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Chiesa
e mass-media
1.
Introduzione
La Chiesa fondata da Cristo non è solo una comunità spirituale, "segno
e strumento dell'intima unione con Dio" (LG 1), ma anche una realtà
visibile, cui è stato affidato il deposito della Fede e la missione
universale di diffondere la Parola di Verità[i].
Questa realtà, rappresentata dal Popolo di Dio in cammino lungo la storia, ha
dovuto nel tempo confrontarsi con le culture emergenti nella società.
Continuando l'opera del Maestro e volendo renderne testimonianza, la Chiesa ha
fatto sempre sentire all'umanità la sua presenza "per offrire la viva collaborazione al fine di instaurare quella
fraternità universale che corrisponde alla vocazione vera dell'uomo"(GS
3).
Perciò la Chiesa si è sempre interessata anche alle varie forme della
comunicazione umana, poiché l'oggetto primario dell'annuncio della Verità è
un rapporto di comunicazione e comunione insieme.
Il Magistero della Chiesa manifestò fin dalla sua comparsa cordiale
interessamento al cinema sia con Pio X nel 1912 sia con Pio XI che con
l'Enciclica Vigilanti Cura del 1936
compì un salto di qualità rispetto al Magistero precedente.
La radio fu senz'altro lo strumento che entrò nel cuore di Pio XII che,
subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, mandò radio-messaggi a
tutti i fedeli[ii].
Durante questo periodo si fa strada un concetto nuovo di evangelizzazione: i
mass media diventano gli strumenti della speranza.
2. Pio
XI
Pio XI ha trattato maggiormente temi riguardanti la radio e il cinema.
Inizialmente, pur accogliendo le moderne invenzioni con gioia, ha sempre
mostrato una evidente ansia pastorale derivante proprio dalla missione
apostolica affidata da Dio a tutta la Chiesa. Come si evince da alcuni suoi
testi, nei primi interventi del Magistero ecclesiastico, esisteva a volte
un atteggiamento alquanto timoroso[iii],
a volte di allarmante preoccupazione pastorale[iv]
verso le nuove realtà emergenti.
Queste posizioni erano volte a salvaguardare soprattutto dai pericoli e dalle
conseguenze che un uso non controllato degli strumenti della comunicazione
sociale avrebbe potuto portare. Sotto il suo pontificato si istituì peraltro
un Ufficio nazionale permanente il cui scopo era quello di revisionare i films
e promuovere quelli ritenuti moralmente validi. In particolare relativamente
all'uso del cinema e ai suoi rischi e abusi, la Vigilanti Cura di Pio XI[v]
rimane un documento dottrinalmente significativo; a dimostrazione della volontà
della Chiesa di interessarsi al problema.
3. Pio XII
Con Pio XII si fa più evidente e significativo il tentativo della Chiesa di
rapportarsi alla realtà storica cercando di interpretare i segni dei tempi.
Nella coerenza e ricchezza del suo magistero, il Santo Padre riconosce la
Chiesa come un'istituzione non isolata dal resto della società, ma che anzi
si cala a un confronto con le nuove culture e ideologie nascenti.
Sotto il suo Pontificato sono avvenute rapide trasformazioni e, naturalmente,
con lo sviluppo dei nuovi strumenti, la Chiesa ha sentito vivo il bisogno,
attraverso la sensibilità della sua persona, di mettere in guardia i fedeli
da eventuali pericoli e problemi di ordine morale e educativo. Con Pio XII la
Chiesa si apre a nuovi orizzonti: comincia a delinearsi una nuova figura del
laico.
Con Pio XII gli ecclesiastici non sono più i soli ad avere un ruolo
determinante nella società come educatori, ma si fanno strada i nuovi
"araldi del Signore", quella parte laica del popolo di Dio che per
lungo tempo aveva partecipato in modo passivo al ministero profetico:
accoglieva la parola di Dio ma non la manifestava in modo operativo nella vita
sociale.
Il laico viene acquisendo già con il magistero di Pio XII quella
consapevolezza tale da rendere i propri carismi e compiti preziosi strumenti
di evangelizzazione. Il Pontefice afferma che i laici sono dei buoni
collaboratori dei sacerdoti e ne apprezza l'impegno sociale e l'apostolicità:
".... questa collaborazione al sacerdozio palesa graziose energie a cui
è affidata una missione che cuori nobili e fedeli non potrebbero desiderare
più alta e consolante. Questo lavoro apostolico, compiuto secondo lo spirito
della Chiesa, consacra il laico, quasi a un ministro di Cristo"[vi].
La Chiesa quindi inizia a prendere coscienza che anche i laici debbono avere
la propria parte di responsabilità nel mondo perché anch'essi partecipano
alla storia della salvezza: il cristiano riconoscendo Dio non solo come
Creatore ma anche come il Signore della Storia della Salvezza, deve impegnarsi
nel mondo come suo fedele collaboratore, assumendosi le responsabilità
proprie di ogni lavoro, compreso quello di professionista delle comunicazioni
sociali.
La giusta considerazione che il Santo Padre da ai laici è legata anche al
senso del dovere che essi debbono avere non solo nel loro ruolo di
professionisti di cinema, stampa, radio e televisione, ma anche in quello di
utenti[vii].
Pio XII ha sicuramente preparato il terreno alla futura teologia delle
comunicazioni sociali, infatti evidenti presupposti ideologici appaiono
"in forma embrionale" in molti suoi discorsi e riflessioni
riguardanti l'arte e le sue espressioni, la scienza con le sue manifestazioni
tecnologiche e le sue scoperte, la stampa e l'opinione pubblica.
Egli fissa tutto ciò che la Chiesa del suo tempo ha detto sul cinema, radio e
televisione. Parlando in generale dell'espressione artistica teatrale, egli la
qualifica come uno dei beni subordinati al Bene Supremo che è Dio. Il
Pontefice insegna che l'arte è una missione che se "rettamente usata
..." è capace di "... innalzare lo spirito a un ideale
intellettuale e morale, che oltrepassa la capacità dei sensi e il campo della
materia fino a elevarlo verso Dio ... da cui ogni bene e ogni bellezza
deriva"[viii].
Non si allontana da questo fine neanche quando parla dell'attività che
interessa lo storico; essa deve ugualmente tendere a "... far intravedere
la parte di Colui che...rimane sempre 'il protagonista della storia'..."[ix].
Si riconosce dunque nell'arte la luce che la illumina, che è Dio, e
nell'artista colui che è capace di elevarla a nobili sentimenti, sull'esempio
di Cristo, vero modello di vita. Rivolgendo i suoi moniti agli attori di
teatro, egli dunque afferma che essi sono chiamati a svolgere un compito
nobile in quanto il segreto di un teatro onesto è nell'attore che "...
con la santificazione della propria vita personale interiore, e con lo zelo
apostolico"[x], riesce a innalzare gli
spiriti e a condurli a sentimenti edificanti e puri.
L'aspetto teologico che emerge da queste considerazioni è che dall'amore
divino derivano tutti i beni terreni e, poiché l'uomo è chiamato a cooperare
all'opera creatrice, è suo dovere preoccuparsi di tali doni. Emerge allora la
responsabilità umana: l'uomo, mettendo in luce i propri talenti e la propria
professionalità sarà felice di lodare e glorificare Dio.
Tra i vari strumenti della comunicazione sociale il pontefice si rivolge
soprattutto alla radio, che egli considera mezzo non privo di un certo
fascino. Questo strumento racchiude in sé una potenza misteriosa in quanto ha
la facoltà di far giungere "gli accordi di un'arpa al cervello... "
e " ... le voci che si fanno sentire e penetrano fino all'anima
..."; si passa dunque " dalla transizione del meccanismo alla
sensibilità vivente..."[xi].
Chiamando in causa Guglielmo Marconi che tra l'altro diresse l'impianto della
nuova stazione radio in Vaticano, Pio XII tratta dell'inventiva umana in
relazione alla scienza. E' insito nella natura umana occuparsi delle scienze
terrene perché esse non sono altro che lo specchio dell'opera creatrice di
Dio; solo partecipando a questo disegno, coltivandolo ed elevandolo, si scopre
la vera identità dell'uomo, quale figlio adottivo del Dio vivente.
Il Signore ci ha dato dunque le scienze "che obbediscono a queste leggi
dell'Ordinatore supremo..." e che sono "... a nostra disposizione
per essere raccolte e dirette..."[xii].
Il Papa riconosce nell'uomo le capacità di fare sempre nuove scoperte, che,
se messe al servizio degli altri e della società, portano alla
santificazione. Il cristiano dunque non può ignorare "lo svolgimento di
tante meraviglie, senza pensare al Creatore che le aveva celate nella
natura"[xiii].
Tali parole, altamente teologiche, suggeriscono al cristiano di "crescere
nella conoscenza della Verità, sotto la provocazione dei segni dei tempi, che
la spingono a scoprire dimensioni insospettate dell'identico
messaggio..."[xiv].
Una particolare cura Pio XII riserva all'attività cinematografica[xv],
in cui accanto alle responsabilità e ai doveri di coloro che operano per la
realizzazione dei films, si affianca l'idea del prototipo film ideale[xvi].
Rivolgendo i suoi discorsi alla stampa e all'opinione pubblica, Pio XII
affronta il problema di coloro che si allontanano dalla Verità. Le cause di
molte "manchevolezze",
egli dice,
"derivano dalla
violazione dell'organizzazione naturale della società umana, quale Dio
l'ha voluta dalla mutilazione dell'uomo che, formato a immagine del suo
creatore e dotato da lui di intelligenza, era stato posto nel mondo per essere
il signore, ricolmo di verità, docile ai precetti della legge morale, del
diritto naturale e della dottrina soprannaturale contenuta nella rivelazione
di Cristo"[xvii].
Vi è il dovere dunque nel giornalista di apportare un proprio personale
contributo, chiamato carattere[xviii],
affinché nulla ostacoli il propagarsi della Verità.
La novità di Pio XII rispetto al suo predecessore è che egli indirizza le
proprie preoccupazioni morali a tutto il mondo, facendone una questione
universale[xix]. Pio XI proponeva la
preparazione dell'individuo e le accortezze della famiglia come garanzia per
la difesa dal male morale propugnato dai mezzi di comunicazione sociale. Pio
XII non si limita ad affermare il male e gli influssi negativi, egli invita a
progettare, a rinnovare e orientare le tecniche mass mediologiche verso il
Bene morale e il Vero.
La precedente pontificia commissione per la cinematografia didattica e
religiosa risalente al 1948, viene trasformata sotto il suo pontificato, per
la cinematografia[xx].
Inoltre, se nel pontificato di Pio XI la testimonianza scritta che ha lasciato
un'impronta determinante è stata l'enciclica Vigilanti Cura; durante il servizio pastorale di Pio XII invece si
può dir che sia stata la Miranda
Prorsus[xxi].
La svolta della Miranda Prorsus consiste
nel rinnovare ab imis fundamentis la mentalità della Chiesa nei confronti
degli strumenti della comunicazione sociale e della loro presenza nel mondo.
In questo senso il suo esordio verrà ripreso alla lettera dall’IM, per
esprimere meraviglia e ammirazione. Generalmente in antecedenza se ne vedeva
la valenza negativa, si diceva giornalismo, cinema o radio, peggio ancora,
televisione, e s’intendeva aggiungere a ognuno di essi il qualificativo
"cattivo" o "rovina delle anime", quasi che essi fossero
stati ispirati dal Maligno. Mentre il Papa non cessa di definirli doni di Dio.
L’Enciclica pacelliana si apre con un’esplosione incantata, in cui cita,
tra l’altro, un brano del De
consubstantiali, di san Giovanni Crisostomo: “Le meravigliose invenzioni
tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi, benché frutti dell’ingegno e
del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore, dal quale
proviene ogni opera buona; "Egli infatti non solo dà esistenza a ogni
creatura, ma, dopo averla creata, la conserva e la sviluppa"” (n. 1).
Il testo già nel n. 2 dà spazio all’aspetto ludico dell’esistenza e,
echeggiando le teorie di Marshall McLuhan, presenta i mass media come sviluppo
e prolungamento dell’uomo, aprendo l’orizzonte di una nuova realtà letta
in positivo: “Alcuni di questi nuovi mezzi tecnici servono a moltiplicare le
forze e le possibilità fisiche dell’uomo, altri a migliorare le sue
condizioni di vita, altri ancora... servono alla diffusione delle idee e
offrono alle moltitudini, in modo facilmente assimilabile, immagini, notizie e
insegnamenti, quale nutrimento della mente, anche nelle ore di svago e di
riposo”.
L’Enciclica dedica una trattazione particolare al cinema, la radio e la
televisione. Su di essi non vale la pena sostare, perché i progressi che vi
si sono realizzati hanno reso necessari aggiornamenti notevoli e ne postulano
continuamente dei nuovi. Mentre la trattazione generale conserva la sua
validità. L’ottimismo di fondo non esclude una visione realistica della
situazione. Il magistero della Chiesa a volte ha incontrato incomprensione e
rifiuto, anzi è stato violentemente combattuto da parte di “individui
spinti da un disordinato appetito di lucro, o vittime di erronee idee sulla
realtà della natura e della libertà umana, e sulla retta concezione
dell’arte” (n. 16).
La Chiesa da sempre ha avuto attenzione agli strumenti proporzionati alle
singole situazioni socioculturali. Dopo l’epoca degli amanuensi, si è
schierata accanto alla stampa in tutte le sue specializzazioni, librarie e
periodiche. Pio XII al n. 10 ricorda che la Santa Sede si è impegnata ad
affrontare la situazione con diversi provvedimenti, dando spazio anche alla
televisione, che, com’è noto, si sviluppò nel secondo dopoguerra, e in
Italia era partita decisamente solo nel 1956; tra essi emerge l’istituzione
di “un’apposita commissione con il compito di studiare accuratamente i
problemi del cinema, della radio e della televisione, e, dopo aver espresso la
nostra ammirazione per i mirabili progressi tecnici e artistici da loro
attuati, abbiamo ricordato le responsabilità di ciascuno, i grandi meriti
conseguiti, i pericoli nei quali possono incorrere e gli alti ideali che
devono illuminare le loro menti e guidare le loro volontà”.
Pio XII prende lo spunto da questa tradizione per impostare una lettura
pastorale dei mass media. Egli stesso ne fece un uso frequente, soprattutto
della radio, già durante il conflitto. A questa attività, com’è detto al
n. 12, si riferisce specificamente: “Noi stessi profittiamo di questi
meravigliosi mezzi moderni di diffusione, che ci offrono la possibilità di
perfezionare l’unione di tutto il gregge con il Supremo Pastore, affinché
la nostra voce, superando senza difficoltà gli spazi della terra e del mare e
lo stesso turbine delle passioni umane, possa giungere alle anime,
esercitandovi una salutare influenza, così come richiedono i sempre crescenti
compiti del sommo apostolato a noi affidato”.
A questo riguardo l’Enciclica (n. 20) dinanzi alla potenza dei mezzi tecnici
implicati nella questione e al fatto che essi sono alla portata di tutti,
stabilisce un parallelo felice, dando al problema un’importanza secolare:
“Come, nello sviluppo delle tecniche industriali del secolo scorso, spesso
è accaduto che la macchina, destinata a servire l’uomo, lo ha piuttosto
dolorosamente asservito, così anche oggi, se lo sviluppo delle tecniche
audiovisive non viene sottoposto al giogo soave della legge di Cristo, rischia
di essere causa di infiniti mali, tanto più gravi, perché non si tratta di
asservire le forze materiali, ma anche quelle spirituali, privando le scoperte
dell’uomo dei grandi vantaggi che ne erano il fine provvidenziale”. Le
grandi aree della presenza e delle responsabilità dei tre settori audiovisivi
sono poste sotto una finalità generale: “Il servizio della verità, che di
fatto contribuisce sempre al perfezionamento morale dell’uomo” (n. 52).
Esse sono:
1. L’informazione, che ha un suo
aspetto morale fondamentale: “L’informatore degno di questo nome non deve
mai opprimere nessuno, ma cercare di comprendere gli insuccessi e anche gli
errori compiuti. Spiegare non vuol dire necessariamente scusare, ma suggerire
il rimedio e per conseguenza fare opera positiva e costruttiva” (n. 53).
2. L’insegnamento: “È quindi
nostro vivo desiderio che queste tecniche audiovisive vengano opportunamente
utilizzate per completare la formazione culturale e professionale e
soprattutto la formazione cristiana, base fondamentale di ogni autentico
progresso. Vogliamo quindi esprimere il nostro compiacimento a quanti
utilizzano saggiamente il film, la radio e la televisione a tale nobile
scopo” (n. 57).
3. Lo spettacolo: i tre audiovisivi
della Miranda Prorsus offrono “una
presentazione figurativa nella quale gli effetti di luce e di suono si fondono
con particolare fascino rivolgendosi non soltanto all’intelligenza e alle
altre facoltà, ma a tutto l’uomo, soggiogandolo e quasi obbligandolo a una
partecipazione personale all’azione presentata” (n. 59).
L’Enciclica si conclude insistendo sul "nuovo" obbligo del clero:
studiare seriamente questi strumenti, per impadronirsene e metterli al
servizio della comunità ecclesiale: “Non dubitiamo, fiduciosi come siamo
nella vittoria della causa di Dio, che le nostre presenti disposizioni,
varranno a suscitare uno spirito nuovo di apostolato in un campo così ricco
di promesse”.
4.
GIOVANNI XXIII
Dopo una fase in cui la Chiesa si riserva di vedere le tecniche moderne di
comunicazione sociale sotto una luce teologica e quindi provvidenziale si
passa a evidenziare l'aspetto della moralità e pastoralità verso coloro che
operano in tali settori e naturalmente verso gli utenti.
L'impegno di Giovanni XXIII in questo campo della tecnica moderna è stato di
grande auspicio per tutti i cristiani. Sotto il suo pontificato si sono aperti
i lavori del XXI Concilio Ecumenico, dopodiché egli stesso si impegno a
incaricare, tra le dieci commissioni e i due segretariati per lo studio delle
materie da trattare in aula conciliare, anche un segretariato specificatamente
per i problemi attinenti le "moderne tecniche di diffusione"[xxii].
In vista dei lavori conciliari, proprio perché il Pontefice nutriva molto
interesse e dava molta importanza alla missione degli operatori delle
comunicazioni sociali, fu creato anche un Ufficio Stampa, e si può dire che
"... per la prima volta nella storia, tutto il mondo ha potuto esser
associato all'apertura di un Concilio Ecumenico, direttamente per mezzo della
radio e della televisione, e anche per mezzo dei rapporti di stampa"[xxiii].
Con profonda fiducia nel Motu Proprio
Boni Pastoris, confermò i compiti della pontificia commissione per la
cinematografia, radio e televisione; contribuendo a dare maggiore saldezza a
tutto l'insegnamento della Chiesa in materia di comunicazioni sociali. Materia
che verrà di nuovo ripresa dal Pontefice anche quando nell'enciclica Mater et Magistra, tratterà della dottrina sociale della Chiesa[xxiv].
I discorsi di Giovanni XXIII toccavano maggiormente un settore
dell'apostolato: la stampa. Sono inoltre evidenti in essi più che le
affermazioni teologiche inerenti la natura degli strumenti mass mediologici,
le indicazioni pastorali e l'evidenziazione dei valori morali di coloro che ne
usufruiscono.
Rivolgendosi ai giornalisti cattolici a esempio ricorda loro che gli strumenti
della comunicazione sociale sono arma
veritatis e arma caritatis[xxv]
e che è dovere di tutti i giornalisti, quali cultori della verità,
incrementare una buona stampa.
In altre circostanze egli evidenzia le caratteristiche del giornale cattolico
che si distingue dagli altri perché è tutto interessato a promuovere il
proprio programma in positivo, grazie anche alla presenza attiva degli
operatori del settore e della loro testimonianza cristiana.
Le parole che il Pontefice rivolge al mondo giornalistico sono oggi ancora
attuali. Con profondo senso pastorale egli parla delle peculiarità che tutti
dovrebbero avere e cioè: la professionalità, la cooperazione alla missione
della Chiesa e la sensibilità cristiana.
5. Paolo VI
Il pontificato di Paolo VI può essere a ragione definito il pontificato
alla ribalta, dopo secoli di riservatezza quasi assoluta delle giornate e
della vita dei Pontefici. I mass media sono entrati nelle stanze del palazzo
apostolico, dando conto quotidianamente della vita e dell’opera del Papa.
Tutti gli atti del pontificato paolino hanno raggiunto ogni villaggio
dell’Orbe.
Durante il servizio pastorale di papa Montini viene pubblicato il decreto
conciliare Inter Mirifica.
Con questo documento si ha per la prima volta un quadro generale e quasi
esaustivo delle problematiche inerenti tutti gli strumenti della comunicazione
sociale e quindi una decisa apertura della Chiesa al mondo contemporaneo.
Il decreto si configura come il frutto compiuto che i documenti precedenti,
nei quali si sono evidenziate puntualizzazioni teologico-morali, avevano
preconizzato. La Chiesa mentre inizia con il Concilio Vaticano II ad avere una
visione unitaria e più concorde circa l'importanza degli strumenti
mass-mediologici mostra persistenza di posizioni differenziate all'interno del
concilio stesso, in ordine al proprio ministero e mandato.
Dando uno sguardo al passato, si è potuto constatare un progressivo crescendo
della sensibilità della Chiesa verso i media: dalle primordiali
preoccupazioni di Pio XI si è passati alle considerazioni di presupposti
teologici riguardanti gli strumenti della comunicazione con Pio XII e ai
successivi insegnamenti morali di Giovanni XXIII.
Il susseguirsi degli anni sessanta segna una svolta teologica grandiosa
incarnatasi nei rinnovamenti promossi dal Concilio Vaticano II.
Inter mirifica non lo si può
isolare, anche perché ai meriti indiscutibili congiunge alcune debolezze.
Esso sostanzialmente fa corpo con l'Enciclica Miranda
prorsus di Pio XII (1957) e con l'Istruzione pastorale Communio et progressio di Paolo VI (1971), costituendo un grande
complesso di rara bellezza e compiutezza. Dal punto di vista teorico poco si
può aggiungere, mentre per quel che riguarda la parte pratica, attraverso
opere di stampa, cinema, radio e televisione, si può dire che siamo sempre
agli inizi. I punti di maggior forza sono, nell’Istruzione pastorale, la
dottrina relativa all'insostituibilità del flusso di opinione pubblica nella
Chiesa; la libertà di espressione; la fedeltà alle leggi del singolo
strumento comunicativo usato.
6. Il Concilio e Il decreto Inter
Mirifica
Il Decreto Inter mirifica,
promulgato a chiusura della prima sessione del Concilio, rappresenta il
momento più solenne dal punto di vista giuridico, non solo perché è di
livello collegiale universale, ma anche perché, insieme alla Costituzione
liturgica Sacrosanctum concilium,
apre la serie dei documenti emanati dal Vaticano II. È facile comprendere che
sarebbe fuori luogo pretendere di effettuare in questa sede una catalogazione
e una didascalia su tutto il "corpus" ecclesiale della materia,
anche perché se le tematiche trattate variano per dettagli anche importanti
– si pensi al loro orientamento e a quello delle direttive particolari
contenute nei messaggi annuali per la Giornata delle Comunicazioni sociali –
dal punto di vista generale la panoramica presa in esame è più o meno
identica.
L’importanza di questo documento è rilevante. Anche i suoi limiti sono
noti. I professionisti cattolici della comunicazione sociale mostrarono il
loro scontento durante le discussioni conciliari e dopo la pubblicazione del
documento. Un fatto è certo, esso ha il grande merito di aver enunciato la
portata kerigmatica e salvifica dei mass media. Anche se avesse fatto solo
questo, avrebbe diritto alla riconoscenza.
Il merito epocale di Inter Mirifica
è contenuto dunque nei tre articoli che accolgono la dimensione kerigmatica e
soteriologica della comunicazione sociale. È opportuno riprodurli nelle loro
linee fondamentali. Nel n. 1 si dice: “Tra le meravigliose invenzioni
tecniche, che, soprattutto nel nostro tempo, l’ingegno umano è riuscito,
con l’aiuto di Dio, a trarre dal creato, la Chiesa accoglie e segue con
particolare cura materna quelle che direttamente riguardano lo spirito
dell’uomo e che hanno offerto nuove possibilità di comunicare, con massima
facilità, ogni sorta di notizie, idee, insegnamenti. Tra queste invenzioni
occupano un posto di rilievo quegli strumenti che per loro natura sono in
grado di raggiungere non solo i singoli, ma le stesse moltitudini e l’intera
società umana – quali la stampa, il cinema, la radio, la televisione e
simili – che possono quindi a ragione essere chiamati strumenti della
comunicazione sociale”.
Nel numero 2 i vantaggi di ordine umano vengono uniti con quelli di ordine
teologico e pastorale: “Contribuiscono efficacemente a sollevare e
arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di
Dio”. Ciò non esclude che gli uomini possano anche usarli “contro i
disegni del Creatore e volgerli alla propria rovina, anzi il cuore materno
(della Chiesa) è addolorato per i danni che molto sovente il loro cattivo uso
ha provocato all’umanità”.
La teologia della comunicazione sociale è esposta nel numero 3: “La Chiesa
cattolica, essendo stata fondata da Cristo Signore per portare la salvezza a
tutti gli uomini, ed essendo perciò spinta dalla necessità di diffondere il
messaggio evangelico, ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti di
comunicazione sociale per predicare l’annuncio della salvezza ed insegnare
agli uomini il retto uso degli strumenti stessi”.
L'impostazione del decreto
Il primo schema, preparato dal Segretariato Preparatorio, era molto più ampio
dell'attuale. Esso venne discusso in Aula Conciliare durante la prima Sessione
e riscosse il consenso quasi unanime dei Padri. Fu allora (27 novembre 1962)
approvata una dichiarazione, in
cui si invitava la competente Commissione Conciliare ad abbreviare il testo
pur conservandone i principi dottrinali e le grandi direttive pastorali,
rimandando a una apposita Istruzione
le norme più dettagliate.
Il Decreto, solennemente promulgato al termine della seconda Sessione, risulta
pertanto una sintesi del primitivo progetto, di cui conserva le
caratteristiche essenziali, prima fra le quali l'impostazione positiva del
problema, che viene presentato nella sua dimensione umana e cristiana, con un
esplicito riconoscimento dei valori spirituali che, mediante questi mirabili
strumenti, l'uomo può comunicare a moltitudini di altri uomini e all'intera
società.
L'insegnamento della Chiesa, anche in questo settore, è valido non solo per i
cattolici, ma per tutti gli uomini di buona volontà, perché è
un'applicazione degli stessi principi naturali, illuminati ed evidenziati dal
messaggio cristiano.
Aspetto dottrinale
Pur non affrontando una sistematica trattazione dottrinale dei complessi
problemi sollevati dagli strumenti della comunicazione sociale, ed evitando di
proposito questioni ancora controverse, il Decreto espone nel primo capitolo,
in forma concisa ed essenziale, i principi sui quali si innesteranno le norme
di carattere pastorale.
Precisato il diritto della Chiesa a usare questi strumenti per la diffusione
del messaggio evangelico e a giudicare sul loro retto uso, il Decreto affronta
alcuni temi di particolare interesse.
Uno dei diritti rivendicati oggi, e giustamente, è il diritto
all'informazione. Il Decreto su questo punto è molto esplicito: esso dichiara
che la situazione odierna della società rende l'informazione non solo
utilissima, ma in molti casi necessaria e che ognuno ha il diritto - secondo
le proprie legittime esigenze - di sapere quanto è di comune interesse.
Certo, l'informazione deve essere trasmessa obiettivamente, in modo
conveniente e con il rispetto dovuto ai diritti e alla dignità dell'uomo.
Quanto ai rapporti fra arte e morale il testo conciliare non risolve
speculativamente il problema, ma riconoscendo i diritti dell'arte riafferma il
primato dell'ordine morale oggettivo che supera, non contraddicendoli, ma
armonizzandoli, tutti gli altri ordini.
Accenniamo appena ad alcuni degli altri temi affrontati: l'influenza di questi
strumenti per favorire rette opinioni pubbliche, le responsabilità di chi
trasmette e di chi riceve (lettori, spettatori, ecc.), degli educatori,
dell'Autorità civile, ecc.
Bastano questi brevi accenni a far rilevare l'ampiezza e la complessità dei
temi dottrinali affrontati dal Decreto.
Aspetti
pastorali
Nel secondo capitolo il Decreto assume un carattere più spiccatamente
pastorale. Esso si rivolge direttamente ai figli della Chiesa con disposizioni
che riguardano anzitutto i compiti dei Vescovi, per i quali questa nuova forma
di attività apostolica è da considerarsi parte integrante del loro magistero
e del ministero pastorale.
Un invito pressante viene rivolto a quanti hanno in mano le leve di comando di
questi potenti mezzi a vivificarli di spirito cristiano. E' un invito che
riguarda soprattutto i laici già impegnati in questo settore, mentre viene
auspicato il moltiplicarsi di uomini preparati e competenti che, oltre a una
solida formazione professionale, conseguano, in apposite scuole e facoltà,
una sicura e adeguata conoscenza della dottrina cristiana.
Una più approfondita conoscenza dei problemi di questo settore viene
auspicata dai Padri, i quali hanno stabilito che in tutte le scuole
cattoliche, nei seminari e nelle associazioni si incrementino opportune
iniziative di istruzione teorica e pratica sugli strumenti della comunicazione
sociale. La Chiesa dispone che l'insegnamento sul loro retto uso diventi
argomento integrante della formazione cristiana dei giovani e dello stesso
clero.
Al fine poi di coordinare le attività dei cattolici in questo campo, il
Decreto stabilisce che vengano costituiti dai Vescovi appositi Uffici
nazionali per la stampa e per le tecniche audiovisive sull'esempio di quanto
ha fatto la Santa Sede istituendo la Pontificia Commissione per le
Comunicazioni Sociali.
Il Decreto Conciliare è una conferma che la Chiesa non si estranea dal mondo
in cui la Provvidenza l'ha chiamata a operare. Essa è presente, madre
sollecita, non solo tra i suoi figli, ma fra tutti gli uomini per valorizzare
e indirizzare al bene comune nova et
vetera. E le disposizioni conciliari in questo settore, mentre suonano
cordiale invito a tutti gli uomini di buona volontà, diventano un impegno per
tutto il popolo di Dio.
Il Decreto Inter Mirifica fu
approvato da 2131 Padri il 4 dicembre 1963 con 1960 voti favorevoli, 164 voti
contrari e 7 voti nulli.
7. L’Istruzione pastorale
Communio et progressio (CP)
E’ la prosecuzione di Inter Mirifica,
che ne ordina la redazione al numero 23. I due documenti pertanto devono
essere considerati momenti di un cammino unico e continuo. Questo testo ha un
grande vantaggio per il fatto che è stato redatto non all’interno della
gerarchia, ma con la partecipazione effettiva dei professionisti della
comunicazione sociale. Communio et
Progressio lo dice espressamente al n. 186, attribuendo alla loro presenza
il fatto che la Chiesa “più che segnare la fine di un vecchio stato di cose
(ha voluto) dar principio a un nuovo cammino”. La caratura teologica e
carismatica viene sostenuta validamente dalla proprietà del linguaggio e
dalla presenza dei flussi sociologici e culturali del mondo accademico, che
sostengono l’impianto generale del documento.
Communio et Progressio è
un'istruzione pastorale in cui la Chiesa riconosce il ruolo ormai
insostituibile di radio, televisione e stampa per il suo annuncio e la sua
predicazione. Nel 1964 cominciò il suo iter, durante il secondo periodo
conciliare, quando il Segretariato, impegnato a dar forma allo Schema
Costituzionale sugli strumenti della comunicazione sociale, manifestò
l'idea di redigere in futuro un'istruzione pastorale. Così la Pontificia
Commissione formò un comitato che diede il via successivamente ai lavori.
La storia del documento vide partecipi non solo i rappresentanti delle tre
associazioni internazionali (U.C.I.P, O.C.I.C. e U.N.D.A), ma anche delle
conferenze episcopali e di numerosi esperti laici.
Il primo progetto dell'istruzione venne accompagnato da un questionario,
diretto a tutti i membri dei gruppi sopra citati, che doveva servire a
connotare e delimitare i punti da trattare. Vi si chiedeva, a esempio, se
sviluppare più l'aspetto dottrinale o quello pratico, quale struttura dare al
futuro documento, e se era necessario evidenziare di più la funzione di
evangelizzazione o di umanizzazione.
In Communio et Progressio perciò,
aiutati dagli esiti del questionario, apparvero oltre che gli insegnamenti
teologici, anche tutte le problematiche e gli aspetti, chiariti e ampliati,
che erano stati eliminati durante l'opera di sintesi del decreto.
Il lavoro si andava sviluppando in concomitanza dell'osservazione puntuale
delle nuove scoperte umane in campo scientifico e tecnologico: infatti non si
voleva il rischio di arrivare a una pubblicazione che fosse già sorpassata
per le idee, le soluzioni, le indicazioni pastorali e magari anche per il
linguaggio usato. Nel 1967 si arrivò all'elaborazione del primo testo che
risultò però sconnesso e difforme, per il diverso stile linguistico e per le
varie e divergenti prospettive che ne trapelavano.
Dopo la revisione di quattro testi, il Pontefice Paolo VI approvò nel 1971
quello definitivo. L'istruzione fu pubblicata nel maggio 1971, dopo più di
sette anni di un lavoro atteso a lungo da molti.
Communio et Progressio è detta
ancor oggi la Magna Charta delle
comunicazioni sociali perché oltre a rispondere all'esigenza primordialmente
sentita di una pratica pastorale dei singoli strumenti di comunicazione, ha il
pregio di essere essenzialmente un documento in cui si sono voluti
approfondire gli aspetti dottrinali e si sono stabilite le premesse di una
teologia delle comunicazione sociale. Teologia che ha il suo epicentro nel
concetto, di importanza basilare, di comunicazione- comunione.
Con essa la Chiesa alimentò una maggiore consapevolezza della propria
responsabilità nella pastorale cristiana, ormai bisognosa di tali strumenti.
La Chiesa riconosceva la presenza e la forza di penetrazione dei moderni
strumenti di comunicazione, più come tecniche da temere che come strumenti da
usare. Nell'Istruzione pastorale Communio
et Progressio si richiamano certamente i pericoli e si consiglia prudenza;
ma gli strumenti della comunicazione sociale sono accolti come doni di Dio.
Presentare uno stringato schema, può facilitare la consultazione del testo,
che è uno dei più attuali del magistero ecclesiastico negli ultimi
quarant’anni.
Le leggi professionali.
L’esordio presenta il leit-motiv
di tutta la sinfonia, in consonanza con lo spirito del Concilio,
particolarmente della Gaudium et spes,
vale a dire l’intima connessione tra le esigenze spirituali e quelle
mondane: “La comunione e il progresso della società umana sono tra i fini
primari della comunicazione sociale” i cui progressi incessanti vengono
partecipati da masse crescenti che si sviluppano insieme a essi (n. 1). Nella
loro valutazione Communio et Progressio
assume la dottrina ecclesiale, soprattutto di Miranda
Prorsus oltre che di Inter Mirifica.
Un merito di fondo consiste nell’impegno della Chiesa di accettare e
postulare la professionalità, cioè nell’armonizzare i dati della fede con
le leggi proprie della comunicazione sociale (n. 101), nella fiducia che
questo suo apporto spirituale favorisca una più chiara conoscenza e una
migliore osservanza delle leggi fondamentali della comunicazione sociale (n.
102). Questo proposito viene meritoriamente applicato in concreto alla
programmazione religiosa e alle trasmissioni liturgiche.
L’opinione pubblica nella Chiesa.
Una trattazione specifica viene dedicata al tema dell’opinione pubblica
nella Chiesa. Possiamo dire che in questo argomento vengono stabiliti principi
che non hanno avuto bisogno di ulteriori interventi, ma solo di applicazioni
giuridiche e professionali. Il n. 114 afferma che la comunità ecclesiale deve
“adoperarsi con zelo ad accrescere e rinforzare i vincoli comunitari tra i
suoi fedeli”. I mass media non solo favoriscono in maniera decisiva il
processo di socializzazione interna, ma ne proiettano gli effetti anche nel
dialogo col mondo esterno: “La Chiesa vive nel mondo, e in esso deve sempre
più inserirsi mediante il dialogo e i rapporti cordiali… mediante lo
scambio di notizie e d’informazioni, badando alle opinioni pubbliche interne
ed esterne, colloquiando col e nel mondo d’oggi, mentre collabora con esso
alla soluzione dei grandi problemi umani”.
Il flusso doxologico, cioè opinionale, è indispensabile. Ricorrendo al
famoso discorso di Pio XII ai giornalisti cattolici (1950), Communio et Progressio al numero 115 afferma che senza di esso “la
sua vita sarebbe deficitaria, e la mancanza sarebbe colpa dei pastori e dei
fedeli”. Nel n. seguente descrive le grandi linee della collaborazione tra
magistero e professionisti nella crescita e nell’irrobustimento del sensus fidei: “Da parte loro, le autorità che ne abbiano il
potere, curino e procurino che, con la libertà di pensiero e di espressione,
ci sia nella Chiesa un normale scambio di legittime opinioni, emanando a
questo scopo opportune norme”.
A questa tematica è opportuno riportare il dispositivo del numero 119 il
quale sancisce il diritto della comunità all’informazione, che è
condizione imprescindibile per il raggiungimento della corresponsabilità
ecclesiale: “Come si riconosce necessario nella Chiesa lo sviluppo
dell’opinione pubblica, così va riconosciuto il diritto di essere informati
su tutto ciò che occorre per prendere parte attiva alla vita ecclesiale. Ciò
suppone che essi dispongano di strumenti di comunicazione non solo vari e
largamente diffusi, ma, se necessario, anche cattolici, purché siano
veramente adatti al compito loro proprio”.
Communio et Progressio nel
promuovere l’attività opinionale presenta un dettaglio che a prima vista può
sembrare quasi frivolo, mentre ha una importanza notevole. Nel numero 141
s’incoraggiano diverse tecniche di feed-back presenti nel giornalismo, nella
radio e nella televisione. Non viene ricordato il telefono aperto, che si è
affermato negli anni successivi, ma è particolarmente interessante
l’esortazione che segue, anche se viene espressa con qualche esitazione, che
il tempo ha spazzato via: “È dovere delle riviste cattoliche che passano
come rappresentative di autorità e di istituzioni della Chiesa, sforzarsi
assiduamente, secondo le norme e le consuetudini invalse nel mondo
professionale della stampa, di far conoscere e di illustrare il pensiero
dell’organismo o istituzione di cui sono pubblici interpreti. Tuttavia non
si esclude che qualche pagina di essi sia come una tribuna libera, dove
risulti ben chiaro che l’istituzione e la direzione della rivista resta del
tutto estranea alle questioni che si dibattono”.
D’altronde Communio et Progressio
più volte depreca la comunicazione unidirezionale e la passività dei
recettori. Al numero 81 dice: “I promotori avranno un bell’affannarsi per
avviare il dialogo: se i recettori resteranno muti e subiranno passivamente la
spinta a comunicare, il discorso procederà solo in una direzione senza alcuna
reciprocanza”.
Magistero e libertà
Il n. 117 è di una preziosità assai rilevante. Quando si volesse
tagliare la testa al toro circa il rachitismo e – diciamolo pure –
l’insuccesso delle testate cattoliche di tutte le specialità, basterebbe
rileggerlo e controllare se esso viene davvero assimilato e concretizzato. La
tesi fondamentale è questa: “La Chiesa avanza con la storia umana”,
quindi deve umanizzarsi con ogni impegno, “perciò, purché resti fedele al
magistero, ogni cattolico può e deve ricercare liberamente, per approfondire
il dato rivelato e per esprimerlo in maniera adeguata ai singoli mutevoli
contesti culturali. Questa libertà di parola nella Chiesa non solo non
pregiudica la sua saldezza e unità, ma, dinamizzando la pubblica opinione, può
favorire e giovare alla concordia e all’armonia degli animi”. Non teme di
prevedere non solo la diversità di opinioni, ma il dissenso. E raccomanda:
“Anche nel dissenso si osservi sempre la carità, e che in tutti perduri un
vivo desiderio di conservare e rinsaldare l’intesa e l’armonia di
tutti”.
Communio et Progressio postula (118)
la distinzione tra ricerca scientifica e ufficio magisteriale, presentando la
prima a livello opinionale, il secondo a quello vincolante, senza dimenticare
che le esigenze professionali (linguaggio, originalità, enfatizzazione ecc.)
possono far sì che “queste opinioni spesso vengono gravemente deformate dal
modo di presentazione, popolare e non scientifico, proprio degli strumenti”.
In una parola, è indispensabile accettare la concretezza conoscendone i
rischi nella fiducia che sia i pastori che gli operatori comunicativi sono in
grado di individuarli e superarli.
Predicatelo sui tetti.
Tutto il § 2 del capitolo II è dedicato alla funzione dei mass media
nella predicazione del Vangelo. Mi sembra opportuno riprendere integralmente
il n. 126, che solennizza l’istanza presente in tutto il documento, di
leggere il messaggio biblico-teologico alla luce della scienza della
comunicazione sociale e condizionare alla loro assunzione la sequela del
Cristo. Tutto ciò non è opinabile, ma obbligatorio. Di questo fatto
purtroppo generalmente non si tiene il dovuto conto. “Gesù Cristo ha
comandato agli apostoli e ai loro successori di insegnare a tutte le genti, di
essere la luce del mondo e di proclamare il vangelo in ogni tempo e luogo.
Perciò sull’esempio di Cristo, che nella sua vita terrena si mostrò
perfetto modello di comunicatore, e sull’esempio degli apostoli, che
ricorsero ai mezzi di comunicazione di cui il loro tempo disponeva, oggi la
missione apostolica deve essere espletata anche mediante i mezzi e gli
strumenti oggi in uso. Sicché si dovrà dire che non ottempera al mandato di
Cristo chi trascurasse gli enormi vantaggi che questi strumenti apportano nel
recare a numeri stragrandi di uomini la dottrina e i precetti evangelici.
Perciò il Vaticano II esorta i cattolici a sforzarsi perché gli strumenti di
comunicazione sociale vengano adoperati nelle molteplici forme di
apostolato”.
Clero e religiosi/e, produttori, autori,
attori.
La gerarchia e gli organi ecclesiastici dirigenti in generale sono
obbligati a tenersi in contatto con gli organi d’informazione, creando degli
uffici che informino gli informatori, in maniera che questi a loro volta
rendano agevole la retta interpretazione degli avvenimenti religiosi, e
servendosi di un portavoce che garantisca questa correttezza globale (cf n.
174 e 175).
Un interesse particolare è nel fatto che clero e religiosi/e, come pure i
dignitari della Chiesa, sono esortati a entrare in medias res, non
rifiutandosi di assumere il ruolo di attori, o almeno di informatori, attori,
cantanti, concertisti, anzi preparandosi in maniera da farci bella figura. Nel
n. 106 si legge: “Vescovi e sacerdoti, religiosi e laici, tutte persone che
in qualche modo rappresentano la Chiesa, sempre più frequentemente vengono
invitati a collaborare nella stampa, a parlare e a comparire nei programmi
radiofonici e televisivi, e anche nei film. Questa collaborazione è
suscettibile di frutti eccezionali, perciò va favorita e incoraggiata. Ma la
natura stessa degli strumenti di comunicazione richiede che quanti vi
scrivono, vi parlano o vi agiscono, siano preparatissimi a queste prestazioni
specifiche. Sarà perciò compito degli uffici nazionali e delle istituzioni
che abbiano scopi analoghi, curare che quanti vi operano o che si preparano a
lavorarvi, si procurino una formazione seria e tempestiva”. Nel n. 152
l’istruzione torna sull’argomento insistendo sul fatto che queste
trattazioni “si adattino all’indole dello strumento che viene
adoperato”.
Promuovere, non reprimere, né
censurare.
Si potrebbe definire Communio et
Progressio “magna charta della libertà della comunicazione sociale; vi
torna sopra a ogni pie’ sospinto. In questo caso enuncia nettamente la
categoria del "potere partecipato"”. Anche il discorso relativo
alla censura entra in questo campo; se ne occupa specificamente il n. 86:
“L’intervento dell’autorità sia piuttosto positivo, e non soltanto
negativo”. Non si creda quindi che il suo compito primario sia quello di
impedire e reprimere, benché in qualche caso essa debba pure intervenire per
punire e per ammonire. Il Vaticano II insegna che all’uomo va riconosciuta
la libertà più ampia possibile, da non limitare se non quando e quanto lo
richieda il bene comune (cf DH, 7). Perciò la censura dovrà limitarsi a casi
estremi. Inoltre le autorità devono rispettare il principio del potere
partecipato, detto di sussidiarietà, più volte richiamato dal magistero,
secondo il quale “l’autorità non deve prendere o condurre iniziative,
quando altri, individui o gruppi, possono altrettanto bene, e forse meglio,
attuarle e compierle”.
È il caso di accentuare
l’importanza che la Chiesa dà al principio della sussidiarietà. Nella Gaudium et spes ne parla più volte. Al numero 86c ne parla a
livello di relazioni internazionali e di solidarietà: “Spetta alla comunità
internazionale di coordinare e stimolare lo sviluppo, curando tuttavia di
distribuire con la massima efficacia ed equità le risorse a ciò destinate.
Salvo il principio di sussidiarietà, a essa spetta anche di ordinare i
rapporti economici mondiali secondo gli imperativi della giustizia”. Nel
decreto Gravissimum educationis, 3,
lo richiama per un argomento che è ancora più vicino alle istanze
comunicative: “In base al principio della sussidiarietà, laddove manchi
l’iniziativa dei genitori e delle altre società (la Chiesa deve) svolgere
l’opera educativa: … fondare, nella misura in cui lo richieda il bene
comune, scuole e istituti propri”.
Segreto.
Questa dottrina è sintetizzata nello slogan che Communio et Progressio mette come titolo al numero 121, cioè
“l’informazione sia la regola, il segreto l’eccezione”. Il flusso e
riflusso di notizie e di opinioni deve allargarsi a tutto il mondo, il sistema
nervoso centrale degli individui e della comunità deve dilatarsi, come già
si diceva, ai confini della terra, anzi del cosmo (cf n. 120). La posizione di
Communio et Progressio è espressa
in termini particolarmente perentori nel n. 121, nel quale si riconosce che in
talune circostanze può essere opportuno osservare il riserbo dei singoli
casi, ma poi si afferma: “Le ricchezze spirituali di cui la Chiesa è segno
esigono che le informazioni che riguardano i suoi programmi e la sua
molteplice attività siano, più che altre mai, esattissime, verissime e
chiarissime. Perciò se le autorità religiose non vogliono divulgare tali
notizie, oppure se queste non siano divulgabili, facilmente si generano
dicerie, che circolano più o meno a detrimento che a favore della verità.
Sicché il segreto si deve limitare allo stretto necessario richiesto dal buon
nome altrui, o da altri diritti, personali o di gruppi”.
Il Terzo Millennio.
Eccolo! Ci siamo appena entrati. Il paragrafo conclusivo (n. 187) di Communio
et Progressio può essere considerato come una lapide che trasmette a
caratteri d’oro un messaggio gioioso per l’umanità che nel Concilio ha
avuto un rilancio globale di fede e di umanesimo, e che con passo da un lato
trepido, dall’altro sereno, sta per mettere il piede nel Terzo Millennio:
“Il popolo di Dio, avanzando nei tempi in cui si svolge la storia umana,
promotore e insieme recettore di comunicazioni, lo sguardo fisso al futuro, già
scorge con immensa fiducia e caldo amore le meraviglie che a piene mani gli
promette la già iniziata epoca spaziale della comunicazione sociale”.
Tutto il discorso comunicativo
dev’essere identificato con quello missionario, che – non sia ozioso
ripeterlo – è missione fatta con gli strumenti nuovi e con le leggi che li
governano. In questo senso Giovanni Paolo II nella Tertio
millennio adveniente (n. 57) presenta una proiezione teologico-pastorale
la cui ricchezza non può sfuggire. Dopo aver richiamato il risveglio
missionario della fine del secolo XIX, riconsacrato dal Decreto conciliare Ad
gentes, egli si ricollega a quanto aveva scritto nella Redemptoris
missio (7 dicembre 1990, n. 37) nella quale, sulla scia dell’Apostolo,
catalogava i nuovi Areopaghi: “Oggi sono molti gli areopaghi, e assai
diversi: sono i vasti campi della civiltà contemporanea e della cultura,
della politica e dell’economia. Più l’Occidente si stacca dalle sue
radici cristiane, più diventa terreno
di missione, nella forma di svariati areopaghi”. Al primo posto egli
mette la comunicazione sociale. Dimenticarsene sarebbe assai grave.
8.
L’Istruzione pastorale Aetatis Novae
Il 22 febbraio 1992, ricorrendo il ventesimo anniversario di Communio
et Progressio, è stata pubblicata, da parte del Pontificio Consiglio
delle Comunicazioni sociali, l'Istruzione pastorale Aetatis
Novae. È un'Istruzione breve rispetto a quella precedente del 1971, ma
che sintetizza aspetti ed elementi fondamentali riguardo al campo delle
comunicazioni sociali.
Facendo emergere la necessità di una buona pastorale dei e nei media,
l'Istruzione non perde mai di vista gli aspetti socio-culturali e
politico-economici della realtà storica attuale.
Il documento applica all'attività pastorale della Chiesa un tipo di
comunicazione che diviene cultura. In esso emerge un atteggiamento attento e
cordiale ma allo stesso tempo critico nei confronti di quelle situazioni, come
quella italiana, in cui la comunicazione di servizio non è sufficientemente
regolamentata e quindi viene spesso "inquinata" da motivi di
carattere commerciale.
Aetatis Novae non si distacca né
dai documenti conciliari, né da quelli specificatamente riferiti agli
strumenti della comunicazione sociale come Inter
Mirifica e Communio et Progressio.
Tutt'altro, alla luce di essi espleta principi e prospettive pastorali
facilmente concretizzabili. Tali propositi vengono arricchiti anche alla luce
del Magistero post-conciliare e soprattutto di Centesimus Annus e di Redemptoris
Missio di Giovanni Paolo II, dei documenti Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti
della comunicazione sociale e Criteri
di collaborazione ecumenica e inter-religiosa nel campo delle comunicazioni
sociali.
Già nell'introduzione si evidenziano le motivazioni dell'attuale istruzione
pastorale. Essa è stata "partorita" per riflettere sulle
conseguenze pastorali della situazione in cui l'umanità si trova oggi:
unificata in un villaggio globale
grazie al mondo delle comunicazioni sociali. Le novità che emergono dal
documento sono di carattere puramente pastorale; in quanto le indicazioni
metodologiche e di progettazione presenti, sono i criteri per un piano
pastorale ipotizzabile e quindi di uno strumento pratico di lavoro.
Ricca di stimoli e di incoraggiamenti a tutti coloro che si trovano a operare
con tali mezzi, Aetatis Novae si
presenta come uno strumento per infinite possibilità di attualizzazione di
progetti per la pastorale delle comunicazioni sociali, da adottare nelle
diverse realtà locali. Accanto infatti a un'attenta visione realistica del
vivere umano, accompagnata da preoccupazioni e consigli pastorali, si affianca
la delicatezza dell'uso dei mezzi mass-mediologici, per la formazione morale e
spirituale dell'uomo.
Le indicazioni contenute nell'Istruzione sono praticamente rivolte alle
Conferenze episcopali e alle diocesi che devono sollecitare i fedeli all'uso
corretto degli strumenti di cui dispongono.
Questo – molto sinteticamente – lo schema dell’Istruzione.
L’introduzione non esita a parlare
di rivoluzione nella comunicazione. Infatti “la comunicazione conosce una
considerevole espansione che influenza profondamente le culture del mondo nel
suo insieme. Le rivoluzioni tecnologiche rappresentano solo un aspetto di
questo fenomeno. Non c'è luogo in cui l'impatto dei media non si faccia
sentire sugli atteggiamenti religiosi e morali, sui sistemi politici e
sociali, sull'educazione” (1). Ed ecco, allora, che Aetatis
novae chiama per nome i differenti contesti delle comunicazioni sociali:
il contesto culturale e sociale e quello politico ed economico.
Nella seconda parte l’Istruzione definisce il compito dei mezzi di
comunicazione e li colloca nella dimensione del servizio.
• Al servizio delle persone e delle culture: “ E' imperativo che i media
rispettino e partecipino allo sviluppo integrale della persona, che comporta
"le dimensioni culturali, trascendenti e religiose dell'uomo e della
società". (7)
• Al servizio del dialogo con il mondo attuale: “ la Chiesa deve sempre
comunicare il suo messaggio in modo adeguato a ciascuna epoca e alle culture
delle nazioni e dei popoli specifici, deve farlo soprattutto oggi nella
cultura e per la cultura dei nuovi media. Si tratta di una condizione
fondamentale se si vuol dare risposta a una delle preoccupazioni essenziali
del Concilio Vaticano II: la comparsa di "vincoli sociali, tecnici,
culturali" che uniscono gli uomini sempre più strettamente costituisce
per la Chiesa "una nuova urgenza": raccoglierli tutti nella
"piena unità in Cristo" (8).
•
Al servizio della comunità umana e del progresso sociale: “Il senso dato
così dalla Chiesa alla comunicazione illumina in maniera eccezionale i mezzi
di comunicazione e il ruolo che essi debbono giocare, secondo il piano
provvidenziale di Dio, nella promozione dello sviluppo integrale delle persone
e delle società umane.” (9)
•
Al servizio della comunità ecclesiale; l’Istruzionei aggiunge “il
richiamo importante del diritto fondamentale al dialogo e all'informazione in
seno alla Chiesa, così come è affermato da Communio
et progressio, (20) e la necessità di continuare a ricercare quali siano
i modi efficaci per favorire e proteggere questo diritto, in particolare con
un'utilizzazione responsabile dei mezzi di comunicazione.” E continua: “
Perché la Chiesa insiste tanto sul diritto che ha la gente di avere una
informazione corretta? Perché sottolinea il proprio diritto ad annunciare
l'autentica verità evangelica? Perché insiste sulla responsabilità che
hanno i suoi pastori di comunicare la verità e di educare i fedeli a fare
altrettanto? E per motivo che, nella Chiesa, una completa comprensione della
comunicazione si basa sul fatto che il Verbo di Dio comunica se stesso.”
(10)
•
Al servizio di una nuova evangelizzazione: E’ il passaggio che in qualche
modo ci coinvolge di più. Riferiamo integralmente cio che, al riguardo
l’Istruzione dice: “ Oltre i numerosi mezzi tradizionali in vigore, come
la testimonianza di vita, l'insegnamento del catechismo, il contatto
personale, la pietà popolare, la liturgia e altre celebrazioni simili,
l'utilizzazione dei media è diventata essenziale all'evangelizzazione e alla
catechesi. Infatti "la Chiesa si sentirebbe colpevole davanti al suo
Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l'intelligenza umana rende
ogni giorno più perfezionati". I mezzi di comunicazione sociale possono
e devono essere strumenti al servizio del programma di ri-evangelizzazione e
di nuova evangelizzazione della Chiesa nel mondo contemporaneo. In vista della
nuova evangelizzazione, un'attenzione particolare dovrà essere data
all'impatto audiovisivo dei mezzi di comunicazione, secondo l'aforisma
"vedere, valutare, agire". Così, per l'atteggiamento che la Chiesa
deve adottare verso i media e la cultura che essi contribuiscono a elaborare,
è molto importante avere sempre presente che "non basta usarli (i media)
per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre
integrare il messaggio stesso nella "nuova cultura" creata dalla
comunicazione moderna ... con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi
atteggiamenti psicologici". L'evangelizzazione attuale dovrebbe trovare
delle risorse nella presenza attiva e aperta della Chiesa in seno al mondo
delle comunicazioni”. (11)
La terza parte di Aetatis novae esamina
le sfide attuali che concernono “l'applicazione della tecnologia della
comunicazione … e la sua utilizzazione, nella consapevole necessità di
valori sani e di scelte avvedute da parte degli individui, del settore
privato, dei governi e dell'insieme della società” (cfr 12). Ecco quindi la
necessità di una valutazione critica dei media, che sappiano promuovere
solidarietà e sviluppo integrale, a favore delle politiche e delle strutture
per la difesa del diritto all’informazione e alla comunicazione.
Entro questa cornice, la quarta parte sviluppa il senso della priorità
pastorale dei mezzi di comunicazione. Ed ecco allora auspicato lo sviluppo e
promozione dei mezzi di comunicazione della Chiesa, la formazione dei
cristiani incaricati di comunicazioni sociali, un’adeguata pastorale degli
operatori delle comunicazioni sociali.
L’istruzione conclude chiamando a responsabilità i Vescovi per una
programmazione pastorale in quanto “ proprio perché, almeno in parte, il
grande "Areopago" contemporaneo dei media è stato finora più o
meno trascurato dalla Chiesa. Come fa notare il Santo Padre: "Si
privilegiano generalmente altri strumenti per l'annunzio evangelico e per la
formazione, mentre i mass-media sono lasciati all'iniziativa dei singoli o di
piccoli gruppi che entrano nella programmazione pastorale in linea
secondaria". Questa situazione richiede delle correzioni.
* * *
Ma se quella che abbiamo presentato è essenzialmente la trilogia dei documenti più importanti dell’insegnamento della
Chiesa in ordine ai mass media, la stessa Chiesa non si è fermata qui;
essa ha accelerato e accelera i tempi di intervento in quanto è ormai
consapevole che tali realtà tecnologiche stanno assumendo proporzioni così
massicce da essere conglobate strettamente alla realtà psicologica, fisica e
sociologica dell'essere umano.
Basterebbe scorrere solamente i titoli dei Messaggi del Santo Padre pubblicati
annualmente a partire dal lontano 1967 per la
Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali e ancor più esaminarne la
ricchezza e la profondità dei contenuti per comprendere la sensibilità della
Chiesa in ordine alle comunicazioni sociali e alla telematica in genere.
Sono illuminanti, profetiche e lungimiranti le parole del papa Giovanni Paolo
II che in Redemptoris Missio scrive:
“Il primo areopago del tempo moderno è il mondo delle comunicazioni, che
sta unificando l'umanità rendendola - come si suol dire - "un villaggio
globale". I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale
importanza da essere per molti il principale strumento informativo e
formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali,
familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo
condizionato da essi. Forse è stato un po' trascurato questo areopago: si
privilegiano generalmente altri strumenti per l'annunzio evangelico e per la
formazione, mentre i mass media sono lasciati all'iniziativa di singoli o di
piccoli gruppi ed entrano nella programmazione pastorale in linea secondaria.
L'impegno nei mass media, tuttavia, non ha solo lo scopo di moltiplicare
l'annunzio: si tratta di un fatto più profondo, perché l'evangelizzazione
stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso. Non
basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e magistero della
chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa "nuova
cultura" creata dalla comunicazione moderna. È un problema complesso,
poiché questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso
che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e
nuovi atteggiamenti psicologici. Il mio predecessore Paolo VI diceva che
"la rottura fra il vangelo e la cultura è senza dubbio il dramma della
nostra epoca", e il campo dell'odierna comunicazione conferma in pieno
questo” (RM 37)
[i]
Cf R. LATOURELLE, Vaticano II -
Bilancio e prospettive 25 anni dopo 1962 - 1987, Vol. II, Assisi 1988,
pag 155.
[ii]
PIO XII, Miranda Prorsus, 1957, in E. BARAGLI, Comunicazione....... op. cit, doc. 547, pag. 738 e segg.: Il
Pontefice mostra con la presente enciclica il grande interessamento della
Chiesa in questo settore, esternando validi presupposti teologici inerenti
la comunicazione sociale.
[iii]
Cf PIO XI, Divini Illius Magistri,
1929, in Documenti Pontifici sulla
Radio e sulla Televisione: op. cit., doc. 1, pagg. 8-9 "Si fa
necessaria una più estesa e accurata vigilanza (...) Cinema, radio,
possono esser utili all'istruzione ed educazione come esser nocivi se
usati per guadagno o 'male passioni'.
[iv]
Cf PIO XI, Divini Illius Magistri,
1929, in Documenti Pontifici sulla
Radio e sulla Televisione: op. cit., doc. 381, pag. 475. Riguardo alla
famiglia egli afferma "La santità di questa istituzione divina è
messa in pericolo dall'influenza del teatro romanzo, films, trasmissioni
radiofoniche nefaste (...)"
[v]
Cf PIO XI, Vigilanti Cura, 1936
in E. BARAGLI, Comunicazione.......
op. cit., doc. 415, pagg. 504-505
[vi]
PIO XII, Summi Pontificatus,
1939, in AA.VV., La Chiesa e i mass
media, 1968, pag. 149. Il testo integrale dell'enciclica si trova in
E. BARAGLI, Comunicazione.......
doc. 430, pagg. 525 e 526.
[vii]
Cf PIO XII, Discorso "En vous
souhaitant", 1955, in E. BARAGLI, Comunicazione....,
op. cit., doc. n.527, pagg. 685-693.
[viii] Cf V. IANNUZZI, I Papi e i
mass media. Roma 1987, pag. 17
[xiv] Cf T. GOFFI-G. PIANA, Etica della
comunicazione, in Corso di
morale, Koinonia, op. cit., pag. 205.
[xv]
Cf PIO XII, Il film ideale I e Il film ideale II, in V. IANNUZZI, I Papi e i mass media, op. cit., pagg. 35-47, pagg. 53-66.
[xvi]
Ibidem, "....Considerare il film ideale sotto tré aspetti: 1) in
relazione al soggetto, vale a dire agli spettatori a cui il film è
destinato, 2) in relazione all'oggetto cioè al contenuto del film stesso,
3) in relazione alla comunità, sulla quale ..... il film esercita un
particolare influsso."
[xix]
Si veda la ricchezza di materiale rivolto alle Chiese della Francia, Cile,
Inghilterra, Belgio, USA, in Documenti
Pontifici sulla radio e televisione. Inoltre rispetto al predecessore
Pio XII promuove l'apertura di uffici nazionali in tutti i paesi
esortandoli ad una feconda collaborazione.
[xx]
La Pontificia Commissione per la cinematografia didattica e religiosa
viene trsformata nel 1952 e due anni dopo si viene a formare lo statuto
che la regola insieme anche alla radio e televisione.
[xxi]
PIO XII, Miranda Prorsus. 1957, in E. BARAGLI, Comunicazione....... op. cit., doc. n.547, pagg. 738 e segg.
[xxii]
Cf GIOVANNI XXIII, Motu Proprio
Superno Dei Nutu, 1960, in E. BARAGLI, Comunicazione.......
op.cit., doc. n. 579, pagg. 792-793
[xxiii] V. IANNUZZI, I Papi e i
mass media, op. cit. pag. 85.
[xxiv]
Cf GIOVANNI XXIII, Mater et Magistra,
1961, in E. BARAGLI, Comunicazione.......
op. cit., doc. 595, pagg. 817-822.
[xxv]
V. IANNUZZI, I Papi e i mass media,
op. cit., pagg. 81 - 82.
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