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Teologia
e comunicazione
La
comunicazione sociale interpella il sapere della fede non solo in quanto
componente significativa del contesto culturale nel quale il teologo è
chiamato a pensare il mistero, bensì anche – e sarà nostro compito in
questa sede l’elucidazione di questi aspetti – a livello epistemologico e
a livello fondativo. Sul piano dell’epistemologia teologica mostreremo come
il paradosso della comunicazione riguardi lo stesso sapere della fede nel suo
costituirsi e nel suo comunicarsi e ciò non senza riferimento alla formula
“comunicazione della fede”, che richiede una particolare messa a punto
teologica. Sul piano fondativo mostreremo come l’evento-parola della
Rivelazione del Dio Unitrino possiede una struttura comunicativa che continua
ad interpellare e chiede di informare ogni comunicazione che voglia dirsi
autenticamente umana.
1.
Il paradosso della comunicazione in teologia
La
teologia ha a che fare con l’Ineffabile. Oltre che al filosofo, l’ultima
espressione del Tractatus può anzi deve ben riferirsi al teologo:
“di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”[i]. La Verità che il sapere
della fede indaga esige anzitutto la contemplazione, ed è proprio
l’orizzonte contemplativo quello che la Fides et ratio indica come
prospettiva e meta del volo sostenuto e attivato dalle due ali richiamate nel
titolo. In questa ottica ancora una volta al teologo, e non solo al filosofo,
si addice il ruolo di “seminatore di solitudine”. Il mistero del Dio che
si cerca di intelligere resta avvolto in una luce o caligine
inaccessibile, custode della sua radicale trascendenza e baluardo contro ogni
deriva idolatrica. La scienza nesciente o dotta ignoranza che il teologo
esercita lo impegna in prima persona soprattutto nel silenzio e nella
contemplazione. Non solo senza la fede non si può fare teologia, ma neppure
senza un habitus o un’attitudine contemplativa sarà impossibile un
autentico sapere credente, nutrito dalla scienza di Dio e dei beati[ii].
Ma se questo è il grembo poetico (in senso etimologico) del sapere
della fede, la prosa del quotidiano scandisce le giornate del teologo e del
professore di teologia attraverso momenti comunicativi, che di volta in volta
assumono la forma di lezioni, relazioni, dissertazioni, partecipazione a
dibattiti, saggi, articoli, volumi, recensioni... Non solo il mestiere impone
la comunicazione del sapere che il teologo possiede o ritiene di possedere, ma
la stessa dimensione scientifica della teologia richiede che essa si esibisca
pubblicamente, ossia svolga un ruolo pubblico e comunicativo. La dialettica
tra momento contemplativo o sapienziale e momento comunicativo o scientifico
del sapere teologico costituisce la quotidiana croce di chi fa professione di
teologia consapevolmente e con vera passione. Senza voler indulgere sul
drammatico e lacerante conflitto fra i due momenti, offriamo qui qualche
ulteriore spunto di riflessione.
Una
prima riflessione concerne il carattere asimmetrico del rapporto fra momento
contemplativo e momento comunicativo del sapere teologico. Ciò sta ad
indicare che non tutto ciò che si conosce o si viene a conoscere può e deve
essere comunicato. La comunicazione sia verbale che scritta costituisce una
sorta di cristallizzazione e quindi di deriva del contemplato. E perché la
deriva non comporti il tradimento sarà oltremodo necessario che l’azione
comunicativa sia scandita dal pulsare ritmico, quasi sistolico e diastolico,
di silenzio e parola. E quando qui si fa riferimento al silenzio ancora non si
intende immediatamente e senza ulteriori percorsi evocare il discorso della
preghiera, che pure rientra nell’orizzonte comunicativo, piuttosto si
intende chiamare in causa le categorie dello svuotamento e dell’abbandono,
che esigono ed impongono uno svuotamento radicale, ascetico e mistico insieme,
nella direzione eckhartiana del “nulla avere, nulla sapere, nulla volere”[iii].
Un secondo ordine di considerazioni si svolge in direzione
diametralmente opposta alla precedente. Se il soggetto di questo
percorso-discorso è il teologo cristiano, allora all’asimmetria del
rapporto contemplazione-comunicazione non può restare estraneo il
capovolgimento dei fronti. Il Dio di Gesù Cristo, “oggetto” del sapere
che il teologo è chiamato a coltivare, vive una tensione comunicativa
profonda e costitutiva e non solo verso l’uomo e il mondo, ma nella sua
stessa vita interiore, se così si può dire. Il buio che la conoscenza di
questo ineffabile mistero divino produce non è il buio dell’assenza, della
lontananza o della mancanza di luce, ma l’essere abbagliati dalla troppa
luce, che dal mistero di Dio promana e si diffonde (Pascal). Se è vero da un
lato che la categoria di “manifestazione” risulta fondamentalmente
inadeguata ad esprimere il dinamismo della rivelazione biblicamente intesa, è
anche fuor di dubbio che questo dinamismo tende alla communicatio e
quindi alla relazione. Paradossalmente un sapere che intenda ispirarsi
all’atteggiamento rivelativo del Dio di Gesù Cristo dovrebbe possedere una
tensione comunicativa analoga a quella presente nella vita divina e nel suo
comunicarsi all’uomo e al mondo. Il che comporta la necessità di superare
il banale atteggiamento di chi approccia il fenomeno comunicazione e le sue
espressioni attuali nei meri termini strumentali dell’utilizzo e del
mercato. Del resto il credente e il teologo non sono fuori del cosiddetto
areopago mediatico, nella misura in cui appartengono al mondo e alla cultura
del proprio tempo, il cui linguaggio abita e pervade ciascuno. Una
contemplazione che mirasse alla fuga o all’estraniazione da questo contesto
risulterebbe profondamente inautentica dal punto di vista cristiano.
Una terza ed ultima riflessione esprime in primo luogo la necessità di
esercitare un vero discernimento in rapporto alle modalità e agli strumenti
comunicativi da assumere, nel momento in cui si è chiamati ad esprimere il
sapere della fede. L’asimmetria del rapporto contemplazione-comunicazione
richiede un atteggiamento di radicale sobrietà e severità, perché
l’effluvio del verbale non offuschi lo splendore del Verbo. Ma mentre questo
discernimento si esercita e mentre si cerca il modo più adeguato di
comunicare l’evangelo all’uomo del nostro tempo, l’attenzione
contestuale del teologo non può non interrogarsi in ordine al profondo
mutamento culturale che si produce nell’orizzonte mediatico contemporaneo
anche a causa dell’esplosione comunicativa che non solo l’Occidente sta
vivendo. Le implicanze gnoseologiche, antropologiche, etiche di questo
trapasso culturale non sembrano indifferenti o irrilevanti per il sapere della
fede.
2.
La non autoreferenzialità del sapere teologico
La duplice, reciproca, appartenenza della teologia alla Chiesa e della
Chiesa alla teologia non può che condurre all’affermazione della non
autoreferenzialità del sapere teologico. Il riferimento cristologico potrebbe
bastare a supportare questa tesi: il professore di teologia è uno che insegna
perché un altro è stato crocifisso (diceva Kierkegaard), ma non mancano
ulteriori provocazioni sia interne che provenienti dall’esterno, che
dovrebbero indurre i teologi e la teologia a fuggire la tentazione, sempre in
agguato, dell’autoreferenzialità. La mania di autocitarsi (fino
all’esasperazione autobiografica), la tendenza ad istruire questioni ed
interlocutori, senza anche lasciarsi istruire, innanzitutto dalla Parola di
Dio, ma anche dai fratelli e dai colleghi, il fatto che spesso i libri di
teologia più che trattare le questioni e affrontare direttamente i problemi
finiscono con l’esporre le posizioni dei teologi sono alcuni tra i sintomi
più evidenti della deriva autoreferenziale, che purtroppo rischia di
compromettere il lavoro teologico e la sua credibilità nella e fuori dalla
Chiesa[iv].
In tempi nei quali la supremazia della teologia sugli altri ambiti del sapere
(filosofia compresa) era indiscussa, il genio di Tommaso aveva saputo da par
suo cogliere questa peculiarità o singolarità del sapere teologico, senza
tuttavia dimenticare la non
autoreferenzialità di una scienza che non attinge da se stessa i propri
fondamenti ma dalla scientia Dei et beatorum[v].
Il carattere contemplativo ed insieme escatologico della sacra doctrina,
spesso dimenticato e disatteso, va ripreso e riattualizzato in modo da non
compromettere ulteriormente l’identità stessa del teologare cristiano.
In questa prospettiva di alterità e di ulteriorità non va dimenticata
la necessità di includere il carattere scientifico della teologia in un
orizzonte sapienziale, che, senza demordere sul versante del rigore e
dell’impegno richiesti da una vera e propria scienza, quale appunto la
teologia vuole e deve essere, sia capace comunque di trascendere ed inverare
tale dimensione in sapere che sappia parlare non solo alla mente, bensì anche
al cuore e alla volontà dell’uomo, secondo il dettato di un famoso testo
rosminiano, dove il grande Roveretano, introducendo la Teodicea scrive
che non gli sembra “degna del titolo di Sapienza quella conoscenza che nulla
opera sul cuore umano e che, quasi inutile peso, ingombra la mente dell'uomo
mortale, senza accrescergli i beni, senza diminuirgli i mali, e senza appagare
o consolare almeno di non menzognera speranza i perpetui suoi desideri”[vi].
Se tale necessità di fatto sembra dover caratterizzare ogni settore del
sapere scientifico, essa risulta davvero inderogabile e imprescindibile per la
scientia fidei. Già a suo tempo il grande Goethe aveva espresso col
genio poetico che gli è proprio l’insufficienza delle conoscenze meramente
scientifiche: “E le ho studiate – dice Faust -, ah! filosofia, /
giurisprudenza e medicina / e anche, purtroppo, teologia – da capo a fondo,
con tutto l’ardore. / Povero pazzo: e ora eccomi qui / che ne so quanto
prima. / Dicono: “professore”. Persino “maestro”, dicono; / e sono già
quasi dieci anni che / - su e giù, dritto e traverso – gli studenti / li
meno per il naso… / E mi è chiaro che nulla possiamo conoscere! / È
qualcosa che quasi mi brucia il cuore. Certo / io ne so più di tutti quei
saccenti, / maestri, professori, chierici e segretari. / Non mi tormentano
dubbi né scrupoli, / non ho paura d’inferno e di diavoli: / ma in cambio
non ho piacere di nulla, / non ho idea di sapere qualcosa che abbia un senso,
/ non ho idea di poter insegnare qualcosa / per migliorarli, gli uomini, o
mutarli. / E non ho beni né ricchezze, / non onori e splendori mondani. /
Neanche un cane potrebbe resistere così! / Ecco perché mi sono dato alla
magia / se mai per forza o voce dello spirito / qualche segreto mi s’aprisse
/ e non dovessi più sudare sangue / a dire quello che non so”[vii].
E se la provocazione del Weltkind può sembrare lontana o aliena
dalla nostra situazione, non così, almeno credo, l’irriverente, irritante e
irrispettosa parodia del teologo tedesco presente nel testo di Mario Sgalambro,
che il cantautore Franco Battiato ha posto a conclusione del suo album,
intitolato L’ombrello e la macchina da cucire, dove il professore di
teologia viene descritto alla stregua di un chirurgo, che col suo bisturi osa
sezionare e analizzare l’assoluto[viii].
Parodie che non ci lasciano indifferenti, e che comunque indicano la
necessità dell’inclusione della scienza nella sapienza, a condizione che il
passaggio non avvenga frettolosamente e non costituisca una sorta di alibi per
poter abbassare il livello e la qualità degli studi in nome appunto della
loro sublimazione spirituale o addirittura mistica. Il sapere nesciente è
comunque un sapere, la dotta ignoranza è comunque dottrina, ne andrebbe
dell’autenticità stessa di quella dimensione e formazione spirituale che
pur si intende salvaguardare. È comunque all’interno di questa feconda
inclusione che va reimpostato il rapporto fra cogenza pratica e valenza
speculativa del sapere teologico, in quanto la sapienza denota un sapere
orientato alla vita e che non perde di vista il vissuto personale e
comunitario di chi lo esercita e di coloro ai quali viene comunicato: “Il
filosofo – scrive Rosenzweig - deve essere di più che la filosofia. Noi
dicevamo: egli deve essere uomo, carne e sangue. Ma non basta che egli sia
soltanto questo. In quanto carne e sangue che egli è, deve pronunciare la
preghiera delle creature, la preghiera rivolta al proprio destino [per
Rosenzweig tale è la preghiera di Goethe], quella appunto in cui
inconsapevolmente la creatura si professa creatura. La sapienza che abita in
lui, nella sua carne e nel suo sangue, è Dio che glie l’ha impartita
creandolo, come frutto maturo è appesa all’albero della vita. Ed il teologo
deve essere più che la teologia. Noi dicevamo: egli deve essere veritiero,
deve amare Dio. E non è sufficiente che lo faccia per sé solo, nella sua
cameretta. Come l’amante solitario, che egli è, deve esprimere la preghiera
dei figli di Dio, la preghiera della comunità timorata di Dio [che per
Rosenzweig è la preghiera di Mosé], nella quale egli si professa
consapevolmente membro del suo corpo immortale. La sapienza che abita in lui,
nel suo cuore pieno di venerazione, è Dio che l’ha destata in lui con la
rivelazione del suo amore; essa, come scintilla accesa di luce eterna, procede
ora dalla sua bocca, che è pronta a lodare Dio nelle assemblee liturgiche”[ix].
Il testo appena letto ci offre lo spunto per un’ulteriore breve
riflessione intorno al nostro tema. La struttura profondamente ecclesiale del
sapere della fede gli impone da un lato di configurarsi ed esercitarsi come
dinamismo della “ragione redenta”, ma nello stesso tempo mette in guardia
dai rischi di un’impostazione epistemologica di tipo formalistico o
integralistico della teologia. Il teologo non può dimenticare la “ragione
creata”, le sue figure, le sue esigenze, i suoi risultati e non può
esimersi dal dialogo con le sue espressioni. La teologia cattolica del peccato
aiuta in questa direzione, proprio in quanto non ritiene del tutto spento
nell’uomo il lume della ragione che lo porta a cercare la verità e ad
aprirsi ad essa. Se da un lato per il cammino della Chiesa nel mondo e per la
nuova evangelizzazione, risulterebbe in ultima analisi sterile una teologia
che impiegasse le proprie risorse nell’unico obiettivo di darsi un metodo
rigoroso, strutturalmente e sistematicamente perfetto, ma così scheletrico da
non saper accogliere la carne e il sangue dell’uomo, da non saper ascoltare
le sue urla di disperazione e i suoi canti di gioia, altrettanto inadeguata
sarebbe un’impostazione teologica del rapporto fede/ragione tale da ritenere
di doversi applicare unicamente alle ragioni interne al credere, demonizzando
gli sforzi di quella che abbiamo chiamato la “ragione creata”, che
comunque esprimono le esigenze più profonde dell’uomo del nostro come di
ogni tempo. Il modello epistemologico formalista produce una sorta di
impalcatura teologica non disponibile, come invece nella natura di queste
strutture, a lasciare il posto all’edificio del sapere e al vissuto dei suoi
abitanti. Il modello integralista genera una teologia arroccata ed arcigna,
ripiegata su se stessa e sulle proprie ricerche, con la sindrome del nemico
che si annida e si nasconde in ogni espressione culturale, che non ha origine
dal proprio sapere.
La vocazione ecclesiale della teologia implica la dialogicità nei
confronti delle altre forme del sapere e delle loro espressioni.
Un’epistemologia dialogica abbandona quell’atteggiamento oggi tanto
diffuso e arrogante di esclusione dei praeambula fidei, pur nella
consapevolezza di dover impostare la ricerca ad essi relativa in modo adeguato
al nostro tempo e al pensiero che in esso si esprime e con l’accortezza a
non conferire valore di fondamento ai risultati di un percorso filosofico
estraneo o distinto dal credere. Tuttavia un sapere tutto e solo interno alla
fede finirà col parlare – a patto che ci riesca – solo ai credenti e
dunque a precludersi quel compito missionario proprio della comunità
cristiana e quindi anche della teologia. La ragione non abita solo la teologia
e i teologi, ma, in quanto abita l’uomo, va ascoltata e custodita. Da questo
punto di vista quel serrato dialogo fra credenti e non credenti, fra teologi e
“laici”, cui siamo chiamati ad assistere sempre più spesso nelle nostre
cattedrali o in luoghi affini, costituisce il paradigma, che non può pertanto
restare occasionale e isolato, di un sapere che quotidianamente deve
confrontarsi e dialogare per potersi rigenerare.
Un’ultima
fugace annotazione riguarda le istituzioni nelle quali quotidianamente si
esercita e si esprime la fatica del teologo. Mi sembra che a questo punto
dovrebbe risultare evidente che la Chiesa e non l’Università è il luogo
della teologia. Né si può pensare ad un rapporto conflittuale fra teologia
ecclesiale e teologia accademica. In questo senso sia l’Università, sia le
altre strutture più o meno ad esse collegate, in cui si lavora per il sapere
della fede, vanno considerate come strutture ecclesiali, e devono mostrarsi
come autenticamente tali. Il servizio del teologo è una vera e propria diakonia
in rapporto a quella che Rosmini chiamava la dimensione intellettuale della
carità[x].
L’attuale dibattito e le timide esperienze, da cui emerge una sorta di
nostalgia di qualche teologo nei confronti delle istituzioni universitarie
pubbliche, rischia di farci perdere questa prospettiva fondamentale, quasi che
non sarebbe scientifico un lavoro non svolto in ambito accademico statale,
mentre avrebbe un indiscutibile certificato di garanzia in tal senso la
produzione che proviene da tale ambito. C’è produzione altamente
qualificata in ambedue i luoghi istituzionali, come in entrambi si danno
spesso e volentieri prodotti di medio o basso livello. La presenza degli studi
teologici nella Universitas studiorum potrebbe indicare un
riconoscimento, ma a condizione che 1) non risulti marginale rispetto agli
ambiti del sapere ospitanti eventuali corsi o insegnamenti di teologia 2) e
che non si perda il profondo legame ecclesiale del teologo e del sapere che è
chiamato ad esercitare. D’altra parte se tale attenzione fosse sincera, a
nostro modesto parere, dovrebbe esprimersi in termini di adeguato
riconoscimento dei titoli conseguiti nelle Istituzioni ecclesiastiche,
piuttosto che in corteggiamenti verso questo o quel teologo perché venga a
dire la sua in un minicorso o miniseminario interno e funzionale ad altri
ambiti epistemologici, che non hanno nulla a che vedere col sapere della fede.
Può darsi che abbia ragione chi ritiene che attraverso questi primi timidi
passi successivamente la teologia possa entrare a pieno titolo
nell’Università di Stato, allora la comunità ecclesiale dovrebbe
seriamente interrogarsi intorno ai reali vantaggi e ai rischi di tale
operazione, ma i tempi ci sembrano molto lontani perché si debba porre qui ed
ora il problema. L’invito è piuttosto quello a non enfatizzare queste prime
timide esperienze e a coglierle piuttosto come momenti di quel dialogo
missionario di cui dicevamo poc’anzi. Resta chiaro – e i maestri del
pensiero teologico cattolico lo confermano abbondantemente - che la teologia
non è un sapere mondano, anche se non può essere un sapere disincarnato. La
logica dell’incarnazione costituisce la stella polare chiamata ad orientare
il nostro fare, il nostro dire, il nostro studiare e pensare.
3.
La “comunicazione della fede”
La
formula “comunicazione della fede” non è priva di ambiguità né immune
da possibili fraintendimenti, e tuttavia, se adeguatamente chiarita nel suo
senso teologico autentico, può certamente risultare utile e feconda, anche in
relazione all’attuale contesto culturale, caratterizzato sempre più da una
mentalità comunicativa ed ospitante forme nuove di comunicazione e di
trasmissione dei messaggi.
L’ambiguità della formula può prodursi nel momento in cui la fede
viene giustamente e correttamente intesa come dono/risposta dell’uomo alla
rivelazione del Dio trinitario in Cristo per lo Spirito: risposta certamente
personale e coinvolgente l’individuo in tutte le sue dimensioni costitutive,
dall’intelligenza all’affettività alla volontà libera. Ponendosi in
questa prospettiva, la nostra formula andrebbe tradotta nei termini di
comunicazione del messaggio o dell’Evangelo, tuttavia essa non perde affatto
la sua plausibilità, nella misura in cui l’aggettivo “personale”, che
accompagna l’atto del credere, appartenendogli intimamente, non venga
declinato come sinonimo di “soggettivo” o di “individuale”. Se infatti
la persona è anche costitutivamente “relazione”, allora la dimensione
comunicativa appartiene di per sé al suo costituirsi e realizzarsi in
rapporto alle scelte fondamentali e quotidiane che è chiamata a compiere. Il
tentativo di esiliare il credere in un dorato guscio individualistico e
soggettivo, relegando i credenti nel ghetto di una fede estraniata dal mondo e
dalla società, oltre che ideologicamente connotato allorché provenga da
settori della cosiddetta cultura laicista, può costituire una tentazione
tutt’altro che ipotetica della stessa comunità cristiana, chiamata quindi a
superare tale tendenza evocando proprio la dimensione comunitaria e
comunicativa della fede professata. E tuttavia la questione relativa alla
possibilità della comunicazione della fede permane in tutta la sua complessità
e sfugge ad ogni frettolosa semplificazione banalizzante.
In primo luogo la nostra formula chiama in causa i contenuti del
credere (quella che la teologia classica denomina fides quae creditur),
nel loro oggettivo proporsi al soggetto credente, superando ogni cattura
individualistica e razionalistica. A questo livello, e in rapporto al contesto
socio-culturale italiano, non si può ignorare il problema della effettiva e
obiettiva conoscenza dei dati della fede, che pure si ritiene in qualche modo
di dover professare o che si intende rifiutare, e non solo da parte del
soggetto culturale medio o dell’uomo della strada, bensì anche da parte
della classe intellettuale e degli stessi operatori mediatici. Forse da questo
punto di vista siamo in una situazione talmente decadente e decaduta da
richiedere una vera e propria alfabetizzazione cristiana, ad intra
perché la fede è anche conoscenza, e la dimensione intellettuale le
appartiene quanto quella affettiva e volitiva, ad extra perché il
cristianesimo, come amavano ripetere gli apologisti della prima ora, chiede
solo di essere conosciuto autenticamente e profondamente, prima di essere
rifiutato o perseguitato. Sempre in questo primo ambito non si può
tralasciare il problema della cosiddetta “gerarchia” delle verità che la
fede cristiana propone. Qui la confusione sembra regnare sovrana (anche nei
media), basti pensare, a mo’ di esempio, all’accezione del termine
“mistero” in certe trasmissioni televisive o al fatto che solo molto di
rado si pone attenzione a ciò che è davvero fondamentale nel credere,
indugiando spesso e volentieri su elementi marginali, magari spettacolari, ma
di certo relativi in rapporto all’evento fondatore, alla sua dinamica, alla
sua valenza salvifica e veritativa. L’aiuto che la teologia può offrire a
questo livello della “comunicazione della fede” mi sembra decisivo ed
imprescindibile e l’investimento in uomini e risorse in tale settore da
parte della comunità ecclesiale ormai non più prorogabile.
Non meno problematico, ma anche comunque ricco di fascino e fecondo di
possibili sviluppi mi sembra l’ambito dell’atto stesso del credere (quello
che la teologia classica denominava fides qua creditur) in rapporto
alla dimensione comunicativa della fede cristiana. Certo tale atto, come del
resto tutti gli atti propri della persona, non è delegabile né facilmente
comunicabile, eppure la sua dinamica risulta in ultima istanza radicalmente
comunicativa. Il coinvolgimento di tutta la persona nell’atto di fede non può
non esprimersi in termini contagiosi all’interno della stessa comunità
credente, ma anche in rapporto a chi crede o dice di non credere. In questo
ambito si colloca la riflessione sull’intimo e fecondo rapporto fra apologia
e martyria (= testimonianza), in quanto solo il tramite del testimone
può rendere credibili e accettabili i contenuti della fede che si intende
comunicare, ma, anche, paradossalmente, può rendere plausibile il rifiuto non
banale, ma pensato e davvero scelto di chi non crede. La metafora del
passaggio del testimone nella staffetta richiama, a mio avviso in termini
significativi e pregnanti, la trasmissione della fede e la sua dinamica, dove
però chi consegna il testimone certamente non lo perde né se ne priva, bensì
lo acquisisce in maniera più vera e profonda. A questo livello non è
difficile comprendere come la questione non possa restare relegata
all’ambito intellettuale e accademico, ma debba necessariamente chiamare in
causa tutta la comunità credente, nelle sue diverse componenti, tra cui
certamente anche quella teologica.
Un’annotazione conclusiva, ma decisiva, mi sembra di doverla dedicare
alla constatazione che, in diverse occasioni di riflessione sul tema, è
risultata emergente: la fede si trasmette solo nel dialogo interpersonale,
ossia nell’incontro da persona a persona, attraverso lo sguardo e la parola,
il gesto e l’atteggiamento di chi ha di fronte un altro con un nome e un
volto profondamente inalienabili. Nella misura in cui il “virtuale”, che
tende sempre più a caratterizzare l’orizzonte comunicativo odierno, risulta
espressione e aiuto al personale, esso costituisce un elemento determinante e
significativo, tra l’altro particolarmente interessante per il suo porsi fra
il meramente corporeo (materiale) e lo spirituale, per la comunicazione della
fede cristiana, in un rapporto che non sarà certo di mera strumentalizzazione
e utilizzazione, ma di autenticazione e falsificazione di vere o presunte
possibilità, in un quadro veritativo che rifiuta audacemente, e col rischio
risultare contro corrente, l’omologazione secondo cui solo ciò che è
virtuale è reale. Ancora una volta la fede cristiana, raccogliendo questa
sfida e denunciandone i rischi è chiamata a svolgere un compito profetico nei
confronti di ogni deriva ideologica, da cui non sembra immune il dilagante
fenomeno della globalizzazione[xi].
4.
Rivelazione come comunicazione
L’articolazione
del rapporto Rivelazione/comunicazione rileva la capacità della rivelazione
cristiana di coinvolgere tutto l’uomo (= integralità) e tutti gli
uomini (= universalità) e ciò grazie al suo profondo carattere
metastorico e storico insieme. E ciò perché “l’Autore del Vangelo è
l’Autore dell’uomo. Gesù Cristo venne a salvare tutto l’uomo[xii]
[Gv 7,23]: , essere misto di corpo e di spirito. La legge della grazia
e dell’amore dovea dunque entrare e impossessarsi sì della parte
spirituale, come della parte corporea della natura umana; dovea perciò
presentarsi al mondo cotale, che ottener potesse questo fine, e, per così
dire, dovea esser mista anch’essa, parte componendosi d’idee, parte di
azioni, e colla sua parola imperante a un tempo e vivificatrice rivolgendosi
alla intelligenza non meno che al sentimento; acciocché tutto quanto v’avea
d’umano, e le ossa aride stesse potessero sentire la volontà del loro
Creatore, ed esserne vivificate. Nè bastava ancora che il Vangelo penetrasse
tutto l’uomo come individuo. Essendo la buona novella indirizzata a salvare
l’umanità intera, oltre di agire sugli elementi della natura umana, dovea
accompagnare colla sua azione divina questa natura senza mai abbandonarla in
tutti i suoi sviluppamenti, sorreggerla in tutti quegli stati suoi successivi,
pe’ quali sarebbe passata, acciocché il suo peso o gravitazione verso il
male non la precipitasse alla distruzione, ma presiedesse al suo moto una
legge benefica di progressivo perfezionamento; dovea in somma la buona novella
mescolarsi e svolgersi di pari passo cogli umani individui, e con questi
passare nelle associazioni ch’essi formano; dovea allora rigenerare e
salvare ogni società di uomini, la famiglia, la nazione, l’intero umano
consorzio dopo aver salvato l’uomo; dovea impor leggi salutifere a tutte
queste aggregazioni, e dominarle in nome del Dio pacifico; perocché le società
sono l’opera dell’uomo; e quella legge divina che domina e signoreggia
l’uomo, è natural signora e dominatrice altresì delle opere sue”[xiii].
La
stessa capacità della rivelazione cristiana di interpellare e coinvolgere
l’universo culturale e mediatico contemporaneo poggia su queste sue
caratteristiche fondamentali di integralità e di universalità.
La dialettica corpo/anima
Un primo approfondimento relativo alla integralità del messaggio e
suggerito dal testo rosminiano citato concerne il coinvolgimento della
dimensione corporea, e naturalmente il suo rapporto con la dimensione
spirituale, dell’uomo nella dinamica salvifica che la rivelazione cristiana
pone in atto. Qui la teologia incrocia la fenomenologia, ma neppure i teorici
dei media sembrano indifferenti a queste problematiche antropologiche. Un
passaggio di un’intervista a Derrick De Kerckhove, il massmediologo di
Toronto, discepolo di McLuhan, mi sembra particolarmente significativo.
Riguardo al nostro tema, così egli si esprimeva: “La Rete, e soprattutto la
posta elettronica, è uno straordinario sistema di rivelazione della persona,
fa venire a galla ciò che sta dentro di noi. La scrittura ci ha dato potere
sulla lingua, smuovendo in noi l'impeto di raccontarci. L'e-mail fa lo stesso:
dopo aver preso un po' di confidenza tutti vogliono parlare di sé. Internet
ci fa scrivere molto, proprio mentre sembrava che la scrittura andasse
perdendosi. E invece stiamo trovando una nuova forma di stile epistolario, metà
orale e metà letterario, un ibrido molto vicino all'espressività interiore.
In più la società digitale metterà in comune la memoria e l'intelligenza,
rendendone possibile la moltiplicazione e la condivisione. Un fatto inedito, e
una nuova chance per la Chiesa. Internet fa tornare l'idea dell'immateriale,
della presenza invisibile. Il tempo reale è il vero tempo dello spirito, che
è molto più rapido di ogni altra forma di comunicazione. Intel e Ibm già
parlano di un microprocessore da un gigahertz e mezzo, il più veloce mai
realizzato. Questo dà l'idea di un futuro fatto di accelerazione permanente
per far fronte alla crescente complessità del lavoro che transita attraverso
i computer. Io sostengo che in questo modo passiamo da una velocità mentale a
una velocità spirituale: il futuro della tecnologia è nell'essere più
prossima e non più lontana alla qualità dello spirito. La velocità della
comprensione spirituale della complessità è molto maggiore rispetto a quella
intellettuale. L'anima, come diceva Pascal, è infinitamente più complessa
dell'intelligenza. Lo spirito viaggia alla velocità della luce: quanto più
si capiscono le cose, quanto più complessa si fa la realtà, tanto più la
mente si rivela inadeguata. Il computer quantistico, teorizzato ma non ancora
realizzato, funziona proprio sulla risoluzione simultanea delle
contraddizioni. È vero che la spiritualizzazione dell'uomo avviene anche
attraverso la decelerazione, ma questa non è altro che un'espansione dello
spirito, cioè un'altra strategia per capire di più di quel che ci sta
intorno. Lo Spirito Santo non è forse anche “infinita comprensione”?
Nell'età di Internet capire diventa un'attività spirituale. La Rete, e
soprattutto la posta elettronica, è uno straordinario sistema di rivelazione
della persona, fa venire a galla ciò che sta dentro di noi. La scrittura ci
ha dato potere sulla lingua, smuovendo in noi l'impeto di raccontarci.
L'e-mail fa lo stesso: dopo aver preso un po' di confidenza tutti vogliono
parlare di sé. Internet ci fa scrivere molto, proprio mentre sembrava che la
scrittura andasse perdendosi. E invece stiamo trovando una nuova forma di
stile epistolario, metà orale e metà letterario, un ibrido molto vicino
all'espressività interiore. In più la società digitale metterà in comune
la memoria e l'intelligenza, rendendone possibile la moltiplicazione e la
condivisione. Un fatto inedito, e una nuova chance per la Chiesa. Internet fa
tornare l'idea dell'immateriale, della presenza invisibile. Il tempo reale è
il vero tempo dello spirito, che è molto più rapido di ogni altra forma di
comunicazione. Intel e Ibm già parlano di un microprocessore da un gigahertz
e mezzo, il più veloce mai realizzato. Questo dà l'idea di un futuro fatto
di accelerazione permanente per far fronte alla crescente complessità del
lavoro che transita attraverso i computer. Io sostengo che in questo modo
passiamo da una velocità mentale a una velocità spirituale: il futuro della
tecnologia è nell'essere più prossima e non più lontana alla qualità dello
spirito. La velocità della comprensione spirituale della complessità è
molto maggiore rispetto a quella intellettuale. L'anima, come diceva Pascal,
è infinitamente più complessa dell'intelligenza. Lo spirito viaggia alla
velocità della luce: quanto più si capiscono le cose, quanto più complessa
si fa la realtà, tanto più la mente si rivela inadeguata. Il computer
quantistico, teorizzato ma non ancora realizzato, funziona proprio sulla
risoluzione simultanea delle contraddizioni. È vero che la spiritualizzazione
dell'uomo avviene anche attraverso la decelerazione, ma questa non è altro
che un'espansione dello spirito, cioè un'altra strategia per capire di più
di quel che ci sta intorno. Lo Spirito Santo non è forse anche “infinita
comprensione”? Nell'età di Internet capire diventa un'attività
spirituale”[xiv].
Una
messa a punto fenomenologica e teologica insieme della nozione di “corpo
soggettivo” aiuterebbe notevolmente, a nostro avviso, questa riflessione e
potrebbe contribuire notevolmente ad evitare i rischi di una sorta di
integralismo entusiastico ed acritico. Lo strumento mediatico verrebbe dunque
compreso come potenziamento e prolungamento del corpo soggettivo e nella
comunicazione si coglierebbe la dimensione affettiva che ogni rapporto
interpersonale comprende. Anche in questo orizzonte la rivelazione cristiana
è paradigma di ogni autentica comunicazione in quanto il suo messaggio
coinvolge la corporeità e l’affettività in maniera non marginale o solo
supplementare.
L’indagine fenomenologico-filosofica intorno alla nozione di “corpo
soggettivo”, ispirata al pensiero di Maine de Biran, indica un nuovo modo di
interpretare la soggettività, nella sua immanenza radicale e nel suo
irriducibile nucleo di solitudine, e il suo rapporto con la materialità e la
corporeità non più considerati nell’orizzonte oggettivante e cosificante
della mera fisicità, espressa nella formula “io ho un corpo”, bensì in
quello antropologicamente più corretto, che si esprime nella formula: “io
sono corpo”. La possibilità dell’incontro dell’io col mondo e con gli
altri, fondata appunto sulla dimensione della corporeità soggettiva vede in
prima istanza coinvolta l’affettività, non più intesa alla stregua del
mero sentimentalismo, bensì come autentico medium di conoscenza e di
relazione. Altrimenti detto: prima ancora di instaurare dei rapporti col mondo
e con gli altri nella dimensione cognitiva e volontaria, l’uomo entra in
contatto con l’extrasoggettivo in maniera affettiva, in quanto è affectus
dall’alterità che gli si propone in forma cosmica o antropologica. È
dunque proprio l’affettività che consente al soggetto di non restare
rinchiuso nella prigione determinata dall’immanenza radicale della propria
solitudine e della propria incomunicabilità[xv].
Nella determinazione della essenza originaria della rivelazione il
filosofo di Montpellier Michel Henry[xvi]
introduce la nozione di “affettività” come esperienza immediata di sé e
come esperienza non teorica o speculativa, ma concreta del “sentire se
stesso”[xvii].
La Parusia dell’assoluto comporta il trovarsi immediatamente in una
situazione di passività di fronte al sé, per cui l’affettività che
definisce l’ipseità è passività non in senso ontico, ovvero in rapporto
agli oggetti o ad alcunché di esteriore, bensì si determina come passività
ontologica originaria, dove il sentimento sorge nel godimento del suo proprio
essere. Nel sentimento pertanto si realizza la potenza della forza originaria
dell’essere, identica nella sua impotenza all’attività più propria
dell’essenza. Henry, mentre denuncia la messa in parentesi del sentimento
dell’esperienza da parte della filosofia contemporanea che privilegia la
purezza impersonale e vuota dell’analisi trascendentale, rivendica con forza
la costante presenza e la priorità dell’affettività rispetto ad ogni altra
forma di conoscenza. L’amore spirituale, che viene così facilmente ignorato
anche da parte del moralismo formalistico di origine kantiana, fonda
l’essenza stessa della moralità, che non consiste nel puro e formale
rispetto di una legge. Il Cristianesimo non è soltanto una morale (come
riferimento ad una legge), ma comporta e richiede la determinazione
dell’esistenza come affettività mentre propone la legge dell’amore:
“Con la sostituzione dell’amore con il rispetto, e precisamente grazie ad
essa, Kant si è creduto in sintonia con il cristianesimo, Ma il cristianesimo
riposa giustamente sulla sostituzione inversa, su quella dell’amore alla
legge, ed è per questo che il suo pensiero supremo è il non-pensiero,
l’unità con la vita assoluta, piuttosto l’unità di quello, che il Cristo
chiama Dio e che effettivamente è Dio stesso”[xviii].
In questa riflessione potrà essere di grande aiuto il ricorso alla
nozione di “corpo soggettivo” elaborata da Henry, alla stregua di Biran e
nel contesto di una puntuale messa a punto fenomenologica della tematica della
manifestazione. Ma prima di richiamare in causa il filosofo di Montpellier ci
preme ricordare come la distinzione fra “corpo oggettivo” e “corpo
soggettivo” svolga un ruolo importante nella elaborazione di una
antropologia ispirata all’ontologia trinitaria nell’opera più ponderosa
di Edith Stein. La ripresa dell’antropologia trinitaria di stampo
patristico, che considera l’essere umano finito come immagine dell’Essere
eterno trinitario, se da un lato si inquadra nella tradizione origeniana e
agostiniana, nonché bonaventuriana più autentica, d’altra parte include
dei riferimenti fecondi alla tematica ad esempio del corpo soggettivo, che la
Stein chiama “corpo vitale”, distinguendo fra Körper e Leib
ed introducendo così una categoria tipica dell’ontologia fenomenologica, di
cui è certamente debitrice, ma che, per tanti versi, richiama il senso
cristiano della corporeità e la sua valenza personale e spirituale. Il quadro
gnoseologico qui è dato dalla concezione della verità, anch’essa
trinitariamente strutturata, secondo le dimensioni logica, ontologica e
trascendentale. La dottrina dell’anima rimanda alla mistica del castello
interiore e ad essa di fatto si ispira, in maniera fin troppo esplicita:
“L’anima è lo “spazio” al centro di quella totalità composta dal
corpo, dalla psiche e dallo spirito; in quanto anima sensibile (Sinnenseele)
abita nel corpo, in tutte le sue menti e parti, è fecondata da esso, agisce
dando ad esso forma e conservandolo; in quanto anima spirituale (Geistseele)
si eleva al di sopra di sé, guarda al mondo posto al di fuori del proprio io
– un mondo di cose, persone, avvenimenti -, entra in contatto
intelligentemente con questo, ed è da esso fecondata; in quanto anima,
nel senso più proprio, però, abita in sé, in essa l’io persona è di
casa. Qui si raccoglie tutto ciò che entra provenendo dal mondo sensibile e
da quello spirituale, e qui ha luogo la disputa interna muovendo dalla quale
si prende posizione, ricavandone ciò che diventerà più propriamente
personale, la componente essenziale del proprio io, ciò che (parlando
metaforicamente) si “trasforma in carne e sangue”. L’anima in quanto
“castello interiore”, come l’ha chiamata la nostra santa madre Teresa,
non è puntiforme, come l’io puro, ma è uno spazio, un castello con
molte abitazioni, dove l’io si può muovere liberamente, andando ora verso
l’esterno, ora ritirandosi sempre più verso l’interno”[xix].
In tempi nei quali la figura dell’angelo ritorna e richiama l’interesse
dei filosofi, mentre viene quasi del tutto dimenticata dai teologi, leggere la
pagine dell’opera della Stein, in cui si delinea una vera e propria
angelologia filosofico-teologica, può addirittura risultare di sconcertante
attualità e comunque istruttivo per chi si interessa di comunicazione.
Il ripensamento del rapporto anima-corpo, come dicevamo, è centrale
nel pensiero di Michel Henry, di cui ci siamo più volte occupati, ispirati
dalla lezione di p. Xavier Tilliette, per il quale “l'ardente perorazione di
Michel Henry per il corpo è compenetrata di attesa religiosa ed escatologica.
La carne è una categoria religiosa. Per lui il dogma cristiano della
risurrezione illumina retrospettivamente l'essenza del corpo e la sua profonda
spiritualità, la sua natura etica, che ispira la parola del poeta (Arthur
Rimbaud): i corpi saranno giudicati”[xx]. Nella elucidazione di
questa tematica il pensiero di Henry incrocia quello di Maurice Merleau Ponty,
col quale entra in dialogo critico[xxi].
Interessante comunque, per la nostra tematica, quanto quest’ultimo afferma
del rapporto anima-corpo in relazione alla forma mediatica cinematografica:
“La moderna psicologia e le filosofie contemporanee hanno un carattere in
comune: a differenza delle filosofie classiche, presentano non lo spirito e
il mondo, ogni coscienza e le altre, ma ogni coscienza gettata nel
mondo, sottomessa allo sguardo delle altre, apprendente da esse quello che è.
In buona parte la filosofia fenomenologica o esistenziale consiste nello
stupirsi di questa inerenza dell’io al mondo e dell’io agli altri, nel
descriverci tale paradosso e tale confusione, nel fare vedere il
rapporto fra soggetto e mondo, fra soggetto ed altri, anziché spiegarlo,
come facevano i classici, ricorrendo allo spirito assoluto. Orbene il cinema
è particolarmente adatto a fare apparire l’unione di spirito e corpo, di
spirito e mondo, e l’esprimersi dell’uno nell’altro. Ecco perché non è
sorprendente che il critico possa, a proposito di un film, evocare la
filosofia. In una recensione di Il defunto recalcitrante, Astruc
racconta il film in termini sartriani: quel morto che sopravvive al suo corpo
ed è obbligato ad abitarne un altro, rimane il medesimo per sé, ma è
altro per gli altri e non può trovar quiete finché l’amore di una
ragazza non lo riconosca attraverso il nuovo involucro, onde sia ristabilita
la concordanza fra per sé e per altri. In proposito il critico
perde la pazienza e vuole rimandare Astruc a studiare filosofia. In verità
hanno ragione entrambi: l’uno perché l’arte non è fatta per esporre idee
– e l’altro perché la filosofia contemporanea non consiste nel
concatenare concetti, ma nel descrivere il mescolarsi della coscienza con il
mondo, il suo incarnarsi in un corpo, la sua coesistenza con le altre, e
questo argomento è cinematografico per eccellenza”[xxii].
La dialettica visibile/invisibile –
dicibile/indicibile
Ma da queste prospettive fenomenologiche, che purtroppo non ci è dato
in questa sede di approfondire adeguatamente, siamo rimandati alla dialettica
visibile/invisibile – dicibile/indicibile, che caratterizza la rivelazione
cristiana e le consente di incrociare la problematica della comunicazione. Due elementi dai quali si evince da un lato il carattere asimmetrico
della relazione uomo/Dio, naturale/soprannaturale, eschaton/storia,
dall’altro l’orizzonte di trascendenza, in cui viene sperimentato e
pensato il totalmente, sono l’indicibilità del “nome” e l’invisibilità
del “volto” di Dio. Interpelliamo su entrambi le Scritture. Quanto al
primo elemento esso va inquadrato nella prospettiva culturale semitica, che
attribuisce ai nomi uno strettissimo legame con le cose, ponendosi ben oltre
ogni concezione convenzionalistica e nominalistica del rapporto parola/realtà.
Chiamare/nominare qualcosa significa penetrarne l’essenza, le parole non
sono maschere della realtà, piuttosto la esprimono al massimo grado. La
pluralità dei nomi attraverso cui si indica la divinità è di per se stessa
un segnale della difficoltà che la parola sperimenta rispetto alla realtà
significata. Spiccano all’interno di questa polisemia i nomi di El/Elhoim
(= forza dinamica – al plurale nel senso di una pluralità di forze), che
sta a designare il Dio dei patriarchi e che è presente in molti nomi
teoforici, e il nome proprio del Dio dell’Esodo, espresso nel tetragramma
Jhwh. Come è noto i due nomi costituiranno il punto di riferimento di due
tradizioni diverse, nel momento in cui Israele intraprenderà la codifica
narrativa della propria esperienza di fede. Onde escludere ogni possibile
fraintendimento in senso polivalente, il testo dell’Esodo della teofania
dell’Horeb, in cui Dio manifesta il suo nome, insiste sulla continuità fra
questa realtà e il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe [“Io sono il Dio
di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” (Es
3,6) e più avanti: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri
padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a
voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò
ricordato di generazione in generazione” (Es 3,15)]. Quanto
all’interpretazione del significato del tetragramma e al suo carattere
rivelativo della realtà di Dio, segnaliamo due possibilità. In primo luogo
esso può intendersi in senso apofatico, come una sorta di ulteriore rifiuto a
rivelare il nome. Come se Dio dicesse: “Sono quello che sono e a te non è
dato conoscere quello che sono”. In seconda più probabile prospettiva il
tetragramma suggerisce una interpretazione storico-salvifica, nel senso che il
Dio che qui si rivela è Colui che fa esistere e viene a liberare, è un Dio
che partecipa alle angosce del suo popolo e si preoccupa della sua
liberazione. In entrambi i casi, come si può notare, siamo ben lontani dagli
sviluppi speculativi di una tanto suggestiva, quanto improbabile “metafisica
dell’esodo”, la cui legittimità va situata ben oltre il testo biblico,
piuttosto nel cammino della storia del pensiero occidentale d’ispirazione
cristiana. Comunque in quanto indica la realtà stessa di Dio il nome dovrà
restare impronunciato, secondo la dabar dell’alleanza: “Non
pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà
impunito chi pronuncia il suo nome invano” (Es 20,7).
Corrispettivo
a livello visivo della impronunciabilità del nome è la non-visibilità del
volto, attestata in più luoghi dell’AT e presente anche nella teofania
dell’Horeb: “Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di
guardare verso Dio” (Es 3,6). Restando nell’ambito esodale e
dell’esperienza religiosa di Mosè, a questo riguardo giova richiamare il
famoso brano in cui Dio mostra all’eletto le sue spalle: “Gli disse:
Mostrami la tua Gloria!. Rispose: “Farò passare davanti a te tutto il mio
splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi
vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia”.
Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può
vedermi e restare vivo”. Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino a me.
Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella
cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi
toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può
vedere” (Es 33, 18-23). Dove le interpretazioni dei posteriora Dei
possono muovere ancora una volta in una duplice direzione. In primo luogo e in
connessione col contesto dell’alleanza le spalle di Dio può essere la Torah:
ciò che all’uomo si mostra sono le clausole dell’alleanza, è la legge
l’unico modo attraverso il quale l’uomo può incontrare l’Assoluto. In
secondo luogo, in una teologia più elaborata anche filosoficamente, le spalle
di Dio possono significare la creazione, nel senso della realtà creata, ciò
che possiamo vedere di Lui sono le sue opere, che non mancano di additarci il
Creatore, senza naturalmente mostrarcelo. Strettamente connesso al tema della
non visibilità del volto è il comando che proibisce le rappresentazioni:
“Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né
di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la
terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il
Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei
figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma
che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e
osservano i miei comandi” (Es 20, 4-6).
Rispetto
a quanto abbiamo appreso relativamente alla modalità asimmetrica
dell’alleanza-rivelazione veterotestamentaria, bisogna riconoscere che tale
prospettiva risulta di fatto rovesciata nel NT[xxiii].
E ciò proprio in rapporto alla pasqua cristiana, intesa come luogo teologico
della nuova e definitiva alleanza. Non che qui sia tolto il mistero, piuttosto
il Dio di Gesù Cristo viene ad instaurare un dialogo con l’uomo non più
improntato sul vassallaggio, bensì sulla reciproca amicizia, possibile solo
attraverso la mediazione filiale non di un inviato meramente umano, ma appunto
dell’uomo-Dio: oÙkšti lšgw Øm©j doÚlouj, Óti Ð doàloj oÙk oden
t… poie‹ aÙtoà Ð kÚrioj: Øm©j d e‡rhka f…louj, Óti p£nta §
½kousa par¦ toà patrÒj mou ™gnèrisa Øm‹n [“Non vi chiamo più
servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati
amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi”
- Gv 15,15]. Questo dinamismo di trasmissione di una conoscenza
soprannaturale viene espressa nel quarto vangelo appunto nei termini di una
rivelazione, sicché si è potuto giustamente ritenere che essa (rivelazione)
costituisca il “tema programmatico e unificante del vangelo” stesso (R.
Penna)[xxiv],
dove interviene tra le altre una categoria particolarmente significativa per
l’apologia e l’apologetica, esprimente una modalità privilegiata di tale
trasmissione, ossia la testimonianza (= martur…a), sicché Gesù non
presenta un proprio pensiero, ma appunto rende testimonianza al Padre
(¢m¾n ¢m¾n lšgw soi Óti Ö o‡damen laloàmen kaˆ Ö ˜wr£kamen
marturoàmen, kaˆ t¾n martur…an ¹mîn oÙ lamb£nete. [“In verità, in
verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che
abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza” Gv
3,11) e, viceversa, il Padre gli rende testimonianza (™gë d œcw t¾n
martur…an me…zw toà'Iw£nnou: t¦ g¦r œrga § dšdwkšn moi Ð pat¾r
†na teleièsw aÙt£, aÙt¦ t¦ œrga § poiî, marture‹ perˆ ™moà Óti
Ð pat”r me ¢pšstalken: kaˆ Ð pšmyaj me pat¾r ™ke‹noj memartÚrhken
perˆ ™moà. [“Io però ho una testimonianza superiore a quella di
Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere
che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il
Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me” - Gv 5,
36-37)], cui va aggiunta la testimonianza delle Scritture (™raun©te t¦j
graf£j, Óti Øme‹j doke‹te ™n aÙta‹j zw¾n a„ènion œcein: kaˆ
™ke‹na… e„sin aƒ marturoàsai perˆ ™moà: [“Voi scrutate le
Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse
che mi rendono testimonianza”- Gv 5,39)]. E su tale testimonianza
reciproca del Padre e del Figlio poggia la testimonianza dei discepoli e,
prima fra tutte, quella di Giovanni battista.
Il capovolgimento della struttura asimmetrica dell’antica alleanza
risulta ulteriormente evidente se si riflette intorno a due elementi
caratterizzanti la dinamica rivelativa neotestamentaria. In primo luogo alla
indicibilità veterotestamentaria del nome espresso nel tetragramma fa
riscontro la valenza salvifica della professione di fede neotestamentaria che
avviene proprio “nel nome” di Gesù Signore (diÕ kaˆ Ð qeÕj aÙtÕn ØperÚywsen
kaˆ ™car…sato aÙtù tÕ Ônoma tÕ Øpr p©n Ônoma, †na ™n tù ÑnÒmati'Ihsoà
p©n gÒnu k£myV ™pouran…wn kaˆ ™pige…wn kaˆ katacqon…wn,
kaˆ p©sa glîssa ™xomolog”shtai Óti kÚrioj'Ihsoàj CristÕj
e„j dÒxan qeoà patrÒj. [“Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il
nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni
ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua
proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”] Fil
2,9-11). Può risultare interessante notare la portata dell’eventuale
trasgressione di Gesù, qualora fosse verificata l’ipotesi secondo cui egli
nel Sinedrio avrebbe pronunziato il tetragramma e per questo sarebbe stato
accusato di bestemmia, avendo contravvenuto al divieto di pronunziare il nome,
allo stesso modo in cui aveva osato trasgredire il precetto del sabato. In
secondo luogo la dinamica rivelativa del Nuovo Testamento infrange l’altro
tabù relativo alla invisibilità di Dio per cui qeÕn oÙdeˆj ˜èraken pèpote:
monogen¾j qeÕj Ð ín e„j tÕn kÒlpon toà patrÕj ™ke‹noj ™xhg”sato
[“Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno
del Padre, lui lo ha rivelato” Gv 1,18], sicché il Cristo viene
chiamato icona del Dio invisibile (Ój
™stin e„kën toà qeoà toà ¢or£tou Col 1,15), trattandosi qui
di una visibilità del soprannaturale che nulla ha a che vedere con
l’idolatria e le sue espressioni, ma che piuttosto invece muove in una
prospettiva iconica, che lascia intravedere la trascendenza senza renderla
manipolabile e oggettivabile da parte dell’uomo.
Il
carattere “pubblico ed essoterico della rivelazione cristiana
Una ulteriore serie di annotazioni concerne il carattere universale
della rivelazione cristiana, ossia la sua capacità di interpellare a partire
dalla propria costituzione metastorica e storica insieme tutti gli uomini.Qui
potrà essere utile proporre un serrato confronto fra le istanze culturali e
religiose dello gnosticismo storico e del neognosticismo postmoderno[xxv]
e le strutture portanti che caratterizzano il messaggio cristiano nella sua
autenticità.
In primo luogo il cammino gnostico della rivelazione salvifica ha
valenza iniziatica. Alla stregua dei culti misterici, tale iniziazione è
riservata a pochi eletti che, sottoponendosi a un percorso accidentato e
progressivo di conoscenza, potranno giungere ad identificarsi col divino, o
meglio a scoprire la natura divina del proprio sé. Non di rado tale percorso
assume il carattere della reminiscenza più o meno platonicamente intesa. La
dimensione iniziatica dello gnosticismo di fatto attenta al carattere gratuito
e soprannaturale della Rivelazione, in quanto subordina la salvezza al
progresso che l’iniziato fa nella conoscenza.
La seconda caratteristica o dimensione della salvezza gnostica è data
dal suo carattere esoterico. Si darebbe un livello vero e profondo
dell’insegnamento del Signore e di quello degli apostoli, comunicato a pochi
eletti, che trascende e subordina il livello noto e comune (essoterico) del
messaggio, esposto per tutti ed a tutti accessibile. In questo orizzonte va
collocata la triplice suddivisione gnosticistica dell’umanità in tre
categorie (che corrispondono a tre dimensioni antropologiche fondamentali):
quella degli uomini carnali o sarxici, certamente destinati alla perdizione,
in quanto fanno del loro ventre il loro Dio (cf Fil 3,19), quella degli
uomini psichici, che formano la grande Chiesa affidando le loro sorti alla
fede della stessa, ma che non pervengono alla conoscenza spirituale, infine
quella degli uomini spirituali (o pneumatici), ai quali soltanto è dato
accesso (grazie al loro lavoro di conoscenza) al mistero nascosto (must”rion
kekrummšnon in Corpus Hermeticum I, 16): “Questo è infatti il
termine beato per coloro che possiedono la gnosi: essere divinizzati” (qewqÁnai
– ivi I, 26). La dimensione esoterica dello gnosticismo attenta al
carattere universale della salvezza che la rivelazione cristiana propone e
quindi alla destinazione universale del sacrificio di Cristo che sulla croce
muore per redimere tutti gli uomini e non solo la minuta schiera degli
pneumatici. In rapporto alla Scrittura gli eretici sostenevano la necessità
di penetrare i testi ben oltre la lettera, avvalendosi pressocché
esclusivamente del metodo allegorico, nel tentativo di scorgere una sorta di
vangelo eterno, nascosto dietro le simbologie del vangelo storico, né
disdegnavano il ricorso ad ulteriori scritti (gli apocrifi), che hanno anche
provenienza e valenza gnosticistica, e rifacendosi a tradizioni orali interne
alla propria setta di appartenenza e depositate nella memoria di coloro che
hanno raggiunto i vertici della conoscenza.
La terza dimensione costitutiva della rivelazione gnosticamente intesa
è data dal carattere sincretistico delle dottrine gnostiche, espresse nelle
diverse sette ed in diversificate modalità. In questi sistemi infatti vengono
mescolati elementi mitologici di provenienza pagana con i misteri della fede
del Cristianesimo e con elementi dell'Ebraismo, in modo da fornire una sorta
di cocktail religioso-filosofico con astruse ed elucubrate teorie teogoniche e
cosmogoniche spesso difficilmente comprensibili nel loro significato più
profondo. Attraverso tale connotazione sincretistica lo gnosticismo finisce
col negare l’unicità e la peculiarità dell’evento fondatore che la
rivelazione cristiana annuncia ed attesta.
Infine la prospettiva filosofica fondamentale dei diversi sistemi
gnostici riveste un profondo carattere dualistico di derivazione platonica,
sicché tutto viene ricondotto ai due fondamentali principi della luce e delle
tenebre, del bene e del male, del maschile e del femminile, in termini
marcioniti questa duplicità fondamentale si esprimerà nella duplicità del
Dio dell’Antico Testamento rispetto a quello del Nuovo Testamento. Una tale
visione dualistica comporta naturalmente il disprezzo per tutto quanto è
mondano e carnale e quindi la negazione della storicità della rivelazione
cristiana e dei suoi contenuti fondamentali concernenti l’incarnazione del
Verbo e la resurrezione della carne di Cristo e nostra. Basterebbe la
lapidaria espressione del Prologo del IV Vangelo, un testo che risente molto
della cultura gnostica (intesa in senso autenticamente cattolico e certamente
non ereticale) a mostrare come la fede cristologica escluda ogni forma di
dualismo gnosticistico, perché “Il Verbo si è fatto carne”, dove il
testo greco esprime in tutta la sua radicalità il realismo
dell’incarnazione adottando proprio il termine s¦rx e accostandolo a lÒgoj
(che stava molto a cuore agli gnostici) di: Kaˆ Ð lÒgoj s¦rx ™gšneto (Gv
1, 14).
Il neognosticismo
postmoderno ripropone, anche se in forma per certi aspetti inedita e talvolta
cibernetica una concezione della rivelazione incentrata sulle quattro
caratteristiche sopra descritte. Basta interrogare e frequentare la rete nei
siti che rispondono a keywords come “religione”, “sacro”, “fede”,
“cristianesimo” ecc. per rendersi conto della massiccia presenza di
proposte che in un modo o nell’altro sono ispirate ad una mentalità
neognostica, a volte con le migliori intenzioni e dichiarazioni di intenti che
possono facilmente fuorviare il navigatore sprovveduto.
È
facendo leva sul realismo dell’incarnazione [“Il Figlio di Dio divenne
veramente uomo per salvare l’uomo” (Adv. haer. III, 18,7)]
e adottando una prospettiva storico-salvifica (o„konom…a) che il
grande Ireneo di Lione soprattutto nell’Adversus haereses ha risposto
una volta per tutte alla tentazione gnosticistica e alle sue diverse
espressioni, fornendoci allo stesso tempo una fonte preziosa per la conoscenza
di questo fenomeno e di queste dottrine. Nella percezione e
nell’autocoscienza della Chiesa cattolica (la grande Chiesa in
contrapposizione alla carattere settario delle comunità gnosticistiche) e in
forma speculare rispetto all’impianto dottrinale ereticale, la rivelazione
cristianamente intesa ha dunque carattere di gratuità, di universalità,
di unicità e peculiarità e di storicità.
Ci
piace infine notare come l’universale pubblicità e capacità della
Rivelazione cristiana di raggiungere tutti gli uomini e tutto l’uomo sia
presente nella stessa attestazione scritta della Rivelazione stessa, secondo
una bella pagina rosminiana: “Ne’ principi della Chiesa, la divina
Scrittura era l’unico testo dell’istruzione popolare ed ecclesiastica.
Questa Scrittura, che è veramente il libro del genere umano, il libro (bubl…a),
la scrittura per antonomasia. In un tal codice l’umanità è dipinta dal
principio sino alla fine; comincia coll’origine del mondo, e termina colla
futura sua distruzione; l’uomo vi sente se stesso in tutte le modificazioni
di cui è suscettivo, vi trova una risposta precisa, sicura e fino evidente, a
tutte le grandi interrogazioni che ha sempre a fare a se stesso; e la mente di
lui vi resta appagata colla scienza e col misterio, come il suo cuore vi resta
pure appagato colla legge e colla grazia. Egli è quel libro “grande” di
cui parla il profeta, scritto “collo stilo dell’uomo”; perocchè in quel
libro l’eterna verità parla in tutti que’ modi, a cui si piega l’umana
loquela: ora narra, ora ammaestra, ora sentenzia, ora canta: la memoria vi è
pasciuta colla storia; l’immaginazione dilettata colla poesia;
l’intelletto illuminato colla sapienza; il sentimento commosso in tutti
insieme questi modi: la dottrina vi è così semplice, che l’idiota la crede
fatta a posta per sè; e così sublime, che il dotto dispera di trovarci
fondo: il dettato sembra umano, ma è Dio che in esso parla. Quindi “la
Scrittura, dice Clemente di Alessandria, accende il fuoco dell’anima, e
dirige nel tempo stesso convenientemente l’occhio alla contemplazione,
deponendo per avventura in noi qualche seme, come fa l’agricoltore nella
terra, e quel seme che ritrova in noi fecondando”: le quali parole se si
possono applicare alle lettere in genere, molto più propriamente convengono
alle divine”[xxvi].
[i] L. Wittgenstein,
“Tractatus logico-philosophicus”, in Tractatus logico-philosophicus
e Quaderni 1914-1916, trad. it a cura di A. G. Conte,
Einaudi, Torino 1974, 82.
[ii] Tommaso
D’Aquino, La Somma Teologica,
trad it a cura di A. Balducci, Adriano
Salani ed., 1952, vol. I, (q. 1, aa 2-3) 46.
[iii] M. Eckhart,
“Beati puperes spiritu quoniam ipsorum est regnum coelorum”, in
Trattati e prediche, trad. it. a cura di G. Faggin,
Rusconi, Milano 1982, 366.
[iv]Il paradigma del teologo
autoreferenziale è stato così individuato ed ironicamente dipinto da
Rosmini, che pone a confronto il saccente professore tedesco col Maestro
del vangelo: “Il Maestro, dunque, di
cui noi teniamo il discorso, ha, fra le altre, questa singolarità che lo
distingue da tutti gli altri maestri, che mentre a questi nel trasmettere
che fanno a' loro discepoli le varie scienze e discipline ch'essi
professano d'insegnare, non cade mai alla mente d'insegnare loro se
stessi: e s'alcun d'essi, foss'anco un professore di qualche Università
del Settentrione, invasato dal demonio della vanità, prendesse seriamente
ad annunziare dalla cattedra la materia del suo insegnamento in questo
modo: “O giovani, io in quest'anno vi darò lezioni sopra me stesso, la
scienza che v'insegnerò sarà la scienza della mia propria persona”.
Probabilmente quegli uditori, benché così generosi, così entusiasti de'
loro professori, vinti questa volta non dall'ammirazione, ma dalla
compassione, andrebbero mestamente ad avvisare il Rettore Magnifico della
disgrazia accaduta a quel gran cervello. All'incontro il Maestro unico non
destò né compassione né riso, dicendo espressamente agli uomini, che la
scienza che insegnava, era quella che faceva loro conoscere lui stesso”
(A. Rosmini, Introduzione
alla filosofia, a cura di P. P.
Ottonello, Città Nuova – CISR, Roma – Stresa 1979, 157).
[v]Cf
a questo proposito S. Th. I, 1, 2: "Utrum sacra doctrina sit
scientia".
[vi]A. Rosmini,
Teodicea (a cura di U.
Muratore), Città Nuova - CISR,
Roma - Stresa 1977, 31.
[vii]J.
W. Goethe, Faust, a cura di F.
Fortini, Mondadori, Milano 1980, I, 33-34 (vv. 355-385).
[viii]Il
titolo del libro da cui è tratto il recitativo è: Il Trattato
dell’empietà.
[ix]F.
Rosenzweig, La Stella della Redenzione, trad. it. (a cura di
G. Bonola), Casale Monferrato
1985, 318.
[x]Il
lavoro di chi si occupa di teologia nella Chiesa viene da Rosmini
annoverato nell'esercizio della forma intellettuale della carità e chiama
in causa quel rapporto fra Verità e Carità, di cui oggi tanto si parla
in ambito ecclesiale. La carità viene descritta come “via” della
verità e sua “pienezza”, per cui il cristiano “dovrà custodire in
modo preclaro, contemplare ed indagare la verità, promuovendo in modo
ottimo ed instancabile la cognizione della verità fra gli uomini. Di qui
deriva il genere di carità che abbiamo chiamato intellettuale, il quale
tende immediatamente ad illuminare ed arricchire di cognizioni
l'intelletto umano”. La ricerca e la condivisione del vero, in quanto
esercizio della carità intellettuale, si deve compiere nell'orizzonte
della profonda unità, che, nella prospettiva sapienzale propria del
Roveretano, caratterizza l'autentico sapere (cf A.
Rosmini, Constitutiones
Societatis a Charitate nuncupatae.
Il testo citato è tratto dalla traduzione italiana che accompagna
l’edizione critica curata da D.
Sartori , Città Nuova - CISR
- Roma - Stresa 1996, 799).
[xi]
“Con il termine “globalizzazione” si fa riferimento al rapido
sviluppo nel campo della tecnologia delle comunicazioni e alla
concomitante crescita nella trasmissione delle conoscenze e delle
informazioni, che permette di raggiungere facilmente anche le aree più
remote del mondo, ponendo virtualmente fine alla comunità isolata” [S.
Ferrari, “Autodisciplina delle religioni”, in Il regno
attualità 45 (2000) 136-140]. Sul tema della “globalizzazione” cf
M. Featherstore, Global
Culture, Nationalism, Globalization and Modernity, Sage, London 1990; P.
Beyer, Religion and Globalization, Sage, London 1994; M.
Mantovani – S. Thuruthiyil (edd.), Quale globalizzazione?
L’“uomo planetario”alle soglie della mondialità, Las, Roma 2000.
[xii] Qui Rosmini cita in nota Gv
7,23, interpretando nel senso della redenzione integrale le parole di Gesù:
“Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia
trasgredita la Legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché ho
guarito interamente un uomo di sabato?” [e„
peritom¾n lamb£nei ¥nqrwpoj ™n sabb£tJ †na m¾ luqÍ Ð nÒmoj Mwãsšwj,
™moˆ col©te Óti Ólon ¥nqrwpon ØgiÁ ™po…hsa ™n sabb£tJ;],
sottolineature mie.
[xiii] A.
Rosmini, Delle Cinque Piaghe
della Santa Chiesa. Testo ricostruito nella forma ultima voluta
dall'Autore con saggio introduttivo e note di N.
Galantino, San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, 121, §§ 5-6.
[xiv]
Da “Agorà” di Avvenire
del 9 marzo 2000: “Quando il Vangelo diventa connettivo”, intervista
di F. Ognibene a D. De Kerckhove.
[xv]
Vedi il saggio di X. Tilliette,
“Solitudine e intersoggettività”, in Idem,
Il Cristo dei non credenti e altrii saggi di filosofia cristiana,
cit., 143-172.
[xvi]
Data la scarsa frequentazione di questa
filosofia, ne diamo una bibliografia di riferimento quasi completa, in
modo da offrire materiali per l'ulteriore approfondimento di queste
pagine: Opere filosofiche di M.
Henry: L'essence de la manifestation, PUF, Paris 1963, 2vv.;
Philosophie et phénoménologie du corps. Essai sur l'ontologie biranienne, PUF, Paris 1965;
Marx. I: Une philosophie de la réalité. II: Une
philosophie de l'économie, Gallimard, Paris 1976; Généalogie de la
psychanalyse. Le commencement perdu, PUF, Paris 1985; La barbarie,
Grasset, Paris 1987; Voir l'invisible. Sur Kandinsky, Bourin, Paris
1988; Phénoménologie matérielle, PUF, Paris 1990; C'est moi
la vérité. Pour une philosophie du christianisme, Paris 1996.
Articoli e saggi di carattere filosofico: "Le bonheur chez Spinoza",
in Revue d'Histoire de la Philosophie 39-40 (1944) 187-225; 41
(1946) 67-100; "Le concept d'âme a-t-il un sens?", in Revue
philosophique de Louvain 64 (1966) 5-33; "Introduction à la pensée
de Marx", in Revue philosophique de Louvain 67 (1969) 241-266;
"Forces productives et subjectivité, le socialisme selon Marx",
in Diogène 88 (1974) 95-118; "Le concept d'être comme
production", in Revue philosophique de Louvain 73 (1975)
79-107; "Phénoménologie de la conscience, Phénoménologie de la
vie", in Aa. Vv., Sens
et Existence. En hommage à Paul Ricoeur, du Seuil, Paris 1975,
138-151; "La métamorphose de Daphné", in Les études
philosophiques 32 (1977) 319-332; "Qu'est que cela que nous
appellons la vie?", in Philosophiques mai (1978) 133-150;
"La rationalité selon Marx", in Aa.
Vv., Rationality today, Univ. Press, Ottawa 1979, 116-135;
"Théodicée dans la perspective d'une phénoménologie
radicale", in Archivio di filosofia 56 (1988) 383-393; "Acheminement
vers la question de Dieu: preuve de l'être ou éprouve de la vie",
in Archivio di filosofia 58 (1990) 521-531; "La parole de Dieu:
un approche phénoménologique", in Archivio di filosofia 60
(1992) 157-163; "Qu'est-ce qu'une Révélation?", in Archivio
di filosofia 62 (1994)
51-57. Romanzi: Le jeune
officier, Paris 1954; L'amour le yeux fermés, Paris 1976; Le
Fils du Roi, Paris 1981 (tutti editi da Gallimard). Studi su Michel
Henry: J. Colette, "L'essence
de la manifestation", in Revue des sciences philosophiques et
théologiques 51 (1967) 39-52; P.
D. Dognin, "Le “Marx” de Michel Henry", in Revue
thomiste 4 (1977) 610-624; A. Dominguez, Une phénoménologie de l'intériorité. La
philosophie de Michel Henry. Tesi dottorale difesa nel 1968 presso
l'Università Cattolica di Lovanio (non pubblicata); Id., "Michel Henry, un filosofo de la immanencia",
in Pensamiento 34 (1978) 145-176;
G. Dufour-Kowalska, "Michel Henry lecteur de Maître Eckhart",
in Archives de philosophie 36 (1973) 603-624; Id., "Marx ou l'anti-marxisme", in Contrepoint
22-23 (1976) 247-249; Id.,
Michel Henry au miroir de Marx", in Critique 360 (1977)
489-504; Id., "Un
concept de la dialectique", in Revue de théologie et de
philosophie 4 (1977) 296-306; Id.,
"Le Marx de Michel Henry et la question de l'idéologie", in Archives
de philosophie 41 (1978) 641-657; Id.,
Michel Henry, un philosophe de la vie et de la praxis, Vrin, Paris
1980; J. Lacroix, "Un
philosophe du sentiment: Michel Henry", in Id.,
Panorama de la philosophie française contemporaine, PUF, Paris
1966, 164-170; G. Lorizio,
"La parousia dell'Assoluto nel pensiero di Michel Henry", in Id.(ed.),
Morte e sopravvivenza, AVE, Roma 1995, 73-106; J.
L. Petit, “Autour du “Marx” de Michel Henry, I: Marx et
l'ontologie de la praxis", in Revue de Métaphysique et de Morale
82 (1977) 365-385; J. Racette,
"La philosophie du corps de Michel Henry”, in Dialogue 7
(1968-9) 391-409; J. Textier,
“ Autour du “Marx” de Michel Henry, II: Marx est-il
marxiste?”, in Revue de Métaphysique et de Morale 82 (1977)
386-409; X. Tilliette,
"La révélation de l'essence. Notes sur la philosophie de Michel
Henry", in Aa. Vv., Manifestation
et Révélation, Beauchesne, Paris 1976, 207-236; Id., "Michel Henry: “L'amour les yeux fermés”",
in Revue des Deux-Mondes, vol. I
(1977) 505-508; Id.,
"Corpo oggettivo, corpo soggettivo", in Aa.
Vv., Il corpo, perché? Saggi sulla struttura corporea della persona,
Morcelliana, Brescia 1979, 53-65; Id.,
"Une nouvelle monadologie: la philosophie de Michel Henry", in Gregorianum
61 (1980) 633-651; Id.,
"Michel Henry: la philosophie de la vie", in Philosophie
15 (1987) 3-20; G. van Riet,
"Une nouvelle ontologie phénoménologique. La philosophie de Michel
Henry", in Revue philosophique de Louvain 64 (1966) 436-457.
[xvii]Cf
M. Henry, L’essence de
la manifestation, cit.., 578ss.
[xix] E.
Stein, Essere finito e Essere eterno, Città Nuova, Roma
1988, 394-395.
[xx]
X. Tilliette,
“Corpo oggettivo, corpo soggettivo”, in Aa.
Vv., Il corpo, perché?, cit., 62. Il verso del poeta viene
riportato da Michel Henry nella conclusione alla sua fenomenologia del
corpo (cf Philosophie et phénoménologie
du corps, cit.,
281). Per il riferimento a Rimbaud cf anche J.
Lacroix, “Un philosophe du sentiment: Michel Henry ”, in Idem,
Panorama de la philosophie française contemporaine, cit., 166:
“La transcendance de la connaissance se fonde sur l'immanence du
sentiment. Cette primauté de l'affectivité et son lien à l'Absolu,
cette identité de l'être de la subjectivité et de celui du corps, de la
conscence et de la vie font le sérieux de l'existence. On trouve chez
Rimbaud une affirmation inouïe: les corps seront jugés. C'est le
christianisme même”. La
prospettiva del saggio sul corpo resta comunque quella dell'immanenza
radicale della soggettività, che costituisce il punto di partenza ed
insieme l'esito de L'essence de la manifestation. Non possiamo
tuttavia ignorare gli ultimi sviluppi di questo pensiero consegnati nei
volumi: Généalogie de la psychanalyse, e Phénoménologie matérielle.
Di un certo interesse per chi intende approfondire sarà anche il breve
scritto sul concetto di “anima”, che fa da contrappunto
all'esposizione della nozione di “corpo soggettivo”, mentre sono da
tener presenti presenti la consistente opera su Marx, il lavoro su
Kandinsky e i tre romanzi dello stesso autore.
[xxi] Per la critica di Henry a
Merleau Ponty cf G. Lorizio,
“La Parousia dell’Assoluto nel pensiero di Michel Henry”, cit.,
94-95.
[xxii] M.
Merleau Ponty, Il corpo vissuto, il Saggiatore, Milano 1979,
189.
[xxiii] Cf a questo proposito J.
Ratzinger, “La nuova alleanza. Sulla toelogia dell’Alleanza nel
Nuovo Testamento”, in RdT 36 (1995) 9-22.
[xxiv] R.
Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Origini e
sviluppi della cristologia neotestamentaria, II. Gli sviluppi, San Paolo,
Cinisello Balsamo 1999, 395-398.
[xxv]
Sul ritorno della gnosi si può leggere, tra l’altro: G. Filoramo, Il risveglio della gnosi ovvero diventare dio,
Laterza Bari 1990; G. Mucci,
"Mito e pericolo della gnosi moderna", in La Civiltà
cattolica vol. I, 3397 (1992) 14-22; Idem,
"Le radici gnostiche del New age", in La Civiltà cattolica
vol. III, 3462 (1994) 470-481; Idem,
"Il dibattito sulla gnosi in Italia", in La Civiltà
cattolica vol. II, 3455 (1994) 423-434.
[xxvi] A.
Rosmini, Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa, cit., 163,
§ 38.
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