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La
comunicazione pastorale
La definizione dell'azione
della Chiesa come "pastorale", anche se di origine biblica, è
relativamente nuova nel linguaggio della Chiesa. L'immagine del pastore che
cerca di tenere insieme il gregge e di seguire ogni pecora perduta è
particolarmente adatta a riassumere oggi l'avvicinamento delle persone alla
fede religiosa. Il termine, con il significato che ha assunto nei giorni
nostri, è entrato nel vocabolario comune soprattutto durante il Concilio
Vaticano II ed è stato messo in risalto nel documento di base del Concilio, Lumen
gentium, e anche nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
moderno (Gaudium et spes).
Alla luce del rinnovamento biblico della Chiesa, il termine pastorale sposta
il focus dell'attenzione della
Chiesa da un approccio essenzialmente sacramentale alla prosecuzione della
missione di Cristo nell'annunciare la Buona Novella della venuta definitiva
di Dio per stabilire il suo Regno e convertirsi a esso[i].
Tutte le principali immagini del Vangelo si richiamano all'idea di una
conversione alla "comunità": stare con un gregge, entrare nella
realtà gioiosa, ecc. Gesù ha ripetuto più volte che la legge fondamentale
del Regno è l'amore, per cui l'azione pastorale di riportare le persone smarrite
all'interno del gregge significa ricondurle nel Regno dell'amore.
Il termine "pastorale" trae il suo significato dalla crisi di fede
sottolineata in Gaudium et spes
(4‑10). L'azione, la comunicazione e la teologia pastorale sono tutte
risposte al contesto contemporaneo della persona e da questo assumono il
loro significato: è il contesto della chiamata della nuova o seconda
evangelizzazione.
Un primo aspetto di questa seconda chiamata è che, per la prima volta nella
storia, viviamo in un'epoca in cui vi è una grande libertà religiosa
personale ma all'interno di una cultura che è essenzialmente
a‑religiosa o anti‑religiosa.
La nostra cultura pubblica presume che Dio non sia presente. Se in passato
tutte le cose del mondo venivano considerate come il risultato dell'azione
creativa di Dio ed erano dunque simboli esteriori della sua presenza, oggi il
comune sentire ritiene che tutti gli oggetti e gli eventi abbiano soltanto un
significato pragmatico. Se gli individui desiderano assegnarvi un qualche
significato simbolico, ciò è semplicemente frutto di un'opzione personale.
L'avere una percezione religiosa della realtà non fa parte della nostra
cultura e la religiosità non può essere considerata la base per l'annuncio
del Regno di Dio. Pertanto una delle prime sfide che la comunicazione
pastorale deve saper affrontare è la restaurazione del significato religioso
simbolico di oggetti ed eventi nel linguaggio della sfera pubblica. Come Gaudium
et spes ha giustamente sottolineato, fede e cultura devono in qualche modo
essere ricondotti a un'armonia.
In secondo luogo viviamo in un'epoca nella quale le comunità civili offrono
molte più garanzie di sicurezza fisica, ma nello stesso tempo le comunità di
affetto come la famiglia estesa e la comunità locale sono ampiamente
scomparse o si sono notevolmente indebolite. Se un tempo l'evangelizzazione
dava per scontati questi legami naturali della comunità sui quali doveva
essere poi costruita la comunità cristiana, oggi la comunicazione pastorale
deve anche insegnare alle persone a costruire la comunità "dalla
base". In un mondo sempre più individualistico, la piccola comunità
cristiana assume quindi un significato cruciale e approcci come la
comunicazione di gruppo e l'etica comunitaria risultano di grande
importanza.
In terzo luogo, le scienze umane e sociali offrono una serie di specializzazioni
professionali per risolvere molti dei problemi umani e sociali di oggi. La
consulenza psichiatrica, quella personale e della famiglia o ancora la
consulenza matrimoniale sono in qualche modo diventate un sostituto
dell'azione risanatrice che un tempo apparteneva alla direzione spirituale
del pellegrinaggio, della missione popolare e del ministero sacramentale
ordinario. Purtroppo, anche se questo tipo di consulenza o le più diverse
forme di assistenza sociale possono indubbiamente aiutare le persone ad
agire in maniera più libera, vengono però spesso considerate come "eticamente
neutre" appunto perché evitano così di toccare le opzioni di fede
personali. La comunicazione pastorale si è appropriata di molte di queste
abilità professionali delle scienze sociali e umane rendendole parte del
nostro ministero, ma nello stesso tempo sottolinea come ciò sia
insufficiente se non si portano le persone a valutare i propri impegni
religiosi.
In quarto luogo, la società moderna tende a segmentare le persone in gruppi
di mercato: bambini, giovani, famiglie di lavoratori, anziani o diversi strati
sociali. La vecchia idea di una comunità omogenea di contadini o di
abitanti di un dato villaggio non è più valida. Pertanto le nostre omelie,
liturgie e tutti gli altri ministeri tendono a essere orientati verso uno
specifico segmento cosicché abbiamo una pastorale giovanile, familiare,
degli anziani, dei lavoratori, dei professionisti e così via. Ma con questa
segmentazione, come possiamo costruire una comune famiglia attorno alla tavola
eucaristica?
In quinto luogo, con l'affermarsi di una grande mobilità geografica e
sociale, è diventato estremamente difficile per la parrocchia tradizionale,
basata sul villaggio o sul quartiere, rimanere in contatto con le persone.
Nei grandi complessi condominiali di oggi la maggior parte delle persone
conosce a malapena la famiglia che gli vive accanto. I sociologi della
religione sottolineano che le persone oggi non formano più i loro valori
personali attorno ai sistemi valoriali istituzionali, ma tendono invece a
scegliere ecletticamente da una grande varietà di sistemi valoriali
ritagliandosi così una loro "religione" individuale. E' tanto
facile oggi per una persona essere separata dalla comunità cristiana quanto
è difficile per il pastore riportarla a un "unico gregge".
In sesto luogo, la famiglia, la comunità e i leader religiosi locali non sono
più i narratori esclusivi della nostra cultura né costituiscono più il
contesto principale per la trasmissione dei valori da una generazione
all'altra. I mass-media sono diventati essenziali per la condivisione comunicativa
della città e della nazione in quanto rappresentano appunto i maggiori
narratori della nostra epoca[ii] . Idealmente la parrocchia
locale dovrebbe imparare a incorporare i media nel proprio ministero, proprio
come ha fatto con le scienze di consulenza. Purtroppo la leadership pastorale
non solo non capisce i media e la loro cultura, ma spesso preferisce
ignorare del tutto questa parte della vita delle persone di oggi.
E' significativo che molti aspetti di questa crisi di relazione tra fede e
mondo contemporaneo abbiano a che fare con problemi di comunicazione. Come
hanno reagito i maggiori studiosi in merito allo sviluppo di una disciplina
della comunicazione pastorale? Vi sono stati diversi tipi di risposte. A volte
la risposta ha assunto la forma della pratica comunicativa come, per esempio,
con la produzione dei media audiovisivi. In altri casi si è rivolta agli
studi letterari (soprattutto all'analisi semiotica), alla sociologia e
all'antropologia della religione. A volte il linguaggio è stato molto più
pedagogico mentre altre volte gli studiosi hanno parlato dalla prospettiva
della loro disciplina teologica.
In questo studio vorrei presentare le tre maggiori aree di discussione
presenti nel dibattito sulla nuova disciplina della comunicazione pastorale:
il simbolismo religioso, la narrazione, la creazione di contesti rituali per
la conversione alla comunità. Inoltre vorrei suggerire quattro approcci
metodologici fondamentali che possono risultare particolarmente utili per
capire meglio i processi di comunicazione pastorale presenti all'interno di
queste aree: l'analisi culturale suggerita dall'antropologia culturale
attraverso lo studio, per esempio, del simbolismo religioso; lo studio del
processo di comunicazione implicito nel simbolismo religioso; la tradizione
della teologia e infine l'approccio della comunicazione pastorale.
L'antropologia culturale è utile perché ci aiuta a definire il simbolismo
religioso a un livello fenomenologico che precede l'analisi della
comunicazione o l'analisi teologica. L'antropologia culturale ci fa vedere
anche che il processo della comunicazione religiosa implicito nel simbolismo
religioso è universale in tutte le culture e questo ci rende possibile andare
al di là dell'ideologia della nostra cultura per inquadrare la pratica
religiosa anche all'interno di un contesto che apparentemente sembra negare
la presenza della religione.
La comprensione della natura della comunicazione umana fa si che possiamo
afferrare meglio i meccanismi del processo di comunicazione pastorale. La
comunicazione, in termini molto generali, non si riferisce a un modello di
trasmissione lineare fonte‑messaggio‑medium‑destinatario‑effetti,
ma alla creazione di un significato condiviso attraverso un processo di
interazione comune, sia essa di natura consensuale o conflittuale. Anche
nelle famiglie più unite vi è una continua negoziazione del significato per
costruire codici comuni. Quando una moglie trova un marito brontolone che fa
commenti ironici e pungenti a colazione si chiede immediatamente “Che cosa
intende dire con queste parole?”. Anche la comunicazione pastorale è una
continua opera di negoziazione dei significato per trovare codici comuni.
L'adozione di un particolare approccio di comunicazione pastorale si basa su
premesse teologiche specifiche. Per teologia intendo qui la "prospettiva
di Dio". La teologia ci dà occhi per vedere la presenza di Dio in azioni
ed eventi che la persona priva di senso teologico può anche vedere ma non sa
distinguere dagli altri aspetti dell'esperienza umana. Come la persona che
conosce la scienza medica può vedere i sintomi e i segni di uno stato di
salute buono o malato, così il teologo ci fa vedere l'azione dello Spirito
Santo. Il desiderio costante di perdonare, che per il credente è segno
dell'azione ispiratrice dello Spirito, per una persona priva di senso
teologico è semplicemente il segno di una personalità dotata di buona
educazione. La teologia in questo senso allargato ci dà la capacità di
discernere la presenza di Dio e di afferrare come Egli si riveli in noi.
1. Restaurare la capacità simbolica di percepire il mondo attorno a noi
Uno dei problemi principali della comunicazione pastorale, come notavamo
prima, è che le persone oggi non percepiscono il mondo in maniera religiosa.
Nelle culture religiose ogni oggetto ha un significato pragmatico di cui tutti
sono ben consapevoli, ma tale significato non è che un segno esteriore
dell'azione dinamica di Dio. Il contadino, per esempio, sa bene che deve dare
acqua e fertilizzanti al seme che ha piantato, ma quando pianta egli prega
anche che Dio possa far crescere il seme e quando arriva il momento del
raccolto lo ringrazia per l'abbondanza concessagli. La premessa di una
persona religiosa, sia essa un contadino o un Primo Ministro, è che Dio è
presente e attivo in tutte le nostre azioni. Secondo questa prospettiva, le
nostre azioni ci rendono co‑costruttori insieme a Dio.
Nella civiltà occidentale, tuttavia, all'inizio dell'era moderna fu deciso
di limitare il discorso della sfera pubblica al significato pragmatico degli
oggetti e degli eventi e di spostare la discussione sui significati simbolici
e religiosi alla sfera privata, in parte per evitare conflitti e persecuzioni
religiose. A mano a mano che il discorso pubblico a‑teologico è
penetrato in tutte le aree dei linguaggio e dello spirito, è stato sempre più
difficile trovare "parole" culturali per identificare la presenza
di Dio. Il significato simbolico religioso è stato spostato nell'area del
"sentìmento emotivo", della "poesia% dei "sogni". La
religione è stata considerata non più parte dei mondo reale ma del mondo
soggettivo degli individui. li funzionalismo psicologico e sociologico, una
grande corrente intellettuale dei nostri tempi, ha ratificato questa
prospettiva facendo della religione semplicemente una funzione necessaria
per sostenere un certo sistema sociale. Nel discorso della sociologia sulla
religione si è unanimemente riconosciuto che la presenza di Dio nel mondo non
ha una esistenza reale e obiettiva, ma è solo una proiezione o
esteriorizzazione di sentimenti soggettivi.
La restaurazione del significato simbolico religioso degli oggetti e degli
eventi è giunta dagli antropologi culturali e dai sociologi della cultura. I
primi, basandosi sulla descrizione fenomenologica degli eventi, osservano che
gli esseri umani si distinguono dagli altri esseri viventi, soprattutto gli
animali, per la loro capacità di creare simboli. Gli umani trasmettono le
loro capacità e le loro conoscenze da una generazione all'altra attraverso le
formazioni simboliche del linguaggio. Sono i soli a saper creare una
concezione simbolica del loro mondo e a sapere come viverci dentro. Ecco perché
possiamo dire che gli umani non sono semplicemente parte della storia e della
cultura ma contribuiscono in maniera essenziale a crearla. Pertanto i simboli
non solo sono "reali", ma poiché creano la cultura e la civiltà
sono anche gli aspetti più reali dell'esperienza umana. Senza questa capacità
simbolica, gli umani non sarebbero più tali. Il sogno dell'Illuminismo di
trovare dei principi di razionalità logica che andassero al di là di questa
nostra capacità simbolica non si è mai realizzato.
Vi è un consenso piuttosto ampio tra gli antropologi nel ritenere che la
religione sia essenzialmente un sistema di simboli. Clifford Geertz, per
esempio, definisce la religione “[ ...] un sistema di simboli che agisce in
maniera tale da stabilire tra gli uomini umori e motivazioni potenti,
pervasive e durature attraverso la formulazione dì una concezione particolare
dell'ordine generale dell'esistenza e la conseguente attribuzione a questa
concezione di una tale aura di fattualità da far apparire tali umori e
motivazioni dei tutto realistici”[iii].
1.1. L'analisi comunicativa del simbolismo religioso
Come abbiamo notato precedentemente, la comunicazione è un processo di
interazione da cui ha origine il significato. Analizzando il processo di
comunicazione possiamo gradualmente arrivare a distinguere diversi livelli di
significato: pragmatico, proto- simbolico e proto‑religioso, simbolico
e religioso propriamente detto.
Un'attività come quella del pescatore e dell'insegnante è prima di tutto
un'attività strumentale, pragmatica. Con il passare del tempo pescare o
insegnare diventa parte della personalità dell'individuo che cresce
rallegrandosi del suo successo nel pescare o nell'insegnare e nell'autostima
di ciò che può fare grazie alle sue capacità. Il lavoro genera grande
motivazione ed energia nella personalità per cui ciò che inizialmente è
solo uno strumento distante dal proprio senso dì identità assume
gradualmente il significato di una parte essenziale di se stessi.
Attraverso l'interazione con le altre persone che reagiscono in maniera
favorevole al modo in cui il pescatore pesca o l'insegnante insegna, il
lavoro può cominciare a essere considerato come un bene sociale più ampio:
un servizio agli altri, lo sviluppo della cultura e di talenti che sono
importanti per la comunità, un modo per trasmettere valori da una generazione
all'altra, ecc. Come si vede, un'attività nata come fatto puramente
strumentale finisce con l'acquisire il significato di un bene che nasce dalla
creatività degli individui e che contribuisce al miglioramento del mondo in
generale. Tale significato viene creato in parte dall'interazione con gli
altri che hanno stima delle nostre capacità e in parte dal dialogo interiore
e intrapersonale con le radici della bontà dell'essere e del mondo intorno a
noi. Si tratta di una sorta di significato proto‑religioso in quanto il
lavoro assume significato come parte della bontà della creazione e della
armonia relazionale della nostra esistenza.
Un terzo livello di significato emerge dal legame fra il lavoro e l'identità
dell'individuo da una parte e la cultura che li celebra come importanti per
la società dall'altra. Il lavoro diventa allora parte dei miti della famiglia
e della comunità e quindi elemento essenziale del mondo circostante. In
questo senso pescare diventa un simbolo che risiede nel cuore stesso dei
valori culturali comuni mentre l'insegnamento rappresenta un momento
essenziale per la risoluzione dei problemi culturali della nostra comunità.
Pescatori e insegnanti diventano gli eroi delle nostre storie culturali.
Un quarto livello di significato emerge dall'interazione con il profeta e la
persona santa che vedono tutto nei termini della storia mitica e del
significato ultimo del mondo. Il profeta di una nazione vede il lavoro come
momento centrale dell'origine e del destino di un popolo. Il profeta
religioso lo considera come fondamento per la costruzione del Regno.
Quando Gesù dice a Pietro “Ti farò
pescatore di uomini” sottintende tutti questi livelli di significato
‑ pragmatico, proto‑religioso e culturale ‑e ribadisce che
tutti insieme creano il significato religioso di condurre le persone nel Regno
di Dio. 1Jenergia, la motivazione e la forza di carattere di Pietro come
pescatore abile e industrioso saranno dedicate alla costruzione del Regno di
Dio. Anche l'amore di Pietro per il mestiere di pescatore e la stima di cui
gli abili pescatori come lui godono nella cultura della Galilea e del
Mediterraneo contribuiranno all'avvento del Regno di Dio.
Tutti i dialoghi di Gesù, come quello con la donna Samaritana al pozzo, sono
un gioco di significati in cui semplici parole come acqua acquisiscono un
nuovo significato religioso alla luce della costruzione dei Regno. Il termine
acqua nel vocabolario cristiano significa Spirito, ma questo significato porta
con sé anche il significato pragmatico dell'acqua usata per irrigare, bere
e lavarsi; il significato proto‑religioso è quello di essere un
prezioso dono di Dio, mentre il significato religioso propriamente detto è
quello dello Spirito di Dio che dà nuova vita a tutti gli esseri viventi.
Ciò che caratterizza la comunicazione pastorale di Gesù è la capacità di
generare, attraverso l'interazione con gli altri, un profondo significato
religioso che però è già in qualche modo presente nelle persone. Esse sono
consapevoli della presenza del significato religioso nella loro coscienza e
cultura, ma Gesù, con il suo senso di missione, riesce a condurle alla
consapevolezza della complessità di significato di tutte le cose e gli
eventi. Alla fine dei dialogo con Gesù ogni cosa è diventata come una
finestra aperta sull'azione amorosa dello Spirito nella nostra coscienza e in
tutto il creato.
Dobbiamo applicare in ogni situazione pastorale questo tipo di analisi della
comunicazione che Gesù ha saputo usare così sapientemente e come lui la
Chiesa degli albori, particolarmente vicina al modo di comunicare di Gesù.
1.2.
La lettura religiosa e teologica della nostra esperienza
Tutte le religioni si fondano sulla capacità di "leggere" i segni
esteriori a cui la divinità, e soprattutto il potere della divinità,
ricorre per manifestarsi. Questi segni possono rivelare una presenza a noi
esterna. Per esempio, Mosè si rende conto della presenza di Dio vedendo un
cespuglio in fiamme o quando una nuvola copre il tabernacolo. La tradizione
religiosa di Israele era una tradizione secondo cui l'azione di Dio era
rivolta a favore del suo popolo e al compimento del suo destino sacro. Per il
popolo di Israele questo era del tutto normale in quanto la sua teologia
vedeva Dio come forza creatrice di tutta l'esistenza. L'aspetto più reale di
ogni esperienza umana sta in questa forza che agisce su tutte le cose. Dio
parla alle persone tramite la sua azione creatrice, e soprattutto tramite i
suoi atti di amore e la promessa di salvezza dal pericolo e dalla distruzione
del suo popolo. Ogni azione umana diventa così un dialogo con Dio che opera
nella nostra coscienza, nelle persone attorno a noi, nello sviluppo della
storia e nella bontà e bellezza della natura. Coloro che possiedono un dono
profetico hanno ricevuto una chiamata speciale e una altrettanto speciale
capacità di leggere la presenza di Dio soprattutto negli eventi storici.
Tutto questo fa parte del discorso pubblico di Israele. In questo contesto
non vi è spazio alcuno per la persona non religiosa. Tutti sono perfettamente
consapevoli del significato pragmatico delle cose e al tempo stesso del loro
significato culturale e religioso, e soprattutto dell'azione pervasiva di
Dio che dà a ogni evento, oggetto, azione il suo reale significato.
Per Israele il potere dinamico di Dio su tutti gli eventi e le persone
rappresenta l'espressione del suo Spirito creatore. Un'importante metafora
della presenza divina è quella del soffio vitale di Dio che dà vita a tutte
le cose. Dio è Spirito mobile, respiro, vento. Questo potere dinamico viene
anche espresso attraverso la metafora dell'acqua: la pioggia che cade su una
terra semi‑arida e che ridona vita e fertilità. Il dono della saggezza
è dunque quello di vedere, con un'illuminazione interiore, che l'ordine e
il senso ultimo del creato sono anche segni dello Spirito creatore di Dio.
Questi segni dello Spirito, così cruciali nella vita quotidiana delle
persone, diventano allora oggetti privilegiati, simboli centrali che possono
aprire la via alla scoperta della presenza di Dio in maniera molto speciale.
Poiché Dio è presente in tutte le cose e si mostra attraverso segni
esteriori, come il soffio vitale o la saggezza, vi è una connessione diretta
tra l'azione di Dio e questi segni esteriori. Così se riusciamo a riportarli
in un contesto rituale sacro possiamo creare uno spazio ideale per la
manifestazione della presenza di Dio. Non possiamo naturalmente "comandare"
a questa presenza di venire, ma conoscendo l'amore e la misericordia di Dio
e la nostra alleanza con Lui, noi nutriamo una fede profonda che questi segni
esteriori possano mostrarci la presenza dell'azione salvifica di Dio. Essi
preparano l'altare e vi dispongono le nostre offerte così che Dio possa
venire a prenderle.
Nel rendere presente il simbolo facciamo in modo che l'azione creatrice di
Dio possa manifestarsi e rendiamo testimonianza della nostra fede, impegno e
unione con il disegno di Dio teso a stabilire il Regno dell'amore in questo
mondo e nel prossimo. Il simbolo può essere un segno esteriore della presenza
di Dio, ma se non simboleggia anche il mio sentimento interiore e il mio
impegno a realizzare l'ordine di Dio non ha alcun significato. Pertanto
rendere presente il simbolo in un contesto rituale non rappresenta
semplicemente una proiezione soggettiva del desiderio umano ma anche,
secondo questa visione teologica, la partecipazione umana alla creazione
divina della storia.
I simboli sono produzioni culturali come tante altre espressioni umane di
senso, ma in tutte le culture si è sviluppata una teologia che dà particolare
rilievo ad alcuni di questi simboli rendendoli luogo privilegiato per la
manifestazione della presenza di Dio. Per esempio, gli indiani delle praterie
americane, sui quali ho compiuto studi di antropologia per qualche anno, erano
un popolo di cacciatori che vivevano in unione simbiotica con il bufalo e
con gli altri animali della prateria. Non sorprende quindi che gli animali
fossero per loro un segno esteriore che rivelava la presenza di Dio. Nella sua
grande "ricerca personale della visione" l'indiano Sioux, solo per
giorni tra le montagne, godeva della rivelazione della divinità che gli
rendeva chiara la vocazione della sua vita attraverso un animale.
Gli esseri umani testimoniano la forza creatrice dinamica di Dio sia nella
loro coscienza che nel mondo che li circonda e ne vivono la presenza in
maniera del tutto speciale. Infatti, anche se Dio è presente in tutti gli
esseri viventi (piante, animali, pietre) secondo la natura della loro
esistenza, solo gli esseri umani ne possono avere piena consapevolezza. Non
sorprende quindi che la coscienza interiore sia considerata nella maggior
parte dei sistemi teologici come il punto di contatto privilegiato con la
divinità. A volte questo contatto può prendere la forma di un sogno o di una
visione, o più semplicemente essere il discernimento interiore delle proprie
motivazioni. Il significato dell'esperienza interiore del perdono,
dell'amore e della ricerca dell'armonia sono espressioni particolari dello
Spirito di Dio perché il significato stesso dell'universo è la ricerca
dell'armonia e dell'amore. Conosciamo Dio come Dio dell'amore e la teologia ci
aiuta a capire che tutte le azioni che portano all'amore e alla comunità sono
manifestazioni privilegiate di Dio.
Il cristianesimo ha costruito il suo sistema di simboli religiosi attorno
alla figura di Gesù come segno esteriore della presenza di Dio nella storia.
Gesù ha consacrato il suo corpo e il suo sangue nel pasto sacramentale
dell'Eucaristia rendendolo momento privilegiato della comunione con il
Padre. La definizione classica del sacramento come "segno esteriore che
conferisce una grazia interiore" suggerisce il potere di invocare
l'azione divina ma anche il fatto che la manifestazione di tale azione è del
tutto gratuita, è qualcosa che la persona di fede può chiedere nella
preghiera, ma che non può certo pretendere.
Il Cristo risorto manda il suo Spirito nella comunità dei fedeli e in questo
atto i cristiani trovano un simbolo privilegiato che apre all'esperienza
dello Spirito di Dio.
1.3.
La comunicazione pastorale come processo di trasformazione delle attività
pragmatiche e dei simboli culturali in simboli del Regno di Dio
Abbiamo visto che il genio della comunicazione di Gesù sta nella sua capacità
di generare, attraverso l'interazione con le persone con le quali entra in
contatto, tutta una serie di simboli che le rendono consapevoli dell'azione
dello Spirito in loro. Parte del significato simbolico proviene dai mestieri
e dalla cultura di queste persone così che esse stesse contribuiscono alla
creazione di questo significato. Gesù parte sempre dai loro sentimenti
proto‑religiosi e dai simboli religiosi presenti nella cultura locale
(il significato sacro dell'acqua, per esempio) e li trasforma in simboli del
Regno di Dio. In questo modo egli riesce a rendere le persone consapevoli
della venuta del Regno di Dio e a farsi riconoscere come Messia che annuncia
questa venuta.
La conversazione con la donna Samaritana al pozzo è forse l'esempio più
classico di comunicazione pastorale. Gesù inizia la conversazione e presto
riesce a oltrepassare ogni barriera etnica, religiosa o di genere. Egli
parla della creazione a partire dal più comune, immediato e pragmatico degli
oggetti ‑ l'acqua del pozzo ‑ e nello stesso tempo entra
direttamente nella vita di questa donna. Il suo mestiere è portare acqua in
giro per il villaggio attingendo dal pozzo, che per questa donna è quindi
un luogo molto familiare.
Gesù individua rapidamente il più forte dei desideri della donna ‑
liberarsi dalla schiavitù di portare l'acqua ‑ e le offre un'acqua
attinta da una fonte vitale. Gesù sta già operando all'interno dei
molteplici livelli di significato della parola acqua. Come molti, la donna
Samaritana non riesce ad andare al di là del significato pragmatico di
questa parola. E' solo quando accenna al punto più doloroso della sua
infelice vita ‑ l'essere stata abbandonata da cinque uomini ‑ che
Gesù tocca il suo più grande desiderio. Non l'accusa mai di aver causato la
sua sventura, ma le parla invece in maniera tale da darle la speranza che
nel Regno di Dio anche lei potrà trovare il vero amore. Il desiderio più
profondo della donna Samaritana non è altro che il desiderio del Regno di
Dio. Gesù le rivela la venuta del Regno attraverso il Messia e così facendo
manifesta il Regno attraverso il simbolo dell'acqua con tutti i suoi
molteplici significati.
La donna Samaritana termina la conversazione con un profondo atto di fede in
Gesù come Messia e nella venuta del Regno. Essa stessa si fa annunciatrice
della Buona Novella nel villaggio. Come in molte altre conversazioni, anche in
questo caso Gesù riesce a strappare la donna Samaritana dalla sua
disperazione e dal suo cinismo, ricorrendo agli oggetti pragmatici che sono più
vicini alla sua identità e al suo senso proto‑religioso. In tutti i
casi Gesù si comporta sempre come il buon pastore che riesce a riportare le
persone all'interno della comunità di amore rendendole a loro volta apostole
del Regno di Dio.
La capacità di Gesù di generare simboli del Regno dà l'avvio alla
tradizione dell'uso di simboli nella comunicazione pastorale, come dimostrano
le lettere di Pietro, Paolo, Giacomo e degli altri apostoli. Tutte le
lettere di Paolo, per esempio, sono piene di simboli dello Spirito che aiutano
i fedeli delle comunità cristiane da lui create a vedere lo Spirito nei loro
sforzi di amore, pazienza e nelle altre azioni, e a vivere quindi in unione
con lo Spirito.
La vitalità del cristianesimo sta nella sua capacità di scoprire nelle
diverse culture, nei diversi contesti storici, nelle diverse situazioni di
vita simboli che sono importanti per le persone e che possono quindi diventare
anche simboli del Regno dell'amore. Attraverso questo legame tra sacro e
profano, il lavoro e le preoccupazioni quotidiane delle persone possono
diventare luogo di intensa preghiera e scoperta dell'azione dello Spirito.
In un contesto agricolo, per esempio, le aspettative, i desideri e le
associazioni connotative legate alla semina, alla coltivazione e al raccolto
diventano simboli del processo di costruzione del Regno di Dio. Il raccolto e
la festa che lo celebra sono il simbolo della realizzazione di questo Regno.
Le persone vivono intensamente la gioia e il senso di appagamento di questi
momenti proto‑religiosi e con ansia attendono il raccolto finale cui
tutto ciò prelude.
In un contesto più moderno il cristianesimo ha trovato potenti speranze e
motivazioni nella scuola, divenuta simbolo del Regno. La scuola rappresenta
infatti un importante passo verso lo sviluppo di uno spirito di impegno.
professionale e servizio sia verso le singole persone che verso la società
nel suo complesso. In altri contesti i simboli sono legati al desiderio di una
società più giusta che, quindi, diventa simbolo del Regno.
Nei seguenti casi, possiamo notare diversi aspetti della comunicazione
pastorale che somigliano molto alla predicazione di Gesù e degli apostoli.
Il comunicatore pastorale, animato da un genuino amore e apprezzamento della
persona o del gruppo cui si rivolge, scopre le profonde motivazioni che
sottostanno a un determinato lavoro o talento e da qui costruisce una
relazione di amore e solidarietà con le persone.
Il senso proto‑religioso e il simbolismo culturale presenti in una data
società rivelano motivazioni e desideri positivi che possono contribuire
alla fondazione del Regno dell'amore.
La testimonianza del comunicatore pastorale del Regno porta la persona che
ascolta a riflettere più profondamente sui simboli culturali così da
scoprire lo Spirito che sta alla base del suo senso proto‑religioso e
del simbolismo della cultura in cui vive.
La persona (o il gruppo) si prende allora l'impegno di contribuire
all'affermazione del Regno e comincia la lunga e spesso difficile scoperta
del significato più pieno dei simboli del Regno, soprattutto il significato
della Croce e il mistero pasquale. La persona (o il gruppo) è sostenuta in
questo suo impegno dall'unione con gli altri, dalla comune motivazione e dal
senso di identità con il Regno.
Molti di questi piccoli rituali presenti nella vita delle persone, momenti
di celebrazione dell'elemento proto‑religioso e quasi sacro, rappresentano
già un esempio di unione con Dio, spesso senza che se ne abbia una piena
consapevolezza teologica. Si collocano tra gli aspetti più pragmatici della
vita quotidiana in un modo che però riesce a far toccare alle persone un
forte senso di comunità. Le feste e le cene cui Gesù era solito partecipare
con i suoi discepoli sono spesso simboli del Regno di Dio. Quando questi
piccoli rituali vengono legati simbolicamente al grande rituale del mistero
pasquale diventano momenti di profonda unione con lo Spirito e di preghiera.
Spesso basta soltanto il simbolo per portare una persona alla preghiera e
all'unione con lo Spirito. In questo caso esso diventa il focus centrale di
una devozione come quella del Sacro Cuore o di altre devozioni simili che si
sono succedute nel corso della storia del cristianesimo. Il culto del Sacro
Cuore, per esempio, è direttamente collegato con i simboli biblici e con il
mistero pasquale. Ma è anche collegato a una grande varietà di ansie,
motivazioni e desideri umani e ha generato molte sotto‑devozioni come
l'assunzione della sacra Comunione nei nove venerdì successivi per ottenere
la grazia di una morte serena, o la consacrazione della casa al Sacro Cuore
per avere la benedizione di Dio sulla casa e sulla famiglia. La devozione del
Sacro Cuore si è sempre più concentrata attorno alla famiglia ed è stata
particolarmente importante nel diciannovesimo secolo durante le grandi
migrazioni europee dalle aree rurali verso le città dove l'unità
tradizionale delle famiglie veniva sottoposta a mille pressioni diverse.
A volte una persona particolarmente carismatica e santa, nell'aiutare gli
altri a vedere il significato sacro della vita diventa leader di un movimento.
I simboli prescelti provocano nei seguaci un'esplosione immensa di talenti e
motivazioni. Quasi sempre i fondatori di movimenti religiosi sono anche
creatori di un ricco e variegato repertorio di simboli che sanno catturare
l'immaginazione della gente di un certo periodo storico in quanto sanno
basarsi sulle aspettative tipiche del tempo. Per esempio, l'umile saio di
Madre Teresa di Calcutta, scelto come veste monacale è diventato simbolo del
Regno all'interno della società consumistica.
2. La comunicazione pastorale
come creazione di storie che si basano sul desiderio del regno e i cui eroi
rappresentano figure di Cristo
Un secondo approccio fondamentale del cristianesimo verso la comunicazione
pastorale è l'uso della narrazione come forma privilegiata di comunicazione.
Gesù conosceva bene ciò che gli antropologi culturali hanno scoperto oggi,
e cioè che i valori vengono trasmessi da una generazione all'altra
attraverso il racconto di storie. Se si vuole evocare la fede nel Regno di Dio
il modo migliore non è il ragionamento analitico ma il racconto.
Anche questa forma di comunicazione pastorale ha origine dal modello di
comunicazione inaugurato da Gesù che consiste nel trasmettere gli
insegnamenti teologici attraverso racconti o proverbi legati alla vita
quotidiana. Il discorso che il Vangelo usa per descrivere Gesù è esso stesso
un racconto e anche la teologia del mistero pasquale viene presentata come
narrazione della morte e risurrezione di Gesù Cristo.
Come la creazione dei simboli, anche le storie nascono dal dialogo e sono una
risposta a determinate questioni. Non di rado Gesù evita espressamente di
impelagarsi in certi dibattiti legali o teologici, che non convincerebbero
nessuno. Come nel caso dell'uomo di legge che, avendogli chiesto “Chi è
il mio vicino?”, si sente raccontare da Gesù la parabola del Buon
Samaritano.
Nell'annunciare la Buona Novella del Regno di Dio, il problema comunicativo
principale che Gesù si trova ad affrontare è che la tradizione ebraica
aveva creato l'aspettativá di un Dio che avrebbe trasformato la società in
termini politici, dando vita a un Regno in cui il potere politico ed
economico degli ebrei sarebbe stato restaurato. Gesù, come tutti gli altri
profeti prima di lui, parla invece di un Dio d'amore e di una società
comunitaria basata sull'incondizionato amore e servizio verso gli altri.
Anziché parlare di ricchezza, potere e vendetta, Gesù annuncia l'avvento dì
un Regno nel quale l'abbandono delle ricchezze, il servizio agli altri e il
perdono sono i valori più alti. Anziché parlare di potere militare, Gesù
promette lo Spirito dell'amore.
Chiunque abbia un minimo di esperienza in una parrocchia sa bene quanto il
Vangelo sia difficile da comunicare nelle diverse culture e nei diversi
momenti storici. Come già ai tempi di Gesù, la gente di oggi non è disposta
ad abbandonare le proprie ricchezze o a mettere gratuitamente a disposizione
degli altri il proprio talento. Per comunicare efficacemente il suo annuncio
dell'avvento definitivo del Regno di Dio Gesù preferisce ricorrere al
linguaggio dei paradossi. Uno di questi è rappresentato dalla teologia del
paradosso della croce, che riassume bene la teologia dei Nuovo Testamento e
del racconto del Vangelo. Da una parte il Regno di Dio è indubbiamente un
regno nel senso che dà forma a certe relazioni sociali, ma nello stesso tempo
i suoi valori sono esattamente all'opposto di quelli di un regno secolare di
potere. Le persone più stimate nel Regno non sono le élites farisaiche ma
coloro che si realizzano in piena umiltà, sono i deboli la cui virtù si
compie solo attraverso il potere di Dio. Gli eroi dei racconti di Gesù
appartengono alle minoranze etniche più disprezzate come i Samaritani; agli
emarginati come gli esattori delle tasse; ai peccatori più grandi come le
prostitute convertite. Il Regno di Dio è il regno della gloria ma la più
grande manifestazione di questa gloria sta nel simbolo massimo dell'umiltà
totale: la croce. La croce è gloriosa perché è il simbolo dell'amore
incondizionato, del donare la propria vita agli altri.
La struttura dei racconti di Gesù segue l'andamento classico della
narrazione:
l. si apre con una rappresentazione iniziale di uno stato di armonia, come il
figlio prodigo che risiede nella casa del padre;
2. prosegue con la rottura di quest'armonia attraverso il verificarsi di un
evento che rappresenta una violazione delle norme morali condivise dal
pubblico: il figlio rifiuta la bontà del padre e ne abbandona la casa per
sperperare la sua parte di eredità in una vita di peccato e dissolutezza;
3. l'eroe (il figlio) ritorna dal padre, un padre che si comporta in maniera
del tutto diversa da come si aspetterebbe il pubblico. Normalmente i
genitori promettono l'eredità ai figli in cambio della loro obbedienza, in
caso contrario verranno puniti e diseredati. Invece il padre della parabola
raccontata da Gesù, eroe al pari del figlio prodigo, riaccoglie il figlio e
celebra con grandi festeggiamenti il suo ritorno;
4. malvagio e anti‑simbolo in questa storia è proprio quel figlio che
il pubblico sarebbe portato a elogiare, colui che rimane ubbidientemente a
casa e che resta fedele al padre. La sua colpa maggiore sta nel non avere
perdonato il fratello ribelle;
5. la storia termina con una ricostituzione dell'armonia iniziale, e cioè con
una festa nella quale il vitello più grasso, destinato per un'occasione
speciale, viene ucciso, una festa che diventa simbolo del Regno di Dio.
Il padre, anche se si comporta in maniera contraria alle aspettative della
cultura dominante, viene rappresentato in maniera così bella da toccare i
nostri cuori e da suscitare la nostra identificazione, e così pure il figlio
prodigo. Al contrario non ci riconosciamo affatto nel figlio maggiore
ipocrita, che invece sembra meglio rispondere alle norme culturali dominanti.
Il potere di Gesù non sta soltanto nella natura paradossale dei suoi racconti
con i quali ci invita a identificarci con i valori del Regno. I racconti sono
costruiti sul profondo desiderio psicologico di armonia e comunità e sulla
suspense che la rottura della comunità e dell'armonia iniziali provocano. Il
pubblico finisce con l'identificarsi con l'eroe anticulturale, anche se
questo va contro i suoi stessi valori. Con i suoi racconti Gesù tocca i
nostri cuori ed evoca in noi un atto di fede.
Questa tradizione di narrazione è proseguita nel corso della storia del
cristianesimo. Con la seconda generazione di cristiani dopo la morte di
Cristo, quando il canone scritto del Vangelo è ormai codificato, i racconti
introducono un nuovo tipo di figura paradossale: colui che è contrario sia ai
valori culturali dell'Impero Romano che a molti dei valori che si stavano
rapidamente affermando tra i cristiani.
Fra i principali racconti di questo periodo ricordiamo quelli legati alle
storie di martiri, in massima parte raccolte e conservate dal papa San Damaso.
Spesso questi eroi sono figure paradossali: giovani donne che si comportano in
maniera eroica davanti alle torture più crudeli, ma che rinnegano anche quei
cristiani ricchi e potenti che dinanzi a pericoli simili hanno rinunciato alla
loro fede. Altri filoni narrativi sono gli esempi di generosità
incondizionata verso i poveri, come quello di San Martino di Tours; le storie
di conversione, soprattutto delle persone più ricche e istruite che
abbandonano tutto per seguire Cristo; i racconti di coloro che vanno a vivere
nel deserto o negli eremi. Un altro filone ancora è quello degli apostoli
fondatori delle chiese, spesso ricco di miracoli incredibili e di grandi
esempi di coraggio e martirio.
L'insieme di queste storie costituisce la comunicazione omiletica e
catechetica del tempo. Presto diventano la base per le rappresentazioni
pittoriche della Chiesa, come è possibile vedere nella Chiesa inferiore di
San Clemente a Roma, ma anche di quelle scultoree e delle arti visive in
genere. Più tardi diverranno anche la base per il teatro popolare nelle
piazze dei villaggi.
Uno dei motivi principali della crisi della comunicazione pastorale della
Chiesa è stato il graduale allontanamento dalla forma narrativa a favore di
una comunicazione più analitica e astratta. La stampa ha introdotto il
catechismo, che però si è spesso ridotto a una somma di precetti dogmatici
in cui prevale il richiamo all'intelletto più che alla fede della persona.
3. La comunicazione pastorale
come contesto rituale per la conversione alla comunità cristiana
Una terza forma di comunicazione pastorale, che è diventata sempre più
importante nella storia dei cristianesimo, è il ritiro dalle routìne della
vita pratica per giungere a una più intensa esperienza rituale della
rivelazione di Dio e provare così una profonda conversione alla comunità
cristiana.
3.
1.
L'analisi culturale
Prima di spiegare la centralità della conversione alla comunità nella
tradizione cristiana, può essere utile definire i concetti di rituale e di
conversione alla comunità cosi come sono stati sviluppati dall'antropologia
culturale, soprattutto da Victor Turner[iv].
Gli studi di Turner sui riti di iniziazione sia di giovani uomini e donne
alla vita adulta che di leaders ai loro ruoli di potere hanno rivelato che
tali riti sono essenzialmente destinati a sviluppare un profondo senso di
lealtà e di dedizione al clan e alla comunità tribale. Gli impegni
pragmatici portano naturalmente alla creazione di rivalità individualistiche
in quanto coloro che occupano cariche di potere e ruoli di leadership
possono facilmente pensare che questo loro potere è a proprio esclusivo
vantaggio e non a servizio della comunità. Per questo i giovani vengono
allontanati dalla routine pragmatica della comunità e condotti in un
contesto simbolico basato su intense relazioni comuni che lasciano
un'indelebile traccia nella loro personalità. In questo contesto essi vengono
simbolicamente umiliati e la loro capacità di subordinare i propri interessi
individuali alla comunità viene duramente messa alla prova. Gli iniziandi
vengono anche introdotti ai miti della comunità nei quali si delinea la
storia dei clan dalle lontane origini al futuro più remoto sottolineando il
ruolo fondamentale che gli adulti hanno nella trasmissione di questa storia.
Alcuni riti di iniziazione individuano anche le vocazioni personali e il
destino dei singoli individui incoraggiando una sorta di esperienza mistica
nel corso della quale i giovani scoprono la propria identità personale.
Turner definisce questa esperienza di comunità con il termine "liminale"
dal latino limen (soglia), poiché la considera come una sorta di porta tra
due mondi: il mondo pragmatico e quotidiano del potere, della competizione e
della gerarchia e quello utopico della comunità perfetta.
A conclusione dei riti, i candidati appena iniziati lasciano il contesto
simbolico e ritornano al mondo pragmatico preparandosi a vivere una vita più
individualistica senza però dimenticare mai il loro impegno verso la comunità.
Turner ha individuato e studiato molti luoghi di esperienze liminali presenti
nella civiltà occidentale: l'esperienza del pellegrinaggio religioso; il
monachesimo; la cultura giovanile come periodo di "transizione"
della infanzia alle responsabilità dell'adulto, particolarmente la cultura
giovanile come esperienza di libertà e esplorazione; l'esperienza del
teatro e dell'intrattenimento; le comunità utopiche e i movimenti della
contro‑cultura.
3.2.
L'esperienza cristiana della conversione alla comunità secondo la prospettiva
dell'analisi della comunicazione
Il prototipo dell'esperienza liminale cristiana è il battesimo di Gesù, il
ritiro nel deserto per pregare e il ritorno per invitare i discepoli a formare
una comunità. La vita comunitaria dei discepoli, fatta di povertà e di
umiltà, senza una dimora fissa, è essa stessa un esempio di ritiro dal
pragmatismo commerciale e dalla struttura gerarchica di potere della
Palestina di quei tempi. Questa esperienza ha il suo culmine quando Gesù è
solo con la sua più ristretta cerchia di discepoli. Il tema su cui Gesù
ritorna costantemente è l'importanza del mantenere un senso di comunità tra
di loro. 1 momenti più intensi sono quelli dell'ultima cena e dell'incontro
con gli apostoli subito dopo la risurrezione. Gesù sottolinea incessantemente
la necessità di mantenersi disponibili ad assumere l'umile ruolo del
servitore, a occupare sempre l'ultimo posto e a donare incondizionatamente la
propria esistenza agli altri. In queste occasioni la conversione si identifica
con l'unione reciproca basata a sua volta sull'unione tra Gesù, il Padre e
lo Spirito Santo. In ognuna di queste occasioni si verifica un pasto
Eucaristico durante il quale l'Eucaristia diventa momento centrale della
comunità cristiana.
Gesù fonda l'esperienza cristiana di comunità sull'esperienza quotidiana
del pasto comune. Il pasto è in sé un momento in cui le persone si
riuniscono per ore e si trovano a discutere, a scambiarsi i pensieri più
personali e forse ad ascoltare le parole di insegnamento di un santo maestro.
Essere invitati a partecipare al pasto di una casa è un gesto di stima e
preferenza. Significa essere ammessi a un circolo ristretto di discepoli e
devoti. Il servizio religioso non deve essere basato su una prescrizione
legale come nella tradizione ebrea, ma sull'esperienza di legami comuni che
derivano dallo Spirito unificatore di Dio presente in tutti noi. I pasti
Eucaristici che Paolo e altri descrivono rappresentano un'esperienza nella
quale tutti sono invitati a condividere i doni dello Spirito.
Nel corso dei primi tre secoli del cristianesimo, i cristiani erano essenzialmente
una piccola comunità del tutto marginale nella vita pubblica romana ma con
una vita religiosa molto intensa. La conversione a questa comunità avveniva
attraverso un lento processo di adesione tramite la celebrazione
Eucaristica. A mano a mano che il cristianesimo si diffondeva, il contesto e
il significato del pasto Eucaristico si adattava gradualmente ai "rituali
naturali" che ogni cultura o gruppo offriva. Per esempio, l'Eucaristia
monastica era molto diversa da quella dei contadini o dalla pompa magna
delle corti reali. E' però rimasto comune il principio che l'Eucaristia deve
essere partecipatoria e deve rappresentare un segno sacramentale esteriore
della comunità cristiana.
Con il passare del tempo l'esperienza cristiana del liminale e dei luoghi di
conversione si è ampiamente allargata. Le comunità monastiche si sono
sviluppate per accogliere coloro che sentivano questo particolare carisma. Per
mille anni la strategia missionaria si è basata sulla creazione di una rete
di monasteri intesi come luoghi di evangelizzazione. Disponendo sempre di un
monastero nelle vicinanze, i cristiani potevano trovare lì un momento di
ritiro spirituale oppure chiedere consiglio ai monaci. Anche il
pellegrinaggio, fondamentale nei primi anni del cristianesimo, è un
importante esempio di esperienza liminale come pure lo è la preparazione ai
sacramenti nei diversi stadi della vita. Si pensi ancora allo sviluppo
dell'architettura ecclesiastica che ha contribuito a fare dell'ingresso in
una Chiesa un esempio di esperienza liminale del sacro. Infine ricordiamo i
diversi periodi di digiuno e di ritiro dalla comunità introdotti dall'anno
liturgico, o il ciclo delle celebrazioni cristiane intese come momento rituale
dell'esperienza cristiana della comunità.
Più tardi, i Gesuiti e altre comunità religiose idearono nuove forme di
esercizi spirituali per la conversione ed esperienze di missioni popolari
ancor oggi fondamentali nella creazione di comunità. Oggi assistiamo
all'emergere di moltissimi tipi di incontri e di movimenti di iniziazione.
3.3.
La comunicazione pastorale dei luoghi di conversione alla comunità
Il cristianesimo ha indubbiamente avuto una grande capacità di scoprire le
modalità genuine naturali di un rito e di introdurre i suoi elementi di
conversione alla comunità. Per esempio, la preghiera che precede il pasto o
il modo in cui le famiglie celebrano il Natale. la Pasqua e le altre festività
fanno di questi momenti un'occasione per un temporaneo ritiro spirituale dal
mondo.
Oggi la scuola e la cultura giovanile sono diventati una forma di rito di
iniziazione universale. La Chiesa ha saputo affidarsi all'esperienza
scolastica come iniziazione alla comunità adulta rendendola sotto molti
aspetti esperienza di conversione alla sacra comunità. Molti studiosi, come
Pierre Babin[v]
per esempio, sostengono però che la scuola oggi non rappresenta più il solo
luogo privilegiato di conversione alla comunità. Lo sono diventati anche la
cultura giovanile, la pop music, la cultura dei media. Tuttavia è stato
fatto ben poco per scoprire la relazione di questi contesti rituali naturali
contemporanei con il rito eucaristico centrale.
4. Conclusioni
In questo studio abbiamo sottolineato che la comunicazione pastorale è un
processo in cui è possibile generare, attraverso l'interazione tra diversi
gruppi subculturali, simboli che possano esprimere chiaramente l'azione
dello Spirito nella personalità degli individui e nella cultura di
un'epoca. La sfida maggiore che la comunicazione pastorale si trova a dover
affrontare oggi è il continuo mutare delle culture.
Per formulare sempre nuovi approcci alla comunicazione pastorale è possibile
lasciarsi guidare dal seguente metodo basato su tre dimensioni essenziali:
l. l'analisi culturale con la quale possiamo scoprire i linguaggi più
appropriati a esprimere l'esperienza dello Spirito;
2. l'analisi della comunicazione con la quale possiamo individuare le nuove
forme di discorso nell'espressione della fede;
3. l'analisi teologica che ci aiuta a renderci conto dei nuovi modi in cui le
persone trovano Dio e legano questa esperienza con teologie più universali.
Inoltre, dobbiamo notare che i nuovi approcci della comunicazione pastorale
sono un continuo riadattamento delle tre tradizioni di comunicazione
pastorale che hanno avuto origine dalla comunicazione di Gesù:
1. lo sviluppo del simbolismo religioso a partire dal simbolismo culturale
pragmatico, proto‑religioso già presente nelle persone;
2. l'uso della narrazione di storie;
3. l'invenzione e l'adattamento dei contesti rituali di conversione alla
comunità.
Nella mia esperienza personale[vi]
ho individuato diverse condizioni fondamentali per il processo di sviluppo e
la riuscita dei nuovi approcci di comunicazione pastorale. La prima condizione
è la stesura nella Chiesa locale diocesana di un piano pastorale a lungo
termine. Molte persone possono essere confuse da approcci pastorali
contraddittori e mutevoli. Per esempio, alcuni pastori prediligono un
orientamento più clericale e gerarchico mentre altri prevedono un maggiore
coinvolgimento di tutti i membri della comunità cristiana. Spesso, però,
quando le attività sono tutte concentrate sul singolo prete, la parrocchia
non può raggiungere in maniera adeguata l'intera comunità, per cui ampi
settori della popolazione sono lasciati alle cure apostoliche di altre
religioni o a un crescente secolarismo.
E' necessario pensare ad approcci più centrati sulla comunità che sappiano
coinvolgere le famiglie e i laici. Tutti i cristiani devono assumersi la
propria responsabilità di raggiungere le altre persone presenti nella Chiesa
locale perché in fondo ogni singolo cristiano ha ricevuto con il battesimo il
carisma dell'azione pastorale. Molti laici sono spesso più vicini ai
linguaggi moderni e hanno una percezione più profonda del simbolismo
religioso degli uomini e delle donne di oggi.
Infine, è importante preparare i nostri operatori pastorali all'adozione di
forme di comunicazione più simboliche, audiovisive e narrative. Il discorso
teologico di tipo analitico, che i preti devono apprendere nei seminari, non
è necessariamente il linguaggio migliore per l'espressione della fede della
gente di oggi. I sacerdoti e tutti gli operatori pastorali devono imparare a
conoscere e a capire il linguaggio della religiosità popolare, devono
saperlo articolare e devono saper tradurre la loro teologia analitica secondo
ì caratteri specifici di questo linguaggio.
[i]
Cf F. MARINELLI (a cura di), La teologia pastorale: natura e compiti, EDB, Bologna 1990; Cf M.
MIDALI, Teologia pastorale o
pratica: cammino storico di una riflessione fondante e scientifica,
LAS, Roma 1991.
[ii]
Cf R. SILVERSTONE, The
Message of Television: Mytk and Narrative in Contemporary Culture,
Heinemann, London 1981.
[iii] C. GEERTZ, The
Interpretation of Cultures, Basic Books, New York 1973, 91‑119.
[iv] Cf V. TURNFR, From
Ritual to Theatre, Performing Arts Press, New York 1982.
[v] Cf P. BABIN‑M. IANNONE, The New Era in Religious Communication, Fortress Press,
Minneapolis 1991.
[vi]
Cf R.A. WHITE, “Communication Planning for Renewal”,
in V. Sunderaj (ed.), Communication
Planning for Church Renewal, Paulines, Quebec 1998, 17‑40.
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