I media strumento formativo e informativo, 
guida e ispirazione del comportamento
familiare


Non ignoriamo la realtà nella quale viviamo, ma leggiamola più in profondità. Distinguiamo, alla luce della fede, i segni dei tempi autentici. La Chiesa, preoccupata dell’uomo, conosce l’aspirazione profonda del genere umano alla fraternità e alla solidarietà, aspirazione sovente rifiutata, sfigurata, ma indistruttibile perché scolpita nel cuore dell’uomo dallo stesso Dio, che ha creato in lui l’esigenza della comunicazione e la capacità per svilupparla su scala planetaria”.

Giovanni Paolo II, Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali


1. Il senso del comunicare 

La comunicazione è un’esigenza connaturata nell’uomo, una spinta insita nel suo essere che rimanda alla dimensione del profondo. Si deve tenere conto di questa considerazione ogni volta che si analizza il fenomeno “media”, per bilanciare l’accento posto frequentemente sui molteplici aspetti negativi (dalla sottomissione dei media al mercato, al loro utilizzo come strumenti di pressione ideologica), cogliendo solamente i rischi di condizionamento che essi possono comportare e accusandoli di essere la causa del degrado etico e culturale della famiglia e della società. Un’estremizzazione di queste considerazioni potrebbe comportare, da una parte, una totale censura di tutto ciò che viene stigmatizzato come  pericoloso per l’individuo, la famiglia, la società, facendo cadere non solo un diritto dell’uomo, ma una sua caratteristica intrinseca: essere comunicante ed essere, oggi, comunicante su “scala planetaria”. In secondo luogo, implicherebbe una forte negazione della  responsabilità dell’uomo, il quale deve accettare la sfida di nuovi modi di comunicare imparando ad apprendere e capire il linguaggio dei media stessi per poterli gestire adeguatamente e utilizzarli come risorse da investire nella propria vita individuale, familiare e sociale (sia in termini di produzione sia in termini di fruizione).
Affrontare il rapporto tra media e famiglia significa partire proprio da alcune considerazioni sulla comunicazione come condizione intrinseca della realtà umana e sulle sue forme attuali.
La comunicazione pertiene all’essere umano non in modo opzionale, ma in modo costitutivo, come il suo essere sociale e pensante: essa costituisce quindi non uno strumento di cui l’uomo può far uso, ma piuttosto un suo modo di essere. L’uomo di conseguenza non sceglie se essere o meno comunicante, ma può scegliere ogni volta intenzionalmente se comunicare e in che modo comunicare[i]. Se la comprensione della “natura comunicativa” dell’uomo non pone problemi, meno immediato è darne una definizione teorica. Per alcuni, comunicazione è essenzialmente un trasferimento di informazioni da una fonte a un ricevente; per altri, il linguaggio verbale non è solo trasmissione di informazioni, ma soprattutto elaborazione e condivisione di significati all’interno di un contesto dotato di senso. C’è ancora chi sottolinea la natura psicologica dei processi comunicativi: la ricezione di un messaggio non può infatti coincidere con la registrazione passiva dello stesso, ma implica un processo di interpretazione che porta alla comprensione finale. Oggi, tuttavia, la comunicazione è sempre meno considerata un processo lineare fondato sull’alternanza dell’attività di un emittente e di un ricevente, e viene rappresentata, invece, come un evento interattivo in cui gli interlocutori occupano ora l’una ora l’altra posizione, collaborando insieme alla produzione dei significati condivisi. Si è giunti quindi alla concettualizzazione della comunicazione come relazione sociale, risultato di un’attività congiunta di produzione di significati condotta dagli interlocutori. Non più “emittenti” o “riceventi”, i soggetti implicati nei processi di comunicazione sono da considerare co-enunciatori, vale a dire interlocutori impegnati in un’azione comunicativa congiunta di cui portano la corresponsabilità. Le vecchie entità astratte hanno lasciato il campo a interlocutori dotati di pensiero, di emozioni, di affetti, di un’entità psicosociale espressione della loro collocazione familiare, di gruppo, organizzativa e istituzionale. Parallelamente si deve registrare una costante de-fisicizzazione degli interlocutori o, per meglio dire, una periferizzazione della loro fisicità. La perdita di importanza del faccia a faccia come condizione essenziale dell’interazione ha reso accettabile l’idea che per poter parlare di interazione comunicativa non sia indispensabile che i soggetti si trovino in co-presenza fisica.  Questa nuova modalità di concepire la comunicazione è importante per analizzare  il rapporto tra la famiglia e i media, in quanto l’impatto dei mezzi di comunicazione sulle relazioni familiari non può essere valutato se non tenendo presente il modo in cui l’incrocio tra identità socio-familiare dei soggetti e de-fisicizzazione dei congegni di comunicazione e delle loro modalità di utilizzo gioca nel produrre una cultura d’uso familiare dei prodotti offerti dalle nuove tecnologie di comunicazione[ii]. Detto in altri termini, parlare dell’incidenza dei media sulla vita familiare comporta innanzitutto tener presente il particolare tipo di comunicazione che si viene a creare e secondariamente, comprendere che l’impatto dei media sulla famiglia non può essere capito pienamente senza tener conto di molteplici variabili legate al nucleo familiare stesso, come a esempio i valori, le credenze, la cultura, la fisionomia relazionale e comunicativa.
Entriamo così nel mondo del famigliare. Cos’è oggi la famiglia? Quali sono i suoi compiti? Come si innestano i media nel tessuto relazionale? Quale contributo possono fornire alle relazioni familiari stesse in termini di informazione e di formazione? E quali rischi possono portare con sé?

2. Il familiare

Per parlare di famiglia possiamo partire dalla classica definizione di Levi-Strauss (1967) secondo il quale la famiglia è “l’unione durevole, socialmente approvata di un uomo, una donna e dei loro figli”. Secondo questa prospettiva la famiglia è una forma sociale primaria. E’ primaria perché all’origine della stessa civilizzazione in quanto luogo che garantisce il processo generativo da un punto di vista biologico, psicologico, sociale e culturale. Essa è poi una forma sociale primaria perché assolve ad alcune funzioni fondamentali senza le quali la società stessa non potrebbe vivere: la funzione sessuale, riproduttiva, economica ed educativa. La famiglia è dunque essenziale per lo sviluppo della persona e della società e la sua specificità consiste nel fatto che essa è un’organizzazione di relazioni primarie fondata sulla differenza di gender e sulla differenza tra generazioni e che ha come obiettivo e progetto intrinseco la generatività intesa come spinta alla vita. La famiglia infatti organizza relazioni e non relazioni generiche, ma relazioni primarie che connettono e legano le differenze cruciali della natura umana, la differenza di genere e la differenza di generazione. Esse danno luogo a un bene relazionale (le nuove generazioni e la loro educazione) essenziali per la comunità umana. Due sono quindi gli assi relazionali interni alla famiglia stessa: quello coniugale e quello parentale-filiale. La relazione coniugale si basa sulla differenza di gender e si struttura ed esplicita nel matrimonio. Esso è un patto di reciprocità giuridicamente sancito che, mentre riconosce i diritti, impegna anche i coniugi attraverso una serie di doveri. La relazione parentale-filiale implica la differenza di generazione e la conseguente responsabilità di quella che precede su quella che segue. Le relazioni familiari trattano dunque una duplice differenza e hanno come fulcro la procreazione, che assume il carattere di fatto generativo. Nell’essere umano la riproduzione si configura infatti come generatività, cioè come evento non solo biologico, ma anche simbolico-culturale, caratteristica peculiare- segno distintivo della vita adulta: adulto è infatti colui che è in grado di generare e creare così discendenza, non solo biologica, ma anche simbolica. Una delle sue traduzioni complete consiste proprio nella genitorialità, cioè nella procreazione e nell’assunzione delle funzioni genitoriali. Il generare si collega all’essere generati, esso è teso non solo alla continuazione della specie, ma soprattutto alla continuazione della storia familiare e sociale. Attraverso i nuovi nati infatti la storia familiare prosegue il suo cammino con un nuovo progetto che è insieme familiare e sociale. Infine, la generatività implica una responsabilità da parte delle generazioni precedenti sulle successive: il loro compito è quello di essere generative, cioè generare menti che a loro volta possono dare senso e valore alla vita[iii]. Questo breve parentesi sulla famiglia e le sue funzioni diventa fondamentale al fine di comprendere il difficile ruolo che la famiglia è chiamata a ricoprire: è infatti suo il compito di mediare tra individuo e società; essa rappresenta il luogo dello scambio intergenerazionale, il luogo di trasmissione dei valori del gruppo di appartenenza. Ed è nello svolgimento di questo delicato compito che essa può divenire il luogo di costruzione e negoziazione di “attenzioni” per un utilizzo intelligente dei media, i quali fanno il loro ingresso nella vita familiare, con il proprio linguaggio, i propri contenuti, i propri modelli di comportamento, i propri valori.
Si compierebbe un operazione semplificante pensando tale compito in termini di azione facile o automatica : la velocità che caratterizza il mondo mediatico richiede un continuo adattamento e una continua alfabetizzazione alle nuove culture generate.

3. Un rapporto complesso:
Famiglia e Mass-media


Nel dibattito sul tema[iv]  due sono le posizioni che si fronteggiano. Alcuni autori vedono la famiglia come  una terra di conquista mediatica in cui i media espropriano spazi e tempi facendo opera di invasione. A supporto di tali argomentazioni vengono riportati dati quantitativo di una presenza pervasiva (quanta televisione vede ogni giorno un minore, quanto tempo della sua vita passa davanti al televisore, l’uso del computer e della navigazione in Internet, la playstation per gli adolescenti…); dati in riferimento alla sottrazione di tempo alla vita familiare che configura una vera e propria contrapposizione tra il tempo dei media (che è tempo levato alla famiglia) e il tempo della famiglia (che diventa sempre più, oggi, un tempo tolto ai media); la sostituzione delle figure parentali nell’intervento educativo, ottenuta attraverso la “facilità” dei temi e del linguaggio: “È il [mezzo, parlando della televisione] più potente e pericoloso — osserva Jim Carrey, protagonista del film di Weir — e lo diventerà sempre di più se non lo argineremo. Ci ruba la vita, come a Truman, sostituendola con stereotipi, spot, soap, minacce, quiz e varietà. (…) la vita può fare spettacolo, ma non è uno spettacolo sul quale speculare, privandoci della nostra privacy più profonda e restituendocela senza identità”[v].
Accanto a questa posizione, si è affiancata, negli ultimi anni, una seconda prospettiva  risultante dei nuovi orientamenti teorici della ricerca in psicologia sociale e sociologia. Il riferimento è , in particolare, alla attenzione che la ricerca in campo familiare è andata prestando ai processi coinvolti nella costruzione e nel mantenimento dell’identità familiare[vi] e all’avvento dei metodi etnografici nello studio del consumo televisivo[vii].
Viene proposto un nuovo approccio al rapporto tra mezzi mediatici e contesto familiare: un approccio sistemico, se così si può dire, nel quale il medium non è più considerato un corpo estraneo che si intromette in uno spazio rispetto a esso non omogeneo, ma una variabile ambientale, un elemento che appartiene alla normale situazione comunicativa della famiglia. E' la realtà familiare nella sua complessità, insomma, che spiega il posto occupato dai media,  lo spazio loro assegnato. E’ l’incontro con la realtà familiare a spiegare se   la famiglia si pone  in maniera attiva di fronte ai mezzi di comunicazione e filtra ciò che viene proposto utilizzandolo come risorsa, cognitiva, relazionale e ambientale, o se aderisce al consumo e assorbe acriticamente i contenuti dello “schermo”.
Numerose ricerche[viii], hanno ormai dimostrato che lo stile di consumo mediatico è influenzato dalla fisionomia relazionale, comunicativa e culturale della famiglia. Ciascuna famiglia ha un proprio spazio d’incontro con il mediume uno stile di gestione del medesimo:  può selezionare  ciò che è in arrivo, interpretarlo sia sulla base di quanto lo stimolo propone, sia sulla base delle attese, degli  interessi e delle conoscenze individuali e collettive; può utilizzare il mezzo per acquisire informazioni, per evadere, per aprire scambi con gli altri membri della famiglia, per scandire la giornata, per rifugiarsi nell’abitudine.
Ciò che è chiaro oggi è che il rapporto tra mass media e famiglia è caratterizzato da un intricata rete di relazioni .La fruizione mediatica non può più  essere considerata diretta, uniforme, passiva; al contrario deve essere pensata come un atto mediato dal nucleo stesso, negoziato al suo interno e iscritto fra i riti domestici.
Collocandoci entro questa seconda prospettiva,  la famiglia non è considerata ferma ad assorbire  l’offerta dei media, “accettando” indistintamente tutto ciò che essi offrono, ma viceversa essa è  pensata come predispositore di uno spazio d’incontro, più o meno funzionale alla metabolizzazione e trasformazione dei messaggi mass-mediologici in una risorsa da investire e spendere al proprio interno
E’ entro quest’ottica che si può tentare di comprendere in quale maniera i media possano essere considerati strumenti informativi e formativi per le famiglie. Essi sono appunto “strumenti”, possiedono caratteristiche intrinseche che non possono essere definite a priori positive o negative: è più corretto affermare che è “l’utilizzo” che le famiglie fanno di questi mezzi a renderli utili o meno agli equilibri familiari stessi.

4. Un rapporto privilegiato:
famiglia e televisione


Per rendere il discorso più preciso vale la pena circoscriverlo a un media specifico caratterizzato da una vocazione spiccatamente familiare: la televisione. Essa infatti, a differenza di altri media (quali i libri, i quotidiani, la radio, il computer), ha trovato la propria collocazione e il proprio naturale inserimento in ambito domestico. Infatti, se gli anni ’50 sono stati il decennio del consumo comunitario, che vedeva protagonisti gruppi eterogenei di persone raccolti in luoghi pubblici come bar, circoli, club, ecc., dagli anni ’60 in poi si è assistito alla mobilitazione di un pubblico essenzialmente familiare (è stato in quel periodo, infatti, che la televisione ha fatto il suo ingresso in ambito domestico, occupando il salotto o il tinello, punti elettivi del ritrovo familiare). La televisione è quindi, tra tutti i media, quella che ha trovato la propria dimensione all’interno del nucleo domestico: l’apparecchio televisivo trova posto nello spazio domestico, e spesso proprio nei luoghi più centrali per la vita della famiglia (la cucina, la camera da letto) e, contemporaneamente, l’offerta televisiva è calibrata sulle esigenze e sulle richieste del nucleo e si rivolge a esso come suo destinatario ideale (soprattutto nelle fasce d’ascolto più pregiate, il consumo televisivo anela a coinvolgere tutti i componenti della famiglia). Cazeneuve afferma: “la potenza del mezzo televisivo è legata al suo raggiungere il pubblico a casa, nel focolare domestico, […] nel suo possibile uso personale in ogni luogo e in ogni momento della giornata”. La televisione si rivolge quindi, alla famiglia e con essa intrattiene un rapporto complesso di  influenza reciproca. Infatti, se è vero che il medium apporta una serie di mutamenti a livello ambientale e relazionale, è altrettanto vero che la famiglia è potenzialmente in grado non solo di arginare l’intrusività del mezzo televisivo, ma anche di piegare le potenzialità del mezzo al soddisfacimento dei propri bisogni. Anzitutto, l’interazione tra famiglia e televisione trova riscontro in un’organizzazione degli spazi domestici in funzione di una loro maggiore apertura verso l’esterno[ix]. L’ingresso della televisione in cucina, che rappresenta tradizionalmente il cuore della casa, coincide con l’irrompere della dimensione sociale nella sfera del privato. Discorso analogo può essere compiuto per ciò che riguarda l’ingresso della televisione in sala, un tempo spazio di “rappresentanza”, oggi sempre più luogo reintegrato nelle routines quotidiane: la sala diviene centro di aggregazione e teatro delle dinamiche familiari, acquisendo una centralità affettiva del tutto nuova.
Oltre a ridefinire la geografia domestica, la televisione modella, con la sua temporalità, il consueto incedere delle attività domestiche: la rilassatezza che contraddistingue il tempo dell’intimità e del riposo, lascia il posto a un andamento più frenetico e incalzante, ritmato dalla successione degli appuntamenti televisivi che introducono delle vere e proprie scadenze sociali. In modo ancora più evidente, la televisione agisce all’interno della famiglia come centro di irradiamento di valori e modelli, mutuati dal contesto sociale. Infine, la comunicazione sociale, attraverso la televisione si immette nei circuiti della comunicazione familiare, talvolta offrendo stimoli e argomenti di conversazione, in altri casi disturbando e impedendo il dialogo. A seconda della propensione della famiglia verso la discussione, infatti la televisione può divenire tanto terreno di scambio, occasione per il confronto e il dialogo, quanto terreno di esclusione e di isolamento dalle reti comunicative che attraversano lo spazio domestico. Come rileva Cigoli[x], la televisione (ma il discorso vale anche per molti altri media) può sia collaborare alla “commensalità”, tensione ideale all’interno della famiglia attraverso la quale si dà vita allo splendido gioco dell’offrire e del ricevere, quanto può semplicemente dar vita a una potente simulazione: la “condivisione”. La condivisione infatti fa finta di essere un equivalente della commensalità essendo invece tutt’altro. La condivisione infatti esalta i singoli individui, mentre la commensalità esalta lo scambio tra gli stessi. Nella visione collettiva del nucleo familiare privata dello scambio, non c’è circolazione, non c’è dono reciproco, semplicemente tutti fanno individualmente la stessa cosa. Quando si impone la condivisione si può dire metaforicamente che la televisione è messa a capotavola: l’esterno si è imposto sull’interno, la notizia sullo scambio, la cronaca sulla storia familiare, il sociale sul familiare. Questo, ed è il punto importante da rilevare, è però il preciso risultato di una dinamica familiare: sono i familiari che decidono il posto da attribuire alla televisione e sono sempre loro che decidono così quali bisogni soddisfare. La televisione, come gli altri media, può portare all’interno delle famiglie molte risorse che possono essere positivamente investite, così come può portare a una disgregazione del nucleo familiare stesso: è la stessa famiglia però che ha la responsabilità di utilizzare tutto ciò che proviene dal mezzo televisivo e riutilizzarlo per il buon funzionamento delle proprie strutture interne. In definitiva, il mezzo televisivo porta all’interno della famiglia risorse nuove che possono essere cognitive (che vanno ad accrescere il sapere del nucleo e il suo patrimonio di esperienze e tradizioni), assiologiche (che rafforzano o modificano il credo e i valori della famiglia), comunicative (che arricchiscono il lessico, rinnovano le modalità di interazione e scambio, istituiscono percorsi alternativi di ricezione e trasmissione dei messaggi), e che la famiglia può decidere in piena libertà, di spendere al proprio interno o di lasciarle inutilizzate. Le famiglie, ma non solo loro, hanno quindi la responsabilità di governare il mezzo televisivo in maniera adeguata, per poter accogliere all’interno del nucleo tutte le potenzialità proprie del mezzo. La famiglia deve quindi assumersi il compito che le è proprio: quello di mediare, di favorire il passaggio tra l’esterno (il sociale) e l’interno, tra una generazione e l’altra. Il vero medium non è quindi la televisione, ma la famiglia che deve imparare a mediare, governare, dove è evidente che governare è avere in mano il timone, è regolare, riflettere, è avere principi-guida nei rapporti con “l’altro”. Questa responsabilità della famiglia diventa pregnante soprattutto nella regolazione del rapporto tra il mezzo televisivo e le nuove generazioni: i bambini di oggi nascono e crescono in un mondo mediatico e questo è un dato di fatto, ma non possono essere lasciati soli nell’arduo compito di leggere i messaggi dei media, devono essere seguiti, sostenuti e aiutati a sviluppare il proprio punto di vista. I genitori dovrebbero conoscere e interessarsi dei programmi destinati ai propri figli, in modo da compiere una scelta attenta tra le varie proposte, permettendo la visione solo di quelle trasmissioni che risultino adatte all’età e alla capacità di riflessione dei bambini stessi. Qualcuno dovrebbe far compagnia al bambino davanti alla tv, aiutandolo a capire le parti più complesse e a commentare le immagini. Infine, i genitori dovrebbero salvaguardare alcuni momenti da dedicare alla famiglia stessa e ai giochi: va recuperata la dimensione del tempo libero come momento privilegiato dello scambio intergenerazionale, bisogna saper proporre alternative alla televisione, consapevoli che esistono esperienze (culturali e affettive) che la televisione non può offrire. Lo stesso Giovanni Paolo II esprime un’opinione sovrapponibile a quella presentata: “la televisione può arricchire la vita familiare, può unire più strettamente tra loro i membri della famiglia e promuovere la solidarietà verso altre famiglie e verso la comunità; la televisione può anche danneggiare la vita familiare diffondendo valori e modelli di comportamento falsati e degradanti, diffondendo resoconti distorti o informazioni manipolate sui fatti e i problemi di attualità; il medium può avere anche effetti negativi sulla famiglia, anche quando i programmi televisivi non sono moralmente criticabili: esso può invogliare i membri della famiglia a isolarsi nei loro mondi privati, tagliandoli fuori dagli autentici rapporti interpersonali, e anche dividere la famiglia, allontanando i genitori dai figli e i figli dai genitori (...). In questo messaggio, desidero in particolare sottolineare la responsabilità dei genitori, Dio li ha investiti della grave responsabilità di aiutare i figli a cercare la verità e a vivere in conformità a essa, a cercare il bene e a promuoverlo. Quindi, oltre a essere spettatori in grado di discernere per se stessi, i genitori dovrebbero attivamente contribuire a formare nei propri figli abitudini nel vedere la televisione che portino a un sano sviluppo umano, morale e religioso. I genitori dovrebbero anticipatamente informare i propri figli sul contenuto dei programmi e fare, di conseguenza, la scelta consapevole per il bene della famiglia. Dovrebbero inoltre discutere della televisione con i propri figli, mettendoli in grado di regolare la quantità e la qualità dei programmi che guardano e di percepire e giudicare i valori etici che stanno alla base di determinati programmi (…). I genitori che si servono abitualmente e a lungo della televisione come una specie di bambinaia elettronica, abdicano al loro ruolo di primari educatori dei propri figli”.[xi] Questa citazione mette in rilievo che, da più parti, viene sentita l’esigenza di sensibilizzare le famiglie ad assumersi il proprio ruolo di educatori, finalizzato a governare il rapporto bambini-tv. In sintesi, governare significa condividere norme spazio-temporali nell’utilizzo del mezzo, prestare attenzione alle scelte fatte dal bambino, sapersi calare nel suo mondo, conoscere le sue preferenze; significa essere disponibili a elaborare i contenuti fruiti, significa trovare e proporre alternative alla televisione stessa, significa infine aiutare a diventare fruitori critici. Solo attraverso quest’opera di mediazione sarà possibile utilizzare tutte le risorse (cognitive, assiologiche, comunicative, ecc.) che il mezzo televisivo possiede[xii].
Un aspetto cruciale per comprendere se e a quali condizioni i media possono costituire risorsa profonda per la vita familiare o rischio è stato oggetto di indagine di una recente ricerca[xiii] che si è proposta di  verificare il modo in cui la televisione tratta il valore famiglia e quale  contributo fornisce l’esperienza di fruizione televisiva alla costruzione delle assiologie familiari.

Come si rapportano le famiglie al mezzo televisivo come fonte valoriale e come gestiscono i valori che esso veicola ? Esiste una relazione tra lo stile di trasmissione dei valori attivati dalle famiglie e il modo di rapportarsi al mezzo televisivo come fonte di valore?
L’ipotesi guida è che l’indicatore di un buon rapporto tra famiglia e valori televisivi possa essere considerata la capacità familiare di integrare, sia sul piano dei significati, sia sul piano del valore, i contenuti che il mezzo televisivo mette a disposizione.  

Nella capacità di integrare, infatti, si colgono sia la capacità generale della famiglia di ricontestualizzare i valori (che è l’esito di un processo efficace di trasmissione intergenerazionale), sia la sua capacità di riconoscere la natura dei contenuti televisivi (contenuti semplificati, neutralizzati e la cui valorizzazione è delegata a soggetti esterni al mezzo e che, in quanto tali, hanno una valenza esclusivamente propositiva e richiedono, appunto, un intervento di integrazione da parte di chi fruisce).
Il nodo cruciale del processo è risultato  essere il riconoscimento della natura dei valori televisivi. Si sono riscontrate due modalità prevalenti di lettura: una prima modalità definita della “proposta” e una seconda modalità  definita dell’“assioma”. Il primo tipo di vissuto implica il riconoscimento da parte della famiglia dei contenuti televisivi come “spunti-stimoli” valoriali: la televisione mette a disposizione, cioè, valori “in potenza” che la famiglia ha poi il compito di attivare. Il secondo tipo di vissuto rimanda a valori televisivi “in atto”, che non richiedono alcun intervento di integrazione o rielaborazione da parte della famiglia.
A fronte di queste due percezioni dei contenuti televisivi si assiste all’attivazione di dinamiche diverse. Esse investono sia la valutazione della televisione come possibile fonte valoriale, sia le modalità di trattazione dei contenuti mediali.
Nel caso del riconoscimento del contenuto televisivo come “proposta”, alla televisione si attribuisce la possibilità di diffondere valori, la famiglia è consapevole dell’importanza del proprio ruolo di mediazione e lo agisce (se pure con gradi di intensità molto diversi da famiglia a famiglia). La famiglia interviene cioè sulle proposte televisive operando una ricontestualizzazione che può esprimersi o nella selezione dei contenuti considerati significativi o, in modo più consistente, nella ri-semantizzazione e nella ri-valorizzazione delle proposte del medium. I contenuti televisivi sono dunque un “punto di partenza” per il processo familiare di valorizzazione, da cui ci si può distanziare.
Nel caso, invece, dell’attribuzione di una valenza “assiomatica” ai contenuti trasmessi, la famiglia attiva due dinamiche apparentemente opposte: la “replica” e il “rifiuto”. La replica è l’assunzione acritica dei contenuti televisivi: essa implica una delega di responsabilità alla televisione a cui viene chiesto di sostituire la famiglia nella costruzione del valore. Il “rifiuto” è, apparentemente, la non accettazione di tutto ciò che il mezzo veicola. In realtà, quest’ultimo conduce poi, a livello comportamentale, a un’accettazione acritica e indiscriminata dei contenuti mediali simile a quella configurata dalla replica. Il rifiuto rappresenta cioè un meccanismo di difesa dei componenti familiari a fronte dei vissuti negativi verso la televisione, privo di risvolti a livello pragmatico. Sia la replica sia il rifiuto implicano un’assenza di riconoscimento della televisione come fonte valoriale.
Il risultato più interessate , senza entrare oltre in dettaglio, è però costituito dalla stretta relazione emersa tra la capacità della famiglia di riconoscere la natura dei valori messi a tema della televisione (valori semplificati, neutralizzati, fondati sull'autorità di soggetti esterni al mezzo televisivo e che richiedono dunque un intervento di completamento, ri-semantizzazione e ri-valorizzazione da parte dello spettatore) e la configurazione (la forma e l'efficacia) dei processi intergenerazionali di trasmissione dei valori di cui la famiglia è portatrice. In breve; le famiglie che hanno alle spalle un processo efficace di trasmissione valoriale sono anche le famiglie che più chiaramente riconoscono la proposta valoriale della televisione e che meglio sanno sfruttarla...come dire nuovamente dell’importanza della mediazione familiare!

5. Compiti mediatici e compiti familiari: 
recuperare a livello di comunità educante 
il senso e la possibile coincidenza dei compiti


Ma allora è compito solo familiare rendere i media risorse e annullarne i rischi insiti? Questo interrogativo  si impone con più urgenza a fronte delle rapide evoluzioni dei media. Quali compiti si prospettano alla famiglia nel nuovo scenario mediatico?
Il nuovo scenario ci dice di canali satellitari e di pay-tv,  che rendono i telespettatori più “liberi” rispetto ai palinsesti proposti dalle televisioni sia pubbliche che private, offrendo una vasta scelta di canali monotematici, che possono, oltre che accrescere il sapere della famiglia, contribuire a riunire il nucleo di fronte a uno spettacolo di interesse comune, sperimentando così non solo momenti di condivisione, ma di “commensalità” vera e propria. La nuova forma che sta assumendo la televisione oggi possiede quindi caratteristiche intrinseche che possono essere sfruttate favorevolmente dalla famiglia, a patto però che essa acquisisca consapevolezza della propria responsabilità e “prenda in mano il timone”. Esistono attualmente alcune radio digitali specificatamente studiate per bambini che mostrano un interessante fenomeno di ascolto diadico: le mamme con bimbi piccoli seguono la radio appunto insieme ai loro figli. Emerge così la natura prevalentemente affettivo-sociale del consumo radiofonico : esse danno vita a una situazione di ascolto in cui, per così dire, si parla al bambino attraverso l’opera di mediazione e di accompagnamento del genitore, si mette più facilmente in contatto il bambino con il genitore, si genera una nuova opportunità di relazione…
Ancora; la rete delle reti - la inter-net - indubbiamente consente scambi di informazioni su scala globale, in tempi impensabili sino a un decennio fa e diventa occasione di gioco soprattutto tra fratelli. .
Entro lo stesso scenario, tuttavia, si evidenziano anche altre occorrenze. Recenti ricerche in materia di fruizione digitale video rilevano un incipiente fenomeno di segmentazione domestica. Segmenti familiari diversi fruiscono autonomamente di prodotti televisivi specifici e differenti; sembra quindi che ci si stia movendo verso la creazione di “legami preferenziali” tra determinati filoni di offerta e specifici target: bambini-cartoni animati, donne-film, uomini-sport. Si ha l’impressione che ogni membro della famiglia soddisfi le sue personali preferenze in modo autonomo attraverso la costruzione di palinsesti personalizzati.
Altri lavori di ricerca che hanno preso in considerazione le due agenzie formative tradizionali della scuola e della famiglia, evidenziano che sono effettivamente poche le famiglie e gli insegnanti in grado di mediare il rapporto adeguatamente con i media; ciò che sembra prevalere è il senso di inadeguatezza e l’atteggiamento di ambivalenza nei loro confronti, di oscillazione tra disagio e curiosità. Gli insegnanti si dichiarano spesso confusi e impotenti nella gestione dei media e delle forme di sapere che essi portano; i genitori si dichiarano in difficoltà nel ruolo di mediatori nel rapporto dei figli (soprattutto se piccoli) con i media. 

La tendenza nei discorsi sociali è a scaricare le colpe ad altri: c’è chi sostiene che gli stessi palinsesti dovrebbero garantire programmazioni adeguate; chi esige una valida regolamentazione del sistema; chi  si accontenta  di misure di controllo (vd. segnalazioni con semaforo o bollino...); chi individua nella famiglia l’agenzia che ha il compito di mediare il rapporto tra le nuove generazioni e i media; chi attribuisce il compito di fornire una alfabetizzazione anche per il linguaggio delle immagini  alla scuola...e così via...
Ma allora cosa si può fare per migliorare le cose?  I media possono essere realmente  uno strumento informativo e formativo per le famiglie, e in generale per la comunità a patto che si riesca a utilizzarli in maniera costruttiva. Innegabile è quindi il loro valore. Ben usati essi possono rendere un servizio inestimabile alla famiglia, alla cultura, alla libertà, alla solidarietà. Il problema é che le singole agenzie formative, qualunque esse siano, non possono essere dilatate illimitatamente e non possono rispondere in tempi sufficientemente brevi alle sempre nuove esigenze.  Il rischio serio che corrono é di scoppiare!

Allora, forse,  la soluzione tanto ovvia da sembrare banale, ma purtroppo ancora così futuristica per l’Italia, é la sinergia degli sforzi, la concertazione degli interventi e la chiarezza dei propositi in merito al “moderno areopago”[xiv], dove si forgiano comportamenti e dove di fatto va delineandosi una nuova cultura.

[i] L. Anolli, R. Ciceri , (a cura di), Elementi di Psicologia della Comunicazione, Led, Milano, 1995.

[ii] Cf E. Scabini, P. Donati, (a cura di), Nuovo Lessico Familiare, Vita e Pensiero, Milano, 1995.

[iii] Cf E. Scabini, V. Cigoli, Il famigliare, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000.

[iv] Nell’economia del contributo ci si limiterà a un accenno alle posizioni predominanti. 

[v] Sono alcuni dei passaggi dell’intervento di Jim Carrey alla conferenza-stampa del film, presentato alla Mostra del cinema di Venezia (“Corriere della Sera”, 7 settembre 1998).

[vi] Cf E. Scabini, L’organizzazione famiglia tra crisi e sviluppo, Angeli, Milano 1985; C.Galimberti, F.Gatti, Nuovi media e famiglia. L’impatto delle nuove tecnologie di comunicazione sulle relazioni familiari, “Vita e Pensiero”, 6, giugno 1994, pp. 416-425,  1994. 

[vii] Un più ampio quadro di questi metodi si trova nei lavori di James Lull (1990)

[viii] Si  veda in proposito F. Crespi, R. Carli, Scelte televisive e dinamiche familiari, Eri, Roma, 1973;  G. Siri, “L’analisi dei mass media e l’introduzione di un punto di vista pragmatico-sistemico”, in Ikon, Milano, n. 2, 1980;   P. Donati, in S. Acquaviva, Crisi della famiglia e mezzi di informazione di massa, in S. Acquaviva (a cura di), Mass media, famiglia e trasformazioni sociali, Sansoni, Firenze, 1980; G Carminati., V. Cigoli., L’Ospite e l’invasore. Governo familiare e televisione, RAI, ERI, 1996; V. Cigoli, Il vello d’oro, Edizioni S. Paolo, ottobre  2000.

[ix] J. Meryrowitz, Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul comportamento sociale, Baskerville, Bologna,  1993. 

[x] G. Carminati, V. Cigoli, L’Ospite e l’invasore. Governo familiare e televisione, RAI, ERI, 1996.

[xi] K. Wojtyla, in K Popper, J. Condry, Cattiva maestra televisione, Reset, Milano,  1996.

[xii] Sul tema per approfondimenti si veda Gozzoli C. , Linguaggi televisivi e realtà familiari: dalla ricerca all’intervento, ed. Unicopli, in press

[xiii] Si veda in proposito Il vello d’oro , 2000

[xiv] come Karol Wojtyla ha definito i media nel messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.


Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it