La partecipazione

l'impegno e il comportamento

dei cattolici nella vita politica

 


 

«La partecipazione alla vita politica è la forma più alta della carità», di­ceva Paolo VI, facendo eco a una espressione cara a Giorgio La Pira. E la Costituzione conciliare Gaudium et spes parla della politica come di “un’arte nobile e difficile”. Ancora Paolo VI, ha affermato che “la politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri”.

 

Il Concilio Vaticano II si può denominare anche … “il Concilio dei laici”, perché ha indicato chiaramente il loro posto e ruolo essen­ziale nella Chiesa e si è sforzato di dare a questo popolo di Dio la coscienza viva di essere Chiesa .

Prima del Concilio, era l’aspetto gerarchico quello che emergeva nella Comunità ecclesiale, tanto che, quando ci si riferiva alla Chiesa, molti intendevano la “gerarchia”.

Il Concilio ha ribaltato questo concetto quando a scelto l’ordine dei capitoli nella Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium”. In­fatti, dopo il primo capitolo sul “popolo di Dio”, si parla dei “sacerdozio comune dei fedeli”, il quale ha la precedenza sul sacerdozio gerarchico. Con questa scelta significativa il Concilio ha messo al primo posto la realtà della comunione ecclesiale e della partecipazione di tutti alla vita della Chiesa. Questa visione riveste un’importanza enorme per la teologia cattolica, dando un vigoroso impulso simultaneamente al dinamismo di comunione e allo spirito di servizio. Anche il Codice di diritto canonico ha seguito accuratamente l’orientamento del Concilio.

In quale contesto di rapporto fra la Chiesa e società si situa oggi l’impegno dei laici? Sviluppare questo tema significherebbe condurre un’approfondita analisi della dinamica della società italiana e della particolare forma di presenza che al suo interno realizza la Chiesa; l’economia di questo contributo non lo consente. Sia, dunque, sufficiente accennare ad alcune coordinate generali.

Il numero 4 della Costituzione Gaudium et Spes dichiara: “è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico”.

Dovere permanente dunque; quindi un dovere che appartiene alla Chiesa per sempre: lo scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo.

Più avanti lo stesso documento conciliare offre la chiave di lettura per la interpretazione dei segni dei tempi da parte del credente. Al numero 10, infatti, si legge:  “la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana”.

Ed è ancora lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II a illuminare il percorso della partecipazione dei fedeli laici in politica, quando nella medesima Costituzione conciliare afferma: “proprio la fede obbliga ancora di più i cristiani a compiere i doveri terreni secondo la vocazione di ciascuno” (GS 43). E aggiunge: “Non si crei perciò un’opposizione artificiale tra le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall’altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso e mette in pericolo la propria salvezza eterna”.

E il Papa Giovanni Paolo II nella “Lettera” pubblicata a conclusione del Giubileo e all’inizio del Millennio (Novo Millennio Ineunte) ha ricordato: “Il versante etico-pubblico si propone come dimensione imprescindibile della testimonianza cristiana: si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione e, in definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo” (52).

 

In questi ultimi decenni, l’ottica complessiva che si presenta è quella generale del “confronto”: non nel senso della semplice constatazione che la società è in continuo cambiamento, ma sul senso specifico della percezione dell’accelerazione del mutamento e della modernizzazione, per effetto dello sviluppo tecnologico. Non è sufficiente dire che la “società industriale” è alle nostre spalle e che ormai viviamo in una nuova società chiamata, con definizione di comodo, “post-industriale” o tecnologica.

Tra le ripercussioni, vaste e profonde, di questo processo di cambiamento, possiamo ravvisare:

·        La società post-industriale o tecnologica è caratterizzata dal progressivo venir meno della “comunità di lavoro”. Sono infatti molte le nuove tecnologie che stabiliscono un rapporto prevalente tra l’operatore e la macchina informatica. Da ciò ne deriva una ulteriore spinta all’individualismo e la tendenza a ridurre al minimo i rapporti sociali, evidenziata – tra l’altro - anche dallo smodato utilizzo consumistico dei mass media. In questo contesto la Chiesa si propone come “comunità”, come luogo di rapporti profondi interpersonali e intrafamiliari.

·        La società post-industriale è contraddistinta altresì da un progressiva riduzione e contenimento, quantitativo e anche qualitativo, della vita di relazione interpersonale, fenomeno di cui il declino demografico e la limitazione delle nascite costituiscono la verifica statistica. Sono molti ormai ad affermare che la grande malattia dell’oggi e soprattutto del domani sarà la solitudine. In questa sorta di deserto di vita di relazione, in cui ciascuno si sente sempre più solo con se stesso, si aprono vari spazi per la Comunità ecclesiale e i suoi membri di quella che potrebbe essere chiamata la “pastorale della solitudine”.

·         La società post-industriale ha messo in crisi le ideologie che così negativamente hanno inciso sul rapporto tra Chiesa e mondo moderno. “La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. [J. Card. Ratzinger, 18 aprile 2005]

 

·        La società post-industriale, infine , mette in discussione non solo l’effetto principale della secolarismo, cioè l’esclusione della religione dalla sfera pubblica, ma il ruolo stesso della Chiesa nella società e conseguentemente la legittimità stessa dell’opzione dell’uomo per una realtà trascendente.

Nell’attuale crisi delle grandi ideologie e di fronte ai mutamenti in atto nel mondo, in particolare per quanto riguarda la politica, l’economia, la cultura e i valori , la Chiesa si trova in una posizione di particolare rilievo, quale punto di riferimento per dare indicazioni sul futuro colmo di incognite. Scruta e legge i “segni dei tempi” e indica gli elementi teologici riguardanti il rapporto tra Dio e storia umana , tra salvezza eterna e progresso del mondo, tra speranza escatologica e speranze storiche umane. In questa lettura dei tempi il Magistero sociale della Chiesa ha bisogno delle professionalità dei laici. Nella comunità cristiana dovrà accreditarsi sempre più, tra i laici , l’impegno “politico” in senso ampio, l’impegno nella “polis” . Da parte del Magistero Ecclesiastico dovrà esserci coscienza e coerenza dei rischi che eventualmente si correranno lasciando libertà di vedute nella ricerca e nelle proposte, ma ne guadagnerà in efficacia; si tratta di passare dalle proclamazioni e enunciazioni di principio ai processi ed alla prassi.

 

Sono riflessioni – queste -, tra l’altro appena accennate, che si ripropongono con un certa urgenza oggi soprattutto, mentre non è difficile constatare una generale disaffezione dalla partecipazione alla vita della polis e un ripiegarsi sui propri interessi alla ricerca di tutto, meno che del bene comune.

Politica è l'arte della gestione del bene comune ed è, per questo, la forma più alta della carità, in quanto non coinvolge (non dovrebbe coinvolgere!) in alcun modo la ricerca di vantaggi personali o privati e un ripiegarsi sui propri interessi alla ricerca di tutto, meno che del bene comune.

Oggi il rapporto tra cattolici e politica vive una stagione nuova: nuove domande, nuove prospettive, nuove sfide.

La prima sfida appare ormai inderogabile: per i fedeli laici è tempo d´impegnarsi, maggiormente e personalmente, in modo diretto, sul terreno sociale e politico. Il presupposto è nel radicamento nella storia quale prova dell’autenticità della fede cristiana. Cristo incarnato vuole una Chiesa presente alla realtà del mondo, come indicano anche i testi del magistero sociale. L’attuale difficile rapporto tra i cristiani e la politica ha le sue radici storiche: la fine di una società di ispirazione cristiana e la constatazione del crescente tasso di secolarizzazione.

 

Per ripartire occorre proporre un nuovo terreno di incontro tra cattolici e società anche al di là di una presenza politica organizzata in partito, aprendosi ad una politica di umanizzazione della società, seguendo due piani: la partecipazione politica e una presenza nel civile e nel sociale. In questo senso la comunità ecclesiale è chiamata ad animare la realtà attraverso la “profezia” del costante richiamo ai valori della politica, svolgendo un responsabile compito formativo del cristiano-cittadino per la costruzione di una società più giusta.

 

E la seconda - non meno importante - è quella di formare laici maturi nella fede i quali, da autentici laici condividano e facciano proprio il modo di pensare, di interpretare la realtà e di agire della Chiesa, agendo nella Chiesa e nella società. Si tratta di un itinerario di educazione e formazione alla cultura politica, attingendo al patrimonio della Dottrina sociale della Chiesa.

Oggi occorre educare e far crescere una generazione di cristiani saldi nella propria fede, convinti per esperienza propria che la fede e l’incontro con Cristo è la risposta più adeguata ai desideri e alle speranze di libertà, di giustizia, di verità, di umanità, di felicità nella vita personale e nella vita collettiva. Solo a partire da questa esperienza personale uno si appassiona per la vita e il destino di coloro che incontra e questo è come il motore che muove l’esistenza e che genera un impegno, una responsabilizzazione per la propria vita e per la vita altrui. E poi si richiede una formazione cristiana, una formazione all’insegnamento sociale, una competenza culturale, per saper affrontare le questioni di una società complessa come quella nella quale viviamo. E’ necessario che le comunità cristiane siano come dimore che abbracciano la vita dei cristiani e li sostengono accompagnandoli nei loro impegni, alimentandoli e aiutandoli a vivere sempre più profondamente la fede come novità.

Concretamente: in tempo di «diaspora» la responsabilità maggiore delle comunità ecclesiali è quella della formazione spirituale e professionale dei cristiani impegnati in politica, affinché non vengano meno il contributo ideale specifico e la loro stessa visibilità. Da un lato, pertanto, è necessario predisporre appropriati luoghi d’incontro e di riflessione, dove sia possibile imparare a pensare e ad agire politicamente; d’altro lato, bisogna che a quanti scelgono di impegnarsi da cristiani in politica non manchino la necessaria formazione e l’assistenza spirituale, nella consapevolezza che il segreto della presenza e della efficacia politica dei cattolici sta nella sintesi tra spiritualità e professionalità.

Perciò, accanto a una accurata formazione politica, «il cristiano deve anche assicurare che il “sale” del suo impegno cristiano non perda il suo “sapore” e che la “luce” dei suoi ideali evangelici non venga oscurata dal pragmatismo o, peggio, dall’utilitarismo. Per questo, egli ha bisogno di approfondire la sua conoscenza della Dottrina sociale cristiana, cercando di assimilarne i principi e di applicarla con saggezza laddove è necessario. Questo presuppone una formazione spirituale seria, alimentata dalla preghiera. Una persona che sia superficiale, spiritualmente tiepida oppure indifferente, o che si preoccupi in modo eccessivo del successo e della popolarità, non potrà mai esercitare in modo adeguato la sua responsabilità politica» (Giovanni Paolo II, «Discorso alla Fondazione Schuman», 8 novembre 2003, 4).

 

Si tratta di imboccare la strada dell´impegno: quella dell´impegno sociale e politico che ha un campo d’azione smisurato perché si dispiega in tutti gli spazi e gli ambiti della vita dell’uomo. È un campo di azione che corrisponde alla nativa e insopprimibile dimensione "cattolica", ossia universale, dell´animo di ogni cristiano e che collima perfettamente con la fisionomia del cristiano stesso quale cittadino del mondo.

E’ vero: oggi come sempre è difficile essere laicamente fedeli all’originalità del Vangelo nei contenuti delle scelte politiche e nello stile dell’azione dei cristiani in politica. Ma non, perché difficile, deve essere trascurato o eluso. Essere al servizio del bene comune è il distintivo dei discepoli di Gesù Cristo, che è vissuto per gli altri fino a morire per loro. È Lui che ha evangelizzato il potere, insegnandoci che chiunque voglia essere grande deve farsi servo di tutti, “come il Figlio dell'uomo che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di tutti”.

Occorre riscoprire il valore della politica, come impegno per costruire la “città dell’uomo”. La politica così intesa è una necessità, specie per quanti hanno a cuore la dignità di ogni persona. E’ indispensabile che i fedeli laici cooperino attivamente  alla vita della città non limitandosi a rimanere ai margini e dichiarare la propria insoddisfazione per le cose che non vanno! Occorre che i fedeli laici sappiano formulare progetti e tentativi rispettosi dei valori essenziali che possono far crescere una società più giusta e solidale. Progetti e programmi che privilegino la centralità della persona umana, la famiglia, l’educazione e la scuola, il lavoro e la giustizia sociale, l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, il senso della legalità e la sicurezza dei cittadini, il senso dello stato e delle istituzioni, l’equilibrio tra i diversi livelli del governo (dalle autonomie locali, al governo nazionale, alla costruzione europea); il contributo che il nostro paese può dare alla comunità internazionale per la pace, la giustizia e la solidarietà di fronte alle tante situazioni di guerra, di povertà, di mancanza dei diritti fondamentali, specie considerando i processi di globalizzazione in atto.

Il richiamo a tali valori non deve essere messo in relazione alle possibilità concreta di tradurli in azioni politiche coerenti e compatibili, che favoriscano progressi effettivi di tutta la società.

Tutto ciò suppone una morale per la politica e della politica come servizio al bene comune. Tali principi cardine trovano ispirazione nella dottrina sociale cristiana e possono essere patrimonio condiviso da persone che  appartengono a forze ed espressioni culturali diverse.

In una Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica (21-11-2002), si afferma che tale partecipazione e comporta,mento si è fatto urgente, perché il rischio della «diaspora culturale dei cattolici» è reale, e per questo è richiesto un supplemento di impegno per ripresentare l’«eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo in termini culturali moderni» (cf. n. 7). Ciò significa recuperare la capacità di rimettere a fuoco il concetto di «laicità», riconosciuta dalla Chiesa come un valore, attraverso «una chiarificazione non solo terminologica». La «laicità» va intesa come «autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica, ma non da quella morale» (cf. ivi, 6). I valori morali, infatti, non sono «confessionali», poiché le «esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale» (cf. ivi, 5). Pertanto, il principio di “laicità” nelle questioni etiche non può essere invocato contro pretese “invadenze” dell’autorità religiosa nella politica.

 

Oggi emerge più di ieri il bisogno di cattolici preparati, in grado di irrobustire una democrazia argomentativa, che metta in campo la Dottrina sociale della Chiesa, attraverso la dimensione della ragionevolezza della fede. È necessario far valere il buon fondamento delle proprie convinzioni e delle proprie scelte, nella persuasione che la validità di principi universali condivisi non è mai venuta meno.

Una società “laica” non è necessariamente “relativistica”: lo è se prevale il “laicismo”, che non offre molti sbocchi alla maturazione di una democrazia compiuta.

 

La nostra democrazia, che oggi soffre di una crescente “complessità” e manca degli strumenti adeguati per gestirla e orientarla, ha bisogno di “nuove forme”, che garantiscano alla società civile spazi, anche inediti, di partecipazione.

I laici cattolici sono, dunque, chiamati a riscoprire i “valori universali” capaci di aggregare persone di diversa appartenenza culturale, religiosa, etnica, disposti a riflettere e a identificare tali valori nell’area del «diritto naturale», che esiste nonostante i suoi detrattori, ed è in grado di accomunare ogni essere umano attorno alle coordinate fondamentali della vita.

 

La Dottrina Sociale della Chiesa

 

La Dottrina sociale della Chiesa è iscritta nella natura stessa della Chiesa. Afferma, infatti, il Concilio Vaticano II: "La Chiesa cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio. Certo la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il fine infatti che le ha prefissato è di ordine religioso. Eppure proprio da questa missione religiosa scaturiscono un compito, una luce e delle energie, che possono contribuire a costruire e consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina" (GS 40-42).

La dottrina sociale fonda sul fatto che la Chiesa vive nel mondo (Gv 17,11-15) pur non essendo del mondo (Gv 15,19). Essa conduce gli uomini alla salvezza eterna e li accompagna lungo il loro pellegrinaggio terreno. Costituita da Cristo sacramento universale di salvezza, la Chiesa è chiamata a istruire tutti gli uomini anche sul senso della vita temporale, mentre sono incamminati verso la speranza dei beni futuri (cf LG 48). E’ infatti l’uomo vivente in questo mondo che deve essere salvato. E pertanto la Chiesa non può essere né assente né estranea al mondo se lo vuole salvare.

E’, inoltre, missione della Chiesa, quale continuatrice dell'opera di salvezza di Cristo, illuminare e formare le coscienze, orientandole al bene da compiere. La Chiesa è custode della legge divina sull'uomo, sia nei rapporti con se stesso sia nei rapporti con gli altri. Alla Chiesa poi, quale  è Maestra di verità “compete  il diritto e il dovere non solo di tutelare i principi dell'ordine etico religioso, ma anche di intervenire autoritariamente nella sfera dell'ordine temporale, quando si tratta di giudicare dell'applicazione di quei principi ai casi concreti" (MeM, 252).

 

Il Concilio Vaticano II nel delineare i compiti dei fedeli laici nella Chiesa così li esorta: "imparino soprattutto i principi della dottrina sociale e le sue applicazioni, affinché si rendano, capaci sia di collaborare, per quanto loro spetta, al progresso della dottrina stessa, sia di applicarla debitamente nei singoli casi" (AA 31).

 

Senza ''imparare i principi della dottrina sociale" non è possibile applicarli come criteri di giudizio alle situazioni concrete, e dunque non è possibile realizzare la missione propria dei laici nella Chiesa: "trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio", "illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore" (LG 31).

 

Giovanni Paolo II, in ripetute occasioni, ha ribadito non solo le caratteristiche fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, ma ha altresì esortato a "confidare responsabilmente nella dottrina sociale, anche se alcuni cercano di seminare dubbi e sfiducia su di essa" (Discorso alla III Conferenza Generale dell'Episcopato Latino-Americano del 28.1.1979 a Puebla, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II, 1, p. 228).

È dovere della Chiesa affermare con chiarezza e sostenere con forza quella visione dell'uomo e della realtà, attestata da una tradizione di fede due volte millenaria e radicata addirittura nella Rivelazione divina in Cristo.

 

Potremmo sostenere che Papa Wojtyla ha cercato di “fondare” - per così dire - la dottrina sociale della Chiesa avvertendo che essa non è stata affatto "inventata" da Leone XIII con la enciclica Rerum novarum del 1891, ma che "risale ben al di là degli ultimi novant'anni. La dottrina sociale della Chiesa, infatti, trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne fin dall'inizio alla dottrina della Chiesa stessa, alla sua concezione dell'uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dalla dottrina dei Pontefici sulla moderna 'questione sociale', a partire dall'enciclica Rerum novarum" (Osservatore Romano 13 maggio 1981).

Già in un precedente discorso, Giovanni Paolo II aveva affermato che la dottrina sociale della Chiesa "particolarmente nella nostra epoca, a cominciare dalla fine del XIX secolo, si è enormemente arricchita di tutta la problematica contemporanea. Ciò non significa che essa sia sorta soltanto a cavallo dei due ultimi secoli: esisteva infatti sin dall'inizio, come conseguenza del Vangelo e della visione dell'uomo da esso portata nei rapporti con gli altri uomini e particolarmente nella vita comunitaria e sociale" (Discorso alla 169a Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale polacca del 5.6.1979, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II, 1, p. 1442).

 

Che cos'è, infatti, la dottrina sociale della Chiesa?

 

La centralità dell'uomo nella convivenza; la nobiltà del lavoro, la sua duplice fecondità: in ordine alla persona che lo svolge e in ordine all'oggetto in cui si concreta; la posizione di responsabilità di quanti operano negli organismi in cui si articola la vita sociale; la rimunerazione del lavoro secondo criteri di giustizia; l'esigenza di una gamma di corpi intermedi rispondente al grado di sviluppo di una civiltà; la regolazione dei rapporti umani, qualunque ne sia il contenuto, informata al principio della solidarietà operante nella verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà; il carattere naturale del diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi: diritto a cui è immanente una funzione sociale; l'indispensabilità di un'autorità per una convivenza ordinata e feconda: autorità proveniente da Dio, avente come compito l'attuazione del bene comune, di cui è elemento essenziale e preminente il riconoscimento, la tutela e la promozione dei diritti fondamentali della persona; l'adozione del criterio di sussidiarietà nel disciplinamento dei rapporti fra singole persone e rispettive famiglie, corpi intermedi e poteri pubblici: tali sono le idee-madri nell'insegnamento sociale del Magistero della Chiesa.

 

Infatti, con l'espressione dottrina sociale della chiesa si intende solitamente indicare l'insieme dei principi e delle direttive emanate dal magistero cattolico in ordine ai problemi di natura sociale ed economica manifestatisi nella società moderna. Essa dunque non si configura come una generica e multiforme espressione del pensiero cattolico sviluppatosi nel corso dei secoli di fronte alle diverse congiunture storiche che si sono via via susseguite, bensì come la risposta, dotata di rilevante autorevolezza istituzionale ed espressa in termini dottrinali, attraverso la quale il papato romano ha preso posizione di fronte alla realtà sociale ed economica di una data stagione storica.

La Dottrina Sociale della Chiesa in quanto dottrina è un sapere argomentato e relativamente organico, concernente la soluzione dei problemi del vivere sociale, elaborata dalla Chiesa che si serve della sapienza proveniente dalla Parola di Dio e dalla Tradizione e anche dell'apporto delle varie scienze che studiano i fatti che si verificano nel vivere sociale. (cfr. Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, marzo 1986).   

 

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa esplicita con chiarezza quali siano le fonti della dottrina sociale della Chiesa: «La dottrina sociale della Chiesa trova il suo fondamento essenziale nella Rivelazione biblica e nella Tradizione della Chiesa». Ma «la fede, che accoglie la parola divina e la mette in pratica, interagisce con la ragione e si avvale di tutti i contributi che questa le offre» (n. 74). Perciò «la fede e la ragione costituiscono le due vie conoscitive della dottrina sociale, essendo due le fonti alle quali essa attinge: la Rivelazione e la natura umana» (n. 75). In realtà, «la centratura sul mistero di Cristo non indebolisce o esclude il ruolo della ragione e perciò non priva la dottrina sociale di plausibilità razionale e, quindi, della sua destinazione universale. Poiché il mistero di Cristo illumina il mistero dell’uomo, la ragione dà pienezza di senso alla comprensione della dignità umana e alle esigenze morali che la tutelano. La dottrina sociale è un conoscere illuminato dalla fede, che — proprio perché tale — esprime una maggiore capacità di conoscenza. Essa dà ragione a tutti delle verità che afferma e dei doveri che comporta»: perciò «può trovare accoglienza e condivisione da parte di tutti» (n. 75).

 

Dopo averne evidenziato le fonti, il medesimo Compendio esplicita il campo di interesse e di pertinenza: «La dottrina sociale della Chiesa appartiene non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale. Non è un sistema ideologico o prammatico, teso a definire e comporre i rapporti economici, politici e sociali, ma una categoria a sé: essa è l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano» (n. 72). È perciò «una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone» (n. 73).


Ma è il Papa Giovanni Paolo II che esplicita con passione di ricercatore lo statuto epistemologico della Dottrina sociale della Chiesa, definendola "un corpo di principi di morale sociale cristiana" che gode di "stabilità e certezza nei principi e nelle norme fondamentali" e quindi è "parte integrante della concezione cristiana della vita" (Discorso all'udienza generale del 13.5.1981, cit.). Ogni elemento di questa definizione merita di essere analiticamente considerato.

"Corpo di principi", nell'espressione del Pontefice, e non semplice "insegnamento sociale" più o meno occasionale; anzi, la sostituzione dell'espressione "insegnamento sociale" a quella di "dottrina sociale" molto spesso è stata proposta con intenti maliziosi, per fare intendere che si tratta di interventi più o meno disorganici e non di un vero corpus sistematico.

"Morale sociale", quindi: non pura filosofia sociale, non semplice insieme di analisi sociologiche ma, secondo il citato discorso del 5 giugno 1979, "conseguenza del Vangelo e della visione dell'uomo da esso portata (...) nella vita comunitaria e sociale".

 

Non è, neppure, semplice teologia sociale: la dottrina sociale certo "come ogni realtà vivente si compone di elementi duraturi e supremi e di elementi contingenti che ne permettono l'evoluzione e lo sviluppo in sintonia con le urgenze dei problemi impellenti" (discorso del 13.5.1981, cit.); ma tuttavia non si limita ad enunciare certi grandi principi, ma anche - pur senza dettare soluzioni "tecniche" - affronta in modo analitico la morale speciale relativa ad istituti come la famiglia, l'autorità, la proprietà privata.

 

Morale sociale, infine, nel senso più ampio del termine, tale da abbracciare e comprendere non solo la morale socio-economica, ma anche quella socio-politica. Insegna infatti Giovanni Paolo II che "anche - anzi soprattutto - l'attività politica trova il proprio senso nella sollecitudine per il bene dell'uomo, che è un bene di natura etica. Di qui attinge le sue più profonde premesse tutta la cosiddetta dottrina sociale della Chiesa" (discorso del 5.6.1979, cit.).

 

La dottrina sociale della Chiesa appartiene all'ambito della teologia morale, riceve la sua originale identità dalla Rivelazione stessa e assume da questa peculiare disciplina teologica fonti e metodo. Infatti, non è altro che la morale cattolica applicata ai problemi sociali. Giacché è evidente che "nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al comando di Dio" (LG 36), sarebbe assurdo che la Chiesa insegnasse una morale soltanto individuale, che il cattolico. rispettasse la morale dentro le mura della propria abitazione, "dimenticando a casa" la morale quando comincia ad occuparsi di problemi sociali e politici.

 

Se la dottrina sociale della Chiesa è, semplicemente, la morale sociale e la morale politica, si comprende allora come sia "parte integrante della concezione cristiana della vita". E se è "parte integrante" - cioè parte che non si può togliere senza attentare all'integrità del Cristianesimo - si comprende anche la sua obbligatorietà: "la dottrina sociale proposta dalla Chiesa, pertanto, deve essere fedelmente seguita, né ci potranno essere ragioni di ordine storico che possano giustificare la infedeltà alla medesima. Sarebbe costruire sulle sabbie mobili delle ideologie e non sulla roccia di una verità che è prima e al di sopra di tutte le ideologie e di tutti i sistemi e dei medesimi è criterio di giudizio" (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Convegno ecclesiale della CEI , in L'Osservatore Romano, 1. XI. 1981).

 

Tentando una sintesi potremmo dire che la dottrina sociale indica con chiarezza le vie sicure per ricomporre i rapporti della convivenza secondo criteri universali rispondenti alla natura e agli ambiti diversi dell'ordine temporale e ai caratteri della società contemporanea, e perciò accettabili da tutti.

Gli elementi, in virtù dei quali l'insegnamento della Chiesa in materia sociale si caratterizza e assurge alla dignità di una dottrina, si possono ridurre a due:

1. l'uomo è persona;

2. e perché tale, è per natura sociale.

L'uomo è persona; si pone quindi all'apice dell'universo e al centro della vita sociale: «persona significat quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali natura» ( Tommaso d’A., Summa Theologiae, I, q. 29,a.3).). Ma appunto  perché persona, l'uomo è per natura un essere sociale: «sicut homo habet naturalem incinationem ad hoc quod veritatem cognoscat de Deo et ad hoc quod vivat in societatem. (ibd., I-II,q.94.a.3).

 

Piace siglare questa affermazione con quanto asserito dal citato Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: “Il principio di base della dottrina sociale della Chiesa è la persona umana, nel senso che «tutta la dottrina sociale si svolge a partire dal principio che afferma l’intangibile dignità della persona umana» (n. 107), vista come «immagine di Dio». Infatti è in quanto tale che «l’individuo umano ha la dignità di persona: non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone; è chiamato per grazia ad un’alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione» (n. 108)”

 

Da questo principio fontale discendono i princìpi permanenti della dottrina sociale della Chiesa, che costituiscono i veri e propri cardini dell’insegnamento sociale cattolico:

Ø     la dignità della persona umana, il bene comune, la  sussidiarietà, la solidarietà;

Ø     la famiglia, «cellula vitale della società», di cui va  affermata la priorità rispetto alla società e allo Stato;                  

Ø     l’istituto del matrimonio, il quale non è una creazione dovuta a convenzioni umane, ma deve la sua stabilità all’ordinamento divino, per cui nessun potere può modificarne i caratteri e la finalità;

Ø     la dignità del lavoro in quanto è espressione essenziale della persona;  

Ø     il rapporto tra morale ed economia, che la Chiesa ritiene sempre necessario e intrinseco;

Ø     i grandi temi della comunità politica e della comunità internazionale;

Ø     la salvaguardia dell’ambiente;

Ø     la promozione della pace e i grandi temi della produzione, l’accumulo e l’impiego delle armi di distruzione di massa, biologiche, chimiche e nucleari; l’utilizzazione di bambini e adolescenti come soldati in conflitti armati….;

Ø     infine, il contributo che la Chiesa offre con il suo insegnamento alla costruzione della società degli uomini, mostrando il significato sociale del Vangelo. L’inculturazione del Vangelo nella vita sociale è opera dei laici cristiani, la cui presenza in campo sociale dev’essere caratterizzata dal servizio, segno ed espressione della carità.

 

La straordinaria ricchezza della Dottrina sociale della Chiesa mostra quanto la fede cristiana possa illuminare il cammino, spesso oscuro e drammatico, dell’uomo nella storia. La Chiesa, infatti non solo rivela all’uomo la sua nobiltà, in quanto «immagine di Dio», ma indica, altresì le vie per giungere a costruire un mondo pienamente umano, rispettoso della dignità umana e delle esigenze più profonde dell’uomo, aiutandolo a raggiungere il suo fine, che si costruisce sulla terra, ma non è terreno. In realtà la fede cristiana non è estranea al mondo e alla storia, ma è capace di dare un ineliminabile contributo alla costruzione di quella che Paolo VI ha definito la «civiltà dell’amore».

Conoscere la ricchezza della dottrina sociale della Chiesa e della sua capacità di contribuire alla costruzione della «civiltà dell’amore» è premessa per renderla efficace, cioè per tradurla nella pratica storica, ad opera dei cristiani, in primo luogo dei fedeli laici.

Coloro che si preparano o aspirano a impegnarsi nella politica, nell’economia e, più in generale, nell’attività sociale dovrebbero ritrovare nella dottrina sociale della Chiesa il faro luminoso per un itinerario di buon cammino.

 

LA BUSSOLA PER UN BUON ORIENTAMENTO

 

Dopo aver considerato l’improrogabile e urgente riproposta di una presenza attiva dei cattolici nella vita politica e averne auspicato una adeguata formazione alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, resta da indicare una bussola di orientamento per un buon cammino che individuiamo Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il testo fu pubblicato il 24 novembre 2002 a firma del Cardinale Joseph Ratzinger non senza averne ottenuta l’approvazione previa del Papa Giovanni Paolo II il 21 novembre 2002.      

Il documento può ben definirsi “bussola per un buon orientamento”. Eccolo:

 

* * *

 

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE


NOTA DOTTRINALE

circa alcune questioni riguardanti
l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica

 

 

I.                   Un insegnamento costante

 

1. L’impegno del cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso seguendo percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli, «partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1] La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza».[2] Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale».[3]

Le attuali società democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4] richiedono nuove e più ampie forme di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro avviso giovano maggiormente al bene comune.[5] La vita in un sistema politico democratico non potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]

Mediante l’adempimento dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7] in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8] e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.[9] Conseguenza di questo fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10] che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.

La presente Nota non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società democratiche.[11] E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e dimensioni importanti della tematica in questione.

 

 

II. Alcuni punti nodali nell’attuale dibattito culturale e politico

 

2. La società civile si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che mostra la fine di un’epoca e l’incertezza per la nuova che emerge all’orizzonte. Le grandi conquiste di cui si è spettatori provocano a verificare il positivo cammino che l’umanità ha compiuto nel progresso e nell’acquisizione di condizioni di vita più umane. La crescita di responsabilità nei confronti di Paesi ancora in via di sviluppo è certamente un segno di grande rilievo, che mostra la crescente sensibilità per il bene comune. Insieme a questo, comunque, non è possibile sottacere i gravi pericoli a cui alcune tendenze culturali vorrebbero orientare le legislazioni e, di conseguenza, i comportamenti delle future generazioni.

È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12] Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori,[13] come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore. Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini — e tra questi ai cattolici — si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato.

3. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che debbono però essere moralmente accettabili. Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete — e meno ancora soluzioni uniche — per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla legge morale.[14] Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali»,[15] egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”.

Sul piano della militanza politica concreta, occorre notare che il carattere contingente di alcune scelte in materia sociale, il fatto che spesso siano moralmente possibili diverse strategie per realizzare o garantire uno stesso valore sostanziale di fondo, la possibilità di interpretare in maniera diversa alcuni principi basilari della teoria politica, nonché la complessità tecnica di buona parte dei problemi politici, spiegano il fatto che generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali i cattolici possono scegliere di militare per esercitare — particolarmente attraverso la rappresentanza parlamentare — il loro diritto-dovere nella costruzione della vita civile del loro Paese.[16] Questa ovvia constatazione non può essere confusa però con un indistinto pluralismo nella scelta dei principi morali e dei valori sostanziali a cui si fa riferimento. La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali.

La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona.[17] Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano II, la tutela «dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica».[18]

4. A partire da qui si estende la complessa rete di problematiche attuali che non hanno avuto confronti con le tematiche dei secoli passati. La conquista scientifica, infatti, ha permesso di raggiungere obiettivi che scuotono la coscienza e impongono di trovare soluzioni capaci di rispettare in maniera coerente e solida i principi etici. Si assiste invece a tentativi legislativi che, incuranti delle conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei popoli nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali, intendono frantumare l’intangibilità della vita umana. I cattolici, in questo frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per richiamare al senso più profondo della vita e alla responsabilità che tutti possiedono dinanzi ad essa. Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto.[19] Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica».[20]

In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.

Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà, secondo il quale «i diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti».[21] Come non vedere, infine, in questa esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre «frutto della giustizia ed effetto della carità»;[22] esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica.

 

III. Principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo

 

5. Di fronte a queste problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso umano.

6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23] Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani».[24] Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte dei cittadini.

Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la “laicità” dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La “laicità”, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.

Con il suo intervento in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece — come è suo proprio compito — istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta “spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come “luogo storico” del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto — come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della cultura — sono occasioni provvidenziali per un “continuo esercizio della fede, della speranza e della carità”».[25] Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana.

Nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà.[26]

 

 

 

 

IV. Considerazioni su aspetti particolari

 

7. È avvenuto in recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa. Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche. Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è fatto riferimento.

La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici. Del resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare, specialmente nei decenni posteriori alla seconda guerra mondiale, non possono porli in alcun complesso di inferiorità nei confronti di altre proposte che la storia recente ha mostrato deboli o radicalmente fallimentari. È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta.

La fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale, capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione cristiana verso la vita eterna.

Nello stesso tempo, la Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto Giovanni Paolo II.[27] In una società dove la verità non viene prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società intera.

8. A questo proposito è bene ricordare una verità che non sempre oggi viene percepita o formulata esattamente nell’opinione pubblica corrente: il diritto alla libertà di coscienza e in special modo alla libertà religiosa, proclamato dalla Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali umani.[28] In questa linea il Papa Paolo VI ha affermato che «il Concilio, in nessun modo, fonda questo diritto alla libertà religiosa sul fatto che tutte le religioni, e tutte le dottrine, anche erronee, avrebbero un valore più o meno uguale; lo fonda invece sulla dignità della persona umana, la quale esige di non essere sottoposta a costrizioni esteriori che tendono ad opprimere la coscienza nella ricerca della vera religione e nell’adesione ad essa».[29] L’affermazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa non contraddice quindi affatto la condanna dell’indifferentismo e del relativismo religioso da parte della dottrina cattolica,[30] anzi con essa è pienamente coerente.

V. Conclusione

9. Gli orientamenti contenuti nella presenta Nota intendono illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra vangelo e cultura, richiamata dal Concilio Vaticano II. Esso esorta i fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno». Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».[31]

 

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nell’Udienza del 21 novembre 2002 ha approvato la presente Nota, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

 

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 novembre 2002, Solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo.

 

JOSEPH CARD. RATZINGER
Prefetto

 

TARCISIO BERTONE, s.d.b.
Arcivescovo emerito di Vercelli
Segretario

 

* * *

 

Conclusione

 

Proprio perché per l’amore che cittadini e come credenti nutriamo per il nostro Paese, non possiamo non sentirci impegnati al suo benessere e al suo sviluppo, con modalità evidentemente articolate.   

Ed è da questo amore che il cattolico e la comunità ecclesiale derivano la loro specifica collocazione e il loro modi di porsi.

Il cristiano lo sa: la storia cammina, ma è Dio che la conduce. E’ per questo che ogni azione cristiana deve essere corroborata dalla preghiera.

In alcuni ambienti si vorrebbe dai cristiani una presenza e una proposta come se Dio non ci fosse!

Non è questo il senso vero della laicità; “per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto” . Così abbiamo letto nella nota sopra citata al n. 6.

Vivere e agire “come se Dio non ci fosse” sarebbe per il credente un autentica schizofrenia. Il cattolico non potrà mai abdicare alla propria fede e  non impedirà alla propria fede di ispirare e guidare la sua coscienza nella visione del mondo, della società, della storia.

Anzi per questo farà sua la preghiera del salmista:

 

            Se il signore non costruisce la casa

         invano vi faticano i costruttori.

         Se il Signore non custodisce la città,

         invano veglia il custode.

         Invano vi alzate di buon mattino,

         tardi andate a riposare

         e mangiate pane di sudore:

         il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno” (Salmo 127/126).

 

Dio è il principio e il fine della vicenda umana: la sua presenza è luce, è forza, è significato pieno della storia.

Senza Dio, invano …

Pregare è il segno privilegiato del primato dello spirituale nelle vicende personali e sociali; è mettersi in ascolto e dichiararsi disponibili per il disegno di Dio, che è sempre disegno di amore e di provvidenza (cf. Mt 6, 25-34).

La preghiera è fiducia; è impegno; è coraggio. Pregare significa superare la presunzione e la dimissione; vincere l’autosufficienza orgogliosa e la rinuncia impotente.

 

 

 

Note

 

[1] LETTERA A DIOGNETO, 5, 5. Cfr. anche Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2240.

[2] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Apost. Motu Proprio data per la proclamazione di San Tommaso Moro Patrono dei Governanti e dei Politici, n. 1, AAS 93 (2001) 76-80.

[3] Ibid, n. 4.

[4] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 31; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1915.

[5] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 75.

[6] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 42, AAS 81 (1989) 393-521. Questa nota dottrinale si riferisce ovviamente all’impegno politico dei fedeli laici. I Pastori hanno il diritto e il dovere di proporre i principi morali anche sull’ordine sociale; “tuttavia, la partecipazione attiva nei partiti politici è riservata ai laici” (GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 60). Cfr. anche CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 31-III-1994, n. 33.

[7] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[8] Cfr. ibid, n. 36.

[9] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 7; Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 36 e Cost. Past. Gaudium et spes, nn. 31 e 43.

[10] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 42.

[11] Negli ultimi due secoli, più volte il Magistero pontificio si è occupato delle principali questioni riguardanti l’ordine sociale e politico. Cfr. LEONE XIII, Lett. Enc. Diuturnum illud, ASS 14 (1881/82) 4ss; Lett. Enc. Immortale Dei, ASS 18 (1885/86) 162ss; Lett. Enc. Libertas praestantissimum, ASS 20 (1887/88) 593ss; Lett. Enc. Rerum novarum, ASS 23 (1890/91) 643ss; BENEDETTO XV, Lett. Enc. Pacem Dei munus pulcherrimum, AAS 12 (1920) 209ss; PIO XI, Lett. Enc. Quadragesimo anno, AAS 23 (1931) 190ss; Lett. Enc. Mit brennender Sorge, AAS 29 (1937) 145-167; Lett. Enc. Divini Redemptoris, AAS 29 (1937) 78ss; PIO XII, Lett. Enc. Summi Pontificatus, AAS 31 (1939) 423ss; Radiomessaggi natalizi 1941-1944; GIOVANNI XXIII, Lett. Enc. Mater et magistra, AAS 53 (1961) 401-464; Lett. Enc. Pacem in terris AAS 55 (1963) 257-304; PAOLO VI, Lett. Enc. Populorum progressio, AAS 59 (1967) 257-299; Lett. Apost. Octogesima adveniens, AAS 63 (1971) 401-441.

[12] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 46, AAS 83 (1991) 793-867; Lett. Enc. Veritatis splendor, n. 101, AAS 85 (1993) 1133-1228; Discorso al Parlamento Italiano in seduta pubblica comune, n. 5, in: L’Osservatore Romano, 15-XI-2002.

[13] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Evangelium vitae, n. 22, AAS 87 (1995) 401-522.

[14] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[15] Ibid, n. 75.

[16] Cfr. ibid, nn. 43 e 75.

[17] Cfr. ibid, n. 25.

[18] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 73.

[19] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Evangelium vitae, n. 73.

[20] Ibid.

[21] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 75.

[22] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2304.

[23] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[24] GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1991: “Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo”, IV, AAS 83 (1991) 410-421.

[25] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 59. La citazione interna è del Concilio Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem, n. 4.

[26] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in: L’Osservatore Romano, 11/I/2002.

[27] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 90, AAS 91 (1999) 5-88.

[28] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Dich. Dignitatis humanae, n. 1: “Il Sacro Concilio anzitutto professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via, attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo divenire salvi e beati. Crediamo che questa unica vera religione sussista nella Chiesa cattolica”. Ciò non toglie che la Chiesa consideri con sincero rispetto le varie tradizioni religiose, anzi riconosce presenti in esse “elementi di verità e di bontà”. Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 16; Decr. Ad gentes, n. 11; Dich. Nostra aetate, n. 2; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 55, AAS 83 (1991) 249-340; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, nn. 2; 8; 21, AAS 92 (2000) 742-765.

[29] PAOLO VI, Discorso al Sacro Collegio e alla Prelatura Romana, in: “Insegnamenti di Paolo VI” 14 (1976), 1088-1089.

[30] Cfr. PIO IX, Lett. Enc. Quanta cura, ASS 3 (1867) 162; LEONE XIII, Lett. Enc. Immortale Dei, ASS 18 (1885) 170-171; PIO XI, Lett. Enc. Quas primas, AAS 17 (1925) 604-605; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2108; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 22.

[31]CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 43. Cfr. anche GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 59.

 

 

  

Tommaso Stenico  -  pagine di teologia pastorale e catechesi  -  www.stenicotommaso.it     tomstenico@stenicotommaso.it