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I
media strumento formativo e informativo,
guida e ispirazione di comportamento individuale
1. Comunicazione e valori di fronte
alla crisi della socializzazione
Il
problema dei valori investe senza dubbio l'etica delle comunicazioni, come
parte di un'etica globale della società, in merito alla quale più volte è
stata sottolineata "la responsabilità dei genitori, degli uomini e delle
donne dell'industria televisiva, le responsabilità delle pubbliche autorità
e di coloro che adempiono ai loro doveri pastorali e educativi all'interno
della Chiesa"[1]. Se da un lato, infatti, è
opportuno riconoscere l'importanza delle comunicazioni sociali nella realtà
odierna, dall'altro è necessario attivare dinamiche di responsabilizzazione
istituendo progetti educativi in grado di fornire direttive di produzione e
strumenti di lettura. La costruzione di un'etica dei media diventa dunque
urgente in un momento storico caratterizzato da evidenti segnali di
spaesamento normativo e di fragilità individuale da parte dei soggetti
sociali.
La
nostra società - e in particolare il dibattito in corso tra gli intellettuali
e nell’opinione pubblica - tende spesso a rimuovere gli interrogativi
relativi alla cultura e all’identità delle nuove generazioni. Gli adulti
sembrano ignorare la specificità e l’autonomia dei valori giovanili, e non
sono in grado di misurare le distanze crescenti rispetto all’universo
normativo “dato”: la questione più bruciante è costituita proprio dalla
separatezza dei codici con cui comunicano questi due attori sociali.
Per
comprendere gli stili di relazione minorile, è quanto mai opportuno
intercettare i loro codici comunicativi ed espressivi, così da giungere a una
ridefinizione complessiva del loro rapporto con gli adulti. Lo spirito della
ricerca deve orientarsi, perciò, verso lo studio dei tempi e delle relazioni
sociali giovanili, che si sviluppano prevalentemente all’interno dei gruppi
di riferimento. In altre parole, la crisi dei valori è legata anche alle
difficoltà che stanno vivendo i concetti radicali della nostra esperienza
quali comunità, socializzazione, valori, norme: gli
adulti propongono modelli standard, mentre i giovani inseguono progetti di
vita individuali. Di fronte a genitori "intermittenti", spaesati
dalla difficoltà obiettiva di capire e di comunicare, sempre in contesa con
il lavoro e con il ritmo stressante del vivere quotidiano, il carisma dei
media – sempre disponibili negli orari dei minori, ricchi di alternative e
attrattive – non può che candidarsi a occupare il centro della scena.
2. Tempi moderni: minori e
agenzie di formazione
Nelle
società caratterizzate da elevata complessità è impossibile individuare un
unico centro, né alcuna funzione leader dell’azione sociale; viviamo per
definizione in realtà policentriche,
in cui le fonti di erogazione di formazione si sono moltiplicate e rese
interdipendenti. La ricerca scientifica, ormai da almeno un ventennio, ha
certificato il declino e la perdita di vocalità delle agenzie di
socializzazione tradizionali, che stentano a trovare spazio nell’attuale
scenario caratterizzato da una frammentazione
difficilmente leggibile, ancor più difficile da affrontare se ci si arena
al tradizionale bagaglio di strumenti interpretativi e di preparazione ai
ruoli sociali.
Il
postmoderno e il post-industriale hanno contribuito a ridisegnare le geografie
sociali e formative, mettendo in crisi l'esistenza di un centro unico di
erogazione dei valori. Le tradizionali modalità educative vacillano a causa
dell'esigenza stringente di ridefinire il rapporto individuo-società secondo
un'ottica plurale e relativistica, sganciata da certezze positivistiche e
aperta alla multidimensionalità delle spiegazioni e delle situazioni.
Le vie della socializzazione appaiono,
infatti, meno chiare e linde che nel passato: è tramontato il percorso unico,
normativo e garantito della formazione;
sfioriscono quasi tutti i modelli, tranne quelli culturalmente disposti a
prendere atto delle “tante socializzazioni”, e a fare i conti con gli
attori quotidiani e riconoscibili che si muovono nel mercato della formazione[2].
Si
afferma sempre più uno stile di socializzazione
debole: le agenzie hanno bisogno di un chiaro riconoscimento anzitutto da
parte degli utenti, oltre che da parte degli attori sociali coinvolti
(genitori e insegnanti), e solo così possono diventare una moneta forte di scambio che non rischia di essere
delegittimata.
Parte
della crisi della formazione dipende dai linguaggi della scuola: essa è
destinata per certi versi a entrare ontologicamente in conflitto con il tempo
libero dei soggetti, sia per un fattore generazionale (i giovani non riescono
a rispecchiarsi nelle esperienze di vita e nell’identità degli insegnanti),
che per la difficoltà dei docenti di contribuire alla mediazione culturale. Questi ultimi, infatti, si muovono
all’interno di un sistema che si limita a trasmettere dall’alto norme e
valori precostituiti, invece di proporre ai più giovani spazi soggettivi di
negoziazione. Molte ricerche dimostrano come gli insegnanti si costruiscano
un’immagine dei giovani che si discosta notevolmente dalla realtà perché
sottovalutano la capacità critica dei ragazzi. Tali difficoltà potrebbero
essere superate sia grazie a imponenti politiche di aggiornamento, così da
ridurre le distanze tra giovani e docenti, sia grazie alla diffusione di corsi
di formazione, rivolti a genitori e insegnanti, allo scopo di creare o
rinnovare il dialogo tra gli attori del processo formativo. Le modalità di
conduzione di tali moduli potrebbero garantire ai partecipanti l'acquisizione
di nuovi strumenti didattici e una preziosa occasione di dialogo e di
confronto tra esperienze di consumo culturale diversificate.
La
crisi coinvolge anche un’altra agenzia, la famiglia, che oltre a scontare un
forte gap generazionale, dovuto a differenze di linguaggi, codici comunicativi
e stili di vita, finisce con il delegare ad altre agenzie i suoi tradizionali
compiti educativi. C’è un pianeta degli adulti e delle istituzioni che si
trova a dover fare i conti con quello che già altrove abbiamo definito come
“mercato nero della socializzazione”[3], sul quale essi rischiano di
avere poco da dire.
Una
risposta positiva e concreta a tali difficoltà (è quasi ovvio dirlo)
potrebbe venire dal recupero del dialogo e della comunicazione genitori-figli,
così da far emergere in modo chiaro problemi e difficoltà relazionali
riavvicinando questi due soggetti entro un rinnovato e credibile “patto per
la formazione”.
3. Consumatori consumati: un ritratto dei comportamenti
comunicativi dei minori
Le più recenti evidenze di ricerca dimostrano come i tempi di vita dei
giovani si stiano progressivamente riorganizzando alla luce delle rinnovate
chances di consumo multimediale e come "la centralità del consumo
culturale [sia diventata] il ritmo che scandisce la modernità dei
comportamenti"[4].
L’utilizzo del mezzo televisivo rappresenta ancora uno dei comportamenti più
diffusi tra i giovanissimi, oltre che una delle più frequenti chance di
impiego del tempo libero. L’81% dei giovani
dichiara infatti di guardare la tv tutti
i giorni. Tuttavia, dagli ultimi dati a nostra disposizione
emerge un drastico ridimensionamento
della quota di soggetti che supera le 4 ore di fruizione televisiva
giornaliera (i dati del 1998 presentavano una percentuale pari al 43%,
oggi tale quota non supera il 13,2%). Sono sempre più diversificati, inoltre,
i consumi extra-televisivi di cui i
soggetti fanno esperienza, dal cinema, agli spettacoli teatrali, alle
manifestazioni sportive.
Inoltre, la crescita dell’età
porta con sé un inevitabile ridimensionamento del tempo televisivo a
favore di un arricchimento del menù dei consumi culturali nella direzione di
una fruizione decisamente multimediale.
Per
i ragazzi sembra, dunque, ridursi lo storico mandato attribuito alla tv in
termini di provider di linguaggi e
contenuti a supporto della dimensione relazionale. Gli
stili di vita dei giovanissimi nel tempo libero sono caratterizzati infatti da
forme di svago e intrattenimento basate su un’intensa vita di relazione
(amicizie, sport, discoteca, ecc.). A ulteriore sostegno del fatto che i
giovani si muovono dinamicamente all’interno dell’offerta mediale, anche
la lettura si rivela una componente essenziale della dieta dei minori; le loro
scelte in tema di carta stampata, nelle sue varie espressioni (quotidiani,
settimanali e libri), forniscono indicazioni importanti sull’universo
giovanile. Il 43% del campione ha letto
nell'ultimo mese un libro non scolastico: tale dato, riferito in
particolare a studenti delle scuole medie inferiori e liceali, rappresenta un
indicatore della progressiva emancipazione della lettura da una dimensione
squisitamente scolastica e dimostra che esiste ancora un patto
comunicativo forte tra giovani e libro, un legame ben saldo e non
eccessivamente pregiudicato da consumi più "televisivi" (tv,
videogiochi, computer, etc.).
Tuttavia,
permangono elementi di rilievo che supportano una valutazione della pervasività
della televisione nella vita quotidiana dei ragazzi intervistati: oltre il 60%
di loro dispone di un apparecchio televisivo nella propria stanza. Inoltre, un
elemento significativo è rappresentato dalla percentuale quasi
irrisoria dei senza tv, pari soltanto al 2% del campione intervistato. Tra i più
assidui consumatori troviamo soprattutto i ragazzi delle scuole medie
inferiori; più in particolare, le femmine superano del 5-10% i maschi nella
fruizione da 1 fino a 4 ore, ma
sono questi ultimi a detenere la palma di ascoltatori oltre le 4 ore (in
particolare nelle prime fasce di età considerate, ovvero tra gli 11 e i 12
anni e i 13 –14 anni). I dati mostrano come all’aumentare delle ore
trascorse davanti allo schermo decresce la presenza delle classi più grandi,
dai 17 anni in su, che sembrano più in sintonia con un tempo di fruizione
compreso tra 1 e 2 ore. Nella totalità dei casi considerati, chi dispone di
una tv la usa, cioè ha facoltà di accesso a un mezzo che dunque non è più
appannaggio esclusivo degli adulti. Il fatto che quote rilevanti di soggetti
dispongano di una tv in camera lascia pensare inoltre a un consumo sempre più
autonomo e svincolato dalle decisioni e dalle "rotte di navigazione"
degli adulti.
In
merito al significato simbolico assunto dal mezzo televisivo, possiamo
affermare che i ragazzi guardano alla televisione come a un oggetto che è
sempre presente, soprattutto come rumore
di fondo; il rapporto con la tv non è
tuttavia univoco: i ragazzi mostrano un legame rivolto soprattutto all'oggetto
televisione, con il quale sono abituati a convivere fin da quando erano
piccoli. Ciò non deve far credere che il rapporto dei minori con la
televisione sia fondato sulla dipendenza: in tal senso, si può piuttosto
sostenere che i ragazzi hanno raggiunto una vera e propria teleindipendenza.
Circa la qualità del rapporto che i minori instaurano con la tv, va detto che
pur riconoscendole un ruolo centrale, tanto da delineare quasi un sistema
mediale tvcentrico, i ragazzi
dimostrano un attaccamento al piccolo schermo sicuramente meno coinvolgente
rispetto al passato: da parte loro non vi è investimento emotivo verso la tv,
che viene tenuta accesa anche senza uno scopo preciso, senza una finalità
predefinita, preferibilmente svolgendo altre attività.
In
merito alla dotazione di apparecchi audiovisivi, i soggetti sono in possesso
di un ragguardevole parco di offerte
comunicative: oltre alla tv, troviamo la radio, il videoregistratore e il
telefono. Da notare è anche l'incremento riguardante la presenza dei computer nelle case degli intervistati: più dei 2/3 del campione ne
possiede uno.
Questo
mezzo di comunicazione, che si va progressivamente affiancando, se pur non
sostituendo, alla tv soprattutto in termini di "ambiente
comunicativo", fa parte, nel 70% dei casi, del “corredo tecnico”
delle famiglie. Esso cessa di essere appannaggio esclusivo dei soggetti con
maggiori disponibilità economiche: sembra infatti che i clusters tecnologici non si formino in relazione al livello di
disagio, dal momento che quasi il 60% dei soggetti in aree ad alto disagio possiede e usa tale tecnologia.
Nel
vasto panorama dei consumi multimediali, l’interazione con le nuove
tecnologie istituisce un percorso
formativo autonomo e destinato ad assumere un ruolo non secondario nel
processo di socializzazione. Il rapporto con i new
media, decisamente spontaneo, si articola in una vasta gamma di
comportamenti e di aspettative che lasciano intuire una forte motivazione al
loro impiego. I dati raccolti definiscono, infatti,
uno stile d’uso del computer competente e personalizzato, rivolto allo
svago, allo studio e all’informazione; se i videogiochi costituiscono per
molti l’occasione per avvicinarsi al computer e si confermano quale canale
privilegiato di accesso alla cultura informatica,
non mancano competenze più ampie e specifiche relative all’utilizzo di software
sofisticati, come alla conoscenza delle procedure d’installazione dei
programmi.
I risultati della ricerca non
possono non evidenziare che nei prossimi anni l’incontro-scontro
comunicativo e relazionale fra generazioni diverse si giocherà principalmente
sul terreno delle nuove tecnologie. È proprio nel rapporto con i media,
infatti, che i ragazzi vedono concretizzarsi le distanze simboliche dal mondo
adulto, veri e propri gap che si consumano nella differenza d’età ma,
soprattutto, nelle diverse competenze
enciclopediche ed esperienziali acquisite nell’interazione con i media.
I minori, immersi nel flusso mediale fin dai primi anni di vita, vivono con
estrema naturalezza il rapporto
con i media, così come la loro presenza e incidenza nella vita quotidiana.
Socializzati ai linguaggi e ai codici della comunicazione, condividono un
universo simbolico in continua evoluzione e appaiono in grado di gestire con
flessibilità il cambiamento e i processi di convergenza multimediale. In tal
senso, i ragazzi si sentono non soltanto avvantaggiati nei confronti degli
adulti, ma tendenzialmente più in sintonia con la dimensione mediale, più
abili nell’uso, più oggettivi nella valutazione e nella fruizione.
Nel contempo, la distanza dagli adulti si manifesta nella difficoltà di
questi ultimi nel gestire la complessità comunicativa, nella scarsa
manualità e nell’incapacità di gestire il significato emotivo e cognitivo
dei media. Gli adulti pagano ancora oggi le difficoltà di adattamento al
processo di domesticazione delle
tecnologie, non riuscendo ad accettare, se non come invasiva,
la presenza dei media nella propria vita, nella propria casa e nella
propria famiglia. Il potere dei mezzi di comunicazione viene, infatti,
rintracciato nella loro capacità di incidere e rivoluzionare le dinamiche
relazionali, al limite della disarticolazione
e dello sconvolgimento dei ritmi e dei riti tradizionali della vita comune.
Il computer è, come abbiamo visto, una tecnologia diffusa in modo quasi
capillare: il 40% circa dei ragazzi ne dispone nella propria camera. Se la
minore età si colloca tra i fattori che ne influenzano il possesso, permane,
tuttavia, una stretta correlazione con il livello socioculturale degli
individui: usa il computer a casa propria l’82% dei soggetti di alta
estrazione sociale, il 74% di quanti appartengono allo status medio e solo il
54% dei soggetti di bassa estrazione sociale. La
maggioranza del campione intervistato dedica al computer circa un'ora al
giorno (46%); un impiego più
assiduo, dalle 2 alle 5 ore, contraddistingue invece i superusers (il 28% del campione e di sesso prevalentemente
maschile). La segmentazione per fasce di età dà conferma del crescente
interesse che i più giovani dimostrano per i new media: il tempo
trascorso davanti al computer diminuisce, infatti, con l’aumentare dell’età.
L'uso più assiduo da parte dei più giovani inizia
a delinearsi come un elemento costante che si riflette sui dati
riguardanti la correlazione con il tipo di scuola frequentata, dove un uso
quotidiano dello strumento accomuna soprattutto gli studenti di scuola media
inferiore.
La maggior parte dei ragazzi contattati usa
il computer in misura nettamente maggiore rispetto agli adulti del nucleo
familiare. In particolare, quasi l’80%
delle madri non usa mai il computer e poco più del 10% lo usa spesso. Con
riferimento all’età degli intervistati, è da notare che i genitori degli
under 12 mostrano una maggior propensione all’impiego del pc rispetto ai
genitori dei ragazzi che superano i 17 anni.
L’analisi dei dati relativi alle modalità
di utilizzo del computer tratteggia una presenza discontinua degli adulti
accanto ai ragazzi, mentre l’uso solitario sembra essere la cifra distintiva
del rapporto minori-pc: quasi il 70% dei ragazzi adopera abitualmente il
computer da solo.
Per cosa si usa il computer? Il fascino dei new media si fonda in primo luogo sulla "seduzione della
simulazione", ed è fuori dubbio che il gioco costituisca una delle
strade privilegiate di accesso a esso, oltre che un primo stimolo verso l'alfabetizzazione
informatica: infatti, si accende il computer per giocare nel 73% dei casi.
Mantenendosi costanti le stratificazioni per sesso, che indicano una più
bassa disponibilità delle femmine a giocare quotidianamente con il computer,
le correlazioni con l'età rivelano un trend
ben preciso: l'attività ludica
diminuisce all'aumentare dell'età degli intervistati. Strettamente
connessa a questa modalità d'uso è anche la prepotente affermazione della consolle per videogiochi, che supera, anche se di poco, il computer
nell'ambito della dotazione di tecnologie. Non a caso, essa costituisce per i
più giovani un'interfaccia naturale in grado di anticipare e poi maturare il
rapporto con gli schermi, fungendo da "socializzazione anticipatoria"
rispetto al computer.
Fra gli usi più significativi del pc si segnala la navigazione in
Rete: essa accomuna circa un terzo degli intervistati, prevalentemente di
sesso maschile, mentre non si riscontrano particolari differenze nelle diverse
fasce d’età. La presenza di Internet nel 35% delle case è importante anche
alla luce della relativa "giovinezza" di questa tecnologia: pur
essendo un mezzo ancora a bassa penetrazione, infatti, oggi la Rete inizia a
occupare quote rilevanti del budget time dei minori, contribuendo a ridefinire
i loro universi simbolici e a offrire una piattaforma di scambio comparabile,
se non già superiore, a quella creata dalla tv.
Fra gli usi prevalenti della Rete dobbiamo menzionare la posta
elettronica e le chat line, frequentate in misura doppia dai maschi rispetto
alle femmine.
Un’analisi dei dati più
approfondita e puntuale non può esimersi dal considerare, unitamente ai dati
quantitativi, le auto-rappresentazioni offerte dai soggetti (minori e adulti)
rispetto al proprio consumo culturale, nonché il racconto delle percezioni
relative alla fruizione mediale degli altri (minori e adulti); tali proiezioni
forniscono da una parte un’interessante cartina di tornasole delle dinamiche
di socializzazione tra adulti e adolescenti, e dall'altra rendono conto delle
possibili relazioni tra generazioni diverse ottenibili attraverso lo scambio
di ruoli. Le dimensioni da tenere presenti, per delineare i nuovi scenari
della socializzazione, sono da un lato quella strettamente
"individuale", che ha fatto emergere un’auto-rappresentazione
rispettosa della propria tipologia di riferimento, e dall’altro quella
dell’interazione e dello scambio intra e inter-generazionale.
I risultati delle
ricerche consentono, oggi, di delineare diversi modelli e livelli di
rappresentazione sociale dei soggetti coinvolti: il primo livello investe l’autorappresentazione
che ogni categoria fornisce di se stessa; il secondo riguarda il rapporto tra
adulti e ragazzi in relazione alla fruizione mediale. Il terzo, infine, chiama
in causa le proiezioni reciproche che caratterizzano i due attori del mondo
adulto: genitori e insegnanti. Più in particolare, l’interazione tra i
diversi soggetti consente di rilevare l’esistenza di un linguaggio che si costruisce e si rimodella in funzione della
categoria di appartenenza.
Rispetto al rapporto
adulti-minori, appare interessante notare come nell’interazione con i media,
e in particolare con le nuove tecnologie, si concretizzi e si manifesti la
distanza comunicativa e relazionale tra generazioni diverse. Le disuguaglianze
in termini di competenze e abilità si traducono nell’impossibilità da
parte degli adulti di comprendere fino in fondo i comportamenti di consumo dei
minori e da parte dei teen-agers nella costruzione di uno spazio immateriale
di azione “altro” e impermeabile rispetto al mondo
dei grandi. Questi ultimi, d’altro canto, non possono essere ricondotti
a uno stile di pensiero univoco: se tra i genitori si afferma la volontà di
legittimare di fatto il consumo culturale dei propri figli, ritenuti
sufficientemente selettivi e critici nei confronti dei contenuti mediali, ai
docenti non resta che svolgere la funzione di censura e controllo, secondo una
logica relazionale sempre più verticale e dirigistica.
Dal tentativo di “mettere alla prova” le dinamiche interpersonali dei
gruppi sociali in rapporto ai mezzi di comunicazione è emersa una compattezza
di atteggiamenti e di rapporti che, oltre a chiarire linee di tendenza nei
confronti di vecchi e nuovi media, ha reso manifesti i segnali di una
socializzazione in cambiamento, chiarendone, per certi versi, le coordinate.
Una socializzazione che vede come primo ingrediente di riferimento il rapporto
con il gruppo dei pari, vissuto sia orizzontalmente che sincronicamente. Il
mondo degli adulti, infatti, percepito come chiuso e distante, continua a
posizionarsi prevalentemente sull’asse verticale dei rapporti gerarchici
Anche
le scelte di linguaggio che caratterizzano i diversi universi si sono rivelate
cruciali nella misura in cui hanno contribuito alla costruzione e al
modellamento di due diverse identità, assolutamente antitetiche. Un
linguaggio paritario, quando è espresso sul piano degli scambi sociali
circostanti (per i ragazzi), e didascalico e impositivo, quando viene usato
dall'adulto per descrivere i rapporti con i mezzi di comunicazione e con i
minori. Attraverso le rappresentazioni reciproche offerte dalle descrizioni di
adulti e ragazzi, dunque, siamo in grado di dar conto dei
limiti e delle aporie di cui soffrono oggi i processi di socializzazione
e, di conseguenza, i percorsi di formazione. Queste dinamiche sono
sempre più straordinariamente vicine ai linguaggi della comunicazione, ma,
allo stesso tempo, estremamente distanti dal mondo degli adulti, che non
riescono a metabolizzarne i significati, né a farne proprie le
modalità.
L'effettiva
difficoltà di appropriarsi della comunicazione ha determinato la distorsione
dei meccanismi di funzionamento della socializzazione. Una socializzazione
ormai "stanca", ma, allo stesso modo, guidata da soggetti forse
"troppo" istituzionali (famiglia e scuola)
e non ancora pronti per istituire un’alleanza e un dialogo paritario
sia tra loro che con il mondo dei media. Anche con l'uso dei nuovi mezzi di
comunicazione gli adulti sembrano ancora riproporre un modello trasmissivo di
socializzazione, escludendo - per oggettive difficoltà - le possibilità di
rielaborazione originale che provengono dal mondo giovanile.
Paradossalmente,
l’avvento dei personal media e di Internet torna a costruire un sistema
simbolico in grado di riaprire un dialogo tra mondo adulto e mondo minorile,
basato sullo scambio di ruoli e sulla condivisione di competenze. Il rapporto
tra minori e adulti non è, dunque, dominato esclusivamente da una
conflittualità generazionale: contestualmente a un progetto di
riqualificazione dei media, vecchi e nuovi, si delineano possibili fondamenta
per un nuovo patto comune che
favorisca un’interscambiabilità dei ruoli, all’interno del quale i
ragazzi sembrano occupare posizioni più avanzate.
4. Centralità della
comunicazione e cultura giovanile nella modernità
Un
elemento da sottolineare è la singolare dissonanza rilevabile in Italia tra
le evidenze ormai consolidate nel dibattito scientifico e le convinzioni più
radicate nell’opinione pubblica circa i danni provocati ai minori dal
consumo mediale, primo fra tutti da quello televisivo. Il clima che serpeggia
tra i non addetti ai lavori arriva,
infatti, quasi a sfiorare i toni apocalittici, mentre la comunità scientifica
sembra più propensa a riconoscere ai media un ruolo certamente delicato e
centrale anche per la formazione del minore, ma privo di coloriture
eccessivamente negative. Oggi, un approccio di ricerca stimolante dovrebbe
basarsi sull’approfondimento degli studi nella direzione dell’indagine
qualitativa, volta a comprendere le cause, oltre che le manifestazioni più
evidenti, dei differenti fenomeni sociali.
Le
ricerche più approfondite dimostrano che nell’indebolimento dei processi di
socializzazione giocati sui meccanismi trasmissivi, la comunicazione ha avuto
buon gioco, perché ha assunto un ruolo
di supplenza nei confronti delle tradizionali agenzie formative, ponendosi
come strumento di racconto e messa in
scena della complessità sociale. Ma si è trattato di un “dono
avvelenato”. Essa ha finito per diventare il capro espiatorio cui attribuire
il funzionamento distorto dei meccanismi di socializzazione. Una tale funzione
suppletiva attribuita ai media finisce per trasformarsi in una sorta di
esaltazione formale delle figure e della rappresentazione delle relazioni, che
non fornisce gli strumenti per comprendere i rapporti sociali, e quindi per
costruire percorsi soggettivi di relazioni, ma si limita a mettere in scena
una rappresentazione dei ruoli sociali completamente svuotata dei suoi
contenuti e significati sostanziali. Il radicamento di un simile schema
all’interno del tessuto sociale finisce per ridurre la comunicazione a un
semplice addestramento ai rapporti
sociali, invece che elevarla a una funzione realmente educativa. I media
entrano nel vissuto e nelle abitudini come attori di scambio e di
comunicazione significativa tra il ragazzo e il mondo circostante, come
elemento di rapida interiorizzazione delle esperienze e persino come sponda
per la certificazione della “rappresentazione del sé”. Va ribadito, però,
che la mission dei mezzi di comunicazione di massa non è, né deve essere,
intenzionalmente formativa, e che essi hanno facilità nel sostituirsi alle
altre agenzie solo quando il tessuto sociale su cui poggia la comunità non è
ben solido.
Il
nostro paese, tanto sul piano storico quanto su quello della maturazione di
un’industria culturale nazionale, nel passato ha esaltato il modello della
comunicazione rispetto a quello dell'informazione, in modo tale da far
prevalere la cultura dell’audiovisivo e della centralità televisiva, che ha
eroso lo spazio proprio del testo e della scrittura. In Italia è sempre
esistito un fossato assai netto tra “popolo della comunicazione” (quei
soggetti esposti a una cultura della comunicazione di tipo essenzialmente
trasmissivo, e quindi spettatori), e “popolo dell'informazione”
(depositario di una cultura sostanzialmente scritta e inseriti pleno
jure fra i lettori).
Tale dicotomia può essere interpretata come un ulteriore elemento di distanza
tra il mondo degli adulti e quello dei minori: i primi, infatti, sono
depositari di una cultura prevalentemente scritta, testuale, cui si
contrappone il ricorso a codici visivi propri della cultura giovanile, che fa
dell’immagine uno dei principali strumenti di comunicazione. L’avvento dei
personal media e di Internet, in particolare, contribuisce a rimettere in
gioco uno stile di formazione
testocentrico, in cui la parola scritta si riafferma quale modalità
privilegiata di interazione.
5. La ricerca come formazione alla
comunicazione
Il binomio ricerca/formazione costituisce un ulteriore strumento
in grado di favorire la riduzione delle distanze cognitive e valoriali tra
minori e adulti.
Ricerca intesa soprattutto come
intervento, dunque, perché occorre sperimentare concrete strategie di
intervento, piuttosto che limitarsi alla rilevazione dell’esistenza di un
fenomeno (il consumo culturale e mediale dei ragazzi) e delle sue
caratteristiche.
Formazione, invece, intesa
come occasione di incontro con insegnanti e genitori, come eccellente momento
di socializzazione culturale; essa consente di conoscere opinioni, attività
condotte in classe, difficoltà incontrate nello svolgimento di attività che
prevedono l’utilizzo dei media, sollecitando le considerazioni relative al
lavoro svolto dagli insegnanti in merito alle possibili modalità di
inserimento dei media nella didattica.
Un'offerta mirata di corsi di
formazione/autoformazione centrati sulla riflessione, sul dibattito e sulla
partecipazione attiva degli insegnanti si ispira alle più valide teorie sulla
formazione e sull’autoformazione degli adulti professionalizzati. In quanto
tali, gli insegnanti costruiscono (e ricostruiscono) attivamente nuovi modi di
pensare, di progettare e di gestire il proprio intervento educativo sulla base
delle conoscenze pratiche e delle convinzioni teoriche che hanno sviluppato
nel corso della propria esperienza.
Per questo motivo,
può risultare poco fecondo rivolgersi agli insegnanti con un approccio
sostanzialmente trasmissivo; al contrario, è più utile adottare una
prospettiva in grado di sottolineare l’importanza dei significati che ognuno
attribuisce alla propria esperienza professionale, maturata in contesti
sociali e culturali diversi. In questo senso, è necessario favorire la
partecipazione degli insegnanti e l’interazione tra i membri del gruppo, al
fine di sollecitare il confronto tra diversi approcci all'azione educativa.
D’altra parte, ogni insegnante porta con sé le sue esperienze e in tal modo
contribuisce a determinare la specificità di ciascun contesto di formazione.
L’esperienza del singolo insegnante, infatti, può rappresentare una risorsa
per l’intera comunità. Questa funzione di sostegno reciproco esercitata dai
docenti all’interno del gruppo è particolarmente rilevante quando ci si
trova a dover sperimentare (o a discutere di) nuovi materiali e nuovi percorsi
didattici. Da questo punto di vista, la formazione degli insegnanti dovrebbe
far riferimento ai reali contesti nei quali essi operano, in modo da far
emergere difficoltà e ostacoli concreti, nonché la formulazione di nuove
ipotesi interpretative.
Nel contesto di una
formazione orientata a valorizzare il riferimento degli insegnanti alla
propria pratica professionale, il formatore assume il ruolo di facilitatore, con il compito di guidare e moderare il dibattito fra
gli insegnanti partecipanti, facendo emergere i diversi punti di vista,
favorendone l’esplicitazione e garantendo il confronto tra di essi.
I dati in nostro possesso[1] sembrano dimostrare la
validità di un'impostazione della formazione che punta a valorizzare
l’esperienza degli insegnanti, all’interno di una logica di costruzione
dei processi di conoscenza coerente con quella che i media generalisti e i new
media consentono di realizzare.
E' fondamentale sottolineare
l’importanza della qualità
dell’interazione all’interno dell’ambiente formativo che punta alla
costruzione di “un saper fare”. Dunque il valore dell’introduzione dei
media nella didattica risiede nella capacità delle tecnologie comunicative di
suscitare curiosità negli studenti, spingendo i ragazzi a cooperare, a
costruire le proprie conoscenze, a partecipare attivamente ai processi di
apprendimento.
Sembra progressivamente farsi
strada tra gli insegnanti la consapevolezza di questa caratteristica dei media
vecchi e nuovi e del contributo che essi possono offrire a un rinnovamento
della didattica e all’accrescimento della motivazione ad apprendere. Le
nuove tecnologie, in modo particolare, possono rappresentare risorse aggiuntive rispetto a una didattica realizzata con una
strumentazione tradizionale. Risorse in grado di sviluppare una maggiore
collaborazione tra insegnanti e studenti, tra studenti e tra insegnanti, anche
di discipline diverse. Oggi alla scuola viene chiesto, in modo più esplicito
rispetto al passato, di formare lo
spirito critico del ragazzo: senza dubbio i media possono configurarsi
come strumenti di facilitazione nel processo di costruzione di competenze e
abilità, nella realizzazione del passaggio da una logica di
“trasmissione” a una di “costruzione” di conoscenze.
Le difficoltà denunciate più frequentemente dagli insegnanti sono
relative alla mancanza del tempo necessario - nell'orario scolastico - per
progettare e realizzare percorsi di lavoro che prevedono l'utilizzo delle
nuove tecnologie; alla scarsa dotazione di computer nella scuola; alla
gestione di classi con un numero elevato di studenti; al coordinamento tra i
diversi insegnanti per la realizzazione di un progetto pluridisciplinare.
Risulta evidente, dunque, la necessità di una dimensione
progettuale, ma anche collaborativa e partecipativa come base per la
realizzazione di queste attività. È anche necessario, in alcuni casi,
prevedere un sostegno - anche esterno alla scuola - alla progettazione e
realizzazione di attività che prevedono l’introduzione dei media nella
didattica.
Alla luce di quanto affermato
è possibile individuare alcune linee di intervento.
In primo luogo, la necessità
di una alfabetizzazione degli
insegnanti all'uso dei media. Quello che sembra mancare – in alcuni casi –
è proprio la possibilità per i docenti di “provare” a lavorare con il
computer e di “imparare” a usare le tecnologie tramite l’esperienza
diretta. Molto spesso, infatti, la diffidenza nei confronti delle nuove
tecnologie deriva da una completa mancanza di familiarità con il “mezzo”
utilizzato.
In secondo luogo, le nuove pratiche di formazione pongono in evidenza la
necessità di introdurre nel contesto scolastico l’educazione ai media, in modo da stimolare una loro lettura non
come dimensioni esterne alla vita dell’uomo, quanto piuttosto come
dimensioni costitutive della sua vita, della sua cultura e quindi anche della
sua educazione.
Per
concludere, a una scuola italiana come quella di oggi è sufficiente parlare
di introduzione dei media nella didattica? Se questo significa legittimare un
uso strumentale dei media e, quindi, forme diverse di trasmissione dei saperi,
sicuramente la risposta è no. Non è sufficiente proiettare filmati e
documentari per definire le azioni educative come innovative e più efficaci.
L’introduzione dei media nella didattica deve essere occasione, per gli
studenti, per smontare il mezzo e il
messaggio, comprenderne “dal di dentro” la logica.
In questo caso, allora, è forse più corretto parlare di educazione ai
media.
A
questo punto, si tratta di capire quale posto riservare a tale pratica
all’interno del contesto scolastico. Educazione ai media come nuovo ambito
disciplinare, come una vera e propria nuova “materia” oppure (prospettiva
auspicabile) come una educazione di tipo trasversale? Come attività
finalizzata a cogliere le funzioni dei singoli media, come attività di
organizzazione dei saperi attraverso nuovi strumenti e nuove logiche di
costruzione, oppure come attività finalizzata allo sviluppo di una
riflessione metacognitiva?
Sicuramente,
educazione ai media come responsabilizzazione dei ragazzi, ma anche degli
adulti, al loro uso, come sviluppo di quel "senso critico"
necessario per leggere, in modo libero e democratico, la comunicazione.
6.
Nell'Areopago del futuro
Le reazioni del legislatore e dell’opinione pubblica di fronte ad atti
di violenza irresponsabile, che assumono le sembianze di un gioco dagli
effetti tragici, privo di qualsiasi connessione con la realtà, devono tentare
di superare le generiche invocazioni di una censura sui contenuti dei media
che ipoteticamente scatenerebbero processi mimetici; come già detto, occorre
piuttosto riflettere, senza allarmismi indistinti e soprattutto senza alcuna
illusoria semplificazione, sulla funzione
di supplenza che i media svolgono nei processi di socializzazione e sullo svuotamento comunicativo cui sono
sottoposte le vecchie agenzie. Il mondo minorile tende, in qualche occasione,
a costruire entro una propria nicchia – in un mondo a parte – le proprie
ragioni d’essere. dei media e
l’impegno crescente nei consumi culturali e nei rapporti sociali sono parte
inseparabile di una trama di
socializzazione rinnovata che, talvolta, può rischiare di apparire
all’adulto come un labirinto inconoscibile solo perché si sottrae alla sua
guida. Ma rispetto al passato, è sempre più plausibile che i minori
realizzino un lungo e utile filtraggio degli stimoli provenienti dalle diverse
parti, entro un mix talvolta disordinato e confuso, ma in cui il giovane si
muove con abilità e attenzione. Un tentativo così impegnativo di costruire
il proprio sé sconvolge tempi, abitudini e stili di consumo culturale;
sollecita tutte le agenzie di socializzazione a ridefinire strategie e ruoli
di intermediazione con l’universo dei minori.
Gli
interventi volti a promuovere azioni di tutela e di prevenzione da situazioni
di rischio dovrebbero poggiare, da un lato, sul ruolo delle magistrature e
delle Autorità e su un indiscutibile e chiaro corpus normativo e
autoregolativo (anche attraverso la ricezione delle norme comunitarie) e,
dall’altro, su meccanismi di monitoraggio e di segnalazione dei casi di
devianza.
Oltre,
tuttavia, a prevedere un apparato sanzionatorio, sarebbe utile rimettere in
campo modalità dialogiche e di scambio tra genitori e figli, soprattutto
affinché i primi agiscano in favore di un uso consapevole del mezzo
televisivo e delle nuove tecnologie, in particolare di Internet. Sia la tv che
Internet dovrebbero contribuire a unire più strettamente tra loro i membri
della famiglia promuovendo valori di solidarietà reciproca.
In
conclusione, dovendo tracciare alcune direttrici di sviluppo per un modello di
formazione, non si possono tradire i dati provenienti dagli studi empirici: si
rende allora improponibile applicare schemi autoreferenti, impostati
forzatamente su un centro adulto. È fuor di dubbio che i percorsi formativi
dei minori intersecano i valori che un insieme complesso è in grado di
predisporre e rendere condivisibili, auspicabilmente in maniera ampia e
aperta, ma anche gli strumenti con cui si intende finalizzare tale proposito.
Che in un processo formativo ancora legato alla non comunicabilità fra polo adulto (in primis gli insegnanti e i genitori) e mondo
giovanile, l'autoregolazione sia costituita dal fattore età è una
considerazione tautologica; partendo però da un simile punto fermo si
esiliano da un possibile "conoscitivo" processi diversificati,
sfuggenti alla ferrea logica sopra descritta. Se, in altre parole, la scuola e
la famiglia devono scontare una regressione nel bouquet
delle offerte di socializzazione attraverso cui si forma il minore, non è
perché l'avvento prepotente dei mass-media (o anche dei personal-media) ne ha
svuotato di significato il ruolo formativo, ma perché questi ultimi sono
andati a colmare un vuoto evidente della socializzazione, che solo chi si
vuole avvicinare alla materia arroccato sulla posizione di “adulto”
intende negare. Viceversa, analizzando come i più giovani usano il tempo per
entrare in società, risulta che l'affiancamento operato da costoro tra
vecchie e nuove agenzie è un originale modo di preferire la propria
via alla formazione, in cui cioè possano proporsi come acquisitori critici. Ribadire l'importanza della fase della
comprensione, della "lettura" di ciò che abbiamo di fronte nel
momento in cui ci apprestiamo a proporre iniziative rivolte ai giovani,
sembrerebbe forse superfluo se non venisse continuamente dimenticato.
Una
prospettiva sostenibile, tesa a indirizzare lo sviluppo dei modi della
formazione, deve tenere presente la ricerca di nuovi spazi d'azione da parte
di quella porzione sociale che ancora viene relegata dagli adulti alla
periferia delle dinamiche relazionali. Probabilmente, cercando rimedi
adulti a una frattura generazionale sempre più netta, si vuole evitare ancora
una volta di riconoscere visibilità sociale ai minori, in netto contrasto con
l'evidenza empirica, che indica nell'impiego del tempo disponibile
l'essenziale marchio di differenziazione dei minori rispetto agli adulti. Se
poi si considera il ruolo che nell'impiego del tempo libero giovanile gioca il
consumo multimediale, il processo della formazione del minore, e più in
generale il processo che consente al giovane di agire nella società, diventa
oltremodo indefinito e difficilmente "programmabile".
L'etica
del minore, in definitiva, si arricchisce nel contatto, anche casuale, con chi
condivide la stessa situazione comunicativa: l'Altro generalizzato diventa
l'Altro concretizzato che il minore ritrova nelle esplorazioni senza meta
del navigare in Rete. Se quindi si rileva la necessità di aggiornare "le
scuole" anche sui parametri dei nuovi modi di comunicare, si vogliono
porre in primo piano le dinamiche sociali attraverso le quali, in ultima
istanza, il minore predica la sua unicità di nomade, il suo essere
protagonista sulla scena del confronto, del mutamento. Viene proposta allora,
verso la crisi valoriale di certezze (morali) cui aggrapparsi, un'etica del viandante che perviene da chi abita, in maniera
disincantata, i luoghi, ormai totalmente smaterializzati, ma profondamente
arricchiti nel tessuto sociale, della Rete.
Questo passaggio implica, e forse rende comprensibile tanta immobilità da
parte degli adulti, anche una maggior
assunzione di responsabilità, poiché obbliga chi vuole essere portatore
di valori alla prova di una rinnovata
agibilità sociale: d'altronde è anche l'unico percorso accettabile per
far si che la "lezione" sia resa appetibile.
Un
insieme di valori, quindi, non più semplicemente da trasmettere, ma da
condividere in misura maggiore, immettendo nel circuito delle relazioni anche
le peculiarità valoriali della condizione giovanile: è insito in questo
ulteriore momento il valore aggiunto
della comunicazione, una qualità che abbiamo imparato a considerare
proprio nella ricerca, da parte dei minori, di quegli spazi d'agire
comunicativo spesso negati nelle tradizionali agenzie di formazione.
Forniamo allora, in ultima analisi, due possibili terreni di cooperazione
tra processi e luoghi di formazione tradizionali e la cultura della
comunicazione: si tratta evidentemente di due facce della stessa medaglia, in
quanto l'obiettivo finale è comunque teso a evitare che la diversa natura dei
valori messi in campo pregiudichi qualsiasi ambito dialogico.
·
Valori formanti nei media.
Non è credibile che i media non possano fungere da vettore valoriale, è vero
però che il loro utilizzo implica il riconoscimento nel processo comunicativo
di chi si avvicina a un tale scambio fruttuoso. I media possono fornire quel
"valore aggiunto" cui abbiamo fatto riferimento, poiché risulta
pertinente alle nuove generazioni; gli strumenti per comunicare non sono
quindi semplici agenzie di socializzazione, ma veri e propri vettori su cui i più giovani decidono di puntare, e la volontarietà
di tale scelta costituisce un valore ulteriore che si proietta sull'oggetto di
attenzione. Da una parte, allora, i mezzi di comunicazione sono agenti di
contenuti, ma da un altro punto di vista tendono ad anticipare le prospettive
verso cui intendono orientarsi i minori, indicando ulteriori direttrici
valoriali del percorso formativo. Riscrivere l'etica adulta significa
attribuire rilevanza all'etica minorile, portando all'incontro contenuti
conciliabili, e questo processo può utilmente passare attraverso i media, dal
momento che i minori li utilizzano, e con sempre maggiore originalità, come
investimento propulsivo della personale socializzazione.
·
Il valore della comunicazione nelle agenzie di formazione
tradizionali. Se il primo processo delineato sta avvenendo spontaneamente,
pensiamo ai numerosi usi "sociali" che si stanno sperimentando nei
mezzi di comunicazione, è forse più importante indicare un avvicinamento dei
vettori tradizionali della formazione verso una cultura della comunicazione
non più demonizzata. Tanto più che i valori "forti" non sono
affatto mancanti nelle priorità giovanili, ma spesso sono proprio gli adulti
a non riconoscerli. Possiamo allora registrare uno spostamento e un'apertura
del mondo della formazione ai valori propri della comunicazione, al punto da
rendere più appetibili per i minori quei "contenuti" che gli adulti
non devono più soltanto trasmettere,
ma, prima di tutto, condividere.
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