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La
comunicazione tra fede e cultura
1.
Introduzione
Lo scopo di questo contributo è quello di indicare – almeno sommariamente
– alcuni elementi presenti nella cultura contemporanea e in concreto nella
moderna tecnologia di comunicazione, come possibili occasioni di rivalutazione
- a livello culturale - del contenuto della rivelazione cristiana. Non si
pretende, qui, di sviluppare, al meno in
recto, una teologia della comunicazione tecnologica; queste pagine
potrebbero forse essere considerate piuttosto di natura apologetica, un
tentativo di scoprire nuovi motivi di credibilità. “Dio ha parlato
all'umanità secondo la cultura propria di ogni epoca. Parimenti la Chiesa,
vivendo nel corso dei secoli in condizione diverse, ha utilizzato le risorse
delle differenti culture per diffondere e spiegare il messaggio di Cristo”[i].
Anche la nuova cultura della comunicazione tecnologica dovrà diventare
strumento di propagazione della Parola.
Perciò non soltanto sarà volutamente lasciato da parte il fondamento
teologico della comunicazione, ma soprattutto non si terrà conto delle
dimensioni negative che ha prodotto, produce e produrrà l'ipertrofia
tecnologica della società contemporanea, prima di tutte il fatto che l'alta
tecnologia è ancora patrimonio soltanto di una minoranza del genere umano.
Questo si premette per evitare che l'indicazione unilaterale degli aspetti
positivi, portatori di speranza, possa essere capita come una cecità
incosciente di fronte ai grave pericoli emergenti. Non manca chi si occupa di
segnalare questi aspetti negativi.
L'argomento non è nuovo né originale. “I Padri del Concilio nel guardare
al futuro e nel cercare di discernere il contesto nel quale la Chiesa sarebbe
stata chiamata a compiere la sua missione, poterono chiaramente vedere che il
progresso della tecnologia stava già “trasformando la faccia della terra”
arrivando persino a conquistare lo spazio (cf. Gaudium et spes, 5). Essi riconobbero che gli sviluppi nella
tecnologia delle comunicazioni, in particolare, erano di proporzioni tali da
provocare reazioni a catena con conseguenze inattese... E' proprio dei fedeli
del Popolo di Dio il compito di fare uso creativo delle nuove scoperte e
tecnologie per il bene dell'umanità e la realizzazione del disegno di Dio per
il mondo”[ii].
Si tratta soltanto di un tentativo di cooperazione con i fedeli laici chiamati
ad adempiere questo compito, a far diventare la nuova tecnologia uno dei più
potenti mezzi per vivere la carità fraterna cristiana di cui si è mai
disposto.
D'altra parte, è sempre stato così: la tecnologia tende sempre a determinare
in profondità la cultura e la vita dell'uomo. “L'orologio meccanico, per
esempio, che è nato per regolare l'osservanza religiosa delle routine
monacali finì per regolare assolutamente tutte le attività sociali”[iii].
La fede, che costituisce l'elemento più profondo della vita dell'uomo, non può
fare a meno dell'intorno vitale in cui si dà l'ascolto. Adesso questo intorno
è la tecnologia delle reti, che ripercuote sulla forma di essere nel mondo,
sulla nostra forma di essere con gli altri, sulla nostra forma di essere. Ed
è da questa triplice esperienza esistenziale (essere nel mondo, essere con
gli altri, essere se stessi) che noi ci apriamo nella fede alla parola di Dio.
Senza di esse non ci sarebbero neanche le domande che ci aprono alla struttura
responsoriale della fede. La risposta credente oggi non può fare a meno della
rete.
2.
La civiltà della comunicazione
tecnologica
Nel considerare la contemporaneità e le sue caratteristiche esterne, risulta
quasi intuitivo stabilire che una delle consapevolezze più radicate nell'uomo
del nuovo millennio consiste nell'importanza della comunicazione.
La comunicazione sembra essere diventata il fondamento della nostra società e
della nostra cultura. Il grande sviluppo tecnologico, infatti, prima ci ha
donato il computer come elemento onnipresente nella nostra esistenza, e dopo
ha collegato tutti i computer in una rete connettiva che ormai abbraccia tutto
il pianeta. Non è il computer il protagonista del nuovo millennio, ma proprio
la comunicazione. E questa intesa non soltanto come trasmissione di contenuti
più o meno intellettivi tra esseri razionali. Tutto tende all'intreccio
globale: persone, animali, piante ed essere inanimati sembrano non poter
vivere se non in totale interdipendenza. Tra poco ogni minimo oggetto che
produciamo o usiamo, fornito del suo potente ed economicissimo microchip in
grado di ricevere e trasmettere informazione, darà il suo contributo, forse
minimo, all'interconnessione universale. “Uno sciame in fermento sta
tessendo una ragnatela sulla superficie del pianeta; stiamo avvolgendo il
globo con una società in rete”[iv].
Quest'ultima frase è stata presa in prestito da Kevin Kelly, un guru della
nuova tecnologia della comunicazione e della cosiddetta new economy, editore della famosissima rivista Wired. Continuo a citare un suo popolarissimo libro (New
rules for the New Economy), la cui lettura, nonostante il suo carattere
prettamente divulgativo, è assai istruttiva. Il testo, dal tono volutamente
impattante, manifesta bene il cambiamento epocale in cui siamo coinvolti:
“Nel 1950 un transistor costava cinque dollari; oggi costa la centesima
parte di un centesimo; nel 2003 un transistor costerà un trascurabile
nanocentesimo; un chip con un miliardo di transistori verrà a costare solo
pochi centesimi. Questo significa che i microprocessori stanno diventando
abbastanza economici e minuscoli da poterli integrare in ogni oggetto che
produciamo. Con il tempo, ogni lattina avrà un chip sull'etichetta; ogni
interruttore conterrà un chip; ogni libro avrà un chip incorporato nel
dorso; ogni camicia avrà almeno un chip cucito nell'orlo; ogni prodotto sullo
scaffale di un negozio avrà un bottoncino di silicio attaccato o incorporato
in esso. Ogni anno nel mondo vengono prodotti diecimila miliardi di oggetti e
verrà il giorno in cui ognuno conterrà la sua scheggia di silicio (...) Oggi
il mondo è popolato da duecento milioni di computer; secondo Andy Grove della
Intel entro il 2002 dovremmo avere cinquecento milioni di macchine installate.
Eppure, per ogni costoso microprocessore montato in una di queste scatole di
plastica, ce ne sono altri trenta, economicissimi, inseriti negli oggetti
quotidiani. Nel mondo sono già sei miliardi i chip non per computer che
pulsano, uno per ogni essere umano della Terra”[v].
2.1. Il falso dilemma uomo-macchina
Cosa è cambiato nell'uomo con questo mutamento radicale? Da una parte non si
possono attendere cambiamenti notevoli in ciò che costituisce la
manifestazione dell'essenza stessa dell'uomo: il rapporto uomo-natura e –
soprattutto – il rapporto uomo-machina non muteranno nella loro sostanza.
Un'altra cosa è che l'uomo, sempre libero, possa gestire in maniera sbagliata
questi rapporti, o che nuove circostanze possano renderli specialmente
difficili. L'immagine negativa e catastrofica che di questo rapporto forniva
Stanley Kubrick in “2001, odissea
nello spazio” si manifesta, adesso che la data è arrivata,
assolutamente irreale e fuori posto, tanto da far pensare che il vero scopo di
questo autore era in realtà un attacco frontale alla ragione, giudicata
origine di ogni violenza. Il ruolo di dominio della macchina sull'uomo
che fin d'allora è tanto presente nella produzione letteraria e
cinematografica, non sembra avere altro scopo che quello di porre l'uomo di
fronte alla questione della propria identità, per cercare, in maniera più o
meno banale, una via di uscita alla chiusura antropologica a cui ha portato la
civiltà dello scientismo esasperato.
Giovanni Paolo II, infatti, ha ricordato il ruolo strumentale della macchina
in diverse occasioni, ricordando con forza la priorità della persona:
“Mantenete assolutamente queste possibilità di incontro diretto con le
persone: non sostituitele o svuotatele con le macchine. Potrebbero altrimenti
facilmente aumentare in modo non sempre percepibile da voi, freddezze,
mancanza di attenzione nello svolgersi della vostra azione di per sé valida e
di grosso aiuto. Dovrebbe forse invece essere inventato un computer che ama,
che sa essere fedele, che è pietoso e perdona? Penso proprio di no! Ma sono
queste le azioni umane che sfruttano fino in fondo le possibilità della
persona. Qui risplende la dignità dell'uomo con speciale chiarezza.
Contribuite coscientemente al fatto che questa dignità costituisca
chiaramente l'orizzonte delle vostre decisioni nel vostro lavoro e nelle
vostre attività”[vi].
Il problema del rapporto uomo-machina è, come si vede, un problema che si
risolve in un senso o in un altro in base al modello antropologico
disponibile. Per coloro per i quali il senso profondo della persona è
svuotato, ed essa è ridotta alle sue funzioni, la tentazione della
sostituzione dell'altro/a con una macchina è forte: a livello
“funzionale”, la macchina è meno deludente dell'uomo.
Per contrastare i toni apocalittici di alcuni profeti del futuro dominio della
macchina, viene in mente un commento di Jerome K. Jerome, il conosciuto autore
di Three men on a boat, dopo la
lettura di un romanzo rosa: “Questo
libro è usurpato dall'Antico Testamento. E' una ripetizione della storia di
Adamo ed Eva. L'eroe è un uomo e niente altro! Con due braccia, due gambe e
una testa (o qualcosa che chiamano così). Si tratta semplicemente dell'Adamo
di Mosè con un altro nome. E l'eroina non è niente altro che una donna! E'
descritta come molto bella e dai lunghi capelli. L'autore può chiamarla
Angelica, o qualsiasi altro nome gli venga in mente; ma evidentemente l'ha
copiata direttamente, consapevolmente o meno, da Eva. Tutti i caratteri sono
plagi sfacciati del libro della Genesi. Oh, se fosse possibile trovare un
autore originale!”.
Serva questa citazione umoristica per non dimenticare il bisogno assoluto di
fondare qualsiasi riflessione antropologica, e anche questa sulla nuova civiltà tecnologica, sulla protologia
rivelata! Nihil sub sole novum!
2.2.
Il computer come strumento
E’ interessante constatare come la nuova civiltà, si diceva prima, è
connotata fondamentalmente dall'idea di “comunicazione” piuttosto che
dall'idea di “macchina”: persino il computer, macchina per eccellenza del
momento attuale, sarà sostituito da nuove tecnologie, e molti indizi sembrano
indicare che il cambio potrebbe avvenire prima del previsto. Ciò che invece
rimane come scopo ultimo è la connessione in rete, la connettività. La
civiltà del computer è soltanto un elemento circostanziale della civiltà
della comunicazione tecnologica. Ma il concetto stesso di comunicazione
include l'affermazione di almeno due componenti: nodi e connessioni. La
connessione non è mai fine a se stessa; ciò che conta sono i “nodi”
connessi. E qui, in ultima istanza, si troverà sempre la persona umana.
E’ davvero illuminante il discorso improvvisato da Giovanni Paolo II durante
la visita allo stabilimento di tecnologia informatica dell'Olivetti, a
Scarmagno, durante la visita pastorale alla diocesi di Ivrea: “Ma torniamo
al computer. Ho cercato di essere illuminato scientificamente e tecnicamente,
ma ho cercato anche di ritrovare qualche cosa nella mia formazione personale.
E ho ricordato questa idea del secolo XVIII: “l'homme machine”,
l'uomo-macchina. Penso che qui, con il computer, ci troviamo nella situazione
opposta: piuttosto “machine homme”, macchina-uomo, macchina che
sostituisce all'uomo. Questo è il problema fondamentale, perché dagli inizi
le macchine sostituiscono l'uomo, soprattutto sostituiscono la sua mano, perché
per l'uomo lo strumento di lavoro è soprattutto la mano. Così,
esteriormente, si può dire che tutte le macchine sostituiscono la mano, non
solamente la sostituiscono ma anche la moltiplicano. In questo consiste il
progresso tecnologico, il progresso generato dalle macchine nella storia
dell'umanità. Le macchine hanno saputo non solamente sostituire, ma anche
moltiplicare le mani dell'uomo e l'opera di queste mani””[vii].
Il Pontefice concludeva così il suo discorso: “Passando attraverso questi
splendidi strumenti prodotti dall'uomo, questi stupendi computers sempre più
moderni, non ho potuto, a esempio, entrare in dialogo con nessuno di questi
strumenti, di queste macchine. Non ho potuto sentire una voce e soprattutto un
sentimento umano. Non ho potuto essere accolto con amore come sono stato
accolto con amore dalle persone. La conclusione è allora questa: se l'uomo può
costruire gli strumenti, le macchine, che sono immagine in qualche misura
anche della sua intelligenza, nello stesso tempo l'uomo, in se steso, rimane
unicamente simile a Dio: era, è e sarà sempre immagine di Dio, somiglianza
di Dio. Così si spiega la sua umanità, la sua definitiva, adeguata
insostituibilità”[viii] L'opera delle mani
dell'uomo rimanda al concetto di lavoro umano, e quindi a ciò che la creatura
realizza nell'ambito della sua interazione con la creazione, della sua
esistenza spazio-temporale come capace di conoscere e amare, di creare dialogo[ix].
E' vero che siamo molto vicini a produrre una macchina in grado di simulare le
funzione dialogiche dell'uomo: la robotica umanoide avanza velocemente. Ma
soltanto una permanenza ostinata nell'antropologia chiusa dello scientismo
esagerato, propria del secolo scorso, può arrivare a pensare che queste
funzioni siano veramente dialogiche. L'insostituibilità della persona va al
di là di ciò che in fondo è riducibile alle coordinate del tempo e dello
spazio, per raggiungere una radicale irripetibilità di ogni gesto veramente
personale: in fin dei conti, non si dà dialogo significativo se manca a ogni
parola una dimensione di eternità.
3.
Gli antecedenti
Quanto precede potrebbe essere considerato un veloce schizzo della situazione
contemporanea. Si tratta adesso di approfondire i motivi della situazione
attuale, che sembra segnata dal confronto di due forme complessive di guardare
l'uomo e la realtà, due paradigmi opposti, l'uno con una salda tradizione
nella cultura centroeuropea degli ultimi secoli, l'altro emergente e
destinato, all'apparenza, a trionfare. La cultura scientifistica ci aveva
portato a un primo paradigma di dominio
di tutto ciò che non è io; adesso siamo davanti a un modello di intreccio: bisogna tessere relazioni con tutto ciò che ci circonda.
Dominio o intreccio, quindi, come due modelli opposti di capire la realtà che
Kelly iconograficamente rappresenta nell'atomo
e nella rete: “l'atomo è l'icona
del ventesimo secolo. L'atomo vortica solitario. L'atomo è la metafora
dell'individualità. L'atomo, però, rappresenta il passato. Il simbolo del
prossimo secolo è la rete. La rete non ha centro, né orbita, né certezza;
è una ragnatela indefinita di cause; è l'archetipo usato per rappresentare
ogni circuito, ogni intelligenza, ogni interdipendenza, ogni fattore
economico, sociale o ecologico, ogni comunicazione, ogni democrazia, ogni
famiglia, ogni sistema allargato, insomma quasi ogni cosa ci sembri
interessante e importante.”[x].
3.1. Sviluppo e crisi del “modello atomico”
La crisi del paradigma di dominio era chiara da tempo, così come la sua
radicale interna contraddizione. Cito Antoine de Saint-Exupery: “Un
ingegnere aveva detto un giorno a Rivière, mentre si chinava su un ferito
accanto a un ponte in costruzione: 'Questo ponte, vale il prezzo di un volto
schiacciato?' Nessuno dei contadini per cui quel ponte si costruiva avrebbe
accettato mutilare quel volto spaventevole, per risparmiarsi la camminata per
aggirare l'ostacolo. E, non ostante tutto, si costruivano ponti. L'ingegnere
aveva aggiunto: 'L'interesse generale è costituito dagli interessi
particolari: non giustifica niente altro'. 'E, non ostante – aveva risposto
più tardi Rivière -, se la vita umana non ha prezzo, noi ci muoviamo sempre
come se qualcosa superasse in valore la vita umana... Ma, che cosa?'”[xi].
L'espressione “vita umana” in questo testo è intesa in chiave moderna,
unicamente come insieme delle funzioni proprie dell'essere umano: in questo
senso la vita stessa agisce come testimone dell'apertura a una dimensione
trascendente, superiore, unica atta a dare un senso definitivo allo scorre
vitale, fino al punto di affermare che, in determinati casi, vale la pena fare
dono della vita stessa. In definitiva, l'immagine della morte “utile” in
questo testo è la manifestazione radicale della realizzazione personale del
dono, che si avvera anche in ogni istante del percorso vitale. Ma, perché
l'uomo ha dimenticato questo?
Le strade che hanno portato l'uomo a questa dimenticanza sono molteplici e
vengono da lontano. Volendo semplificare, si può dire che da una parte siamo
segnati da una carica culturale e sociologica proveniente dall'affermazione
del principio di immanenza e dall'idealismo: ciò ha comportato la progressiva
e concatenata apparizione delle fasi di secolarità,
autonomia, immanentizzazione, profanizzazione[xii].
Questa linea consequenziale, anche se ormai superata nel ambito del pensiero,
continua ad avere una forte spinta nella realtà esistenziale del nostro
tempo, consistente nella pretesa di assolutizzazione del pensiero scientifico,
indicato come unica via di redenzione davanti alla consapevolezza del limite
dell’umanità. In base a ciò, ci si dovrebbe aspettare dall’ambito
intramondano (profano) una risposta di senso alle domande fondamentali
dell’uomo che, di fatto, non è arrivata.
Nelle parole di Giovanni Paolo II, all'inizio del suo pontificato, “se la
scienza è intesa essenzialmente come “un fatto tecnico”, allora la si può
concepire come ricerca di quei processi che conducono a un successo di tipo
tecnico. Come 'conoscenza' ha valore quindi ciò che conduce al successo. Il
mondo, a livello di dato scientifico, diviene un semplice complesso di
fenomeni manipolabili, l'oggetto della scienza una connessione funzionale, che
viene analizzata soltanto in base alla sua funzionalità. Una tale scienza può
concepirsi soltanto come pura funzione. Il concetto di verità diventa quindi
superfluo, anzi talvolta viene esplicitamente rifiutato. La stessa ragione
appare, in definitiva, come semplice funzione o come strumento di un essere
che trova il senso della sua esistenza fuori della conoscenza o della scienza,
nel migliore dei casi nella vita soltanto (...) Una scienza libera e asservita
unicamente alla verità non si lascia ridurre al modello del funzionalismo o
ad altro del genere, che limiti l'ambito conoscitivo della razionalità
scientifica. La scienza deve essere aperta, anzi anche multiforme”[xiii].
Questa via della scienza “chiusa”, che ha segnato momenti di grande
euforia, è oggi segnata dalla delusione.
D’altra parte, un’altra spinta, lontana quanto la prima nel tempo, sembra
contraddire la precedente tendenza scientifistica e, anche se storicamente non
ha avuto finora un grande successo a livello culturale, sembra destinata in
qualche modo a prevalere. Forse per questo, i suoi fautori appaiono a noi
adesso come dei profeti della postmodernità; tra di essi si potrebbero citare
Dostoevki, Nietzsche, Theillard de Chardin: con tonalità e orientamenti
diversi, ci hanno ricordato che la chiusura dell’uomo nell’orizzonte della
sua immanenza propugnata dalla prima spinta, non permette la scoperta di un
vero senso del percorso della storia. In ciò viene a coincidere la delusione
sulla possibilità salvifica della scienza a cui mi riferivo prima.
L’uomo del secolo XX si è trovato così paradossalmente spinto a porre
nella pratica la sua fiducia nel progresso tecnico, e ad insistere in questo
cammino, pieno di risposte immediate e appaganti, pur intuendo con chiarezza
meridiana che la strada non portava a nessuna parte, che non ci sarebbero
state risposte definitive a quesiti veri. Alla fine del secolo tutti i nodi
sono venuti al pettine. È una situazione di fine della strada: bisogna
trovare un’altra via per continuare a camminare.
3.2. Il sorgere e l'affermazione del paradigma di intreccio
A questo punto si propone il nuovo paradigma di intreccio. La causa ultima del
cambiamento del paradigma dominante non è da ricercare unicamente, in senso
positivo, nel carattere relazionale della nuova tecnologia, o, in senso
negativo, nell'incapacità del sistema precedente nella risposta a aspetti
concreti del rapporto dell'uomo con la realtà oggettuale (crisi ecologica,
per esempio). Ha a che vedere anche con la perdita globale di fiducia in un
sistema filosofico e culturale che si è dimostrato insicuro, per non dire
incapace, di dare una risposta agli interrogativi radicali dell'uomo: dolore,
colpa, morte[xiv].
In concreto, gli elementi indicati da Giovanni Paolo II manifestavano
con chiarezza la futilità di una situazione autoreferenziale dell'uomo in cui
nessuna petizione di riposta a qualche istanza che non sia se stesso o la
propria storia era ammissibile: ogni possibile speranza doveva provenire
dall'immanenza. Questa fede nell'autoredenzione dell'uomo, così radicata
nella cultura popolare, e dovuta probabilmente al forte impatto esercitato dal
progresso tecnico nelle coscienze, non esiste più. E' addirittura
sorprendente che sia mai esistita, visto che l'unica risposta proveniente
dalla sola scienza empirica alla questione della teleologia dell'essere umano,
consiste nell'idea di progresso; ma “progresso” è un concetto
finalisticamente vuoto: il suo unico senso consiste nel compiere sempre un
passo in più, non si sa fino a quando o fin dove. L'uomo così diventa una
sorta di “formica instancabile[xv]”,
la cui immagine letteraria si può trovare nel Sisifo di Camus.
La fede nell'autoredenzione è stata sostituita dalla certezza che le istanze
intra-umane non potranno mai dare una risposta definitiva alle questioni
ultime. Se l'uomo postmoderno non si decide ad abbandonare i suoi presupposti
culturali dominanti, si vedrà costretto a scegliere tra la ricerca disperata
di un sistema di redenzione immanente (neo-gnosticismi postmoderni), o
rinunciare definitivamente a qualsiasi risposta alle domande radicali
dell'essere e della storia (pensiero debole).
Sembra possibile, tutto ciò premesso, una conclusione: esiste una certezza
diffusa sul fatto che la razionalità solamente scientifica, con il suo
dominio oggettivo della realtà, non può arrivare alla verità delle cose. La
verità non può essere racchiusa in asserzioni universali e assolute.
Conoscere non è dominare, ma partecipare alla realtà, condivisione empatica.
Siamo consapevoli di non poter mantenere ancora una forma di conoscenza
oggettivante e non compromessa: la nostra conoscenza della realtà deve essere
incontrante, appellante e rispondente, creatrice di vincoli. Lungo la strada
del Terzo Millennio non è possibile andare avanti con la “sola” ragione:
abbiamo bisogno di una ragione “accompagnata”. Tale consapevolezza
sembrerebbe costituire una delle poche basi comuni dell'umanità in questo
cambio di secolo: essa è presente in chi considera la verità come consenso,
o in chi vede la soluzione dell'essere storico dell'uomo in una nuova
ermeneutica (debolista) della carità, o nell'idea di ragione che si trova a
fondamento della dottrina di Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides
et ratio, in cui si sottolinea che solo una ragione che si sa accompagnata
è in grado di aprirsi a un dialogo creativo con la fede.
Queste diverse posizioni coincidono in un cambiamento di considerazione della
trascendenza: mentre nella modernità non si poteva capire la trascendenza se
non come l'ambito di dominio oggettivante che cominciava immediatamente in ciò
che non sono io, adesso risulta imprescindibile stabilire con essa un vicolo
relazionale. Recentemente è stato detto che il più chiaro sintomo che
permette la diagnosi differenziale tra modernità e postmodernità si trova
appunto nel tipo di relazione che si dà tra immanenza e trascendenza: è
questa relazione ciò che è cambiato[xvi].
In definitiva, l'imporsi della ragione accompagnata
costringe a uscire da sé e ad andare incontro
all'altro che fonda la possibilità della compagnia. Questa necessità di
trascendenza è, in definitiva, una riscoperta della questione metafisica. A
questa istanza ci si deve rivolgere per assicurare che ciò che mi è
trascendente possa essere anche destinazione del mio essere in novità di
vita. In altre parole, bisogna scoprire il nesso referenziale con la
trascendenza che permetta di interpretare l'io e il non-io come realtà
relazionali. Sulla base della solidità di questo nesso relazionale si potrà
fondare il “vale la pena” dell'autorealizzazione donale. La risposta
credente alla questione dell'essere con l'idea di creazione e provvidenza
divina si trova in perfetta corrispondenza con questa richiesta: “la fede
muove la ragione a uscire dall'isolamento e a scommettere volentieri a favore
di tutto ciò che è bello, buono e vero. Così la fede diventa avvocata
convinta e convincente della ragione”[xvii].
E' possibile affermare anche in forma
empirica che il paradigma relazione si trova alla base dell'apertura
contemporanea alla realtà. Il sociologo Pierpaolo Donati arriva a conclusioni
molto significative in base a diverse ricerche demoscopiche condotte in ambito
italiano. In esse si riscontra che la dimensione religiosa della persona ha
perso il suo carattere di “dato di fatto stabilito”, per divenire un
“fatto acquisito” tramite una libera elezione. Questo coincide pienamente
con il cambio di paradigma di cui si parlava prima. Lo schema religioso della
modernità, a livello sociologico, tendeva verso una immagine di Dio come
fondamento del sistema che viene recepita come dato anteriore all'affermarsi
della soggettività; questa immagine di Dio, mondanizzata, tende a essere
istituzionale, individualistica, non creatrice di dialogo, appunto perché
anteriore a qualsiasi dimensione dialogica. Il modello religioso postmoderno,
invece, è caratterizzato da una radicale soggettività, una dimensione
esperienzale personale del fenomeno religioso che, inversamente del
soggettivismo coesistente con la modernità, apre il singolo a dimensioni
relazionali: nel periodo precedente la religione era soggettivizzata e Dio
spersonalizzato; adesso è l'idea di Dio a essere soggettivizzata e la
religione, almeno in quanto a credenze e atteggiamenti, comincia a essere
socializzata[xviii].
4.
La contemporaneità come luogo di
ascolto
Il nuovo paradigma, pertanto, comporta una chiamata all'apertura del proprio
essere che si realizza nel dialogo, e in questo compito radicale riceve man
forte dallo sviluppo tecnologico, che è fondato sullo stesso principio. Ogni
volta di più, l'uomo si trova immerso in un intorno tecnologico che lo
richiama verso una connettività totale, a cui si sente chiamato anche dalla
sua natura dialogica.
Consideriamo, ora, alcune conseguenze di questa coincidenza, che a loro volta
fondano decise sollecitazioni
all'agire della teologia.
4.1. Bisogno di esperienza e
tecnologia di comunicazione
Tutto ciò comporta, in primo luogo, il sottolineare l'esperienza come
elemento essenziale dello sviluppo della persona. Ma l'esperienza, nel senso
ampio del termine, ha una valenza antropologica profondamente segnata dalla
negatività: non si può certo dire che l'uomo esperisce la propria condizione
esistenziale come adeguata alla propria realizzazione. Nelle parole
dell'attuale Pontefice, “oggi l'uomo è percorso da un'inquietudine
esistenziale che manifesta, in forma e tonalità diverse, il suo bisogno di
salvezza, di liberazione, di pace. Egli, attraverso gli incontri significativi
della sua vita, impara a conoscere il valore delle dimensioni costitutive del
proprio essere, prima di tutte quelle della religione, della famiglia e del
popolo a cui appartiene. Da tali incontri, tuttavia, egli si accorge, in
termini drammatici, di non possedere ancora il significato ultimo, capace di
renderli definitivamente buoni, veri, belli. E sperimenta allora la sua
strutturale incapacità di placare la sua esigenza di infinito”[xix].
Arrivare, quindi, al “significato ultimo” degli eventi comporta per l'uomo
l'essere “capace di renderli definitivamente buoni, veri, belli”: verità,
bontà e bellezza racchiudono l'unità dell'esperienza metafisica attraverso
la quale l'uomo si apre a Dio. Per molti secoli la verità ha avuto il
sopravvento, e la via verso Dio si poteva riassumere in quia
verum est, Deus est. La crisi della verità che si produce nella nostra
cultura dopo Cartesio fa perdere
a questa via, se non validità, sì capacità di convinzione. Per questo
l'uomo si è aggrappato al bonum, e
la sua via verso Dio ha percorso i sentieri della libertà. Già Tommaso d'Aquino,
rimandando il male alla sua chiave di senso, aveva asserito quia
malum est, Deus est[xx]
. Questa via sembra essere stata la più consona a questo secolo che finisce,
ed è stata magistralmente riassunta nel “se Dio non esiste tutto è
permesso” di Ivan Karamazov. Detto all'inversa, se non tutto è permesso, se
cioè la libertà ha una teleologia, allora Dio esiste.
Ma anche questa via è in crisi. L'espressione “tutto è permesso” sembra,
ai giorni nostri, non poter essere in nessun modo limitata da una libertà
fondante, nel senso forte: impone, così, una sua apparente evidenza che
impedisce l'inversione dell'argomento dostoievkiano. La debolista ermeneutica della carità non risulta sufficiente per dare solidità
a questa via: il fatto che la vicenda del Credere
di credere vattimiano abbia fatto la fine delle pompe di sapone, non
ostante le aspettative che a suo tempo produsse, ne è una dimostrazione.
All'uomo, è rimasta una sola strada per uscire dalla chiusura totale in sé
stesso: la via del pulchrum. Quia pulchrum est, Deus est diventerà probabilmente l'argomento dell'esistenza di Dio nel
futuro prossimo[xxi].
Con tali presupposti le vie della
trascendenza appaiono come patrimonio esclusivo degli artisti; certamente
questi avranno un ruolo fondamentale nella futura e multimediale via di
collegamento tra Dio e l'uomo. Tuttavia non bisogna dimenticare che, in senso
profondo, ogni uomo è artista, e lo è nella misura in cui la sua interazione
col creato, in comunione con gli altri uomini, svela la dimensione divina –
trascendente – in esso nascosta: lo svelarsi del pulchrum è legato a ogni attività umana, e non soltanto a quella
che normalmente si chiama arte. La base di credibilità dei nuovi argomenti di
Dio si trova nell'agire concreto, temporale, della libertà dei cristiani: non
basta una professione teoretica della libertà fondamentale — alla base del quia
malum est Deus est —, ma è richiesta una sua consistenza esistenziale
nella realizzazione prassica concreta della vita dei cristiani. Per la
teologia, puntare sull'argomento quia
pulchrum est Deus est, comporta puntare sul lavoro come via verso Dio. A
conferma di ciò si potrebbe richiamare il fatto che il Vaticano II indica il
cammino inverso — la mancata testimonianza reale della vita dei cristiani
—come una delle cause fondamentali dell'ateismo contemporaneo: “Nella
genesi dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti, in quanto per
aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace
della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e
sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il
genuino volto di Dio e della religione”[xxii].
Così risulta evidente che “il rimedio all'ateismo lo si deve attendere sia
dalla esposizione conveniente della dottrina della chiesa, sia da tutta la
vita di essa e dei suoi membri”[xxiii].
È chiaro che il lavoro, ambito privilegiato di dialogo tra tutti gli uomini,
credenti e non credenti, costituisce all'interno della vita dei membri della
chiesa, un elemento fondamentale di annuncio.
Anche se con difficoltà, appare evidente che la nuova via si sta facendo
strada. Uno dei sintomi consiste nel fortissimo risveglio della coscienza
estetica dell'uomo che si constata anche qui con criteri meramente statistici,
non soltanto nel “consumo” di arte. Nei
nostri giorni il progresso tecnologico ha ridotto di moltissimo la
richiesta di speciali capacità personali per la produzione di opere
artistiche: tecnologie grafiche e audiovisive, computerizzazione di elementi
di ritmo e armonia nella musica,
persino programmi che controllano la coerenza e lo stile di una composizione
letteraria, permettono a molti di produrre, fino a un certo punto, arte. Si
sente più che mai il piacere di essere creatori. Davanti a questo fenomeno,
ci si domanda se il fiorire di queste tecnologie non sia un sintomo della
necessità contemporanea di sperimentare ed esprimere la propria dimensione
trascendente nella produzione di bellezza.
All’interno della ricerca di rapporti significativi col cosmo, che non siano
mai oggettuali, bensì coinvolgenti la persona e il suo essere dialogico,
sembra quasi evidente la speciale fecondità dell’esperienza artistica. In
chi ne gode, essa comporta sempre il sorgere di una chiamata esterna a noi,
segnata dalla soggettività dell’artista e piena di una complessità di
evocazioni. Tale chiamata comporta simultaneamente un’apertura dell’essere
personale, che non si produce nel caso di esperienze meramente oggettuali, e
un arricchimento all’interno di se stessi, conseguenza del fatto che
l’opera stessa si dona, si fa presente nell’osservatore come propria: è
“diversa ma non distante”[xxiv].
Si dà una circolarità dialogica in cui possedere l’opera d’arte ed
essere da essa posseduto comporta, in un apparente paradosso, un mutuo
perfezionamento.
Lo stesso succede, e ancora di più, quando l’esperienza artistica la vive e
la sperimenta l’artista stesso, nel momento della creatività. L’arte vera
comporta il riconoscere l’alterità dell’opera, che è per l’artista
rivelazione, esperienza di dono, e nello stesso tempo prodotto della propria
capacità tecnica. Nella stessa misura in cui l’artista si apre e riceve il
dono dell’inspirazione, egli è in grado di produrre come propria l’opera
d’arte, che perciò gli appartiene e non gli appartiene simultaneamente. O
meglio ancora: gli appartiene in quanto opera d’arte, appunto perché in un
certo senso non gli appartiene, gli è stata donata.
Così il paradigma di intreccio fa
diventare arte persino la tecnologia. La dimensione estetica dell'esistenza ha
come base, appunto, il fare diventare interazione con gli altri qualsiasi
interazione del singolo con la realtà materiale. L'elemento artificiale viene
visto nel suo senso più alto, come prodotto dell'interagire libero dell'uomo
con la creazione materiale, e, in quanto libero, creatore di dialogo
interpersonale. La tecnologia diventa occasione di intreccio: la visione
estetica la redime dal pericolo, a volte da alcuni indebitamente esasperato,
di sostituirsi all'uomo, e la assume in una condizione pienamente umana. Non
per caso, il periodo più alto della creatività artistica, il Rinascimento
italiano, ha avuto una forte tendenza a identificare la figura dell'artista
con la figura dell'ingegnere: sia l'uno che l'altro hanno il compito di usare
la materia come dono. Se l'autocomprensione dell'uomo è adeguata, la macchina
non trionferà, e, frutto di un ingegno
donale, finirà per essere in qualche senso assunta dall'essenza storica
dell'uomo e per servire alla sua realizzazione teleologica:
Antoine de Saint-Exupery indicava
lungimirante come “al termine della sua evoluzione la macchina si
dissimula”[xxv],
si umanizza. Anche in riferimento a questo punto il paradigma di dominio stava
guidando l'umanità su una strada sbagliata: il bisogno di conoscenza delle
leggi intrinseche alla realtà che permette la sua fattiva soggezione si
manifestava anche nella primazia assoluta della scienza su ogni altro sapere.
In qualche senso, l'ingegnere era diventato il dipendente del fisico. Il
paradigma d'intreccio sta poco a poco rimettendo le carte a posto: a nulla
serve la conoscenza se non è, come la ragione, “accompagnata”, se non si
manifesta come parola data e ricevuta. In questo dialogo si manifesta l'ingegno
umano. L'artista e l'ingegnere fanno della conoscenza del mondo un servizio
all'uomo.
4.2. Il
contributo della nuova tecnologia di comunicazione
A questa stessa immagine relazionale ci sta portando la tecnologia. A mano a
mano che si va avanti, più elementi del mondo e della propria esistenza
possono essere capiti soltanto dall'interno della logica delle reti. Le reti
sono sempre esistite. Ma soltanto adesso stanno prendendo il posto centrale
dell'universo. Era impensabile fino a poco tempo fa che la chiave del successo
economico fosse la capacità di offrire non prodotti competitivi, ma relazioni
efficaci. Il problema è che, per la prima volta, lo sviluppo tecnologico e
tutti i cambiamenti sociologici ed economici che comporta (come, per esempio,
la new economy) sembrano essere
conformi allo stesso principio che informa e fonda la nostra natura: la
relazionalità. Per la prima volta la tecnologia sembra avere un modello di
struttura e di crescita che assomiglia molto a sistemi viventi e in concreto,
all'uomo. “In passato era molto facile ignorare la tecnologia perché non
penetrava negli spazi della nostra vita ai quali abbiamo sempre veramente
tenuto: la nostra rete di amicizie, lo scrivere, il dipingere, il coltivare
l'arte e la cultura, le relazioni, l'identità, le associazioni civiche, la
natura del lavoro, l'acquisizione di benessere, il potere. Ma oggi la costante
applicazione della tecnologia nella rete delle comunicazioni e dei trasporti
ha completamente sommerso queste aree sociali. Il nostro spazio sociale è
stato invaso dal telegrafo, dal fonografo, dal telefono, dalla fotografia,
dalla televisione, dall'aeroplano e dall'automobile; poi dal computer, da
Internet, e adesso dalla rete. La tecnologia non è più esterna, aliena,
periferica; sta al centro della nostra vita”[xxvi].
La proposta è quella di ascoltare la tecnologia in crescita.
In concreto, dobbiamo ascoltare la tecnologia anche in ambito
filosofico e teologico, perché essa ci sta portando verso un modello di nodi
e connessioni che non soltanto potrebbe dare una chiave di soluzione al
dilemma radicale dell'umanità, ma potrebbe e dovrebbe creare una interessante
interfaccia culturale al messaggio della Rivelazione, una sorta di postmoderno
motivo di credibilità. Non è più
la nemica di altri tempi, anche se molti dei suoi aspetti sono ancora
veramente pericolosi e molte delle fondatissime antiche diffidenze non sono
ancora superate.
La nuova cultura ha molte cose da dire. Come ogni dimensione delle realtà
create, deve essere dal credente avvicinata
in senso positivo, come qualcosa di proprio. Inoltre, ormai sono
abbondanti gli esempi dei vantaggi che la nuova tecnologia può portare alla
convivenza umana, non soltanto a livello di mero progresso materiale, ma
proprio in ciò che fa questo progresso veramente umano, vera cultura,
“coltivazione” dello spirito. La nuova tecnologia, per esempio, sta
permettendo a persone altrimenti escluse l'accesso all'educazione superiore
fornita dalle diverse “Open Universities”, che ormai vantano una
sostanziale esperienza nel web-tutoring , sia come prima porta di ingresso a
questo ambito di studio universitario, sia come complemento e perfezionamento
degli studi compiuti con sistemi tradizionali[xxvii].
Un altro esempio reale si sta producendo in Italia con lo sviluppo del
Progetto LINK, come uso della tecnologia di rete per lo sviluppo territoriale.
In questo caso, un'entità accademica di primo livello, la Scuola Superiore
Sant'Anna e altri atenei italiani, in collegamento in rete con diversi
soggetti pubblici e privati, cercano di dare un contributo positivo a
beneficio della società civile[xxviii].
Che questo beneficio non è da considerarsi soltanto dal punto di vista della
crescita economica si desume sia dagli stessi criteri di valutazione del
progetto[xxix],
sia dai contenuti specifici, al servizio della persona, della ricerca e della
produzione[xxx].
Un'altra conseguenza, per esempio, di questa onnipresenza tecnologica consiste
nella necessità di difendere la propria privacy.
Indubbiamente, si tratta di uno dei punti in cui si riscontra una maggiore
sensibilità della società attuale. Questo non può essere inteso unicamente
come un sistema di protezione davanti a un'aggressione ingiusta; il che
sarebbe mantenersi ancora nel paradigma dell'atomo, dell'individualismo del
ventesimo secolo. La rete possiede una dinamicità positiva che si manifesta,
come si accennava prima, nella sua sintonia con i modelli organici. Se
l'invasione della rete richiede l'affermazione della propria identità, è
perché questa affermazione, appunto, diventa indispensabile per l'esistenza
della propria rete che, in quanto tale, è composta da nodi e da connessioni.
Non c'è relazione senza alterità, senza nitida distinzione tra i termini
della relazione. Ma, nello stesso tempo, la relazione dà maggior risalto al
soggetto in quanto nodo.
Forse ancora non si trova una via di
uscita alla chiusura antropologica del secolo scorso, appunto perché ancora
non si riesce a superare il modello atomico o, perché, se si supera
nell'apertura alla rete, si dimentica una cosa tanto elementare come quella
della doppia struttura (nodi e connessioni) che la compongono. Da una parte
non è morto il paradigma di dominio della realtà, che vede in tutto ciò che
non è l'io unicamente oggetti da
controllare. Dall'altra, continua la crescita antitetica di un paradigma
relazionale assoluto, che comporta il rischio di dimenticare l'io, come se la
relazione fosse in grado di giustificare se stesa. Risulta difficile trovare
una superante via di mezzo nell'ambito profano; ma la Rivelazione cristiana da
a questo interrogativo una risposta ricevuta duemila anni fa.
La teologia si trova di fronte, quindi, a
un compito non certamente nuovo: come, rimasto folgorato nel 1928 davanti allo
spettacolo della scienza utilitaristica, Bonhöffer decise di mutare
radicalmente la sua forma di capire e fare la teologia, così il nuovo
cambiamento epocale della tecnologia di comunicazione deve farci riflettere.
Un esempio ancora migliore è Alberto Magno, che integrò al più alto livello
la scienza e ogni altro sapere del suo tempo nella sua proposta teologica. Se
l'esempio di Alberto sembra migliore di quello di Bonhöffer, ed è stato
anche molto più fecondo nei secoli, è perché quest'ultimo era un grande
teologo ma non un grande scienziato.
5.
La
teologia si appresta a rispondere
Il titolo di questa ultima sezione è volutamente limitante. Non si tratta di
dire che cosa deve rispondere la teologia davanti a questi stimoli, ma
semplicemente si vuole indicare una necessità di sviluppo teologico che dovrà
essere fondato sulle verità centrali della fede, sottolineando le coincidenze
con la spinta che l'umanità riceve dalla crescita esponenziale della
tecnologia di comunicazione.
La Rivelazione, infatti, ci parla di una condizione iniziale della creazione
in cui tutto il creato partecipava in forma perfetta nel dialogo tra Dio e
l'uomo. In quell'ambito qualsiasi interazione dell'essere personale con la
natura materiale era di per sé segnata dalla struttura di dono. La materia
non era un insieme di “cose morte”, ma una realtà donata all'uomo facente
intrinsecamente parte della sua struttura dialogica. Si può dire che la
materia godeva, nel disegno originale, di una trasparenza totale
in virtù della quale non era di impedimento alla comunione
interpersonale. Per questo l'agire materiale dell'uomo non era altro che
l'accrescere e manifestare la bellezza del Paradiso ricevuto da Dio (cfr. Gen
2,15).
5.1. L'intima comunione tra l'uomo e la creazione materiale
Soltanto la realtà del peccato ha fatto perdere alla materia questa
trasparenza originaria. La sostituzione dello Spirito di Verità con lo
spirito della menzogna fa si che l'interazione dell'uomo con la materia
diventi difficile, e la sua chiave relazionale, come manifesta la storia di
Caino e Abele, non sempre si raggiunge. Ma il Verbo, Verità della creazione,
si da nuovamente nell'Incarnazione per ripristinare l'ordine primigenio. In
Cristo ogni dimensione materiale della creazione raggiunge nuovamente la sua
potenza relazionale. Che la natura sia “naturalmente” intrecciante è –
pertanto - una verità non desumibile dall'esperienza diretta del cosmo, che
sembra indicare il contrario o lascia almeno una forte perplessità nello
spirito umano. La verità salvifica, infatti, non manifesta pienamente la sua
potenza se non nella fede e in attesa di una pienezza futura. Proprio per
questo ciò che costituisce un elemento centrale del ruolo salvifico
dell'Incarnazione – la comunione di tutta la creazione in Cristo –
sembrerebbe ricevere un forte sostegno nella tensione escatologica con cui si
manifesta dalla tecnologia di rete.
Che tra l'uomo e il resto della creazione ci sia un legame comunionale
profondo dovrebbe essere una verità facilmente accettata nella cultura
attuale, in cui la sensibilità ecologica è particolarmente sviluppata. Tante
volte il cristianesimo è stato accusato di atteggiamenti antiecologisti. La
verità è che il racconto biblico e lo sviluppo dogmatico della fede della
Chiesa sembrano indicare tutto il contrario: il Concilio Vaticano II,
riassumendo la Tradizione perenne, afferma che, “unità di anima e di corpo,
l'uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi
del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro
vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore”[xxxi].
L'uomo non può non sentirsi in comunione con tutto il creato con il compito
specifico di portarlo al suo fine: la lode del creatore.
Ciò comporta un ruolo di dominio da parte dell'uomo sul resto del creato che
non è comunque da interpretare come potere assoluto che ne renda lecito lo
sfruttamento illimitato: la superiorità dell'uomo è una partecipazione alla
signoria del Creatore, dalla quale dipende. Il suo ruolo è essere il
rappresentante nella creazione della Trinità creatrice, nella conoscenza
della verità e nell'amore di tutte le cose: “L'uomo, però, non sbaglia a
riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto
una particella della natura o un elemento anonimo della città umana. Infatti,
nella sua interiorità, egli trascende l'universo: a questa profonda
interiorità egli torna, quando si volge al cuore, là dove lo aspetta Dio,
che scruta i cuori, là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo
destino. Perciò, riconoscendo di avere un'anima spirituale e immortale, non
si lascia illudere da fallaci finzioni che fluiscono unicamente dalle
condizioni fisiche e sociali, ma invece va a toccare in profondo la verità
stessa delle cose”[xxxii].
Più avanti insiste ancora: “L'uomo, infatti, creato a immagine di Dio, ha
ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa
contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così
pure di riportare a Dio se stesso e l'universo intero, riconoscendo in lui il
Creatore di tutte le cose; in modo che, nella subordinazione di tutte le realtà
all'uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra”[xxxiii]
In riferimento alla base biblica di
queste affermazioni, bisogna sottolineare innanzitutto la positività della
creazione materiale manifestata nei due racconti genesiaci. Il mondo materiale
è uscito “buono” dalle mani di Dio, strumento – tramite il lavoro –
di manifestazione dello specifico ruolo dell’uomo nel mondo. Il fondamento
di questa asserzione si trova nell'esposizione del contenuto dell'affermazione
dell'uomo come immagine di Dio: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a
immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse
loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente
che striscia sulla terra” (Gen 1,27-28).
Alla costituzione dell’uomo come
immagine di Dio si devono rimandare anche gli elementi centrali della
benedizione con cui si chiude il racconto sacerdotale della creazione (Gen
2,1-3). Ne fa riferimento il seguente testo della Dies
Domini: “Uscito com’è dalle mani di Dio, il cosmo porta l’impronta
della sua bontà. È un mondo bello, degno di essere ammirato e goduto, ma
destinato a essere coltivato e sviluppato. Il “completamento” dell’opera
di Dio apre il mondo al lavoro dell’uomo. “Allora Dio nel settimo giorno
portò a termine il lavoro che aveva fatto” (Gen 2,2). Attraverso questa
evocazione antropomorfica del lavoro divino, la Bibbia non soltanto ci apre
uno spiraglio sul misterioso rapporto tra il Creatore e il mondo creato, ma
proietta luce anche sul compito che l’uomo ha verso il cosmo. Il lavoro di
Dio è in qualche modo esemplare per l’uomo”[xxxiv].
Si può dire che l’artificioso
espediente che porta l’agiografo a “contenere” l’azione divina nello
schema dei sette giorni ha lo scopo di
mettere in luce il parallelismo tra la Settimana di Dio e le settimane degli
uomini, unite dal comune atteggiamento di signoria: il Signore la cui Parola
onnipotente crea tutte le cose (“Dio disse … e così avvenne”), mosso
unicamente dalla libera decisione di trasmettere la sua bontà (“ed era cosa
molto buona”), trasmette il suo essere Signore alla sua creatura-immagine
(“dominate”, siate “signori” anche voi), per attenderla nella pienezza
del suo Risposo del Settimo Giorno. Questo è lo schema “settimanale”
della Storia della Salvezza, al quale viene sincronizzata la settimana degli
uomini, anche essa con un settimo giorno che ricorda periodicamente la
tensione escatologica – fine dei tempi –
che scaturisce dall’originaria Alleanza: così ha sempre giustificato
Israele il riposo sabbatico[xxxv].
Se lo schema settenario della Storia della Salvezza include questi sei giorni
in cui “farai ogni lavoro”[xxxvi],
il suo simbolismo non può essere visto se non nel sottolineare il compito
della creatura-immagine di coinvolgere in sé tutto il creato materiale per
portarlo al Riposo del Signore del settimo giorno.
Analizziamo adesso il contenuto teologico
di queste indicazioni bibliche, alla luce della pienezza della rivelazione
trinitaria. In primo luogo, bisogna porre come premessa la affermazione che la
creazione non avrebbe senso se non fosse capita come evento interpersonale. In
altre parole, Dio non avrebbe creato una creazione non personale, o una
creazione personale non chiamata al dialogo con Lui.
La Sacra Scrittura, di fatto, insiste nel
presentare un Dio volto al mondo, aperto a un uomo col quale vuole stabilire
una comunione di vita eterna che si chiama salvezza. Ma con la stessa
insistenza si sottolinea che Dio non ha nessun bisogno di avere quella
dimensione comunionale con la creatura: è in sé stesso pienezza di vita, e
da tale pienezza onnipotente scaturisce la stessa creatura amata.
Nell’Antico Testamento questa pienezza di vita, necessariamente confessata
ma non ancora svelata, viene chiamata santità (qadosh);
nel Nuovo Testamento si svela il qadosh
come tri-santità della vita personale intradivina: Padre e Figlio e Spirito
Santo. Dio è pertanto comunione in sé stesso, e per questo può essere
comunione verso il mondo.
Se esiste, dunque, una creatura amata, lo
è all’interno di quell’amore che Dio è nella sua vita intratrinitaria.
Altrimenti, la realtà comunionale ad
extra metterebbe in crisi la trascendenza divina. L’essere della
creatura viene quindi rimandato a ciò che costituisce la stessa vita
trinitaria come communio: le processioni eterne.
5.2. La Trinità, fondamento ultimo
di ogni comunicazione
Dobbiamo alla grande teologia medievale occidentale la possibilità di capire
l'agire trinitario ad extra come
effetto temporale delle processioni eterne: con ciò la dottrina trinitaria si
apre al contenuto ultimo della salvezza come il realizzarsi di una comunione
eterna di vita tra l'uomo e Dio: questa, infatti, si dà nella misura in cui
ci è dato di partecipare a ciò che costituisce l'intimità della vita di
Dio. Ma questa considerazione delle missioni delle Persone divine potrebbe
comportare il rischio di capirle come una sorta di “prolungamento” delle
processioni nel creato; ugualmente, l'idea di inabitazione della Trinità
nell'anima potrebbe dare l'idea di una “discesa” delle Persone per operare
la salvezza. Gran parte della terminologia comune, anche con base biblica,
soffre di questo limite. La realtà è che il mondo creato, tramite
l'Incarnazione e il Dono dello Spirito, viene ammesso
alla vita intratrinitaria, e la persona umana passa a partecipare a ciò che
di quella vita è proprio: come il conoscente nel conosciuto e l'amante
nell'amato; conosciuti nel Verbo, amati nell'Amore. Probabilmente, il limite
della parola razionale si trova, a questo punto, nella necessità di scegliere
tra la salvaguardia della trascendenza divina e il possibile pericolo di
interpretazione estrinsecistica della salvezza.
La Trinità, infatti, nello stesso tempo è paradossalmente chiusa e aperta:
l'infinito essere divino svuota il senso di questi termini. Tommaso,
fondandosi sull'analogia psicologica di Agostino, ricorda: “Dio,
conoscendosi, concepisce nell'intimo di sé il suo Verbo e questo è anche
l'Idea nella quale conosce tutto quello che conosce, poiché è conoscendo sé
stesso, che conosce tutte le cose. Da questa concezione del Verbo egli procede
all'amore di tutte le cose e di sé stesso … Quando questo cerchio è
chiuso, nulla vi può essere aggiunto”[xxxvii].
L'apertura della Trinità alla conoscenza e all'amore della creatura si ha,
pertanto, in ciò che nella Trinità è più chiuso, ermetico: la presenza di
Dio a se stesso come conosciuto e come amato. Conseguentemente, l'apertura, o
per meglio dire, l'ammissione della creatura, non può che essere una grazia, una partecipazione assolutamente gratuita a quella
Conoscenza e a quell'Amore.
A questo punto l'immagine luminosa della Terza Persona ci fa ritornare a
quella della Seconda, dalla quale procede. Prendendo nuovamente un'idea già
espressa, e mettendola in relazione con la necessità della grazia appena
accennata, dobbiamo ricordare che è l'Incarnazione, missione visibile del
Verbo, la causa che ci permette la partecipazione alla vita intradivina. La
grazia di Cristo è gratia capitis.
In quest'ottica dobbiamo constatare la grande convenienza iconografica
dell'affresco di Papa nel rappresentare il Verbo nelle vesti della sua
Incarnazione, fregiato con i segni della sua Passione, ma ormai nella sua
Gloria vittorioso, pienamente assentato nella sua mediazione celeste. Non
poteva essere altrimenti, perché la dinamica della nostra ammissione alla
luce trinitaria passa attraverso la Croce e la Risurrezione.
E così le due missioni visibili, Incarnazione e Dono dello Spirito,
diventano, come la teologia classica ha costantemente ribadito, la causa della
missione invisibile: l'inabitazione trinitaria. Il livello della grazia, nel
dipinto, è rimandato al piano
della sua realizzazione sacramentale: la Luce che rifulge nel petto del Verbo,
la troviamo nell'Ostia della Prima Messa, memoriale permanente dell'economia
dell'Incarnazione a opera dello Spirito-Luce. Ma questo percorso del Verbo,
dalla sua condizione celeste alla condizione di Presenza sacramentale, non
dimentica il nesso di congiunzione che è costituito dalla mediazione della
Parola, rappresentata nei pennacchi della cupola.
A questo punto ci sono tutti gli elementi
per un'adeguata rappresentazione pittorica di una teologia della storia. Tutto
sembra voler sottolineare l'importanza che Giovanni Paolo II vuole dare al
mistero del Verbo fatto Uomo: bisogna affermare non soltanto che “con
l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in
certo modo a ogni uomo”[xxxviii],
ma è necessario aggiungere che con questo evento, in cui il Verbo si è fatto
veramente carne, tutto il cosmo è stato in
certo modo unito a Lui[xxxix],
inondato dalla Luce che per Lui viene dal Padre, che li avvolge e avvolge in
Loro tutto il creato. E' doveroso dire, dunque, che ogni elemento del creato
nasconde una dimensione cristica, che ogni storia può avere una valenza
salvifica che tocca a ogni uomo scoprire. Spogliarsi dell'amore di sé per
vivere nell'Amore intratrinitario non richiede necessariamente abbandonare il
mondo materiale, ma trasformarlo in "traslucido", cioè relazionale.
I diecimila miliardi di oggetti che oggi ci circondano, che tramite la
tecnologia del microchip sono diventati altrettanti nodi di un gigantesco
collegamento globale, costituiscono per il credente una sorte di continuo e
muto richiamo a ciò che fonda e dà senso a ogni intreccio: la Trinità
creatrice.
In conclusione, siamo davanti a un paradosso: da una parte la chiave
trinitaria della storia ci porta a vedere la materia come elemento pienamente
inserito nel dialogo tra Dio e l'uomo, e quindi una nuova e promettente
continuità tra la rivelazione cristiana e il paradigma di intreccio che la
tecnologia di rete ha favorito; da un'altra parte, a nessuno sfugge che, di
fatto, la natura continua palesemente a non essere sperimentata come l'ambito
dialogico che invece dovrebbe essere. La posizione credente non può non porsi
la questione sul perché ciò che la fede protologica insegna di fatto non
avviene.
Evidentemente la partecipazione alla vita intratrinitaria ha fondamentalmente
una dimensione dinamica e relazionale, che dipende in senso proprio dalla
stessa natura dell'azione divina che chiama l'uomo a sé: la grazia è
innanzitutto una nuova relazione tra Dio e l'uomo, nel mantenimento della
quale l'uomo, in tutto il suo essere unitario somato-spirituale e includendo
in sé tutto il creato, viene trasformato in figlio di Dio.
L'uomo lasciato da solo con la rete finirà da essa stessa imprigionato,
strozzato. Ma l'uomo ricreato in Cristo sarà in grado di vedere in essa uno
strumento privilegiato per realizzare nella storia ciò che costituisce il suo
compimento definitivo: la vita eterna di comunione personale con Dio e con gli
altri nella propria condizione di essere materiale. La rete e in genere le
nuove tecnologie diventeranno l'occasione del moltiplicarsi degli atti di
carità fraterna fondata nella comune filiazione. Potrà essere specialmente
chiaro che nell'esistenza non è possibile separare una sfera mondana da
un'altra cristiana, scissione che invece sembrava favorire il paradigma
atomico di dominio. Spirito e corpo in unità sostanziale, l'uomo sarà
specialmente consapevole di essere e operare come ipse
Christus nella storia, senza che nulla rimanga fuori del suo riferirsi al
Padre: “Sia che mangiate, sia che beviate, fate tutto per la gloria di Dio
(1Cor 10,31)”
Ma sappiamo che questa dinamica assunzione a figlio avviene nel Figlio eterno
tramite una modalità di redenzione.
L'originario disegno divino è stato cancellato dalla libertà umana: e
l'uomo, una volta trovatosi fuori del dialogo intratrinitario, coinvolge anche
tutta la natura materiale, che nel suo peccato perde l'originaria struttura
dialogica, e diventa isolante. “Alla struttura personale del peccato si
aggiunge la sua portata cosmica; quando l'uomo si ribella contro Dio, si
ribella simultaneamente contro il suo essere imparentato con Dio (chiave
trinitaria!). Fa violenza a se stesso; diventa distruttore di se stesso. E
come può peccare soltanto con le cose di questo mondo e in esse (aversio-conversio!),
queste vengono incluse nella sua autodestruzione. Il peccato produce disordine
e caos nel mondo. E' il becchino della creazione”[xl].
La cancellazione del peccato a opera dell'economia redentrice
dell'Incarnazione consiste positivamente nel reinserimento dell'uomo nel
dialogo trinitario, il che avviene coinvolgendo nuovamente tutte le sue
dimensioni costitutive, assunte dalla Seconda Persona, perfectus
homo. Il diventare nuovamente figli nel Figlio si estende a tutta la
creazione. La grazia redentiva ripete la portata cosmica dell'Incarnazione e
converte la creazione in creazione redenta, nuovamente trasparente al dialogo
interpersonale. Soltanto che questa trasparenza, come in genere tutti i frutti
della redenzione, si danno nella tensione escatologica del già ma non ancora, nel gemere della creazione salvata in
spe (cfr. Rom 8,18-24).
Il messaggio relazionale del nuovo
paradigma tecnologico diventa accessibile all'uomo, pertanto, grazie al
Cristo. In Lui si danno i due elementi fondamentali di incontro personale
fondante (filiazione), e di riparazione redentrice di fatto (giustificazione),
che permettono il superamento del paradosso che l'uomo è nella sua condizione
storica. Rimane chiaro il ruolo primordiale e antecedente dell'annuncio della
Buona Novella; ma è anche tangibile che si trovi nella stessa realtà della
tecnologia di rete un forte richiamo e una marcata concordanza correlativa al
contenuto di questa Rivelazione. Questa correlazione potrà essere senza
dubbio un nuovo e forte motivo di
credibilità per spingere una nuova
evangelizzazione.
[ii]
Giovanni Paolo II,
Messaggio per la XXIV Giornata
mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24.01.1990; Insegnamenti
di Giovanni Paolo II, XIII/1 (1990) 157.
[iii]
Fernando Sáez Vacas, Educación
y tecnología, ed. America Iberica, Madrid 1999, p. 13.
[iv]
K. Kelly,
Nuove regole per un nuovo mondo,
Ponte alle Grazie, Milano 1999, p. 17.
[vi]
Discorso ai
rappresentanti della ditta Nixdorf Computer, accolti in Vaticano il
16.10.1987: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X/3 (1987) 862-864.
[vii]
Giovanni Paolo II, Discorso a Scarmagno (Torino) 19.03.1990; Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIII/1 (1990) 690.
[ix]
Cf. J. M. Galvan, Ferialità e festività: la natura teologica del lavoro, in AA.VV. Liberare il lavoro: significato e prospettive nella società
postmoderna, Ares, Milano 1999 pp. 61-89.
[xi]
A. de Saint-Exupery,
Volo di notte, 91-92
[xii]
Questa determinazione concettuale del contenuto della modernità è stata
pressa da L. Scheffczyk, L'uomo moderno di fronte alla salvezza cristiana, in AA.VV., Salvezza
cristiana e culture odierne, Elledici, Torino 1985, 1 28-31. La
concatenazione dei concetti è anche cronologia: in primo luogo la
modernità ha recepito dall’ambito cristiano l’idea di
secolarizzazione, con la consapevolezza del ruolo centrale dell’uomo nel
cosmo; a questa è subentrato il pensiero di autonomia che poco dopo è
stato strutturato, soprattutto da E. Kant, come immanentizzazione. Nel XX
secolo, in parte con la spinta delle filosofia del finito, l’immanentizzazione
si converte in profanizzazione dell’ambito religioso, diventando la
scienza l’istanza ultima di risposta alle domande trascendenti.
[xiii]
Discorso, Colonia 15.11.1980, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. III/2
(1980) 1200-1211.
[xiv]
Cf Gaudium et spes 21c.
[xv]
Cf L. Polo, La
originalidad de la concepción cristiana de la existencia, in
“Palabra” 54(1970)17-25; da notare che su questo argomento si può
citare un'abbondantissima bibliografia, ma mi sembra specialmente
significativa la data di questo piccolo lavoro, quasi profetico, di Polo.
[xvi]
Cf P. Donati, Dio, relazione e alterità: la matrice teologica della società civile
dopo-moderna, en Divus Thomas
101 (1998) 124-146.
[xviii]
“Il senso religioso appartiene sempre meno alle culture stabilizzate
(stabilite) nel tempo e diventa sempre più ricerca”, Donati,
op. cit. p. 130.
[xix]
Giovanni Paolo II, Discorso 22.02.1987
[xx]
Contra Gentiles, 3, 75
[xxi]
L'argomento è qui molto ridotto, per mancanza di spazio e non diretta
attinenza. Ovviamente, non soltanto è possibile fare riferimento a questa
via negativa, per giustificare la convenienza di intraprendere la via
estetica verso Dio: la stessa perdita di significatività dei contenuti di
verità o etici tramandati dalla modernità richiama vie di accesso alla
verità cariche di dimensione esperienziale empatica, e perciò estetiche.
Cf J. M. Galván, L'arte
come via di evangelizzazione, in H. Fitte,
Fermenti nella teologia alle soglie del terzo millennio, Libreria
Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, 284-293.
[xxiv]
A. López Quintás, Para comprender la experiencia estética y su poder formativo, Verbo
Divino, Estella 1991, p. 15.
[xxv]Terra
degli uomini (1939) pp.53-54.
[xxviii]
Cf AA.VV. Le reti di innovazione e
lo sviluppo territoriale. Analisi di una esperienza: il progetto LINK,
Scuola Superiore Sant'Anna, Città di Castello 2001.
[xxix]
Cf Luca Alessandro Remotti, La
valutazione dei risultati dei progetti innovativi ad alta tecnologia,
in Ibid., pp. 65-81.
[xxx]
Cf ad esempio, Maria Chiara Carrozza
ed al., CRIM – Centro di Ricerca
Applicata in Microingegneria: progettazione e sperimentazione di servizi
di ricerca e formazione per l'innovazione delle imprese, in Ibid.
pp. 106-115.
[xxxv]
Cfr Es 31,12-17; 20,8-11; Dt 5,12-15.
[xxxvii]
De Potentia
9, 9: “Deus autem non accipit scientiam a rebus, sed per scientiam suam
causat res; nec per voluntatem suam tendit in aliquid exterius sicut in
finem, sed omnia exteriora ordinat in se sicut in finem. Est ergo tam in
nobis quam in Deo circulatio quaedam in operibus intellectus et voluntatis;
nam voluntas redit in id a quo fuit principium intelligendi: sed in nobis
concluditur circulus ad id quod est extra, dum bonum exterius movet
intellectum nostrum, et intellectus movet voluntatem, et voluntas tendit
per appetitum et amorem in exterius bonum; sed in Deo iste circulus
clauditur in se ipso. Nam Deus intelligendo se, concipit verbum suum, quod
est etiam ratio omnium intellectorum per ipsum, propter hoc quod omnia
intelligit intelligendo seipsum: et ex hoc verbo procedit in amorem omnium
et sui ipsius. unde dixit quidam, quod monas monadem genuit, et in se suum
reflectit ardorem. Postquam
vero circulus conclusus est, nihil ultra addi potest; et ideo non potest
sequi tertia processio in natura divina, sed sequitur ulterius processio
in exteriorem naturam”
[xxxix]
Giovanni Paolo II,
Dominum et Vivificantem,
n. 50 : “ L'incarnazione di Dio-Figlio significa l'assunzione all'unità
con Dio non solo della natura umana, ma in essa, in un certo senso, di
tutto ciò che è “carne”: di tutta l'umanità, di tutto il mondo
visibile e materiale. L'incarnazione, dunque, ha anche un suo significato
cosmico, una sua cosmica dimensione. Il “generato prima di ogni
creatura”, incarnandosi nell'umanità individuale di Cristo, si unisce
in qualche modo con l'intera realtà dell'uomo, il quale è anche
“carne”, e in essa con ogni “carne”, con tutta la creazione ”.
[xl]
M. Schmaus, Dommatica cattolica, Marietti, Casale Monferrato 1959, vol 3. p.
184.
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