolto in ogni atto comunicativo. Ed è su questo
terreno esistenziale che le persone possono incontrarsi.
Molto significativo a questo
proposito è l’episodio degli Atti degli Apostoli dove si narra della
discesa dello Spirito Santo sui discepoli dopo l’Ascensione al cielo di Gesù:
“Mentre il giorno di Pentecoste stava
per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne
all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatté gagliardo,
e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco
che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti
pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo
Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2, 1-4).
“La solitudine e l’incomunicabilità, ma anche la cecità e la
difficoltà di cogliere la realtà, sono sconfitte dall’irrompere dello
Spirito del Signore. Viene in mente la formula di Paolo: “Non c’è più
giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero; non c’è più né uomo
né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,27-28).[xxviii][xxviii]
Veramente il tema della
comunicazione è il luogo in cui si
rivelano e confluiscono i problemi dell’uomo contemporaneo. Non ci si può
illudere di ignorarlo e neppure ci si può limitare a subirlo come una moda.
Siamo anche noi convinti che il futuro della nostra civiltà passa attraverso
l’elaborazione di una cultura della comunicazione.
La realtà attuale ci
presenta innanzitutto un forte bisogno di autenticità. Oggi, pur vivendo
all’ombra di un consumismo che, in un certo senso spinge a monopolizzare le
scelte di vita, emerge una tendenza ad andare contro corrente e, in alcuni
casi, a fare della trasgressione, della creatività e dell’imprevedibilità
valori che aiutano l’individuo a esprimersi nella sua unicità. È
un’istanza che, come Chiesa ci interpella, e in qualche modo ci deve anche
inquietare. In fondo bisogna ammettere che, nel corso della storia, si è
talvolta travisato quello che era il messaggio cristiano e si è pensato,
pienamente al passo coi tempi, che l’uniformità poteva essere una buona
garanzia di fedeltà alla Parola di Dio. Oggi raccogliamo un po’ i frutti di
questo passato, molti si sono allontanati dalla Chiesa per paura di perdere la
propria originalità e di dover a tutti i costi adattarsi a regole e
comandamenti impersonali.
Forse si tratta proprio di
passare da un’educazione alla fede fatta di trasmissione di idee, di
concetti e di formule prestabilite, ad un’altra più vera, che mira alla
persona nella sua globalità e la arricchisce più con forme e gesti concreti
di autenticità che con parole. Si tratta di recuperare l’umanità di Cristo
che è sempre partito dal vissuto di ognuno, dall’accoglienza
dell’individuo nella sua singolarità e fragilità per guidarlo verso gli
orizzonti dell’amore che libera.
Altro desiderio dell’uomo
moderno è la piena realizzazione. Essere realizzati oggi è raggiungere una
certa stabilità anche economica, è sentirsi a proprio agio in ogni ambiente
e di conseguenza sentirsi “a posto” con se stessi e con gli altri, insomma
è raggiungere la felicità.
L’evangelizzazione da
questo punto di vista può proprio partire da questo desiderio umano per
presentare il messaggio cristiano come un elemento fondante la realizzazione
personale e come via verso la comunione.
Gesù ha proposto la vera
felicità, quella che non passa, quella che non è legata alle cose di questo
mondo. Il Vangelo delle Beatitudini (Mt 5,3ss) ne è un esempio: nonostante le
fatiche quotidiane e le inevitabili tristezze, il credente sa che può contare
sulla potenza di Dio. Questa in fondo è la vera felicità: “una segreta
pienezza” che non deriva tanto dal fatto che le cose esterne vadano bene,
quanto piuttosto da una profonda serenità interiore che consente di viverle
bene anche quando vanno male.
Bisogna ancora tenere
presente che, nell’ottica evangelica, la realizzazione non è a scapito
degli altri, anzi la vera realizzazione la si ottiene nella misura in cui si
sa andare oltre le proprie esigenze e necessità.
A questo proposito oggi, può
essere significativo fare proposte forti di volontariato, che
nell’esperienza concreta di reciprocità, portano la persona a incontrare
nel volto del fratello bisognoso la chiamata di Dio alla fede.
Quando si parla di
realizzazione personale, non si può tralasciare un tema che è diventato
condizione fondamentale perché questa avvenga: la qualità della vita.
Al termine del secondo
millennio è importante interrogarsi sul come si vive. E, sotto il termine qualità,
l’uomo di oggi fa rientrare un’infinità di fattori, cura della propria
immagine, della propria professionalità, del benessere fisico e
psicologico.
Dire qualità della vita è,
per l’uomo di oggi, sforzarsi a rendere migliore il proprio essere e il
proprio operare, e farlo soprattutto attraverso la soddisfazione dei bisogni.
Il rischio più grande purtroppo, in una società di consumi è dato dal fatto
che sovente sorgono bisogni inutili, desideri irrealizzabili che rendono la
persona fondamentalmente insoddisfatta.
Sappiamo, infatti, che
l’uomo ha in sé bisogni primari che chiedono la semplice soddisfazione,
mentre nella società attuale la tendenza è di stimolarli tanto da
travolgerlo e soggiogarlo.
“L’istanza della cultura contemporanea sulla qualità della
vita può far riscoprire ai cristiani che la fede non è stata loro data per
anestetizzare le loro facoltà e i loro bisogni, ma per risvegliarli e
orientarli verso il Solo che può dare loro appagamento”.[xxix][xxix]
Il richiamo alla qualità
della vita può essere, inoltre, per il cristiano uno stimolo a una
testimonianza più convincente che, attraverso l’attualizzazione della Sacra
Scrittura, può aiutare l’uomo del suo tempo a distinguere tra ciò che è
eterno e l’effimero e quindi inutile da perseguire perché non porta alla
piena realizzazione e soprattutto alla felicità.
Nella cultura post-moderna
risulta allora evidente che ciascun individuo viva una propria originalità
espressa dalle diverse esigenze personali. Si parla di cultura della diversità
e con questo termine si indica la varietà delle istanze, delle attese, delle
esigenze e delle possibilità di realizzazione che sono nel cuore dell’uomo
moderno. Una complessità che può diventare punto di partenza per la nuova
evangelizzazione e, nello stesso tempo, punto di incontro con gli uomini di
questo tempo.
Una vera comunità si
sviluppa e si realizza nella diversità di ogni suo componente e la Chiesa,
dunque, ne può trarre un reale vantaggio per la sua opera di testimonianza e
soprattutto per la sua santità.
Un ulteriore elemento
caratterizzante l’epoca attuale, è la libertà. Libertà nei rapporti
interpersonali e libertà di essere e di agire. Indubbiamente oggi questa
istanza è molto sentita. Poter orientare la propria vita senza alcuna
costrizione esterna, agire come si vuole, senza altro limite che l’analogo
diritto degli altri a fare lo stesso, non subire intromissioni nella propria
sfera privata: sono alcune formulazioni di questa esigenza fondamentale,
maturata già nella civiltà moderna e confermata dalla nuova cultura
post-moderna.
Di fronte a questa esigenza,
la nuova evangelizzazione è stimolata a richiamare una verità fondamentale:
Gesù è colui che mai viola la libertà: Egli rende liberi.
Forse è questo il messaggio
principale che dovrebbe essere trasmesso dai cristiani di oggi. Aiutare
l’uomo contemporaneo a capire che il Vangelo è una fonte sicura per la
realizzazione dei desideri più nascosti perché li libera dalle ambiguità.
L’evangelizzatore oggi è colui che ha incontrato Cristo nel quotidiano e se
ne fa testimone attraverso gesti concreti di solidarietà e accoglienza della
diversità, sapendo che è questa la chiave dell’autorealizzazione e il modo
migliore per raggiungere la qualità della vita.
3. Dalla evangelizzazione permanente alla nuova evangelizzazione
“La Chiesa evangelizza sempre e non ha mai interrotto il cammino
dell'evangelizzazione. Celebra ogni giorno il mistero eucaristico, amministra
i sacramenti, annuncia la parola della vita - la parola di Dio, s'impegna per
la giustizia e la carità. E questa evangelizzazione porta frutto: dà luce e
gioia, dà il cammino della vita a tante persone; molti altri vivono, spesso
senza saperlo, della luce e del calore risplendente da questa evangelizzazione
permanente. Tuttavia osserviamo un processo progressivo di scristianizzazione
e di perdita dei valori umani essenziali che è preoccupante. Gran parte
dell'umanità di oggi non trova nell'evangelizzazione permanente della Chiesa
il Vangelo, cioè la risposta convincente alla domanda: Come vivere?
Perciò cerchiamo, oltre
l'evangelizzazione permanente, mai interrotta, mai da interrompere, una nuova
evangelizzazione, capace di farsi sentire da quel mondo, che non trova accesso
all'evangelizzazione "classica". Tutti hanno bisogno del Vangelo; il
Vangelo è destinato a tutti e non solo a un cerchio determinato e perciò
siamo obbligati a cercare nuove vie per portare il Vangelo a tutti”[xxx][xxx].
Allora?
Nuova evangelizzazione
— o, forse, evangelizzazione nuova
— è formula che ha caratterizzato l'attuale pontificato, significativamente
iniziato con l'esortazione a non temere di spalancare le porte a Cristo, perché
solo Lui fonda e tutela l'umanesimo integrale.
È il Papa stesso a ricordare
quelle parole, undici anni dopo, nella Christifideles laici (34). Certamente,
la formula "nuova evangelizzazione" era allora all'inizio del suo
cammino e andò sviluppandosi progressivamente, con l'incalzare degli eventi
più disparati. In ogni caso, nuova evangelizzazione è una formula che mette
a fuoco quale dev'essere la risposta della Chiesa alle sfide del terzo
millennio appena iniziato. Una formula che sviluppa nella continuità tanto
l'ispirazione originaria del Vaticano II — la quale si proponeva di
"mettere in contatto con le energie vivificanti del Vangelo il mondo
moderno" (cfr. Costituzione Apostolica d'indizione,
Humanae salutis) —, quanto la sua ricezione nella fase postconciliare,
culminata nella Evangelii nuntiandi
di Paolo VI. In breve, una formula che, nella pienezza dell'articolazione cui
è ormai pervenuta, intende rilanciare quell'eredità a livello personale e
comunitario, teorico e pratico.
Nuova evangelizzazione,
piuttosto che ri-evangelizzazione, per indicare che la svolta epocale in atto
richiede di annunciare con nuovo slancio e ricorrendo a nuove espressioni,
metodiche o strategie, il messaggio di sempre: Gesù Cristo e la sua Buona
Notizia, infatti, sono la risposta alla crisi dell'uomo contemporaneo,
suggestionato dall'onnipotenza tecnocratica, ma in balìa del nichilismo
etico–spirituale, invano attenuato dai miraggi delle sètte e dei nuovi
movimenti religiosi. Dire ri-evangelizzazione significherebbe alludere
soltanto a qualche ritocco accidentale o alla semplice correzione delle
imperfezioni umane. Nuova evangelizzazione significa, invece, collaudare forme
teoriche e pratiche nuove, per "annunciare" efficacemente il kerygma
di sempre nel mutato contesto socioculturale. Quindi, non ricominciare da
zero, bensì edificare, con necessari assestamenti e ristrutturazioni della
realtà precedente, un altro piano sopra quelli esistenti. Perciò una
evangelizzazione nuova sia nel fervore dei protagonisti, sia nelle mediazioni
culturali e nelle strategie pastorali.
Innegabilmente, quindi,
ripetiamolo, l'urgenza di tale evangelizzazione nasce dal fatto che l'umanità
oggi sta vivendo una impressionante "svolta epocale" che, già
intuita dalla Gaudium et spes (54), si è molto accelerata dopo il crollo dei
muri (fine del socialismo reale), la crisi del razionalismo illuminista (fine
della modernità) e l'avvento ormai inarrestabile del villaggio globale (fine
dell'eurocentrismo). E come alle precedenti "svolte" e relative
"sfide" — leggiamo nella Redemptoris
missio (30) — "la Chiesa, guidata dallo Spirito, ha risposto con
generosità e lungimiranza", trovando nuove inculturazioni della fede e
adeguate metodiche pastorali, così oggi deve affrontare con non minore
generosità le nuove sfide, "proiettandosi verso nuove frontiere".
Non basta quindi ritoccare
superficialmente l'opera evangelizzatrice, né migliorare tatticamente i vari
ambiti della pastorale: viene richiesta una strategia globalmente nuova, che
non solo investa le varie componenti personali e le realtà strutturali della
Chiesa, ma che si cali anche nelle più diverse situazioni o circostanze,
tanto in Europa quanto nel resto del mondo.
Evangelizzazione nuova nel fervore
La novità sta anzitutto nel fervore, ossia nella santità che è vocazione di
tutti i battezzati e anima di ogni apostolato. Perciò Cristo stesso ci chiama
a rinnovare il nostro ardore apostolico. Per questo invia il suo Spirito: per
infiammare anche oggi, come a Pentecoste, il cuore della Chiesa.
"L'ardore apostolico della nuova evangelizzazione scaturisce da una
radicale conformazione a Gesù, il primo evangelizzatore". Ciò postula
sia una fede matura, che abilita a leggere e valutare tutte le cose secondo il
pensiero di Cristo, sia una fede motivata attraverso un serio e constante
aggiornamento: una fede coerente e impegnata, che si traduce in operatività
apostolica coraggiosa e non priva di fantasia creatrice. Questo fervore, poi,
dev'essere non solo personale, ma anche comunitario; ossia deve coinvolgere
tanto i singoli protagonisti — sacerdoti, laici e religiosi (le tre grandi
componenti del popolo di Dio), quanto le diverse comunità, specialmente
intensificando le "mutue relazioni" a tutti i livelli, come
richiesto dalla vocazione universale alla santità (LG cap. 5).
Il che richiede "una
revisione della qualità della testimonianza personale e comunitaria, in modo
che si possa avere una nuova evangelizzazione che sappia riproporre in termini
convincenti all'uomo odierno il messaggio perenne della salvezza" (EN 12)
Perciò nella Redemptoris
missio (90s) si legge che il migliore evangelizzatore è il santo, ossia
l'uomo tanto delle beatitudini quanto della comunione e partecipazione. In
breve, l'evangelizzazione sarà nuova se e nella misura in cui ogni componente
ecclesiale sarà al meglio se stessa e realizzerà la migliore interazione con
tutte le altre, evitando di rinchiudersi nei ghetti (come in qualche
movimento) o di procedere in ordine sparso (come nella pastorale
improvvisata). Perciò il nuovo fervore richiede uno sforzo generoso di
ciascuno e a tutti i livelli, così da realizzare nei fatti la pregnanza
etimologica della "sinodalità" (affettiva ed effettiva) indicata
dal sun (=con: convegno, concilio): maggior fervore, quindi, nel con-venire,
con-vergere e con-laborare di ciascuno e tutti, e ad ogni livello.
Protagonisti della nuova
evangelizzazione perciò sono tutti i battezzati, e non solo i preti o le
religiose. Si tratta quindi i un protagonismo globalmente ecclesiale, che
coinvolge tutti i cristiani — presbiteri, laici e religiosi — anche se con
ruoli e in situazioni non omologabili. Perciò nella Christifideles laici (34), descrivendo la molteplice e specifica
articolazione del protagonismo laicale, il Papa ne sottolinea l'obiettivo
comune: "La nuova evangelizzazione è destinata a formare comunità
ecclesiali mature, nelle quali cioè la fede sprigioni tutto il suo originario
significato di adesione alla persona di Cristo e al suo Vangelo, di incontro e
di comunione sacramentale con Lui, di esistenza vissuta nella carità e nel
servizio". Rivolto invece ai presbiteri scrive: "Il prioritario
compito pastorale della nuova evangelizzazione, che riguarda tutto il popolo
di Dio e postula un nuovo ardore, nuovi metodi e una nuova espressione per
l'annuncio e la testimonianza del Vangelo, esige sacerdoti radicalmente
immersi nel mistero di Cristo e capaci di realizzare un nuovo stile di vita
pastorale, segnato dalla profonda comunione con il Papa, i vescovi e tra di
loro, e da una feconda collaborazione con i fedeli laici, nel rispetto della
promozione dei diversi ruoli, carismi e ministeri all'interno della comunità
ecclesiale" (PdV 18).
E’, pertanto, importante
approfondire l'ecclesiologia pneumatologica e trinitaria del Vaticano II,
proprio in ordine alla nuova evangelizzazione che ogni battezzato e i
rispettivi stati di vita dovrebbero realizzare in osmosi con gli altri. A
questo proposito bisogna ricordare due fondamentali principi, anche
rivisitando i tria munera (sacerdotale, profetico e regale) di ciascun
battezzato: il principio di reciprocità (tra le persone) e quello di
sussidiarietà (tra le funzioni). Secondo tali principi, nessun cristiano (e
relativo stato di vita) può realizzarsi né attuare la propria funzione se
non in rapporto con gli altri e le rispettive funzioni nella Chiesa: l'uno,
infatti, si attua di fronte e in rapporto con l'altro. I capitoli II e III
della Pastores dabo vobis sono particolarmente felici nel descrivere tanto la
santità e le funzioni proprie dei presbiteri e dei fedeli laici, quanto la
reciproca immanenza — quasi sul modello della perikoresis trinitaria — che
si dà tra il sacerdozio ministeriale e quello comune, sottolineando che il
primo non è sopra ma davanti e in funzione del secondo. In caso contrario, i
due sacerdozi sarebbero pensati in termini di subordinazione e non di mutue
relazioni, e l'ordinazione sacerdotale farebbe del prete non un "servo
dei servi di Dio" ma un supercristiano.
La nuova evangelizzazione,
quindi, richiede più che mai una reciproca collaborazione. E come non tutti
possono fare tutto — ma ciascuno deve fare la sua parte e interagire meglio
che può con l'altro —, cosi ogni stato di vita (con relativi doni,
ministeri e tria munera) non può operare senza gli altri. Si pensi alla
triplice rifrazione del munus sacerdotale, profetico e regale nei presbiteri,
nei fedeli laici e nei religiosi. In tal senso la Christifideles
laici (55) afferma: "Nella Chiesa–comunione gli stati di vita sono
tra loro cosi collegati da essere ordinati l'uno all'altro". La nuova
evangelizzazione richiede quindi il coinvolgimenti di tutti, ma valorizzando i
carismi e ministeri di ognuno. Anche se innegabilmente, come è stato
sottolineato al Sinodo dei vescovi del 1987, questa è l'ora dei laici: non
solo perché essi rappresentano il 997 per mille del popolo di Dio, ma anche
perché e soprattutto compete "all'indole secolare della loro
vocazione" realizzare il "già e non ancora" del Regno nel
mondo. Ossia, mettendo il sale e il lievito di Cristo nelle realtà create
(famiglia, cultura, economia, politica, arte), essi le sottraggono alla
vanificazione del peccato e "le ordinano secondo Dio" (LG 31).
Il problema cruciale della
nuova evangelizzazione riguarda quindi anche il ruolo del laicato e il modo
nel quale fargli prendere coscienza del suo protagonismo, tanto nella Chiesa
quanto nel mondo. Questo è il compito specifico dei presbiteri e dei
religiosi: intensificare la formazione dei laici e coordinarne le tante forze
nella pastorale d'insieme, specie attraverso il "laboratorio" del
Consiglio pastorale.
Evangelizzazione nuova nelle
strutture
Ancora, l'evangelizzazione
deve essere "nuova" per le strutture: ossia per il modo nuovo di
impostare tanto le strutture territoriali o "stabili", come le
parrocchie, quanto le strutture più recenti o "mobili", come i
gruppi e movimenti; senza dimenticare quelle che potremmo dire
"trasversali": non solo perché attingono da entrambe le precedenti,
ma anche perché le servono indiscriminatamente
Recentemente, poi, si è fatta strada la tematica delle "unità
pastorali", ossia del come fronteggiare la scarsità dei presbiteri che,
via via, sguarnisce le parrocchie più piccole. Qui ci basterà ricordare che
le microparrocchie italiane (con meno di 500 abitanti) sono oltre il 35% del
totale (6.873 su 25.500), mentre da un sondaggio effettuato in 143 diocesi
risulta che 3.284 parrocchie (pari al 17,2 % del totale) non hanno parroco
residente.
Come non avvertire in tutto
ciò un venire meno in ordine alla nuova evangelizzazione abbandonando quelle
microparrocchie o ricorrendo a uno stressante quanto poco fruttuoso
"viaggio eucaristico domenicale a tappe forzate" del parroco vicino?
Ritornando alla parrocchia
media e tradizionale — che resta tuttavia una struttura indispensabile,
benché da sola non possa affrontare la crescente mole di problemi che sfidano
la Chiesa oggi —, per la nuova evangelizzazione ricordiamo almeno tre
direzioni lungo le quali muoversi:
a. Anzitutto vanno
realizzate innovazioni nelle stesse realtà parrocchiali esistenti, specie
quelle urbane, macroscopiche e anonime, grazie, ad esempio, alle Comunità
Ecclesiali di Base (CEB). Grazie cioè a un decentramento che favorisca sia
l'annuncio (kerygma) pure ai lontani, sia la nascita di comunità a misura
d'uomo redento (koinonia). Perciò, dopo un'adeguata fase kerygmatica, nei
singoli nuclei si celebra pure l'Eucaristia, fons et culmen della vita
cristiana; ma l'unità parrocchiale non è affatto minacciata, data la
"comunione di comunità" intesa dal modello ecclesiologico qui
soggiacente e che trova periodiche verifiche attraverso il confluire delle CEB
nella parrocchia madre.
b.L'altra direzione in cui
urge muoversi è quella del Consiglio Pastorale, considerato non solo una
"cerniera" tra le diverse realtà ecclesiali, ma quasi come
laboratorio teorico della nuova pastorale d'insieme e prima forma operativa
concreta della mutua collaborazione tra i battezzati presenti sul territorio.
Anzitutto in questo luogo teologico–pastorale si deve verificare
(etimologicamente) l'effettiva e affettiva sinodalità, dalla quale far
scaturire la nuova osmosi (e non concorrenza) tra le realtà ecclesiali più
incentrate sulla parrocchia (territorio) e quelle più mobili o trasversali
(gruppi, movimenti, scuola cattolica, ecc.)
c. I gruppi e movimenti sono senza dubbio tra le novità più significative
della Chiesa odierna (cfr Christifideles laici, 29), anche perché in essi si
trovano molte forme dell'auspicato nuovo protagonismo laicale. Infatti, se
"molti luoghi e forme di presenza e di azione sono oggi necessari per
recare la Parola di vita all'uomo contemporaneo, e molte altre funzioni
d'irradiamento religioso e di apostolati di ambiente — nel campo
socioculturale, educativo, professionale, ecc. — non possono avere come
centro e punti di partenza la parrocchia", allora questa situazione
diventa un'opportunità provvidenziale perché essa "adatti le sue
strutture, dando spazio alle piccole CEB, operando una ben intesa comunione e
collaborazione con le altre forme di presenza ecclesiale ed
evangelizzatrice" (ivi, 26s). Ma questo suppone che tutti intendano
collaborare seriamente, anche rinunciando a essere i primi della classe.
Evangelizzazione nuova nelle espressioni
In terzo luogo, la
nuova evangelizzazione si qualifica tale per le espressioni, ossia perché
Cristo stesso ci chiede di proclamare la Buona Notizia con un linguaggio che
renda il Vangelo di sempre più vicino alle odierne nuove realtà culturali.
Occorre cercare le nuove espressioni che consentano di evangelizzare
gli ambienti caratterizzati dalla cultura urbana e di inculturare il Vangelo
nelle nuove forme della cultura che si sta imponendo.
Certo viviamo ormai la città
postindustriale, che non rappresenta soltanto una variante dell'habitat umano
tradizionale, ma produce un tipo umano diverso: consumista, di cultura
audiovisiva, anonimo e sradicato. E’ qui sottesa la vexata quaestio circa il
passaggio dall'epoca fondata su parola e concetto a quella fondata su immagine
e contesto. E quando mutano i fondamenti di una cultura, cambiano anche la
mentalità e i relativi modi di esprimere la nuova cultura: non è più la
realtà che, attraverso i suoi modi di presentarsi, si fa conoscere per quello
che è, ma è il-ciò-che-appare della realtà che viene preso per realtà.
Di conseguenza, i mass media
stanno generando una nuova civiltà, in cui si esige tanto una nuova forma
mentis, quanto nuove forme di linguaggio e di mediazione per comunicare.
Evangelizzazione nuova nei
metodi
Passando poi ai metodi della
nuova evangelizzazione, occorre ricordare che non possono mancare la
testimonianza e l'incontro personale, la presenza del cristiano in tutto ciò
che inerisce all'umano, come pure la fiducia nell'annuncio salvatore di Gesù
e nell'azione dello Spirito. Occorre impiegare, sotto l'azione dello Spirito
creatore, l'immaginazione e la creatività, affinché il Vangelo giunga a
tutti, in maniera pedagogica e convincente. In breve, è necessario utilizzare
tutti quei metodi che consentano al Vangelo di arrivare al centro della
persona e della società. Di qui le tante metodologie presenti sul campo e
variamente riconducibili alle diverse indicazioni pontificie, successivamente
formulate in Europa, America Latina o nel resto del mondo. E se prima abbiamo
trattato delle modalità nuove dell'annuncio (kerygma), che inculturano la
Buona Notizia secondo le categorie e le sensibilità di oggi, adesso la
questione riguarda le metodologie operative (pastorali in senso lato). In
proposito non va dimenticato che, soprattutto nell'applicazione di questi
metodi, emerge qualche conflittualità tra i loro promotori, col rischio di
elidere a vicenda potenzialità altrimenti sussidiarie e che potrebbero
utilmente ben integrarsi.
Alcuni metodi:
a.
Una prima forma è rappresentata dal
metodo dialogale che, ispirandosi all'ecclesiologia della cosiddetta Lettera a
Diogneto, vede la Chiesa come sale e lievito: inserita nel mondo con una
presenza critico–escatologica (il sale infatti non deve perdere il sapore),
essa, nel rispetto dell'Incarnazione, è chiamata a vivere un atteggiamento di
simpatia, più che di rottura o diffidenza, nei confronti del mondo.
Riconoscendo che questo è già abitato dallo Spirito (cfr. i ricordati semina
Verbi), tale metodo attua una convivenza rispettosa e un dialogo franco,
prudente e non ingenuo, ma sempre costruttivo.
b.
Un secondo metodo è quello catecumenale,
incentrato sulla riscoperta dell'antica prassi cristiana: l'iniziazione per
gradi, cui vanno sottoposti da capo un po' tutti i cristiani, stante il fatto
che nell'Europa di fine millennio molto ridotta è la percentuale di quelli
che vivono il loro battesimo. Tale cammino ricorre a una catechesi
biblico–liturgica articolata in tappe progressive, funzionali a una
conversione (metanoia) sempre maggiore, frutto dell'annuncio (kerygma) che
sfocia nella comunità redenta (koinonia) e missionaria pentecostale (dal
Cenacolo al mondo intero). Nonostante qualche eccesso o rischio, è innegabile
che questo modello, vissuto con grande slancio missionario dai suoi adepti e
fortemente centrato sulla morte–risurrezione di Gesù, raggiunge molti
lontani e incalza pure la Chiesa tradizionale a mettersi "in stato di
missione".
c.
Un terzo tipo è quello carismatico, o di
rinnovamento nello Spirito, che recupera la pneumatologia orientale e, con un
po’ di enfasi sul "battesimo nello Spirito", valorizza pure le
altre sue manifestazioni elencate in 1Cor 12 (glossolalia, guarigioni, ecc.).
Anche in questo modello la convinzione di partenza è che l'evangelizzazione
dei tempi passati non abbia fruttificato in pienezza, sicché urge ridestare
nei credenti una vita spirituale matura e ricca attraverso un nuovo contatto
con lo Spirito che è in loro e al quale solo compete rinnovare i prodigi
della Pentecoste. Nuova evangelizzazione, allora, significa proclamare sine
glossa un Vangelo efficace e visibile, con segni e prodigi, riconoscendo la
cosiddetta presenza empirica dello Spirito nella vita di preghiera,
innanzitutto, ma poi anche nella missione efficace qual è sgorgata
dall'effusione dello Spirito nel Cenacolo (cfr. At 2).
d.
Un altro metodo è quello
dell'investimento etico–sociale, che punta risolutamente tanto alle
questioni sociopolitiche quanto alla transizione epocale in atto, memore che
dappertutto è all'opera il Risorto e che non solo nell'intimità dal cuore,
ma anche (e per qualcuno: soprattutto) in questi ambiti si costruisce il
Regno. Basta quindi con il silenzio e la timidezza, anche quella che vuole
essere testimonianza silenziosa, altrimenti mai costruiremo il Regno per il
quale preghiamo quotidianamente. Partendo dalla verità che solo Dio può dare
la salvezza, e non il mondo segnato dall'ingiustizia e dall'oppressione, la
risposta consiste nel proclamare il fatto cristiano, l’avvenimento per
eccellenza, che si attua nella Chiesa–per il mondo–a gloria di Dio. Per
questo la Chiesa è movimento nella storia, e questo lo esprime il fatto del
suo nascere dal basso, là dove sbocciano carismi e ministeri de facto (per
opera dello Spirito Santo), che vengono poi compaginati nell'unità e nella
comunione del primato romano. Tale Chiesa–movimento non può dunque
ricondursi al principio episcopale né al clerocentrismo dei modelli passati.
Questa nuova evangelizzazione deve quindi sfuggire all'uniformità diocesana e
restare libera nel suo tentativo d'inventare un nuovo tipo di presenza nella
società globale, con una forte valorizzazione del laicato cristiano nel
mondo. In base alla riscoperta dottrina sociale della Chiesa, questo metodo
intende perciò ricostruire un nuovo ordine sociale, grazie a una nuova
sintesi tra fede e cultura, Chiesa e società, purché non si esasperi
unilateralmente uno dei due elementi delle endiadi accennate, col pericolo di
rendere vano l'annuncio di fede.
L'elenco potrebbe continuare,
ma è sufficiente per cogliere le ricchezze esistenti (con uno sguardo alle
integrazioni tattiche, possibili anche nei tempi brevi) e per orientarle verso
le prospettive strategiche, ossia i "poli e valori" fondamentali
della nuova evangelizzazione: cosicché, pur nel rispetto delle varie identità,
personali e di gruppo, la strategia della mutua collaborazione possa
concertare azione kerygmatica e pastorale d'insieme.
La finalità della nuova evangelizzazione
Quanto abbiamo esaminato ci introduce nell'ultima ma fondamentale coordinata
della nuova evangelizzazione: la sua finalità. La nuova evangelizzazione,
infatti è tale perché ha come fine l'annuncio della morte e risurrezione di
Gesù, dal quale discende, tra l'altro, la necessità di riscoprire e far
riscoprire la dignità inviolabile di ogni persona umana. In proposito, nella Christifideles
laici (37), Giovanni Paolo II
ricorda che:
a.
la dignità personale è il bene più
prezioso che l'uomo possiede, grazie al quale egli trascende in valore tutto
il mondo naturale, e ciò non per una vaga consistenza etico–filosofica, ma
per l'ineffabile fondazione teologica che segue;
b.
la dignità umana infatti, qual è
annunciata dalla Rivelazione, manifesta tutto il suo fulgore quando ne
consideriamo l'origine e la destinazione: creato da Dio a sua immagine e
somiglianza, redento dal sangue preziosissimo di Cristo, l'uomo è chiamato a
essere figlio nel Figlio, tempio vivo dello Spirito, e destinato all'eterna
vita di comunione beatificante con Dio;
c.
perciò l'uomo è sempre un valore in sé
e per sé, e come tale deve essere trattato: mai quindi come un oggetto
utilizzabile, uno strumento, una cosa. Inoltre tale dignità personale
costituisce il fondamento sia dell'uguaglianza di tutti gli uomini, sia della
partecipazione e della solidarietà tra di loro: il dialogo e la comunione si
radicano ultimamente in ciò che gli uomini sono, prima e più ancora che su
quanto essi hanno.
Certamente, queste grandi
linee dell'annuncio sono il Vangelo di sempre, ma la nuova evangelizzazione
deve farsene carico in modo nuovo, vista la crescente minaccia della
spersonalizzazione. Perciò dappertutto e incisivamente la Chiesa deve
annunciare la verità rivoluzionaria della Buona Notizia della morte e
risurrezione di Gesù: una delle sue principali conseguenze è che la persona
umana è unica e irripetibile, ossia assolutamente indisponibile tanto allo
schiacciamento brutale del collettivismo, quanto all'eterodirezione, più
soffice in apparenza ma ugualmente spersonalizzante, dell'individualismo
telecratico. La persona — come è rivelata dalla verità cristiana — non
è un anonimo ingranaggio del sistema, né un più o meno felice consumatore,
bensì "consorte della natura divina", per l'incarnazione del Verbo
nel seno della Vergine Maria. Una verità troppo bella per essere vera? Oppure
così bella perché vera? Ma allora la nuova evangelizzazione deve coniugare
in modo nuovo verità e amore: "Mentre
nell'epoca moderna l'affermazione della verità, per note ragioni storiche, è
stata spesso considerata un ostacolo alla pacifica convivenza, quasi che
potesse essere fondata soltanto su basi relativistiche, e mentre le ideologie
effettivamente dividono e contrappongono gli uomini, la verità di Cristo
domanda di essere realizzata nell'amore, per condurre in tal modo alla
fraternità. Nella sua essenza profonda essa è, infatti, manifestazione
dell'amore, e solo nella concreta testimonianza dell'amore può trovare la sua
piena credibilità" (Giovanni Paolo II, Convegno ecclesiale italiano,
Loreto 1985).
Senza dimenticare, infine, la
correlazione tra verità e morale che il Papa, nella Veritatis Splendor, ribadisce essere parte integrante della nuova
evangelizzazione. Proprio le insidie contenute nell'accennato relativismo —
anche quando si camuffa nella "libertà assoluta, sorgente di
valori" o nella cosiddetta "etica della situazione" — esigono
che "la nuova evangelizzazione
comporti anche l'annuncio della proposta morale", che solo nel fulgore
della verità può salvare l'uomo. Infatti, Gesù stesso, proprio annunciando
il Regno, ha rivolto l'appello alla fede e alla conversione", sicché la
vita morale buona diventa "riflesso della bontà stessa di Dio"
(cfr VS 32, 65 e 107 s).
I contenuti della nuova
evangelizzazione
Il cardinale Ratzinger
nell’articolo citato offre una riflessione
straordinaria in merito ai contenuti della nuova evangelizzazione.
Rimandando all’intero
articolo – che merita di essere meditato nella sua integralità – prendo a
prestito alcune parole del citato Cardinale per dire qual è il contenuto
della nuova evangelizzazione.
“- Conversione: è
innanzitutto da tener presente l'inscindibilità dell'Antico e del Nuovo
Testamento. Il contenuto fondamentale dell'Antico Testamento è riassunto nel
messaggio di Giovanni Battista: Convertitevi! ... La parola greca per
convertirsi significa: ripensare - mettere in questione il proprio ed il
comune modo di vivere; lasciar entrare Dio nei criteri della propria vita; non
giudicare più semplicemente secondo le opinioni correnti. Convertirsi
significa di conseguenza: non vivere come vivono tutti, non fare come fanno
tutti, non sentirsi giustificati in azioni dubbiose, ambigue, malvagie dal
fatto che altri fanno lo stesso; cominciare a vedere la propria vita con gli
occhi di Dio; cercare quindi il bene, anche se è scomodo; non puntare sul
giudizio dei molti, degli uomini, ma sul giudizio di Dio - con altre parole:
cercare un nuovo stile di vita, una vita nuova. Tutto questo non implica un
moralismo; la riduzione del cristianesimo alla moralità perde di vista
l'essenza del messaggio di Cristo: il dono di una nuova amicizia, il dono
della comunione con Gesù e quindi con Dio. Chi si converte a Cristo non
intende crearsi una autarchia morale sua, non pretende di costruire con le
proprie forze la sua propria bontà. "Conversione" (Metanoia)
significa proprio il contrario: uscire dall'autosufficienza, scoprire ed
accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e dell'Altro, del suo
perdono, della sua amicizia. La vita non convertita è autogiustificazione (io
non sono peggiore degli altri); la conversione è l'umiltà dell'affidarsi
all'amore dell'Altro, amore che diventa misura e criterio della mia propria
vita.
- Il Regno di Dio:
nella chiamata alla conversione è implicito - come sua condizione
fondamentale - l'annuncio del Dio vivente. Il teocentrismo è fondamentale nel
messaggio di Gesù e dev'essere anche il cuore della nuova evangelizzazione.
La parola-chiave dell'annuncio di Gesù è: Regno di Dio. Ma Regno di Dio non
è una cosa, una struttura sociale o politica, un'utopia. Il Regno di Dio è
Dio. Regno di Dio vuol dire: Dio c'è. Dio vive. Dio è presente e agisce nel
mondo, nella nostra - nella mia vita. Dio non è una lontana "causa
ultima", Dio non è il "grande architetto" del deismo, che ha
montato la macchina del mondo e starebbe adesso fuori - al contrario: Dio è
la realtà più presente e decisiva in ogni atto della mia vita, in ogni
momento della storia.
- Gesù Cristo:
Oggi la tentazione è grande di ridurre Gesù Cristo, il figlio di Dio solo a
un Gesù storico, a un uomo puro. Vorrei brevemente accennare a due aspetti
importanti. Il primo è la sequela di Cristo - Cristo si offre come strada
della mia vita. Sequela di Cristo non significa: imitare l'uomo Gesù. Un tale
tentativo fallisce necessariamente - sarebbe un'anacronismo. La sequela di
Cristo ha una meta molto più alta: assimilarsi a Cristo, e cioè arrivare
all'unione con Dio. Una tale parola suona forse strana nell'orecchio dell'uomo
moderno. Ma in realtà abbiamo tutti la sete dell'infinito: di una libertà
infinita, di una felicità senza limite. Tutta la storia delle rivoluzioni
degli ultimi due secoli si spiega solo così. Così troviamo presente nel tema
sequela l'altro centro della cristologia, al quale volevo accennare: il
mistero pasquale - la croce e la risurrezione. Nelle ricostruzioni del
"Gesù storico" di solito il tema della croce è senza significato.
In una interpretazione "borghese" diventa un incidente di per se
evitabile, senza valore teologico; in una interpretazione rivoluzionaria
diventa la morte eroica di un ribelle. La verità è diversa. La croce
appartiene al mistero divino - è espressione del suo amore fino alla fine (Gv
13, 1). La sequela di Cristo è partecipazione alla sua croce, unirsi al suo
amore, alla trasformazione della nostra vita, che diventa nascita dell'uomo
nuovo, creato secondo Dio (cf Ef 4, 24). Chi omette la croce, omette l'essenza
del cristianesimo (cf 1 Cor 2, 2).
- La vita eterna: Un ultimo elemento centrale di ogni vera
evangelizzazione è la vita eterna. Oggi dobbiamo con nuova forza nella vita
quotidiana annunciare la nostra fede. Vorrei accennare qui soltanto ad un
aspetto oggi spesso trascurato della predicazione di Gesù: L'annuncio del
Regno di Dio è annuncio del Dio presente, del Dio che ci conosce, ci ascolta;
del Dio che entra nella storia, per fare giustizia. Questa predicazione è
perciò anche annuncio del giudizio, annuncio della nostra responsabilità.
L'uomo non può fare o non fare ciò che vuole. Egli sarà giudicato. Egli
deve rendere conto. Questa certezza ha valore per i potenti così come per i
semplici. Ove essa è onorata, sono tracciati i limiti di ogni potere di
questo mondo. Dio fa giustizia, e solo lui può ultimamente farlo. A noi ciò
riuscirà tanto più, quanto più saremo in grado di vivere sotto gli occhi di
Dio e di comunicare al mondo la verità del giudizio. Così l'articolo di fede
del giudizio, la sua forza di formazione delle coscienze, è un contenuto
centrale del Vangelo ed è veramente una buona novella”[xxxi][xxxi].
[1][1] Cfr. R. MAY, La civiltà dell’immagine, la TV e il cinema, Roma,
Cinque Lune, 1957.
[1][1] E. FELDMAN, L a
teoria dei mass-media , Armando, Roma, 1973, p. 9.
[1][1] J.F. LYOTARD, L a
condizione post-moderna , Feltrinelli, Milano, 1987, p. 9
[1][1] M. FERRARIS, V. MIDORO, G. OLIMPO, I l computer nella didattica.
Idee, esperienze e orientamenti per la scuola, SEI, Torino, 1985, p. 73.
[1][1]
Cfr. N.S. TRUBECKOJ, F ondamenti di
fonologia, Einaudi, Torino, 1971; N. WIENER, Introduzione
alla cibernetica , Boringhieri, Torino, 1966; W.R. ASHBY, Introduzione
alla cibernetica , Einaudi , Torino, 1971; S. BELLERT, Il
concetto di informazione nella scienza contemporanea , De
Donato, Bari, 1971; G. MOUNIN, Teoria e
storia della traduzione , Einaudi, Torino, 1972; L. GAUDFERNAN, A. TAIB, Glossario,
in S. NORA, A. MINC, Convivere con il
calcolatore , Bompiani, Milano, 1979; P. WATZLAWICK, J. HELMICK-BEAVIN, D.
JACKSON, Pragmatica della comunicazione
umana , Astrolabio, Roma.
[1][1] E. PENTIRARO, A scuola
con il computer , Laterza, Bari, 1984, p. 41.
[1][1]
“L’incidenza di queste trasformazioni tecnologiche sul sapere sembra
destinata ad essere considerevole. Esso ne viene o ne verrà colpito nelle sue
due principali funzioni: la ricerca e la trasmissione delle conoscenze. Quanto
alla prima, un esempio accessibile al profano è offerto dalla genetica, che
deriva il suo paradigma teorico dalla cibernetica. Ne esistono altri cento.
Riguardo alla seconda, è noto come standardizzando, miniaturizzando e
commercializzando le apparecchiature, si siano già oggi modificate le
operazioni di acquisizione, di classificazione, di messa a disposizione e di
utilizzazione delle conoscenze. E’ ragionevole pensare che la
moltiplicazione delle macchine per il trattamento delle informazioni investe
ed investirà la circolazione delle persone prima (trasporti), e di quelli dei
suoni e delle immagini poi (media)” (J.F. LYOTARD, O p.
cit ., pp. 10-11.
[1][1]
Cfr. P. FILIASI CARCANO, T elevisione e
cultura postalfabetica, in AA.VV., La
televisione nella scuola di domani , a cura di P. PRINI, Abete, Roma,
1969.
[1][1] Ibid.
p. 116.
[1][1] Levy P. (1997) Il
virtuale, Raffaello Cortina Editore, Milano, p, 5.
[1][1] Melucci A. (1994) Passaggio d'epoca, Feltrinelli, Milano.
[1][1] Cfr. Wolf M. (1996) Teorie della comunicazione di massa, Bompiani, Milano.
[1][1] Cfr. Heidegger M., La questione della tecnica, in Heidegger M.
(1976) Saggi e discorsi , Mursia, Milano. F. Nietzsche (1981) Al di là del
bene e del male, Adelphi, Milano e Benjamin W. (1991) L'opera d'arte
nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino.
[1][1] Wittgenstein (1989), Tractatus, Einaudi, Torino, p. 41.
[1][1] Cfr. Acone, Fragnito, Lyotard,
Maldonado, Vattimo.
[1][1] Veritatis Splendor
106.
[1][1]
Cfr. G. PANTEGHINI, Quale
comunicazione nella Chiesa?, EDB, Bologna 1993, 9.
[1][1]
Ibidem 9.
[1][1] La Civiltà cattolica,
editoriale, 3 settembre 1994, disponibile anche in rete all’indirizzo: www.gsi.it/donpaolo/ita/Nuova_Ev/Document/Doc_Vari/Cosa_Sig.htm
[1][1] G. PANTEGHINI, Quale
comunicazione…, op. cit., 14.
[1][1] G. PANTEGHINI, Quale
comunicazione…, op. cit., 20.
[1][1] C. M. MARTINI, Effatà,
Centro Ambrosiano, Milano 1990, 20.
[1][1] G. TANZELLA-NITTI, Evangelizzare nel Terzo Millennio, in Studi Cattolici, dicembre
1995, 762.
[1][1] C. M. MARTINI, Effatà, 29.
[1][1] Id., n. 29.
[1][1] G. SAVAGNONE, Evangelizzare
nella post-modernità, Ed. LDC, Leuman 1997, 8.
[1][1] G. SAVAGNONE, Comunicazione
oltre il mito e l’utopia, Ed. Paoline, Milano 1997, 12.
[1][1] G. SAVAGNONE, Comunicazione…
op. cit., 56.
[1][1] G. SAVAGNONE, Evangelizzare…,
Op. cit., 79.
[1][1] Ratzinger
J., La nuova evangelizzazione, in Congregazione per il Clero, Catechisti
della nuova evangelizzazione, Marietti, 2001 p. 59
[1][1] Ratzinger J.,
op. cit. p. 63-70
|