Prefazione
Il
Concilio Ecumenico Vaticano II, per molteplici ragioni,
è considerato come l'evento più notevole della Chiesa
del secolo XX.
Il
duplice ricordo della moltitudine dei Pastori, che sfilò
in piazza S. Pietro l'11 ottobre 1962, dando inizio alla
assise ecumenica e l'8 dicembre 1965, al termine di
essa, è ancora fisso nella memoria come un unico anello
luminoso, che abbraccia — in una simbolica icona — tutto
l'insieme dei lavori conciliari, sintetizzando quanto il
Concilio ha fatto per dare nuovo splendore alla Chiesa e
conferire alla sua eterna missione quell'aggiornamento,
che le particolarissime condizioni del ministero
pastorale oggi richiedono. E quell'immagine resterà
nella storia a indicare nei secoli venturi l'opera del
Concilio Vaticano II: il Concilio della Chiesa, com'è
stato ben definito, il Concilio della unità, della
santità, della cattolicità e apostolicità della Chiesa,
che si è chinata con rinnovato amore verso gli uomini
per indicare loro che solo nel Vangelo di Cristo è
racchiuso il segreto della salvezza, della concordia e
della pace.
Il
Concilio, poi, è stato affidato all'apporto volonteroso
di tutti i cristiani al fine di applicarne e viverne le
consegne. Si comprende perché Sua Santità Paolo VI — Cui
spetta il merito sommo di aver continuato e felicemente
conchiuso il Concilio — abbia invitato con assillo
costante tutti i figli della Chiesa a metterne in
pratica gli insegnamenti: « Il Concilio » — sono sue
parole — « lascia qualche cosa dietro di sé, che dura e
che continua ad agire. Il Concilio è come una sorgente,
dalla quale scaturisce un fiume; la sorgente può essere
lontana, la corrente del fiume ci segue. Si può dire che
il Concilio lascia alla Chiesa, che lo ha celebrato, se
stesso... Conoscere, studiare, applicare i suoi
documenti è il dovere ed è la fortuna del periodo
post-conciliare » (12 gennaio 1966).
E il
Papa Giovanni Paolo II s'è fatto araldo del Concilio.
Tutto il suo magistero — si può ben dire — si ispira al
Concilio; ai documenti conciliari Egli fa costante
riferimento; ogni sua azione pastorale è nel solco della
attuazione del Concilio, facendo sapiente lettura dei
segni dei tempi. Chi avesse l'amabilità di fare lettura
delle lettere Encicliche del Papa Giovanni Paolo, delle
Esortazioni Apostoliche, delle sue Allocuzioni nelle più
diverse occasioni e ricorrenze; e — ancora — nelle
Udienze generali del mercoledì, nelle riflessioni
domenicali all’Angelus, nelle visite pastorali alle
Nazioni, alle Diocesi d'Italia e dell'Orbe, alle
parrocchie dell'Urbe, farebbe — al contempo — ampia
lettura dei medesimi Documenti conciliari.
L'aveva promesso all'inizio del suo ministero di supremo
pastore della Chiesa universale. Tutti noi, oggi,
possiamo constatarne lo zelo e la sua pastorale
sollecitudine: in una parola, il Papa ha mantenuto fede
alla promessa e all'impegno assunto, in quel 22 ottobre
1978, giorno di inizio del suo ministero petrino.
Sia
qui sufficiente ricordare l'impulso e l'attuazione del
Concilio che il Papa ha inteso dare:
-
con la convocazione del Sinodo straordinario dei Vescovi
in occasione del XXV anniversario della Conclusione del
Vaticano II;
-
con la promulgazione del Codice di Diritto Canonico;
-
con la promulgazione del Codice dei Canoni delle Chiese
Orientali;
-
con la pubblicazione del Catechismo della Chiesa
Cattolica.
Lodevole, opportuna e degna di incoraggiamento è
pertanto l'iniziativa di Monsignor Tommaso Stenico, di
dedicare al Concilio Ecumenico Vaticano II un volume
ricco di studi offerti da esimi e chiarissimi esperti. È
uno strumento utile di approfondimento per i cristiani e
per tutti gli uomini di buona volontà; è uno stimolo a
mettersi generosamente sulla via indicata dal Papa
Giovanni Paolo II, che ha avviato Egli stesso, in
occasione del XXX anniversario della conclusione del
Concilio, una riflessione sui Documenti del Vaticano II
nel corso di alcuni Angelus domenicali.
Il
Concilio continua!
Che
questo volume possa provvidamente ottenere gli attesi
consensi, raggiungere gli sperati frutti di bene e
portare un valido contributo al nostro itinerario verso
il Terzo Millennio dell'era cristiana.
Dal
Vaticano, 24 novembre 1996, Solennità di Cristo Re.
+
ANGELO Card. SODANO
Segretario di Stato di Sua Santità
* * *
COSTITUZIONI - DECRETI - DICHIARAZIONI DEL CONCILIO
ECUMENICO VATICANO II
IN ORDINE
CRONOLOGICO DI APPROVAZIONE
1.
SACROSANCTUM CONCILIUM (SC)
Costituzione sulla Sacra, Liturgia, 4 dicembre
1963
2. INTER
MIRIFICA (IM)
Decreto sui Mezzi di Comunicazione Sociale, 4
dicembre 1963
3.
LUMEN GENTIUM (LG)
Costituzione dogmatica sulla Chiesa, 21 novembre
1964
4. ORIENTALIUM
ECCLESIARUM (OE)
Decreto sulle Chiese Orientali Cattoliche, 21
novembre 1964
5. UNITATIS
REDINTEGRATIO (UR)
Decreto sull'Ecumenismo, 21 novembre 1964
6. CHRISTUS
DOMINUS (CD)
Decreto sull'Ufficio pastorale dei Vescovi, 28
ottobre 1965
7. PERFECTAE
CARITATIS (PC)
Decreto sul rinnovamento della Vita Religiosa, 28
ottobre 1965
8. OPTATAM
TOTIUS (OT)
Decreto sulla Formazione Sacerdotale, 28 ottobre
1965
9.
GRAVISSIMUM EDUCATIONIS (GE)
Dichiarazione sull'Educazione cristiana, 28
ottobre 1965
10. NOSTRA RETATE (NA)
Relazioni della Chiesa con le religioni non
cristiane, 28.X. 1965
11. DEI VERBUM (DV)
Costituzione sulla Divina Rivelazione, 18
novembre 1965
12. APOSTOLICAM ACTUOSITATEM (AA)
Decreto sull'Apostolato dei Laici, 18 novembre
1965
13. DIGNITATIS HUMANE (DH)
Dichiarazione sulla Libertà religiosa, 7
dicembre 1965
14. AD GENTES DIVINITUS (AG)
Decreto sull'attività missionaria della Chiesa, 7
dicembre 1965
15. PRESBYTERORUM ORDINIS (PO)
Decreto sul ministero e la vita sacerdotale, 7
dicembre 1965
16.
GAUDIUM ET SPES (GS)
Costituzione sulla Chiesa nel mondo, 7 dicembre
1965
____________________________________________

Il
Concilio Ecumenico Vaticano II
11
ottobre 1962 - 8 dicembre 1965
Con
la cerimonia solenne e grandiosa dell'8 dicembre 1965 si
è concluso uno dei più importanti avvenimenti del nostro
secolo.
Il
Concilio Ecumenico Vaticano II era stato aperto presso
il sepolcro di Pietro l'il ottobre 1962, nel giorno in
cui — allora — il calendario faceva memoria della divina
maternità di Maria. Si inaugurò dopo tre anni di
preparazione e di preghiera. Infatti il 17 maggio 1959,
festa di Pentecoste, venne costituita dal Papa Giovanni
XXIII la Commissione ante-preparatoria, presieduta dal
cardinale Domenico Tardini, Segretario di Stato.
In
una allocuzione radiofonica del 27 aprile 1959 il Papa
invitò i cattolici dell'Orbe a pregare e a fare
penitenza per il buon esito del Concilio.
Il
secondo periodo della preparazione del Vaticano II ebbe
inizio il 5 giugno 1960, ancora festa di Pentecoste, con
la promulgazione del motu proprio Superno Dei Nutu.
Sulla base dei dati, forniti dalla precedente
consultazione, occorreva procedere alla redazione degli
schemi per gli argomenti che il Papa intendeva
sottoporre al Concilio.
L'11
aprile 1961 nella Lettera apostolica Celebrandi
Concilii Oecumenici, Papa Giovanni XXIII raccomanda
ancora preghiere per il Concilio. Il 25 dicembre 1961,
con la Costituzione Apostolica Humanae Salutis,
Papa Roncalli indice il Concilio Ecumenico Vaticano II
Il 6
gennaio 1962 il Papa indirizza ai sacerdoti di tutto il
mondo l'Esortazione apostolica Sacrae Laudis,
invitandoli a celebrare la Liturgia delle Ore [allora
Ufficio Divino] per il buon esito dell'Assise
conciliare.
Il 2
febbraio 1962, nel motu proprio Consilium, stabilisce
che il Concilio inizi l'ottobre 1962. E finalmente,
il 28 aprile 1962, con la Lettera Apostolica
Oecumenicum Concilium, raccomanda la recita del
Rosario per il buon inizio del Concilio.
Sono
queste, all'apparenza, solo sterili date, che segnano in
qualche modo la cronaca della fase preparatoria della
grande Assise Ecumenica, ma che denotano l'ordine
profondamente soprannaturale e spirituale dell'evento.
Chi dovesse ignorare questa realtà, invisibile ma
essenziale, finirebbe con il fare solo una lettura
orizzontale, senza quell'intima ed efficace tessitura
soprannaturale che viene soltanto da Dio e che è opera
dello Spirito Santo, che è l'anima della Chiesa. Si
finirebbe, davvero, di perdere il vero e reale senso del
Vaticano II, il quale — più che appartenere alla storia
della Religione — appartiene alla teologia della storia.
Tutto
ciò è presente nella mente e nel cuore del Papa, che
ancora l'1 e il 2 luglio 1962 invia, rispettivamente,
una Lettera ai Vescovi e ai Fedeli di tutto il mondo per
invitare tutti alla preghiera e alla penitenza e una
lettera alle Religiose per impegnarle nella preghiera
per il buon esito del Concilio. Inoltre, l'il settembre
1962 Papa Roncalli rivolge l'ultimo radiomessaggio
Ecclesia Christi Gentium a tutti i fedeli, a un mese
dall'inizio del Concilio.
Come
non ricordare, infine, quel 4 ottobre 1962, allorquando
Giovanni XXIII si fa pellegrino — in treno — al
santuario della Madonna di Loreto e ad Assisi per
chiedere speciali benedizioni sull'imminente Assise?
Lo
svolgimento dei lavori del Vaticano II rappresenta un
successo unico riguardo a una influenza più estesa della
Chiesa Cattolica Romana e riguardo alla sua posizione
resa senza dubbio più eminente nel mondo.
Mai
un'assemblea ecclesiastica — soprattutto di una tale
importanza numerica ancora mai vista (2.540 membri,
rispetto ai 750 del Vaticano I e ai 258 del Concilio di
Trento) — ha dato prova di una tale autocritica; mai si
è dedicata a un tale sforzo di riorganizzazione. I
lavori del Concilio, la proclamazione ufficiale fatta
dal Papa delle decisioni conciliari, votate tutte con
una quasi unanimità, costituiscono oramai l'insegnamento
ufficiale e rinnovato della Chiesa Cattolica.
Allorché Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959 nella
Basilica di San Paolo fuori le Mura, preannunciò la
grande Assemblea — fu, com'è noto, nei primi mesi del
suo pontificato — l'impressione nel mondo fu grande e
profonda: un carisma di profezia, fu scritto.
In
realtà pochi erano quelli che comprendevano il
significato vero e profondo della decisione storica del
Papa. Ma l'emozione che l'annuncio suscitò fu la
conferma delle attese e delle speranze, spesso
indistinte ma universali, che v'erano nell'umanità per
l'azione della Chiesa, quelle medesime speranze che il
Papa, nel suo anelito pastorale, aveva già intuito e che
gli avevano ispirato, in definitiva, la risoluzione di
convocare i Vescovi del mondo cattolico.
Qualcosa di simile era già accaduto poco meno di un
secolo prima ai tempi del Vaticano I.
Il
primo annuncio del XX Concilio ecumenico fu dato da Pio
IX il 29 giugno 1867, in occasione del centenario di San
Pietro: il potere temporale era stato già gravemente
menomato e quanto ne restava appariva seriamente scosso.
Parve, specialmente in Italia, che il Papa tentasse di
mobilitare il mondo cattolico a difesa dello Stato
romano; vivaci reazioni si ebbero al parlamento di
Firenze. Nel mondo cattolico si manifestarono
apprensioni e timori che nel sinodo imminente si
confermasse e prendesse forma dogmatica la supremazia
del Papa a detrimento non solo dell'autorità dei
vescovi, ma della stessa autonomia degli Stati. La
preoccupazione politica fece velo alla retta
comprensione del grande evento.
Quando fu annunciato il Vaticano II le condizioni
esterne erano di molto cambiate e nessuno poteva aver
motivi o pretesti d'ordine temporale per manifestare
preoccupazioni o timori analoghi a quelli del 1867.
Tuttavia — narrano le cronache — non mancarono taluni
movimenti e gruppi, espressione di concezioni laiciste
del mondo e della vita, che presentarono il Concilio o
come l'effetto di una pressione di base sulla Gerarchia,
o come una conseguenza dell'evoluzione storica, che non
lasciava immune neppure la Chiesa cattolica. Tali furono
le pregiudiziali che ispirarono anche una parte della
stampa e dell'opinione pubblica nelle sue valutazioni
del Concilio, inducendola a ricercare, nei lavori di
preparazione e in quelli dei quattro periodi, quanto
poteva sembrar utile a confermare tesi preconcette. In
sostanza, la Chiesa venne considerata molto spesso in
una dimensione unicamente terrena, storica, a discapito
del suo carattere soprannaturale. Derivò da questo
atteggiamento la tendenza a sensibilizzare le
discussioni e gli atti conciliari più immediatamente
collegati alla realtà presente, come lo schema sulla
Chiesa nel mondo contemporaneo e l'altro sulla libertà
religiosa o, ancora, talune questioni che più da vicino
toccano il senso comune o l'interesse o il costume: ad
esempio la limitazione delle nascite, la morale del
matrimonio.
Anche
il valore di documenti fondamentali non fu sempre
compreso.
Così,
per esempio, la Costituzione dogmatica Lumen Gentium
sulla Chiesa: un documento che, in se stesso, implica
una nuova configurazione dell'ecclesiologia, quindi
della stessa pastorale; forse un tipo nuovo di rapporto
col mondo. La stessa Costituzione liturgica fu più
considerata sotto l'aspetto delle innovazioni che
introduceva che sotto l'altro, sostanziale, della
partecipazione consapevole del popolo cristiano, del
richiamo catechistico che deriva da una lex orandi
più accessibile ed esplicita.
Il
presupposto politico, più o meno latente, indusse a
guardare alle congregazioni conciliari come ai dibattiti
di un parlamento. Se non, come pure è avvenuto, di
un'assemblea costituente. I Padri vennero catalogati e
divisi in gruppi distinti e contrapposti; si volle
identificare una destra e una sinistra, si andò a
scrutare tra le pieghe degli interventi, vennero
sottolineate interruzioni vere o presunte, si cercò,
insomma, un dramma laddove non era che volontà unanime
di bene, amore della verità, slancio a Dio. Le diverse
posizioni emerse nel Concilio sui problemi volta a volta
presi in esame, approfonditi, discussi, erano
altrettante facce di uno stesso sentimento: l'assenso o
il dissenso, lealmente e francamente manifestati con la
parola e col voto, furono testimonianze che, davanti a
Dio, avevano lo stesso valore e che alla fine vennero a
coincidere, per questo impulso soprannaturale, in una
quasi unanimità sui problemi di fondo.
Ma la
Provvidenza, che aveva voluto il Concilio, lo condusse a
termine — pur nel travaglio di discussioni spesso
assai vivaci e contrastanti idee e opinioni — nel modo
più felice. Le diversità hanno giovato all'unità, perché
unità e differenze vengono da Dio. La molteplicità delle
culture, delle ideologie, delle opinioni, delle correnti
di progresso [non si dimentichi mai che hanno lavorato
insieme 2540 Padri provenienti da tutto il mondo!] hanno
— alla fine — costruito una mirabile osmosi e una
stupenda e sorprendente coralità. Giovanni XXIII —
ricorda il segretario generale del Concilio, mons.
Pericle Felici — aveva detto con voce ferma e con lo
sguardo proteso verso l'avvenire: « II Concilio
riuscirà! ». E il Concilio è riuscito.
Ora
il Concilio continua. Sì, il Concilio continua perché
esso è stato ed è una pietra miliare nella storia della
Chiesa e nella teologia della storia. Nessuno storico,
degno di questo nome, potrà mai ignorarlo. In realtà il
Concilio continua la sua opera di rinnovamento e di
riforma. Costituzioni, Decreti, Dichiarazioni fanno
parte del patrimonio della Chiesa.
La
Chiesa è uscita dal Concilio con un volto più giovane e
un passo più spedito. La ricerca di una autenticità
cristiana, che è stata la continua preoccupazione
pastorale ed ecumenica dei Padri conciliari, ha offerto
alla Chiesa un nuovo splendore. Essa si rivolge —
soprattutto da allora — al mondo più libera, più ricca
interiormente, più conforme ai suoi valori
istituzionali.
Decreti come quelli sulla libertà religiosa e
sull'ecumenismo rivelano una attitudine di aggiornamento
pastorale. La Costituzione sulla liturgia, che fu il
primo documento che ha trovato immediata e facile
applicazione, ha introdotto l'uso della lingua parlata,
ha fatto scoprire l'importanza restituita alla liturgia
della parola come alimento della vita di fede, la
rivalutazione dell'assemblea cristiana come comunità
orante presieduta dal sacerdote che la rappresenta e la
interpreta dinanzi a Dio. Allo stesso modo le
Costituzioni sulla Chiesa e sulla Rivelazione mostrano
un approfondimento biblico e teologico.
Sono,
queste, applicazioni conciliari oramai visibili a tutti
e che non hanno tardato a recare felici conseguenze
nella conoscenza e nella pratica della religione, anche
se —come disse il teologo Yves Congar, creato poi
cardinale — «i Concili non sviluppano la loro azione che
con il tempo. Ci vorranno cinquant’anni per poter
cominciare ad apprezzare bene il Vaticano II È troppo
tardi per gli uomini incalzati come siamo noi, ma è la
misura della storia».
Vi è nella Chiesa una
sublimità e una profondità, una latitudine e una
longitudine associate insieme, e insieme sempre pe
renni che i Documenti conciliari hanno
messo nella loro concorde evidenza.
Pensando al periodo
postconciliare, alla Chiesa rinnovata, ci soccorre
l'immagine del Signore viandante sulla strada che da
Gerusalemme porta a Emmaus. La Chiesa è anch'essa
pellegrina incontro ai dubbi e ai turbamenti dell'uomo
contemporaneo. La Costituzione pastorale sulla presenza
della Chiesa nel mondo d'oggi appare come un dialogo
dell'eterno con il tempo e del tempo con l'eterno; apre
la possibilità di incontri, di collaborazioni che
possano portare alla Salvezza della quale la Chiesa è
custode e missionaria.
All'interno stesso della cristianità vie di comprensione
sono dischiuse nella ricerca ansiosa di una
reintegrazione nell'unità della fede. Questa
disposizione della Chiesa verso l'unità nella
valutazione di elementi complementari nella
problematica dei suoi teologi per un positivo
aggiornamento pastorale, di elementi comuni religiosi
nella sua ansia ecumenica, di elementi comuni naturali
nel suo apostolato missionario tra i non cristiani, e
infine sollecitudine verso i non credenti, è senza
dubbio l'aspetto conciliare che ha incontrato maggior
rispondenza nel mondo. Il Vaticano II ha così permesso di
scoprire la Chiesa all'interno, nella sua universale
maternità. Il Concilio si è rivelato un « atto di amore
» e quindi di fedeltà della Chiesa verso il Cristo e
verso il mondo. Non pochi pregiudizi ed equivoci si sono
dissolti e ancora si stanno dissolvendo. Il Concilio è
stato veramente un dono dello Spirito di verità e di
carità, un dono di riconciliazione. È in atto una
distensione degli animi, una attenzione sempre più viva
e aperta alla missione spirituale della Chiesa. Ciò è
frutto di una «nuova psicologia» sollecita a cogliere
in tutti un fondo comune dispositivo al messaggio
cristiano e alla sua opera salvifica. Con particolare
sensibilità sono state seguite le discussioni e quindi i
loro risultati circa i termini dialettici che animano i
rapporti tra unità e diversità, tradizione e progresso,
autorità e libertà,
dottrina teologica e linguaggio pastorale. Uguale
sensibilità si è avuta nel rilevare il realismo
soprannaturale che ha sempre caratterizzato l'ottimismo
dei Padri nella ricerca di ciò che unisce piuttosto di
quello che può dividere, senza alcuna minorazione della
verità divina e con un sincero spirito di incarnazione
di ogni legittimo e positivo valore umano. Si è pure
compreso lo sforzo del Concilio volto verso ogni genuina
riforma nello spogliamento di sovrastrutture, nella
eliminazione di elementi accessori in favore
dell'essenziale e quindi nella graduale trasformazione e
riforma di istituti e organi tradizionali che consentano
alla Chiesa di essere riguardata nella sua autentica
originalità.
Il
riconoscimento di una sana e giusta laicità delle realtà
terrestri si unisce all'affermazione dell'apostolato
laicale nella identificazione tra vocazione cristiana e
vocazione all'apostolato, nell'indicare la secolarità
come « indole propria e peculiare » dei laici e quindi
dell'animazione e ordinazione dei valori temporali al
Cristo mediante il laicato. Si tratta di una serie di
approfondimenti e di integrazioni in un'ampia ed
ecumenica visione ecclesiologica incentrata sul Cristo:
a Cristo vivo risponda la Chiesa viva. Un simile
rinnovamento ci riporta costantemente alla Rivelazione,
come all'anagrafe insostituibile d'ogni aggiornamento
cristiano, all'esempio del Signore, e quindi a una
prassi liturgica nella quale la Salvezza ha la sua
efficace perennità. Il Concilio ci permette di muoverci e
respirare in una Chiesa antica e sempre nuova, « semper
reformanda » per una più fedele conformità al Cristo e
un più proficuo apostolato missionario. La Chiesa si è
rivolta verso il mondo con ospitalità evangelica, e il
mondo ha compreso questa attitudine divina e umana,
intenta a offrire un soccorso liberatore e reintegratore
alla sua inefficienza morale e religiosa.
Si
sono sottolineate e, forse, si sottolineano ancora non
poche difficoltà, ma di queste difficoltà la Chiesa è
cosciente e provvede mediante organi del suo magistero a
una esatta interpretazione sulla natura e
sull'estensione degli enunciati conciliari. Vi provvede,
per evitare ogni abuso esegetico, perché ogni decisione
sia applicata nel giusto senso e nella giusta misura, in
quel senso e in quella misura che rispondono al vero
pensiero dei Padri. Il Concilio così continua. Continua
come una grazia straordinaria concessa da Dio alla sua
Chiesa, come un arricchimento del patrimonio della fede
nell'aggiornamento ai « segni dei tempi » che la Chiesa
ha la missione di valutare senza tuttavia che ciò
significhi abbandono o mutamento alcuno delle realtà
divine che la rendono, come il Cristo e con il Cristo,
sempre contemporanea: « Sarò con voi, sempre », simile
in questo allo scriba dotto, di cui parla il Vangelo,
che trae de thesauro suo nova et vetera.
Non
vi è infatti una Chiesa ante o post conciliare, ma una
medesima e identica Chiesa di Cristo in continua
riforma, in continuo rinnovamento, sotto la guida di
Colui al quale il Signore ha trasmesso la consegna di
guidarla, insieme ai vescovi collegialmente uniti, nel
suo pellegrinaggio terrestre in tutte le stagioni del
tempo, in tutte le forme di vita e di cultura.
Caratteristica del Vaticano II è di essere stato più un
rinnovamento di spirito che una formulazione di canoni.
I sedici documenti conciliari passeranno alla storia per
il fuoco che accendono più che per le poche prescrizioni
pratiche che contengono. Si è sprigionato un vento
pentecostale che ha spalancato porte e finestre, che ha
ravvivato ogni stagnante atmosfera, che ha abbattuto
muraglie anguste e angustianti, che ha sospinto la
Chiesa verso l'avvenire, incontro a Cristo che ritorna.
TRE PAPI: UN CONCILIO
Giovanni XXIII
È
stato Giovanni XXIII a sprigionarlo: Papa Roncalli volle
che il Concilio fosse una nuova Pentecoste e fu per il
mondo intero una sorpresa grande e consolatrice. Egli,
che dagli intenti umani, era già stato denominato il
Papa di passaggio, disse e fece cose sconvolgenti che
diedero inizio a un'epoca nuova, e le disse e le fece
con sorriso bonario, con gesto semplice e confidente, ma
deciso, perché fiducioso nella Provvidenza divina.
Lo
scrisse Papa Giovanni nella Costituzione apostolica
Humanae Salutis, con la quale venne indetto il
Concilio Ecumenico Vaticano II: «Fin da quando salimmo
al supremo pontificato, nonostante la nostra indegnità e
per un tratto della divina Provvidenza, sentimmo subito
urgente il dovere di chiamare a raccolta i nostri figli,
per dare alla Chiesa la possibilità di contribuire più
efficacemente alla soluzione dei problemi dell'età
moderna. Per questo motivo, accogliendo come venuta
dall'alto una voce intima nel nostro spirito, abbiamo
ritenuto essere ormai maturi i tempi per offrire alla
Chiesa cattolica e al mondo il dono di un nuovo Concilio
Ecumenico in aggiunta e in continuazione della serie dei
venti grandi Concili, riusciti lungo i secoli una vera
provvidenza celeste a incremento di grazia e di
progresso cristiano... Il prossimo Concilio — si legge
ancora nella Costituzione — si riunisce felicemente e in
un momento in cui la Chiesa avverte più vivo il
desiderio di fortificare la sua fede e di rimirarsi
nella propria stupenda unità; come pure più urgente il
dovere di dare maggiore efficienza alla sua sana
vitalità e di promuovere la santificazione dei suoi
membri, la diffusione della verità rivelata, il
consolidamento delle sue strutture. Sarà questa una
dimostrazione della Chiesa, sempre vivente e sempre
giovane, che sente il ritmo del tempo, che in ogni
secolo si orna di nuovo splendore, irraggia nuove luci,
attua nuove conquiste, pur restando sempre identica a se
stessa, fedele all'immagine divina impressa sul suo
volto dallo Sposo, che l'ama e la protegge: Cristo Gesù
».
E nel
discorso di apertura del Concilio, Papa Roncalli —
dopo aver preso le distanze dai « profeti di sventura,
che annunciano eventi sempre infausti, quasi che
incombesse la fine del mondo » — delineò le finalità
dell'Assise ecumenica:
-
che il sacro deposito della dottrina cristiana sia
custodito e insegnato in forma più efficace;
-
che tale dottrina sia trasmessa pura e integra, senza
attenuazioni o travisamenti;
-
che questa dottrina certa e immutabile sia fedelmente
rispettata, sia approfondita e presentata in modo che
risponda alle esigenze del nostro tempo;
-
mostrare la validità della dottrina della Chiesa
piuttosto che rinnovare condanne, preferendo usare la
medicina della misericordia piuttosto che della
severità;
-
promuovere l'unità nella famiglia cristiana e umana
innalzando la fiaccola della verità religiosa. In tal
modo la Chiesa è chiamata a mostrarsi madre amorevole di
tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di
bontà anche verso i figli da lei separati.
Papa
Giovanni visse e morì per il Concilio. Sul letto della
sua agonia egli offrì la vita per il buon esito
dell'Assise ecumenica. In una lettera indirizzata a
mons. Felici alla fine di maggio del 1963 (il Papa morì
il 3 giugno) egli scriveva: « soprattutto adesso lavoro
per il Concilio ».
Seguì
da vicino i lavori per mezzo delle telecamere a circuito
chiuso; intervenne con la sua autorità a dirimere alcune
questioni sorte agli albori del Concilio. Ma il suo
merito più grande fu quello di aver dato al Vaticano II
un grande respiro, un immenso soffio di vita. Egli parlò
coraggiosamente di aggiornamento della Chiesa.
Aggiornamento che si nutre della autentica dottrina di
Cristo, rispettando e obbedendo alla volontà del suo
Signore, infiammandosi della Sua vera carità.
L'illimitata fiducia di Giovanni XXIII in Dio e nei Suoi
mirabili disegni lo ha sorretto nel convincimento di far
entrare la Chiesa nella storia e nella società del XX
secolo come un giardino che non cessa di fiorire. Egli
ha voluto aprire le finestre della Chiesa sul mondo e
renderla come fontana del villaggio, a cui tutti
potessero dissetarsi.
Paolo VI
Paolo
VI — per usare una bella espressione di Dario di
Poitiers — è stato per il Concilio e lo fu nella sua
immediata attuazione veramente pilota et nauta
provvidenziale. Egli raccolse l'eredità grande e
difficile con animo trepidante, come confessò
pubblicamente, e ne fece il programma di tutto il suo
pontificato.
Eletto alla Cattedra di Pietro il 21 giugno 1963, il
giorno seguente, nel primo radiomessaggio all'Orbe,
manifestò la sua volontà di continuare il Concilio.
Sulle orme di Giovanni XXIII, scandì il periodo delle
sessioni conciliari con provvide esortazioni alla
preghiera per il buon esito del Vaticano II. Lo fece il
30 aprile 1964 con la Lettera apostolica Spiritus
Paracliti, per indire una speciale novena allo
Spirito Santo per il terzo periodo conciliare. Così il 1
settembre 1964. Il 29 maggio 1965 scrisse la Lettera
Mense Maio per raccomandare speciali preghiere,
durante il mese dedicato alla Madonna, per il Concilio.
Infine, il 4 novembre 1965 inviò ai fedeli tutti una
Esortazione Apostolica per chiedere preghiere e
penitenza per la prossima conclusione dell'Assise
ecumenica.
Il 29
settembre 1963 prendeva il timone della navigazione del
Concilio con l'apertura del secondo periodo. Navigazione
non certo facile, ma il nuovo Papa conosceva bene le
diverse istanze e tendenze che si manifestavano in seno
alla grande Assemblea. Papa Roncalli lo aveva voluto
accanto a sé, durante la prima sessione, come
collaboratore e confidente privilegiato.
Papa
Montini con la sua penetrazione sagace e lungimirante,
con le sue decisioni meditate e sofferte, con la sua
guida delicata e ferma, raccolse lo spirito rinnovatore
di Giovanni XXIII, lo inalveò e orientò verso mete
concrete.
Il pensiero di Paolo VI sul Concilio fu
chiaro fin dall'inizio. Egli volle che la Chiesa
ridiventasse ciò che veramente è: Lumen Gentium,
per mostrarsi, nuova e rinnovata, al mondo
contemporaneo: Gaudium et Spes. E se la
costituzione Dei Verbum è il documento fontale
del Concilio, Lumen Gentium apre la riflessione
sulla Chiesa che confluisce in una osmosi senza pari in
Gaudium et Spes.
La
Chiesa — negli intendimenti di Papa Montini — doveva
avere chiara consapevolezza di incarnare il carme della
carità (cf. 1 Cor 13); doveva nutrire fiducia nell'uomo,
amore per l'uomo per amare Dio. Egli disse: « Una
corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal
Concilio sul mondo moderno. Riprovati sì gli errori,
perché ciò esige la carità non meno che la verità; ma
per le persone solo richiamo, rispetto e amore. Invece
di deprimenti presagi, messaggi di fiducia sono partiti
dal Concilio verso il mondo contemporaneo; i suoi valori
sono stati non solo rispettati, ma onorati; i suoi
sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e
benedette».
Paolo
VI aveva assunto il servizio di pastore universale in
tempo di migrazione: una Chiesa coinvolta nell'esodo di
tutta l'umanità con tutte le impazienze, i rimpianti, le
tentazioni di mettersi a correre e quelle di tornare
indietro. Era la sorte di Mosè: annunciare la meta,
indicare i sacrifici da compiere per raggiungerla, già
sapendo che i suoi occhi non l'avrebbero veduta.
Il
periodo post-conciliare del latte e del miele tentava
molte impazienze; forse anche quella di Paolo VI:
arrivare con i primi, guidare i pionieri e tornare
indietro a descrivere agli insicuri o ai renitenti il
latte e il miele, come fecero gli esploratori inviati da
Mosè. Ma lui non poteva; non doveva; e non lo fece. Egli
era Mosè: doveva stare in mezzo ai suoi, tenerli uniti e
farli procedere insieme, senza perderne alcuno lungo la
via.
Sapeva che tanti gruppi, guidati da tante presunte
guide, erano e sarebbero stati disorientati. La
compattezza della Chiesa sembrava finita; erano in molti
a rimpiangere le cipolle e i cocomeri d'Egitto. Paolo VI
parlò, persuase, incoraggiò, spinse, trattenne; come
Mosè spiegò gli statuti di Dio e le sue leggi.
I
tempi non erano facili. Le contestazioni perduravano e
spesso erano giustificate nel nome di un mal compreso e
interpretato spirito conciliare. In molte comunità
ecclesiali, alcuni supponevano che certe verità della
fede fossero destinate a un graduale disuso. E del resto
le parole e soprattutto i silenzi diedero, appunto,
questa impressione; qualcuno parlò di teologia
abbandonata. Il Papa parlò dell'ambiguità, della
reticenza, di alterazioni dell'integrità del messaggio.
Disse che qualcuno sceglie premeditatamente « nel tesoro
delle verità rivelate, quelle che fanno più comodo ».
Invocò « l'assoluto rispetto dell'integrità del
messaggio », assicurando — con chiarezza definitiva —
che « su questo punto la Chiesa è gelosa, è severa, è
esigente, è dogmatica ».
Disse
ancora: « Il magistero della Chiesa, anche a costo di
sopportare le conseguenze negative dell'impopolare
involucro della sua dottrina, non transige. Non può fare
altrimenti! Si pensava — disse — a una fioritura della
Chiesa dopo il Concilio e ora siamo in un'ora, si
direbbe, perfino di autodemolizione. Ma — continuò — il
cristiano conosce la gioia che sgorga dalla prova ».
Nel
Giovedì Santo del 2 aprile 1969, in San Giovanni in
Laterano, parlando ai sacerdoti affermò: « Un fermento
praticamente scismatico divide la Chiesa, la suddivide,
la spezza in gruppi più che altro gelosi d'arbitraria e,
in fondo, egoistica autonomia mascherata di pluralismo
cristiano o di libertà di coscienza. Noi parliamo di
Chiesa cattolica: ma possiamo dire a noi stessi ch'essa,
nei suoi membri, nelle sue istituzioni, nella sua
operosità è davvero animata da quel sincero spirito di
carità e di unione, che la rende degna di celebrare,
senza ipocrisie e senza consuetudinaria insensibilità,
la nostra santissima messa quotidiana? ».
Il
discorso destò molta impressione. Per la prima volta,
dopo molti secoli, un Pontefice romano parlava
apertamente di scisma e non più per denunciare pericoli
e minacce contro la Chiesa, ma per segnalare i mali
della Chiesa.
Papa
Montini fu — del periodo post-conciliare — quasi un
cronista puntuale, ricorrendo perfino al linguaggio
corrente per invitare tutti a capire. Nella complessità
del momento drammatico e stupendo — come disse — Paolo
VI non cessò di illustrare il panorama generale della
Chiesa in quell'ora « del mondo tanto agitato
spiritualmente fino a insinuare il timore di grandi e
rovinosi rivolgimenti ».
Giovanni Battista Montini aveva scelto fin dall'inizio
del suo ministero di supremo pastore della Chiesa
universale di difendere il deposito della fede, anche se
da sempre aveva messo in conto che un prezzo l'avrebbe
dovuto pagare. Per lui l'unità della fede fu tema
dominante: « su questa esigenza non possiamo transigere
».
E il
30 giugno 1968, sul sagrato della Basilica di S. Pietro
proclamò quello che poi sarebbe stato ricordato come il
Credo di Paolo VI.
La
professione di fede del Papa fu rigorosamente conforme
alla dottrina sempre insegnata, immutata e immutabile;
tutta conciliare, anche perché il Vaticano II nulla
aveva innovato in materia. Allora il Credo di Paolo VI
divise la comunità ecclesiale. Qualcuno lo ritenne un «
reperto d'antiquariato »; qualcun altro vi ravvisò la
mancanza di coraggio di dire di più in ordine alla fede.
Ma Paolo VI non era mai stato così libero come in quei
giorni. Non fu mai così totalmente Papa, né così
maestro, come in quella scelta: spiacere a tutti per non
mentire a nessuno.
Fu
così anche quando scrisse l’Humanae Vitae; quando parlò
degli angeli e del diavolo, quando pubblicò l'Enciclica
sul celibato ecclesiastico. Il Papa medievale — si
disse — proprio perché aveva detto anche quelle cose.
Ma
colpì il suo messaggio controcorrente, la sua sfida
rischiosa; e la sua era stata rischiosissima, unica in
un tempo di dimissioni generali dal rigore, dal
difficile, dallo spiacevole.
Oggi
condividono questo pensiero anche uomini e donne che
allora non gli sono stati vicini. Non già che tutti
condividessero; ma Paolo VI fu uomo di coraggio e di
verità che non aveva mai adulato, mai illuso. Uno che
aveva detto parole scomode e per qualcuno impossibili,
ma mai piccole, mediocri, furbe.
Oggi
sono in molti a parlare del carisma della profezia di
Paolo VI, del soffio della sua grandezza.
Lo
affermò lo stesso Karol Wojtyla, divenuto Giovanni Paolo
II. Nella sua prima Lettera Enciclica Redemptor Hominis
non esitò a scrivere: «Ho potuto osservare io stesso da
vicino l'attività di Paolo VI. Fui sempre stupito dalla
sua profonda saggezza, dal suo coraggio, come anche
dalla sua costanza e pazienza nel difficile periodo
postconciliare del suo pontificato. Come timoniere della
Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare una
tranquillità e un equilibrio provvidenziale anche nei
momenti più critici, quando sembrava che essa fosse
scossa dal di dentro, sempre mantenendo una incrollabile
speranza nella sua compattezza ».
Giovanni Paolo II
Il
cardinale Karol Wojtyla fu eletto successore
dell'apostolo Pietro il 16 ottobre 1978 e assunse il
nome di Giovanni Paolo II.
Che
dire di questo pontificato, di questo Papa e il
Concilio? Certamente occorrerebbe un'opera apposita, uno
specifico volume per dar conto, in maniera adeguata,
dell'azione di Giovanni Paolo II a favore
dell'attuazione del Concilio. Tutto il suo ministero di
supremo pastore della Chiesa universale è una sinfonia
al Concilio e del Concilio.
Nell'economia di questo studio, il riferimento non può
che essere assai parziale e riduttivo; e ce ne dispiace.
Desideriamo qui richiamare solo alcuni atti solenni di
magistero per dire tutta la sollecitudine di Papa
Wojtyla per il Concilio.
Il
giorno successivo, all'inizio del suo ministero di
pastore universale della Chiesa, nel primo
radiomessaggio all'Orbe, il pontefice disse: « Vogliamo,
pertanto, enucleare alcune direttrici che riteniamo di
preminente rilievo e, perché tali, avranno da parte
nostra — come proponiamo e speriamo con l'aiuto del
Signore — non soltanto attenzione e consenso, ma anche
un coerente impulso, perché trovino riscontro nella
realtà ecclesiale. Anzitutto, desideriamo insistere
sulla permanente importanza del Concilio Ecumenico
Vaticano II, e ciò è per noi un formale impegno di dare
a esso la dovuta esecuzione. Non è forse il Concilio una
pietra miliare nella storia bimillenaria della Chiesa e,
di riflesso, nella storia religiosa e anche culturale
del mondo? Ma esso, come non è solo racchiuso nei
documenti, così non è concluso nelle applicazioni, che
si sono avute in questi anni cosiddetti del
post-Concilio. Consideriamo perciò un compito primario
quello di promuovere, con azione prudente e insieme
stimolante, la più esatta esecuzione delle norme e degli
orientamenti del medesimo Concilio per attuare
praticamente quel che esso ha enunciato, per rendere
esplicito, anche alla luce delle successive
sperimentazioni e in rapporto alle istanze emergenti e
alle nuove circostanze, ciò che in esso è implicito.
Occorre, insomma, far maturare nel senso del movimento e
della vita i semi fecondi che i Padri dell'assise
ecumenica, nutriti della parola di Dio, gettarono sul
buon terreno, cioè i loro autorevoli insegnamenti e le
loro scelte pastorali ».
— Il
Sinodo Straordinario dei Vescovi a vent'anni dalla
conclusione del Concilio.
Giovanni Paolo II fu fedele a questo impegno
solennemente assunto all'inizio del suo ministero
pettino. Oltre ai numerosi pronunciamenti e interventi
magisteriali in questo campo pastorale, il 25 gennaio
1985 nella stessa Basilica di San Paolo fuori le Mura,
dove i cardinali, attoniti avevano udito il proposito di
Giovanni XXIII di convocare un Concilio, Papa Wojtyla —
a vent'anni dalla conclusione del Vaticano II — indisse
un Sinodo straordinario. L'annunzio giunse, ancora una
volta, improvviso, ma non cadde in un ambiente
impreparato.
L'intento — disse il Papa —non è solo quello di «
commemorare il Concilio Vaticano II a vent'anni di
distanza dalla sua chiusura, ma anche e soprattutto:
—
rivivere in qualche modo quell'atmosfera straordinaria
di comunione ecclesiale;
-
scambiarsi e approfondire esperienze e notizie circa
l'applicazione del Concilio a livello di Chiesa
universale e di Chiese particolari;
—
favorire l'ulteriore approfondimento e il costante
inserimento del Vaticano II nella vita della Chiesa,
alla luce anche delle nuove esigenze».
Per
il Papa Giovanni Paolo il Vaticano II fu e resta
l'avvenimento fondamentale nella vita della Chiesa
contemporanea: fondamentale per le ricchezze affidatele
da Cristo; fondamentale per il contatto fecondo con il
mondo contemporaneo al fine della evangelizzazione e del
dialogo con tutti gli uomini di retta coscienza;
costante punto di riferimento per il ministero di
supremo pastore della Chiesa universale.
Nell'omelia della Messa di inaugurazione del Sinodo
straordinario, ai Vescovi e al popolo presenti ripetè:
«Cammineremo insieme con il Concilio per rivivere il
clima spirituale di quel grande avvenimento ecclesiale e
per promuovere, alla luce dei fondamentali documenti
allora emanati e dall'esperienza maturata nei successivi
vent'anni, la piena fioritura dei germi di vita nuova
suscitati dallo Spinto Santo nell'Assise ecumenica, per
la maggior gloria di Dio e per l'avvento del suo Regno
».
E
nella vibrante omelia conclusiva dell'Assemblea
sinodale, domenica 8 dicembre 1985, a vent'anni esatti
dalla fine del Concilio Giovanni Paolo II disse, tra
l'altro: « Uscendo dal Sinodo desideriamo intensificare
gli sforzi pastorali perché il Concilio Ecumenico
Vaticano li sia più ampiamente e profondamente
conosciuto...; usciamo dal Sinodo con l'intenso
desiderio di diffondere sempre più nell'organismo
ecclesiale il clima di quella nuova Pentecoste che ci
animò durante la celebrazione del Concilio....; uscendo
dal Sinodo desideriamo offrire all'intera umanità, con
rinnovata forza di persuasione, l'annuncio di fede,
speranza e carità che la Chiesa trae dalla sua perenne
giovinezza, nella luce di Cristo vivo, che è "via,
verità e vita" per l'uomo del nostro tempo e di tutti i
tempi... Alla fine del secondo Millennio dopo Cristo, la
Chiesa desidera ardentemente una cosa sola: essere la
stessa Chiesa che è nata dallo Spirito Santo... essere
la Chiesa nel mondo contemporaneo » per « servire, in
modo che la vita umana sulla terra sia sempre più degna
dell'uomo. Tuttavia essa è consapevole, forse come non
mai, che può compiere questo ministero solamente nella
misura in cui è Cristo, sacramento dell'intima unione
con Dio, e per questo fatto anche sacramento dell'unità
di tutto il genere umano ».
Il
Catechismo della Chiesa Cattolica
L'opera di Giovanni Paolo II, che più ha coronato
l'attuazione del Concilio, è stata il Catechismo della
Chiesa Cattolica. Al Vaticano II il Papa ne ha fatto
esplicito riferimento nella Costituzione Apostolica
Fidei Depositum, con la quale egli ha promulgato il
Catechismo (Fd 1).
Dopo
aver sintetizzato lo spirito che mosse Giovanni XXIII a
convocare il Concilio e averne — una volta ancora —
esaltato la grazia speciale che il Paraclito aveva
riservato alla sua Chiesa, grazia di « rinnovamento di
pensieri, di attività, di costumi e di forza morale, di
gaudio e di speranza, che è stato lo scopo stesso del
Concilio », il Papa disse che occorreva rifarsi in
maniera sistematica a questa sorgente.
Infatti, continua il Papa nella Costituzione Fidei
Depositum: « Dopo il rinnovamento della Liturgia e la
nuova codificazione del Codice di Diritto canonico della
Chiesa latina e dei canoni delle Chiese orientali
cattoliche, il Catechismo apporterà un contributo molto
importante a quell'opera di rinnovamento dell'intera
vita ecclesiale, voluta e iniziata dal Concilio Vaticano
II » (FD 1).
Il
popolo fedele e tutti gli uomini di buona volontà che
con amore e intelletto aperto si accosteranno alle
pagine del Catechismo della Chiesa Cattolica potranno
immediatamente e facilmente constatare i numerosi
riferimenti e le esaurienti citazioni dei documenti del
Vaticano II riportati nel Catechismo. E facendo
riferimento all'Assemblea sinodale dei Vescovi celebrata
a vent'anni dalla chiusura del Concilio, durante la
quale i Padri avevano espresso il desiderio che venisse
composto un catechismo o compendio di tutta la dottrina
cattolica per quanto riguarda sia la fede che la morale,
il Papa potè dire: « ho fatto mio questo desiderio
ritenendolo pienamente rispondente a un vero bisogno
della Chiesa universale e delle Chiese particolari » (FD
1).
Il
Codice di Diritto Canonico
Di
somma importanza è stato il Concilio in ordine alla
revisione del Codice di Diritto Canonico. Giovanni Paolo
II ne dispose la pubblicazione il 25 gennaio 1983 con la
Costituzione Apostolica Sacrae Disciplinae Leges.
In essa il Papa scrive del carattere di complementarità
del Codice in relazione all'insegnamento del Concilio.
« Ne
risulta — afferma il Papa — che ciò che costituisce la
novità fondamentale del Concilio Vaticano II, in linea
di continuità con la tradizione legislativa della
Chiesa, per quanto riguarda specialmente
l'ecclesiologia, costituisce altresì la novità del nuovo
Codice ».
E
Giovanni Paolo II, nella stessa Costituzione, non esita
a sottolineare che « lo strumento, che è il Codice,
corrisponde in pieno alla natura della Chiesa,
specialmente come viene proposta dal magistero del
Chiesa, specialmente come viene proposta dal magistero
del Concilio Vaticano II in genere e, in particolar
modo, dalla sua dottrina ecclesiologica. Anzi, in un
certo senso, questo nuovo Codice potrebbe intendersi
come un grande sforzo di tradurre in linguaggio
canonistico questa stessa dottrina, cioè l'ecclesiologia
conciliare ... Si potrebbe anzi affermare che... quel
carattere di complementarità che il Codice presenta in
relazione all'insegnamento del Concilio Vaticano II, con
particolare riguardo alle due Costituzioni, dogmatica
Lumen Gentium e pastorale Gaudium et Spes » proviene
dalla stessa immagine della Chiesa, a cui il Codice deve
sempre riferirsi come a esempio primario.
Codice dei canoni delle Chiese orientali
Il
Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium fu promulgato dal
papa Giovanni Paolo II il 18 ottobre 1990. Esso segna il
coronamento di un complesso, lungo e paziente lavoro,
che — iniziato nel 1929 — è stato ripreso con
rinnovata impostazione nel 1974, alla luce del magistero
del Concilio Ecumenico Vaticano II criteri che hanno
guidato la composizione del Codice dei canoni delle
Chiese orientali possono essere sintetizzati nel
seguente schema, da cui si può rilevare quanta parte
abbia avuto l'ispirazione costante al Vaticano II:
- un
unico codice per tutte le Chiese orientali
corrispondente alle odierne circostanze della vita;
- un
Codice davvero orientale, cioè conforme alle richieste
del Concilio Vaticano II sull'osservanza delle proprie
discipline orientali in quanto si raccomandano per
venerata antichità, sono maggiormente corrispondenti ai
costumi dei loro fedeli e più adatte a provvedere al
bene delle loro anime;
- un
Codice pienamente adatto alla particolare funzione
affidata dal Concilio Vaticano II alle Chiese orientali
cattoliche, al fine di favorire l'unità di tutti i
cristiani, specialmente degli orientali, secondo i
principi del Decreto del Concilio sull'ecumenismo.
Il
XXX anniversario del Concilio.
Un'ultima annotazione, a proposito del pontificato di
Papa Wojtyla. In occasione del XXX anniversario della
conclusione del Concilio, il Sommo Pontefice — nel corso
dell''Angelus domenicale — illustrò con sobrie, ma
incisive e illuminate parole, a uno a uno, tutti i
Documenti dell'Assise ecumenica.
Nell'economia di questo studio, sia consentito riferire
almeno il primo Angelus — quello di domenica 15
ottobre 1995 — con il quale il Papa Giovanni Paolo
avviò la riflessione in parola.
«
Trent’anni fa, l'8 dicembre 1965, si concludeva il
Concilio Ecumenico Vaticano li. Lo aveva inaugurato tre
anni prima, proprio l'11 ottobre, il coraggio mite,
lungimirante e perseverante del Pontefice Giovanni XXIII.
Lo portarono a compimento la grande mente e il grande
cuore di Paolo VI. Mentre ci incamminiamo verso il
Giubileo dell'anno 2000, non possiamo non tornare a tale
avvenimento che costituisce una pietra miliare, un
evento provvidenziale nella storia della Chiesa
contemporanea (TMA 18).
Nella
storia dei Concili, esso riveste una fisionomia del
tutto singolare. Nei Concili precedenti, infatti, il
tema e l'occasione della celebrazione erano stati dati
da particolari problemi dottrinali o pastorali. Il
Concilio Ecumenico Vaticano II ha voluto essere un
momento di riflessione globale della Chiesa su se stessa
e sui suoi rapporti con il mondo. A tale riflessione la
spingeva il bisogno di una sempre maggiare fedeltà al
suo Signore. Ma l'impulso veniva anche dai grandi
cambiamenti del mondo contemporaneo, che come segni dei
tempi, esigevano di essere decifrati alla luce della
parola di Dio. Fu merito di Giovanni XXIII non solo
l'aver indetto il Concilio, l'avergli dato il tono della
speranza, prendendo le distanze dai profeti di sventura
e confermando la propria indomita fiducia nell'azione di
Dio.
Grazie al soffio dello Spirito Santo, il Concilio ha
messo le basi di una nuova primavera della Chiesa. Esso
non ha segnato una rottura con il passato, ma ha saputo
valorizzare il patrimonio dell'intera tradizione
ecclesiale per orientare i fedeli nella risposta alle
sfide della nostra epoca. A distanza di trent’anni, è
più che mai necessario tornare a quel momento di grazia.
Come ho chiesto nella Lettera Apostolica Tertio
Millennio Adveniente (36), tra i punti di
irrinunciabile esame di coscienza, che deve coinvolgere
tutte le componenti della Chiesa, non può non esserci la
domanda: quanto del messaggio conciliare è passato nella
vita, nelle istituzioni, nello stile della Chiesa?
Già
nel Sinodo dei Vescovi del 1985 fu posto un analogo
quesito. Esso resta valido ancor oggi e obbliga,
innanzitutto, a rileggere il Concilio, per raccoglierne
integralmente le indicazioni e assimilarne lo spirito...
La
storia testimonia che i Concili hanno avuto bisogno di
tempo per portare i loro frutti. Molto, tuttavia,
dipende da noi, con l'aiuto della grazia di Dio.
Maria
Santissima, che proprio nel corso dell'Assise conciliare
fu proclamata dal mio predecessore Paolo VI "Madre della
Chiesa", ci aiuti in questo cammino. Sentiamola tra noi,
come gli Apostoli alla vigilia della Pentecoste. Ella ci
renda docili allo Spirito di Dio, perché il Terzo
Millennio ormai alle porte trovi i credenti più saldi
nella fedeltà a Cristo e pienamente dediti alla causa
del suo Vangelo ».
Tutto
questo fu il Concilio Ecumenico Vaticano II e fu ed è un
grande rinnovamento spirituale dovuto all'azione dello
Spirito vivificante del Vangelo.
Oggi
ancora, a trent'anni dalla conclusione dell'Assise
ecumenica, ciò che più importa è alimentare e tener
desto lo spirito rinnovatore e vivificatore del
Concilio. Lo stesso p. Congar scrisse che « il Concilio
non può essere un termine finale: è una tappa decisiva,
ma che deve conoscere uno sviluppo e un avvenire ».
A
nessuno potrà sfuggire che il Vaticano II ha avuto per
asse il mistero della Chiesa e ha richiamato ogni
cristiano a esserne membro degno, vivo e operante.
Perché si avveri la rinascita cristiana, prospettata dai
Padri conciliari, è indispensabile che, oltre alla
Gerarchia cattolica, anche i fedeli, singolarmente o
associati in gruppi, prendano parte attiva a una sempre
più convinta attuazione dei documenti conciliari. Essi
non hanno allargato, come taluni assurdamente
aspettavano, la strada della salvezza che il Maestro
divino ha dichiarato stretta. Hanno invece dilatato il
campo del nostro zelo, del nostro impegno cristiano,
delle nostre responsabilità. Hanno dilatato il nostro
cuore in proporzione all'immenso bisogno che il mondo
odierno ha del Vangelo; e di riverbero ha aperto il
cuore del mondo alla speranza di trovare nella Chiesa,
Gerarchia e fedeli, la presenza verace di Colui che ha
detto: « Venite a me, voi che siete affaticati e
oppressi ».
Fare
bilanci è impresa sempre ardua e non spetta a noi —
nell'economia di queste pagine — osare una valutazione,
perché, ancor più dei precedenti, questo Concilio forma
un tutto unico con i risultati che darà nel futuro.
Secondo le stesse dichiarazioni iniziali di Giovanni
XXIII che l'ha convocato, esso si propone uno scopo non
immediato. Tuttavia il Concilio è riuscito a realizzare
in larga misura quella che poteva sembrare una cosa
impossibile: il Cattolicesimo rimane il Cattolicesimo
secolare anche riguardo a tanti aspetti che restano
estranei, ma ciò nonostante ha subito una trasformazione
profonda, ed evitando con nuove decisioni ogni
irrigidimento ulteriore, ha creato un'eccellente base
per sviluppi duraturi e permanenti.
I
vari testi conciliari che saranno esposti nelle pagine
seguenti confermeranno questo duplice aspetto. Quasi
tutti testimonieranno sia lo spirito di rinnovamento,
sia la volontà di conservare la tradizione: un
rinnovamento fedele a Cristo e alla sua Parola.
Infatti, ogni aggiornamento che si adeguasse a volubili
esigenze delle situazioni momentanee non sarebbe
rinnovamento, ma effimero, se non addirittura vecchio!
I
testi non hanno avuto la valenza di definizioni
dogmatiche, ma quella di ampi esposti dottrinali con
intento pastorale.
Il Concilio è stato ed è uno
splendido affresco teologico che esige — oggi ancora
— di essere osservato, gustato, impresso nel cuore,
nell'intelletto e nella volontà, per viverlo con
entusiasmo generoso, con amore di figli nei confronti
della Chiesa, nostra madre e maestra.