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La partecipazione
l'impegno e il comportamento
dei cattolici nella vita politica
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«La partecipazione alla vita politica è la forma più alta
della carità»,
diceva Paolo VI, facendo eco a una espressione cara a
Giorgio La Pira. E la Costituzione conciliare
Gaudium et spes
parla della politica come di “un’arte nobile e
difficile”. Ancora Paolo VI, ha affermato che “la
politica è una maniera esigente di vivere l’impegno
cristiano al servizio degli altri”.
Il Concilio Vaticano II si può
denominare anche … “il Concilio dei laici”, perché ha indicato
chiaramente il loro posto e ruolo essenziale nella Chiesa e si è sforzato
di dare a questo popolo di Dio la coscienza viva di essere Chiesa .
Prima del Concilio, era l’aspetto
gerarchico quello che emergeva nella Comunità ecclesiale, tanto che, quando
ci si riferiva alla Chiesa, molti intendevano la “gerarchia”.
Il Concilio ha ribaltato questo
concetto quando a scelto l’ordine dei capitoli nella Costituzione Dogmatica
“Lumen Gentium”. Infatti, dopo il primo capitolo sul “popolo di
Dio”, si parla dei “sacerdozio comune dei fedeli”, il quale ha la precedenza
sul sacerdozio gerarchico. Con questa scelta significativa il Concilio ha
messo al primo posto la realtà della comunione ecclesiale e della
partecipazione di tutti alla vita della Chiesa. Questa visione riveste
un’importanza enorme per la teologia cattolica, dando un vigoroso impulso
simultaneamente al dinamismo di comunione e allo spirito di servizio. Anche
il Codice di diritto canonico ha seguito accuratamente l’orientamento del
Concilio.
In quale contesto di rapporto fra la
Chiesa e società si situa oggi l’impegno dei laici? Sviluppare questo tema
significherebbe condurre un’approfondita analisi della dinamica della
società italiana e della particolare forma di presenza che al suo interno
realizza la Chiesa; l’economia di questo contributo non lo consente. Sia,
dunque, sufficiente accennare ad alcune coordinate generali.
Il numero 4 della Costituzione
Gaudium et Spes dichiara: “è
dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di
interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna
generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul
senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche.
Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue
attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico”.
Dovere permanente dunque; quindi un
dovere che appartiene alla Chiesa per sempre: lo scrutare i segni dei tempi
e interpretarli alla luce del Vangelo.
Più avanti lo stesso documento
conciliare offre la chiave di lettura per la interpretazione dei segni dei
tempi da parte del credente. Al numero 10, infatti, si legge: “la Chiesa
crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il
suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è
dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere
salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il
centro e il fine di tutta la storia umana”.
Ed è ancora lo
stesso Concilio Ecumenico Vaticano II a illuminare il percorso della
partecipazione dei fedeli laici in politica, quando nella medesima
Costituzione conciliare afferma: “proprio la fede obbliga ancora di più i
cristiani a compiere i doveri terreni secondo la vocazione di ciascuno”
(GS 43). E aggiunge: “Non si crei perciò un’opposizione artificiale tra
le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa
dall’altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i
suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso e mette in pericolo la
propria salvezza eterna”.
E il Papa
Giovanni Paolo II nella “Lettera” pubblicata a conclusione del Giubileo e
all’inizio del Millennio (Novo Millennio Ineunte) ha ricordato: “Il
versante etico-pubblico si propone come dimensione imprescindibile della
testimonianza cristiana: si deve respingere la tentazione di una
spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le
esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione e, in
definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo” (52).
In questi ultimi decenni, l’ottica
complessiva che si presenta è quella generale del “confronto”: non nel senso
della semplice constatazione che la società è in continuo cambiamento, ma
sul senso specifico della percezione dell’accelerazione del mutamento e
della modernizzazione, per effetto dello sviluppo tecnologico. Non è
sufficiente dire che la “società industriale” è alle nostre spalle e che
ormai viviamo in una nuova società chiamata, con definizione di comodo,
“post-industriale” o tecnologica.
Tra le ripercussioni, vaste e
profonde, di questo processo di cambiamento, possiamo ravvisare:
·
La società
post-industriale o tecnologica è caratterizzata dal progressivo venir meno
della “comunità di lavoro”. Sono infatti molte le nuove tecnologie che
stabiliscono un rapporto prevalente tra l’operatore e la macchina
informatica. Da ciò ne deriva una ulteriore spinta all’individualismo e la
tendenza a ridurre al minimo i rapporti sociali, evidenziata – tra l’altro -
anche dallo smodato utilizzo consumistico dei mass media. In questo contesto
la Chiesa si propone come “comunità”, come luogo di rapporti profondi
interpersonali e intrafamiliari.
·
La società
post-industriale è contraddistinta altresì da un progressiva riduzione e
contenimento, quantitativo e anche qualitativo, della vita di relazione
interpersonale, fenomeno di cui il declino demografico e la limitazione
delle nascite costituiscono la verifica statistica. Sono molti ormai ad
affermare che la grande malattia dell’oggi e soprattutto del domani sarà la
solitudine. In questa sorta di deserto di vita di relazione, in cui ciascuno
si sente sempre più solo con se stesso, si aprono vari spazi per la Comunità
ecclesiale e i suoi membri di quella che potrebbe essere chiamata la
“pastorale della solitudine”.
·
La società post-industriale ha messo in crisi le ideologie che così
negativamente hanno inciso sul rapporto tra Chiesa e mondo moderno. “La
piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da
queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo,
fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale;
dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al
sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto
dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre
nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della
Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il
relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di
dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni.
Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come
definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue
voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero
uomo. É lui la misura del vero umanesimo.
[J.
Card. Ratzinger, 18 aprile 2005]
·
La società
post-industriale, infine , mette in discussione non solo l’effetto
principale della secolarismo, cioè l’esclusione della religione dalla sfera
pubblica, ma il ruolo stesso della Chiesa nella società e conseguentemente
la legittimità stessa dell’opzione dell’uomo per una realtà trascendente.
Nell’attuale crisi delle grandi
ideologie e di fronte ai mutamenti in atto nel mondo, in particolare per
quanto riguarda la politica, l’economia, la cultura e i valori , la Chiesa
si trova in una posizione di particolare rilievo, quale punto di riferimento
per dare indicazioni sul futuro colmo di incognite. Scruta e legge i “segni
dei tempi” e indica gli elementi teologici riguardanti il rapporto tra Dio e
storia umana , tra salvezza eterna e progresso del mondo, tra speranza
escatologica e speranze storiche umane. In questa lettura dei tempi il
Magistero sociale della Chiesa ha bisogno delle professionalità dei laici.
Nella comunità cristiana dovrà accreditarsi sempre più, tra i laici ,
l’impegno “politico” in senso ampio, l’impegno nella “polis” . Da parte del
Magistero Ecclesiastico dovrà esserci coscienza e coerenza dei rischi che
eventualmente si correranno lasciando libertà di vedute nella ricerca e
nelle proposte, ma ne guadagnerà in efficacia; si tratta di passare dalle
proclamazioni e enunciazioni di principio ai processi ed alla prassi.
Sono riflessioni
– queste -, tra l’altro appena accennate, che si ripropongono con un certa
urgenza oggi soprattutto, mentre non è difficile constatare una generale
disaffezione dalla partecipazione alla vita della polis e un ripiegarsi sui
propri interessi alla ricerca di tutto, meno che del bene comune.
Politica
è
l'arte della gestione del bene comune ed è, per questo, la forma più alta
della carità, in quanto non coinvolge (non dovrebbe coinvolgere!) in
alcun modo la ricerca di vantaggi personali o privati e un ripiegarsi sui
propri interessi alla ricerca di tutto, meno che del bene comune.
Oggi il rapporto tra cattolici e
politica vive una stagione nuova: nuove domande, nuove prospettive, nuove
sfide.
La prima sfida appare ormai
inderogabile: per i fedeli laici è tempo d´impegnarsi, maggiormente e
personalmente, in modo diretto, sul terreno sociale e politico. Il
presupposto è nel radicamento nella storia quale prova dell’autenticità
della fede cristiana. Cristo incarnato vuole una Chiesa presente alla realtà
del mondo, come indicano anche i testi del magistero sociale. L’attuale
difficile rapporto tra i cristiani e la politica ha le sue radici storiche:
la fine di una società di ispirazione cristiana e la constatazione del
crescente tasso di secolarizzazione.
Per ripartire occorre proporre un
nuovo terreno di incontro tra cattolici e società anche al di là di una
presenza politica organizzata in partito, aprendosi ad una politica di
umanizzazione della società, seguendo due piani: la partecipazione politica
e una presenza nel civile e nel sociale. In questo senso la comunità
ecclesiale è chiamata ad animare la realtà attraverso la “profezia” del
costante richiamo ai valori della politica, svolgendo un responsabile
compito formativo del cristiano-cittadino per la costruzione di una società
più giusta.
E la seconda - non meno importante -
è quella di formare laici maturi nella fede i quali, da autentici laici
condividano e facciano proprio il modo di pensare, di interpretare la realtà
e di agire della Chiesa, agendo nella Chiesa e nella società. Si tratta di
un itinerario di educazione e
formazione alla cultura politica, attingendo al patrimonio della Dottrina
sociale della Chiesa.
Oggi occorre educare e far crescere
una generazione di cristiani saldi nella propria fede, convinti per
esperienza propria che la fede e l’incontro con Cristo è la risposta più
adeguata ai desideri e alle speranze di libertà, di giustizia, di verità, di
umanità, di felicità nella vita personale e nella vita collettiva. Solo a
partire da questa esperienza personale uno si appassiona per la vita e il
destino di coloro che incontra e questo è come il motore che muove
l’esistenza e che genera un impegno, una responsabilizzazione per la propria
vita e per la vita altrui. E poi si richiede una formazione cristiana, una
formazione all’insegnamento sociale, una competenza culturale, per saper
affrontare le questioni di una società complessa come quella nella quale
viviamo. E’ necessario che le comunità cristiane siano come dimore che
abbracciano la vita dei cristiani e li sostengono accompagnandoli nei loro
impegni, alimentandoli e aiutandoli a vivere sempre più profondamente la
fede come novità.
Concretamente: in tempo di
«diaspora» la responsabilità maggiore delle comunità ecclesiali è quella
della formazione spirituale e professionale dei cristiani impegnati in
politica, affinché non vengano meno il contributo ideale specifico e la loro
stessa visibilità. Da un lato, pertanto, è necessario predisporre
appropriati luoghi d’incontro e di riflessione, dove sia possibile imparare
a pensare e ad agire politicamente; d’altro lato, bisogna che a quanti
scelgono di impegnarsi da cristiani in politica non manchino la necessaria
formazione e l’assistenza spirituale, nella consapevolezza che il segreto
della presenza e della efficacia politica dei cattolici sta nella sintesi
tra spiritualità e professionalità.
Perciò, accanto a
una accurata formazione politica, «il cristiano deve anche assicurare che
il “sale” del suo impegno cristiano non perda il suo “sapore” e che la
“luce” dei suoi ideali evangelici non venga oscurata dal pragmatismo o,
peggio, dall’utilitarismo. Per questo, egli ha bisogno di approfondire la
sua conoscenza della Dottrina sociale cristiana, cercando di assimilarne i
principi e di applicarla con saggezza laddove è necessario. Questo
presuppone una formazione spirituale seria, alimentata dalla preghiera. Una
persona che sia superficiale, spiritualmente tiepida oppure indifferente, o
che si preoccupi in modo eccessivo del successo e della popolarità, non
potrà mai esercitare in modo adeguato la sua responsabilità politica»
(Giovanni Paolo II, «Discorso alla Fondazione Schuman», 8 novembre 2003, 4).
Si tratta di imboccare la strada
dell´impegno: quella dell´impegno sociale e politico che ha un campo
d’azione smisurato perché si dispiega in tutti gli spazi e gli ambiti della
vita dell’uomo. È un campo di azione che corrisponde alla nativa e
insopprimibile dimensione "cattolica", ossia universale, dell´animo di ogni
cristiano e che collima perfettamente con la fisionomia del cristiano stesso
quale cittadino del mondo.
E’ vero: oggi
come sempre è difficile essere laicamente fedeli all’originalità del Vangelo
nei contenuti delle scelte politiche e nello stile dell’azione dei cristiani
in politica.
Ma non,
perché difficile, deve essere trascurato o eluso. Essere al servizio del
bene comune è il distintivo dei discepoli di Gesù Cristo, che è vissuto per
gli altri fino a morire per loro. È Lui che ha evangelizzato il potere,
insegnandoci che chiunque voglia essere
grande deve farsi servo
di tutti, “come il Figlio dell'uomo che non è venuto per essere servito, ma
per servire e dare la propria vita in riscatto di tutti”.
Occorre riscoprire il valore della
politica, come impegno per costruire la “città dell’uomo”. La politica così
intesa è una necessità, specie per quanti hanno a cuore la dignità di ogni
persona. E’ indispensabile che i fedeli laici cooperino attivamente alla
vita della città non limitandosi a rimanere ai margini e dichiarare la
propria insoddisfazione per le cose che non vanno! Occorre che i fedeli
laici sappiano formulare progetti e tentativi rispettosi dei valori
essenziali che possono far crescere una società più giusta e solidale.
Progetti e programmi che privilegino la centralità della persona umana, la
famiglia, l’educazione e la scuola, il lavoro e la giustizia sociale,
l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, il senso della legalità e la
sicurezza dei cittadini, il senso dello stato e delle istituzioni,
l’equilibrio tra i diversi livelli del governo (dalle autonomie locali, al
governo nazionale, alla costruzione europea); il contributo che il nostro
paese può dare alla comunità internazionale per la pace, la giustizia e la
solidarietà di fronte alle tante situazioni di guerra, di povertà, di
mancanza dei diritti fondamentali, specie considerando i processi di
globalizzazione in atto.
Il richiamo a tali valori non deve
essere messo in relazione alle possibilità concreta di tradurli in azioni
politiche coerenti e compatibili, che favoriscano progressi effettivi di
tutta la società.
Tutto ciò suppone una morale per la
politica e della politica come servizio al bene comune. Tali principi
cardine trovano ispirazione nella dottrina sociale cristiana e possono
essere patrimonio condiviso da persone che appartengono a forze ed
espressioni culturali diverse.
In una Nota dottrinale della
Congregazione per la Dottrina della Fede circa l’impegno e il comportamento
dei cattolici nella vita pubblica (21-11-2002), si afferma che tale
partecipazione e comporta,mento si è fatto urgente, perché il rischio della
«diaspora culturale dei cattolici» è reale, e per questo è richiesto un
supplemento di impegno per ripresentare l’«eredità spirituale, intellettuale
e morale del cattolicesimo in termini culturali moderni» (cf. n. 7). Ciò
significa recuperare la capacità di rimettere a fuoco il concetto di
«laicità», riconosciuta dalla Chiesa come un valore, attraverso «una
chiarificazione non solo terminologica». La «laicità» va intesa come
«autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed
ecclesiastica, ma non da quella morale» (cf. ivi, 6). I valori morali,
infatti, non sono «confessionali», poiché le «esigenze etiche sono radicate
nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale» (cf. ivi, 5).
Pertanto, il principio di “laicità” nelle questioni etiche non può essere
invocato contro pretese “invadenze” dell’autorità religiosa nella politica.
Oggi emerge più di ieri il bisogno
di cattolici preparati, in grado di irrobustire una democrazia
argomentativa, che metta in campo la Dottrina sociale della Chiesa,
attraverso la dimensione della ragionevolezza della fede. È necessario far
valere il buon fondamento delle proprie convinzioni e delle proprie scelte,
nella persuasione che la validità di principi universali condivisi non è mai
venuta meno.
Una società “laica” non è
necessariamente “relativistica”: lo è se prevale il “laicismo”, che non
offre molti sbocchi alla maturazione di una democrazia compiuta.
La nostra democrazia, che oggi
soffre di una crescente “complessità” e manca degli strumenti adeguati per
gestirla e orientarla, ha bisogno di “nuove forme”, che garantiscano alla
società civile spazi, anche inediti, di partecipazione.
I laici cattolici sono, dunque,
chiamati a riscoprire i “valori universali” capaci di aggregare persone di
diversa appartenenza culturale, religiosa, etnica, disposti a riflettere e a
identificare tali valori nell’area del «diritto naturale», che esiste
nonostante i suoi detrattori, ed è in grado di accomunare ogni essere umano
attorno alle coordinate fondamentali della vita.
La Dottrina Sociale
della Chiesa
La Dottrina sociale della Chiesa è
iscritta nella natura stessa della Chiesa. Afferma, infatti, il Concilio
Vaticano II: "La Chiesa cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta
assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi
l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a
trasformarsi in famiglia di Dio. Certo la missione propria che Cristo ha
affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il
fine infatti che le ha prefissato è di ordine religioso. Eppure proprio da
questa missione religiosa scaturiscono un compito, una luce e delle energie,
che possono contribuire a costruire e consolidare la comunità degli uomini
secondo la legge divina" (GS 40-42).
La dottrina sociale fonda sul fatto
che la Chiesa vive nel mondo (Gv 17,11-15) pur non essendo del
mondo (Gv 15,19). Essa conduce gli uomini alla salvezza eterna e li
accompagna lungo il loro pellegrinaggio terreno. Costituita da Cristo
sacramento universale di salvezza, la Chiesa è chiamata a istruire tutti gli
uomini anche sul senso della vita temporale, mentre sono incamminati verso
la speranza dei beni futuri (cf LG 48). E’ infatti l’uomo vivente in questo
mondo che deve essere salvato. E pertanto la Chiesa non può essere né
assente né estranea al mondo se lo vuole salvare.
E’, inoltre, missione della Chiesa,
quale continuatrice dell'opera di salvezza di Cristo, illuminare e formare
le coscienze, orientandole al bene da compiere. La Chiesa è custode della
legge divina sull'uomo, sia nei rapporti con se stesso sia nei rapporti con
gli altri. Alla Chiesa poi, quale è Maestra di verità “compete il
diritto e il dovere non solo di tutelare i principi dell'ordine etico
religioso, ma anche di intervenire autoritariamente nella sfera dell'ordine
temporale, quando si tratta di giudicare dell'applicazione di quei principi
ai casi concreti" (MeM, 252).
Il Concilio Vaticano II nel
delineare i compiti dei fedeli laici nella Chiesa così li esorta: "imparino
soprattutto i principi della dottrina sociale e le sue applicazioni,
affinché si rendano, capaci sia di collaborare, per quanto loro spetta, al
progresso della dottrina stessa, sia di applicarla debitamente nei singoli
casi" (AA 31).
Senza ''imparare i principi della
dottrina sociale" non è possibile applicarli come criteri di giudizio
alle situazioni concrete, e dunque non è possibile realizzare la missione
propria dei laici nella Chiesa: "trattare le cose temporali ordinandole
secondo Dio", "illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle
quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo
Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore" (LG 31).
Giovanni Paolo II,
in ripetute occasioni, ha ribadito non solo le caratteristiche fondamentali
della dottrina sociale della Chiesa, ma ha altresì esortato a "confidare
responsabilmente nella dottrina sociale, anche se alcuni cercano di seminare
dubbi e sfiducia su di essa" (Discorso alla III Conferenza Generale
dell'Episcopato Latino-Americano del 28.1.1979 a Puebla, in Insegnamenti
di Giovanni Paolo II, vol. II, 1, p. 228).
È dovere della Chiesa affermare con
chiarezza e sostenere con forza quella visione dell'uomo e della realtà,
attestata da una tradizione di fede due volte millenaria e radicata
addirittura nella Rivelazione divina in Cristo.
Potremmo sostenere che Papa Wojtyla
ha cercato di “fondare” - per così dire - la dottrina sociale della Chiesa
avvertendo che essa non è stata affatto "inventata" da Leone XIII con la
enciclica Rerum novarum del 1891, ma che "risale ben al di là
degli ultimi novant'anni. La dottrina sociale della Chiesa, infatti, trova
la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi
e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne
fin dall'inizio alla dottrina della Chiesa stessa, alla sua concezione
dell'uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale
elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio
tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dalla dottrina dei Pontefici
sulla moderna 'questione sociale', a partire dall'enciclica Rerum novarum"
(Osservatore Romano 13 maggio 1981).
Già in un
precedente discorso, Giovanni Paolo II aveva affermato che la dottrina
sociale della Chiesa "particolarmente nella nostra epoca, a cominciare
dalla fine del XIX secolo, si è enormemente arricchita di tutta la
problematica contemporanea. Ciò non significa che essa sia sorta soltanto a
cavallo dei due ultimi secoli: esisteva infatti sin dall'inizio, come
conseguenza del Vangelo e della visione dell'uomo da esso portata nei
rapporti con gli altri uomini e particolarmente nella vita comunitaria e
sociale" (Discorso alla 169a Assemblea Plenaria della Conferenza
Episcopale polacca del 5.6.1979, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II,
vol. II, 1, p. 1442).
Che cos'è, infatti, la dottrina
sociale della Chiesa?
La centralità dell'uomo nella
convivenza; la nobiltà del lavoro, la sua duplice fecondità: in ordine alla
persona che lo svolge e in ordine all'oggetto in cui si concreta; la
posizione di responsabilità di quanti operano negli organismi in cui si
articola la vita sociale; la rimunerazione del lavoro secondo criteri di
giustizia; l'esigenza di una gamma di corpi intermedi rispondente al grado
di sviluppo di una civiltà; la regolazione dei rapporti umani, qualunque ne
sia il contenuto, informata al principio della solidarietà operante nella
verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà; il carattere naturale
del diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi: diritto a cui è
immanente una funzione sociale; l'indispensabilità di un'autorità per una
convivenza ordinata e feconda: autorità proveniente da Dio, avente come
compito l'attuazione del bene comune, di cui è elemento essenziale e
preminente il riconoscimento, la tutela e la promozione dei diritti
fondamentali della persona; l'adozione del criterio di sussidiarietà nel
disciplinamento dei rapporti fra singole persone e rispettive famiglie,
corpi intermedi e poteri pubblici: tali sono le idee-madri nell'insegnamento
sociale del Magistero della Chiesa.
Infatti, con l'espressione
dottrina sociale della chiesa si intende solitamente indicare l'insieme
dei principi e delle direttive emanate dal magistero cattolico in ordine ai
problemi di natura sociale ed economica manifestatisi nella società moderna.
Essa dunque non si configura come una generica e multiforme espressione del
pensiero cattolico sviluppatosi nel corso dei secoli di fronte alle diverse
congiunture storiche che si sono via via susseguite, bensì come la risposta,
dotata di rilevante autorevolezza istituzionale ed espressa in termini
dottrinali, attraverso la quale il papato romano ha preso posizione di
fronte alla realtà sociale ed economica di una data stagione storica.
La Dottrina Sociale
della Chiesa in quanto dottrina è un sapere argomentato e relativamente
organico, concernente la soluzione dei problemi del vivere sociale,
elaborata dalla Chiesa che si serve della sapienza proveniente dalla Parola
di Dio e dalla Tradizione e anche dell'apporto delle varie scienze che
studiano i fatti che si verificano nel vivere sociale. (cfr. Istruzione
della Congregazione per la Dottrina della Fede, marzo 1986).
Il Compendio della Dottrina Sociale
della Chiesa esplicita con chiarezza quali siano le fonti della dottrina
sociale della Chiesa: «La dottrina sociale della Chiesa trova il suo
fondamento essenziale nella Rivelazione biblica e nella Tradizione della
Chiesa». Ma «la fede, che accoglie la parola divina e la mette in pratica,
interagisce con la ragione e si avvale di tutti i contributi che questa le
offre» (n. 74). Perciò «la fede e la ragione costituiscono le due vie
conoscitive della dottrina sociale, essendo due le fonti alle quali essa
attinge: la Rivelazione e la natura umana» (n. 75). In realtà, «la
centratura sul mistero di Cristo non indebolisce o esclude il ruolo della
ragione e perciò non priva la dottrina sociale di plausibilità razionale e,
quindi, della sua destinazione universale. Poiché il mistero di Cristo
illumina il mistero dell’uomo, la ragione dà pienezza di senso alla
comprensione della dignità umana e alle esigenze morali che la tutelano. La
dottrina sociale è un conoscere illuminato dalla fede, che — proprio perché
tale — esprime una maggiore capacità di conoscenza. Essa dà ragione a tutti
delle verità che afferma e dei doveri che comporta»: perciò «può trovare
accoglienza e condivisione da parte di tutti» (n. 75).
Dopo averne evidenziato le fonti, il
medesimo Compendio esplicita il campo di interesse e di pertinenza: «La
dottrina sociale della Chiesa appartiene non al campo dell’ideologia, ma
della teologia e specialmente della teologia morale. Non è un sistema
ideologico o prammatico, teso a definire e comporre i rapporti economici,
politici e sociali, ma una categoria a sé: essa è l’accurata formulazione
dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà
dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla
luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di
interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le
linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena
e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano»
(n. 72). È perciò «una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle
persone» (n. 73).
Ma è il Papa Giovanni Paolo II che esplicita con passione di ricercatore lo
statuto epistemologico della Dottrina sociale della Chiesa, definendola "un
corpo di principi di morale sociale cristiana" che gode di "stabilità
e certezza nei principi e nelle norme fondamentali" e quindi è "parte
integrante della concezione cristiana della vita" (Discorso all'udienza
generale del 13.5.1981, cit.). Ogni elemento di questa definizione merita di
essere analiticamente considerato.
"Corpo di principi",
nell'espressione del Pontefice, e non semplice "insegnamento sociale" più o
meno occasionale; anzi, la sostituzione dell'espressione "insegnamento
sociale" a quella di "dottrina sociale" molto spesso è stata proposta con
intenti maliziosi, per fare intendere che si tratta di interventi più o meno
disorganici e non di un vero corpus sistematico.
"Morale sociale", quindi: non pura
filosofia sociale, non semplice insieme di analisi sociologiche ma, secondo
il citato discorso del 5 giugno 1979, "conseguenza del Vangelo e della
visione dell'uomo da esso portata (...) nella vita comunitaria e
sociale".
Non è, neppure,
semplice teologia sociale: la dottrina sociale certo "come ogni realtà
vivente si compone di elementi duraturi e supremi e di elementi contingenti
che ne permettono l'evoluzione e lo sviluppo in sintonia con le urgenze dei
problemi impellenti" (discorso del 13.5.1981, cit.); ma tuttavia non si
limita ad enunciare certi grandi principi, ma anche - pur senza dettare
soluzioni "tecniche" - affronta in modo analitico la morale speciale
relativa ad istituti come la famiglia, l'autorità, la proprietà privata.
Morale sociale,
infine, nel senso più ampio del termine, tale da abbracciare e comprendere
non solo la morale socio-economica, ma anche quella socio-politica. Insegna
infatti Giovanni Paolo II che "anche - anzi soprattutto - l'attività
politica trova il proprio senso nella sollecitudine per il bene dell'uomo,
che è un bene di natura etica. Di qui attinge le sue più profonde premesse
tutta la cosiddetta dottrina sociale della Chiesa" (discorso del
5.6.1979, cit.).
La dottrina sociale della Chiesa
appartiene all'ambito della teologia morale, riceve la sua originale
identità dalla Rivelazione stessa e assume da questa peculiare disciplina
teologica fonti e metodo. Infatti,
non è altro che la morale cattolica
applicata ai problemi sociali. Giacché è evidente che "nessuna attività
umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al comando di Dio"
(LG 36), sarebbe assurdo che la Chiesa insegnasse una morale soltanto
individuale, che il cattolico. rispettasse la morale dentro le mura della
propria abitazione, "dimenticando a casa" la morale quando comincia ad
occuparsi di problemi sociali e politici.
Se la dottrina
sociale della Chiesa è, semplicemente, la morale sociale e la morale
politica, si comprende allora come sia "parte integrante della concezione
cristiana della vita". E se è "parte integrante" - cioè parte che non si può
togliere senza attentare all'integrità del Cristianesimo - si comprende
anche la sua obbligatorietà: "la dottrina sociale proposta dalla Chiesa,
pertanto, deve essere fedelmente seguita, né ci potranno essere ragioni di
ordine storico che possano giustificare la infedeltà alla medesima. Sarebbe
costruire sulle sabbie mobili delle ideologie e non sulla roccia di una
verità che è prima e al di sopra di tutte le ideologie e di tutti i sistemi
e dei medesimi è criterio di giudizio" (Giovanni Paolo II, Discorso
ai partecipanti al Convegno ecclesiale della CEI , in L'Osservatore
Romano, 1. XI. 1981).
Tentando una sintesi potremmo dire
che la dottrina sociale indica con chiarezza le vie sicure per
ricomporre i rapporti della convivenza secondo criteri universali
rispondenti alla natura e agli ambiti diversi dell'ordine temporale e ai
caratteri della società contemporanea, e perciò accettabili da tutti.
Gli elementi, in virtù dei quali
l'insegnamento della Chiesa in materia sociale si caratterizza e assurge
alla dignità di una dottrina, si possono ridurre a due:
1. l'uomo è persona;
2. e perché tale, è per natura
sociale.
L'uomo è
persona; si pone quindi all'apice dell'universo e al centro della vita
sociale: «persona significat quod est perfectissimum in tota natura,
scilicet subsistens in rationali natura» ( Tommaso d’A., Summa
Theologiae, I, q. 29,a.3).). Ma appunto perché persona, l'uomo è per
natura un essere sociale: «sicut homo habet naturalem incinationem ad
hoc quod veritatem cognoscat de Deo et ad hoc quod vivat in societatem.
(ibd., I-II,q.94.a.3).
Piace siglare questa affermazione
con quanto asserito dal citato Compendio della Dottrina Sociale della
Chiesa: “Il principio di base della dottrina sociale della Chiesa è la
persona umana, nel senso che «tutta la dottrina sociale si svolge a partire
dal principio che afferma l’intangibile dignità della persona umana» (n.
107), vista come «immagine di Dio». Infatti è in quanto tale che
«l’individuo umano ha la dignità di persona: non è soltanto qualche cosa, ma
qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di
entrare in comunione con altre persone; è chiamato per grazia ad
un’alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore
che nessun altro può dare in sua sostituzione» (n. 108)”
Da questo principio fontale
discendono i princìpi permanenti della dottrina sociale della Chiesa, che
costituiscono i veri e propri cardini dell’insegnamento sociale cattolico:
Ø
la dignità
della persona umana, il bene comune, la sussidiarietà, la solidarietà;
Ø
la famiglia,
«cellula vitale della società», di cui va affermata la priorità
rispetto alla società e allo Stato;
Ø
l’istituto
del matrimonio, il quale non è una creazione dovuta a convenzioni umane, ma
deve la sua stabilità all’ordinamento divino, per cui nessun potere può
modificarne i caratteri e la finalità;
Ø
la dignità
del lavoro in quanto è espressione essenziale della persona;
Ø
il rapporto
tra morale ed economia, che la Chiesa ritiene sempre necessario e
intrinseco;
Ø
i grandi
temi della comunità politica e della comunità internazionale;
Ø
la
salvaguardia dell’ambiente;
Ø
la
promozione della pace e i grandi temi della produzione, l’accumulo e
l’impiego delle armi di distruzione di massa, biologiche, chimiche e
nucleari; l’utilizzazione di bambini e adolescenti come soldati in conflitti
armati….;
Ø
infine, il
contributo che la Chiesa offre con il suo insegnamento alla costruzione
della società degli uomini, mostrando il significato sociale del Vangelo.
L’inculturazione del Vangelo nella vita sociale è opera dei laici cristiani,
la cui presenza in campo sociale dev’essere caratterizzata dal servizio,
segno ed espressione della carità.
La straordinaria ricchezza della
Dottrina sociale della Chiesa mostra quanto la fede cristiana possa
illuminare il cammino, spesso oscuro e drammatico, dell’uomo nella storia.
La Chiesa, infatti non solo rivela all’uomo la sua nobiltà, in quanto
«immagine di Dio», ma indica, altresì le vie per giungere a costruire un
mondo pienamente umano, rispettoso della dignità umana e delle
esigenze più profonde dell’uomo, aiutandolo a raggiungere il suo fine, che
si costruisce sulla terra, ma non è terreno. In realtà la fede cristiana non
è estranea al mondo e alla storia, ma è capace di dare un ineliminabile
contributo alla costruzione di quella che Paolo VI ha definito la
«civiltà dell’amore».
Conoscere la ricchezza della
dottrina sociale della Chiesa e della sua capacità di contribuire alla
costruzione della «civiltà dell’amore» è premessa per renderla
efficace, cioè per tradurla nella pratica storica, ad opera dei
cristiani, in primo luogo dei fedeli laici.
Coloro che si preparano o aspirano a
impegnarsi nella politica, nell’economia e, più in generale, nell’attività
sociale dovrebbero ritrovare nella dottrina sociale della Chiesa il faro
luminoso per un itinerario di buon cammino.
LA BUSSOLA PER UN
BUON ORIENTAMENTO
Dopo aver
considerato l’improrogabile e urgente riproposta di una presenza attiva dei
cattolici nella vita politica e averne auspicato una adeguata formazione
alla luce della Dottrina sociale della Chiesa,
resta da
indicare una bussola di orientamento per un buon cammino che individuiamo
Nota
Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento
dei cattolici nella vita politica
della
Congregazione per la Dottrina della Fede. Il testo fu pubblicato il 24
novembre 2002 a firma del Cardinale Joseph Ratzinger non senza averne
ottenuta l’approvazione previa del Papa Giovanni Paolo II il 21 novembre
2002.
Il documento può
ben definirsi “bussola per un buon orientamento”. Eccolo:
* * *
CONGREGAZIONE PER
LA DOTTRINA DELLA FEDE
NOTA DOTTRINALE
circa alcune questioni riguardanti
l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica
I.
Un insegnamento costante
1. L’impegno del
cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso seguendo
percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione
politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi
secoli, «partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1]
La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini
e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle
attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato
Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio
la «dignità inalienabile della coscienza».[2]
Pur sottoposto a varie forme di pressione
psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante
fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò
con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio,
né la politica dalla morale».[3]
Le attuali società
democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della
gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4]
richiedono nuove e più ampie forme di
partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non
cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto
all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla
formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro
avviso giovano maggiormente al bene comune.[5]
La vita in un sistema politico democratico non
potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso
coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità
di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]
Mediante l’adempimento
dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7]
in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici
svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine
temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8]
e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto
la propria responsabilità.[9]
Conseguenza di questo fondamentale insegnamento
del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare
alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione
economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a
promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10]
che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e
la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e
dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.
La presente Nota
non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in
materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel
Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende
soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che
ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società
democratiche.[11]
E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per
l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni
discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e
dimensioni importanti della tematica in questione.
II. Alcuni punti
nodali nell’attuale dibattito culturale e politico
2. La società civile
si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che mostra la
fine di un’epoca e l’incertezza per la nuova che emerge all’orizzonte. Le
grandi conquiste di cui si è spettatori provocano a verificare il positivo
cammino che l’umanità ha compiuto nel progresso e nell’acquisizione di
condizioni di vita più umane. La crescita di responsabilità nei confronti di
Paesi ancora in via di sviluppo è certamente un segno di grande rilievo, che
mostra la crescente sensibilità per il bene comune. Insieme a questo,
comunque, non è possibile sottacere i gravi pericoli a cui alcune tendenze
culturali vorrebbero orientare le legislazioni e, di conseguenza, i
comportamenti delle future generazioni.
È oggi verificabile un
certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella
teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la
dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A
seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in
dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo
etico è la condizione per la democrazia.[12]
Avviene così che, da una parte, i cittadini
rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre,
dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta
formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per
rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o
morali transitori,[13]
come se tutte le possibili concezioni della vita
avessero uguale valore. Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore
della tolleranza, a una buona parte dei cittadini — e tra questi ai
cattolici — si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e
politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene
comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i
mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a
disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX
secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini
che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non
esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al
cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e
dello Stato.
3. Questa concezione
relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà
dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili
con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio
criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica
non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni
sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto
che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione
estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico,
geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla
concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze
scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che
debbono però essere moralmente accettabili. Non è compito della Chiesa
formulare soluzioni concrete — e meno ancora soluzioni uniche — per
questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di
ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su
realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla legge morale.[14]
Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità
delle opzioni temporali»,[15]
egli è ugualmente chiamato a dissentire da una
concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la
stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi,
vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di
fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”.
Sul piano della
militanza politica concreta, occorre notare che il carattere contingente di
alcune scelte in materia sociale, il fatto che spesso siano moralmente
possibili diverse strategie per realizzare o garantire uno stesso valore
sostanziale di fondo, la possibilità di interpretare in maniera diversa
alcuni principi basilari della teoria politica, nonché la complessità
tecnica di buona parte dei problemi politici, spiegano il fatto che
generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali
i cattolici possono scegliere di militare per esercitare — particolarmente
attraverso la rappresentanza parlamentare — il loro diritto-dovere nella
costruzione della vita civile del loro Paese.[16]
Questa ovvia constatazione non può essere confusa
però con un indistinto pluralismo nella scelta dei principi morali e dei
valori sostanziali a cui si fa riferimento. La legittima pluralità di
opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei
cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina
morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici
sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria
partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità
per le realtà temporali.
La Chiesa è
consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio
la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si
rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta
concezione della persona.[17]
Su questo principio l’impegno dei cattolici non
può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la
testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori
dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende
costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la
centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere
possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano
II, la tutela «dei diritti della persona umana è condizione perché i
cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla
vita e al governo della cosa pubblica».[18]
4. A partire da qui si
estende la complessa rete di problematiche attuali che non hanno avuto
confronti con le tematiche dei secoli passati. La conquista scientifica,
infatti, ha permesso di raggiungere obiettivi che scuotono la coscienza e
impongono di trovare soluzioni capaci di rispettare in maniera coerente e
solida i principi etici. Si assiste invece a tentativi legislativi che,
incuranti delle conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei
popoli nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali, intendono
frantumare l’intangibilità della vita umana. I cattolici, in questo
frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per richiamare al
senso più profondo della vita e alla responsabilità che tutti possiedono
dinanzi ad essa. Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento
della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente
nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad
ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni
cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in
favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo
appoggio con il proprio voto.[19]
Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni
Paolo II nella Lettera Enciclica
Evangelium vitae a proposito del caso in cui
non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista
già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale
assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe
lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i
danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano
della cultura e della moralità pubblica».[20]
In questo contesto, è
necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a
nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma
politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e
della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o
contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità
inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a
scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un
aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad
esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare
di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo
perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.
Quando l’azione
politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe,
eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più
evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche
fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è
in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della
persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto
e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento
terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono
tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino
al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di
rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente,
devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia,
fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta
nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad
essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme
di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento
legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori
per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle
Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve
pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle
vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla
droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da
questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia
che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della
giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di
sussidiarietà, secondo il quale «i diritti delle persone, delle famiglie e
dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti».[21]
Come non vedere, infine, in questa
esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e
ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in
altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità
delle ragioni in questione. La pace è sempre «frutto della giustizia ed
effetto della carità»;[22]
esige il rifiuto radicale e assoluto della
violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte
di chi ha la responsabilità politica.
III. Principi
della dottrina cattolica su laicità e pluralismo
5. Di fronte a queste
problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di
metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun
fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia
dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino
la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della
società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali
esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge
morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede
cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre
e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene
comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica
debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio
perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso
umano.
6. Il richiamo che
spesso viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare
l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo
terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società
politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o l’intolleranza
religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia
della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma
non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa
e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23]
Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti
da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai
delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa
diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in
debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della
società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può
effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare
altri inalienabili diritti umani».[24]
Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti
specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di
culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le
autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello
Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o
impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei
diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono
restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da
parte dei cittadini.
Questione
completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di
tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere
e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale,
la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della
persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla
Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la “laicità” dell’impegno di
coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la
ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel
loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La “laicità”,
infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che
scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche
se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione
specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta
autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la
rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e
sociale della Chiesa.
Con il suo intervento
in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere
politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni
contingenti. Esso intende invece — come è suo proprio compito — istruire e
illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano
all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio
della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento
sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi.
Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore
alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non
possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta
“spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita
cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti
sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella
vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e
dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel
disegno di Dio, che li vuole come “luogo storico” del rivelarsi e del
realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei
fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto — come, ad
esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione
nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico,
la proposta della verità nell’ambito della cultura — sono occasioni
provvidenziali per un “continuo esercizio della fede, della speranza e della
carità”».[25]
Vivere ed agire politicamente in conformità alla
propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee
all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione
con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la
politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la
dignità della persona umana.
Nelle società
democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro
che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel
dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un
segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire
in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene
comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In
questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza
politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità
di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia
morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo
pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza
ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo,
d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla
concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti
spirituali e culturali della civiltà.[26]
IV.
Considerazioni su aspetti particolari
7. È avvenuto in
recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o
organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a
sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali
hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della
Chiesa. Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi
basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza
ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche.
Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in
certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in
maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei
cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è
fatto riferimento.
La fede in Gesù Cristo
che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai
cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di
una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e
contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini
culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale
del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile,
anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici. Del
resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno
politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare,
specialmente nei decenni posteriori alla seconda guerra mondiale, non
possono porli in alcun complesso di inferiorità nei confronti di altre
proposte che la storia recente ha mostrato deboli o radicalmente
fallimentari. È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei
cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture,
perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere,
giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale,
le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta.
La fede non ha mai
preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici,
consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di
verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente
mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche
e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale,
capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo
senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza
verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione
cristiana verso la vita eterna.
Nello stesso tempo, la
Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e
libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto
Giovanni Paolo II.[27]
In una società dove la verità non viene
prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni
forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e
individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società
intera.
8. A questo proposito
è bene ricordare una verità che non sempre oggi viene percepita o formulata
esattamente nell’opinione pubblica corrente: il diritto alla libertà di
coscienza e in special modo alla libertà religiosa, proclamato dalla
Dichiarazione
Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II,
si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su
di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali
umani.[28]
In questa linea il Papa Paolo VI ha affermato che
«il Concilio, in nessun modo, fonda questo diritto alla libertà religiosa
sul fatto che tutte le religioni, e tutte le dottrine, anche erronee,
avrebbero un valore più o meno uguale; lo fonda invece sulla dignità della
persona umana, la quale esige di non essere sottoposta a costrizioni
esteriori che tendono ad opprimere la coscienza nella ricerca della vera
religione e nell’adesione ad essa».[29]
L’affermazione della libertà di coscienza e della
libertà religiosa non contraddice quindi affatto la condanna
dell’indifferentismo e del relativismo religioso da parte della dottrina
cattolica,[30]
anzi con essa è pienamente coerente.
V. Conclusione
9. Gli orientamenti
contenuti nella presenta Nota intendono illuminare uno dei più
importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e
vita, tra vangelo e cultura, richiamata dal Concilio Vaticano II. Esso
esorta i fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi
guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi
non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano
di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che
invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la
vocazione di ciascuno». Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte
le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici,
professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con
i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a
gloria di Dio».[31]
Il Sommo Pontefice
Giovanni Paolo II nell’Udienza del 21 novembre 2002 ha approvato la presente
Nota, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha
ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla sede della
Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 novembre 2002, Solennità di
N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo.
JOSEPH CARD. RATZINGER
Prefetto
TARCISIO BERTONE,
s.d.b.
Arcivescovo emerito di Vercelli
Segretario
* * *
Conclusione
Proprio perché per l’amore che
cittadini e come credenti nutriamo per il nostro Paese, non possiamo non
sentirci impegnati al suo benessere e al suo sviluppo, con modalità
evidentemente articolate.
Ed è da questo
amore che il cattolico e la comunità ecclesiale derivano la loro specifica
collocazione e il loro modi di porsi.
Il cristiano lo
sa: la storia cammina, ma è Dio che la conduce. E’ per questo che ogni
azione cristiana deve essere corroborata dalla preghiera.
In alcuni
ambienti si vorrebbe dai cristiani una presenza e una proposta come se
Dio non ci fosse!
Non è questo il
senso vero della laicità; “per la dottrina morale cattolica la laicità
intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed
ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e
riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato
raggiunto”
. Così
abbiamo letto nella nota sopra citata al n. 6.
Vivere e agire
“come se Dio non ci fosse” sarebbe per il credente un autentica
schizofrenia. Il cattolico non potrà mai abdicare alla propria fede e non
impedirà alla propria fede di ispirare e guidare la sua coscienza nella
visione del mondo, della società, della storia.
Anzi per questo
farà sua la preghiera del salmista:
“Se il signore
non costruisce la casa
invano
vi faticano i costruttori.
Se il
Signore non custodisce la città,
invano
veglia il custode.
Invano
vi alzate di buon mattino,
tardi
andate a riposare
e
mangiate pane di sudore:
il
Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”
(Salmo 127/126).
Dio è il
principio e il fine della vicenda umana: la sua presenza è luce, è forza, è
significato pieno della storia.
Senza Dio, invano
…
Pregare è il
segno privilegiato del primato dello spirituale nelle vicende personali e
sociali; è mettersi in ascolto e dichiararsi disponibili per il disegno di
Dio, che è sempre disegno di amore e di provvidenza (cf. Mt 6, 25-34).
La preghiera è
fiducia; è impegno; è coraggio. Pregare significa superare la presunzione e
la dimissione; vincere l’autosufficienza orgogliosa e la rinuncia impotente.
Note
[1] LETTERA A DIOGNETO, 5, 5. Cfr. anche
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2240.
[2] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Apost. Motu
Proprio data per la proclamazione di San Tommaso Moro Patrono dei Governanti
e dei Politici, n. 1, AAS 93 (2001) 76-80.
[3] Ibid, n. 4.
[4] Cfr.
CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 31;
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1915.
[5] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost.
Past. Gaudium et spes, n. 75.
[6]
GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost.
Christifideles laici, n. 42, AAS 81 (1989) 393-521.
Questa nota dottrinale si riferisce
ovviamente all’impegno politico dei fedeli laici. I Pastori hanno il diritto
e il dovere di proporre i principi morali anche sull’ordine sociale;
“tuttavia, la partecipazione attiva nei partiti politici è riservata ai
laici” (GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n.
60). Cfr. anche CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio per il ministero e
la vita dei presbiteri, 31-III-1994, n. 33.
[7]
CONCILIO VATICANO II, Cost.
Past. Gaudium et spes, n. 76.
[8] Cfr. ibid, n. 36.
[9] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Decr.
Apostolicam actuositatem,
n. 7; Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 36 e Cost.
Past. Gaudium et spes, nn. 31 e 43.
[10] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost.
Christifideles laici, n. 42.
[11] Negli ultimi due secoli, più volte il
Magistero pontificio si è occupato delle principali questioni riguardanti
l’ordine sociale e politico.
Cfr. LEONE XIII, Lett. Enc.
Diuturnum illud, ASS 14 (1881/82) 4ss; Lett. Enc. Immortale Dei,
ASS 18 (1885/86) 162ss; Lett. Enc. Libertas praestantissimum, ASS 20
(1887/88) 593ss; Lett. Enc. Rerum novarum, ASS 23 (1890/91) 643ss;
BENEDETTO XV, Lett. Enc.
Pacem Dei munus pulcherrimum, AAS
12 (1920) 209ss; PIO XI, Lett. Enc. Quadragesimo anno, AAS 23 (1931)
190ss; Lett. Enc.
Mit brennender Sorge,
AAS 29 (1937) 145-167; Lett. Enc. Divini Redemptoris, AAS 29 (1937)
78ss; PIO XII, Lett. Enc. Summi
Pontificatus, AAS 31 (1939)
423ss; Radiomessaggi natalizi 1941-1944; GIOVANNI XXIII, Lett. Enc.
Mater et magistra,
AAS 53 (1961) 401-464; Lett. Enc. Pacem in terris AAS 55 (1963)
257-304; PAOLO VI, Lett. Enc. Populorum progressio, AAS 59 (1967)
257-299; Lett. Apost. Octogesima adveniens, AAS 63 (1971) 401-441.
[12] Cfr.
GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 46, AAS 83 (1991)
793-867; Lett. Enc. Veritatis splendor, n. 101, AAS 85 (1993)
1133-1228; Discorso al Parlamento Italiano in seduta pubblica comune,
n. 5, in: L’Osservatore Romano, 15-XI-2002.
[13] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc.
Evangelium vitae,
n. 22, AAS 87 (1995) 401-522.
[14]
Cfr. CONCILIO VATICANO II,
Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.
[15]
Ibid, n. 75.
[16]
Cfr. ibid, nn. 43 e 75.
[17]
Cfr. ibid, n. 25.
[18]
CONCILIO VATICANO II, Cost.
Past. Gaudium et spes, n. 73.
[19] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc.
Evangelium vitae,
n. 73.
[20]
Ibid.
[21]
CONCILIO VATICANO II, Cost.
Past. Gaudium et spes, n. 75.
[22] Catechismo della Chiesa Cattolica, n.
2304.
[23] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past.
Gaudium et spes, n. 76.
[24] GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la
celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1991: “Se vuoi la pace,
rispetta la coscienza di ogni uomo”, IV, AAS 83 (1991) 410-421.
[25] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost.
Christifideles laici, n. 59. La citazione interna è del Concilio
Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem, n. 4.
[26] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Corpo
Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in: L’Osservatore
Romano, 11/I/2002.
[27] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc.
Fides et ratio,
n. 90, AAS 91 (1999) 5-88.
[28] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Dich.
Dignitatis humanae, n. 1: “Il Sacro Concilio anzitutto professa che Dio
stesso ha fatto conoscere al genere umano la via, attraverso la quale gli
uomini, servendolo, possono in Cristo divenire salvi e beati. Crediamo che
questa unica vera religione sussista nella Chiesa cattolica”. Ciò non toglie
che la Chiesa consideri con sincero rispetto le varie tradizioni religiose,
anzi riconosce presenti in esse “elementi di verità e di bontà”. Cfr.
CONCILIO VATICANO II, Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 16; Decr. Ad
gentes, n. 11; Dich. Nostra aetate, n. 2;
GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 55, AAS
83 (1991) 249-340; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich.
Dominus Iesus, nn. 2; 8; 21, AAS 92 (2000) 742-765.
[29] PAOLO VI, Discorso al Sacro Collegio e
alla Prelatura Romana, in: “Insegnamenti di Paolo VI” 14 (1976),
1088-1089.
[30] Cfr. PIO IX, Lett. Enc. Quanta cura,
ASS 3 (1867) 162; LEONE XIII, Lett. Enc. Immortale Dei, ASS 18 (1885)
170-171; PIO XI, Lett. Enc. Quas primas, AAS 17 (1925) 604-605;
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2108; CONGREGAZIONE PER LA
DOTTRINA DELLA FEDE, Dich.
Dominus Iesus,
n. 22.
[31]CONCILIO
VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 43.
Cfr. anche GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost.
Christifideles laici, n. 59.
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